Dalle parole
al vento ai fatti e problemi concreti..

OLTRE IL MURO:
E SE
SI PARLASSE
DI STORIA?


Claudio Moffa

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claudiomoffa@alice.it

 







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PAGINE DEL SITO

ENRICO MATTEI
 


ARTICOLI

21e33 – La sconfitta politica dei nemici della libertà
21e33 – La sentenza Pallavidini
Africa - Reportages Reprint
Diritto internazionale – Gheddafi ha ragione (fr)
Diritto internazionale –Gheddafi ha ragione (it)
Diritto Internazionale – Hamas non è terrorista-Skandrani
Fanon – Moffa: rileggendo F. Fanon
Finkelstein -L' "Olocausto" fra Storia e Politica, Teramo, 2002
Finkelstein - L'industria dell'olocausto. la prefazione all'edizione tedesca
Flotilla - Agnoli
Flotilla - Devers
Flotilla - Erdogan
Flotilla - Lano
Flotilla - Milani
Gaza - Humanité
Gaza – Ancona
Gaza – André Nouschi
Gaza – Shamir
Gaza – Appello D'Orsi
Gaza – PD
Gaza – Appello Ebrei inglesi
Gaza – Campo antiimperialista
Gaza – Cardinale Martino
Gaza – Cardini su Travaglio
Gaza – Cattori
Gaza – Chossudovky
Gaza – Convegno IEMASVO
Gaza – Ilan Pappe
Gaza – Moffa
Gaza – The Guardian: Mic. Goldberg
Gaza – Travaglio
IEMASVO – Depliant
IEMASVO – Depliant – corsi 2010-11
Iran – Appello Iran in francese
Iran – Appello Moffa
Iran – Appello Moffa 2
Iran – Appello pro-Iran Losurdo-Vattimo
Iran - Ahmadinejad i Berlusconi
Iran – Discorso di Ahmadinejad a Ginevra
Italia – Berlusconi in Israele, un disastro
Italia – Cararo, Diliberto, massoneria ebraica
Italia – Diliberto, analisi dell'intervista
Italia - Federalismo e secessionismo
Italia - Iran, sinistra estrema e Berlusconi
Irna – Intervista 9 maggio 2010
Italia – L'acqua un bene di tutti
Italia - Sionismo, centrodestra, centrosinistra
Libia – Gheddafi e i bundomarxisti
Mattei - Il falso di Profondo nero
Moffa – Citazioni preferite
Rete – Forbes contro Google
Rete - Google, Facebook, Wikipedia e il sionismo
Rete – Cina-Google, chi contro chi
Mraovic - Il Kosovo è Serbia, la Serbia è Europa
Russia - Il pro iraniano Zambon all'attacco di Putin
USA - Sionismo e usacentrismo
Rete - Le bastonate cinesi a Google
Master - Locandina
Sionismo– intervista a Gil. Atzmon
Sionismo – Iran e Italia, i due complotti
Terrorismo - Le Bombe del 1993



Claudio Moffa

ENRICO MATTEI,
IL CORAGGIO
E LA STORIA


CLICCA SULL'ICONA
PER IL FORMATO NORMALE

con saggi di

Giuseppe Accorinti, Umberto Bartocci,
Felice Di Nubila, Giovanni Galloni,
Vincenzo Gandolfi, Francesco Licheri,
Benito Li Vigni, Emanuele Macaluso,
Simone Misiani, Claudio Moffa,
Nico Perrone, Andrea Ricciardi
e
GIULIO ANDREOTTI

INDICE



Enrico Mattei
Contro l'arrembaggio
al petrolio
e al metano

a cura di
Claudio Moffa
Aracne editore 2006
€ 8





Conduce
Carlo
de Blasio


5 Maggio

Enrico Mattei: l'Italia del petrolio
In studio Claudio Moffa, dire
ttore del Master "Enrico Mattei" in Medio Oriente, Università di Teramo


ENRICO
MATTEI

CENTENARIO

(1906 - 2006)

Intervista
della Radio Svizzera
a Claudio Moffa



Oriente
e
Occidente

Una trasmissione di
SET
settimanale di Teleponte

a cura di

Antonio D'Amore

con
Giovanni Giorgio
Claudio Moffa Mustapha Ratztami

il video
20 aprile 07


19 dicembre 1998

"L'obbiettivo
è rovesciare
Saddam Hussein"

intervista a
Claudio Moff
a

da L'Avvenire
del 19 dicembre 1998



 

 

 





Gli ultimi mesi di attività

10 gennaio 2012

IRAN ANCORA SOTTO ATTACCO:
MA "MENO MALE CHE
AHMADINEJAD C'E'"

Claudio Moffa

In Siria, base navale di Tartus, arriva la flotta russa; in Turchia, finisce agli arresti l’ex capo di stato maggiore turco Ilker Basbug, accusato di aver tramato un colpo di stato kemalista contro Erdogan; in Iran, Al Qaida va all’attacco di Ahmadinejad, mentre circola l’ennesima petizione internazionale anti Teheran, a favore questa volta di una terrorista secessionista curda. Notizie buone dunque – Putin che stoppa i furori della lobby USA e di Israele contro Damasco; Erdogan che sconfigge i finti laici eredi di Kemal Ataturk, i più fedeli alleati dell’integralismo ebraico-sionista in Medio Oriente dai massacri degli armeni in poi – ma anche degne di riflessione, e nel caso di Teheran da monitorare con attenzione e da “condividere”, nel senso di cogliere le responsabilità anche di noi occidentali nella formidabile campagna di demonizzazione della democrazia iraniana e dei suoi vertici legittimi consacrati dal voto popolare.

Per quel che riguarda la Turchia, ancora una volta è da chiedersi quanto nelle più recenti prese di posizione del premier Erdogan, di condanna a volte frontale della Siria di Assad, o di attendismo e complicità-Nato con la guerra di aggressione alla Libia, ci sia stato del “suo” – un islàm moderato e democratico schierato contro due “dittature” invise all’Occidente pro israeliano – e quanto di logiche di alleanza; ovvero di considerazione della fase di transizione ancora inconclusa vissuta dalla Turchia postkemalista. Un regime forte, duro a morire, sedimentato in decenni cultura finto-laica e anti islamica che ha conformato quadri dirigenti e medi delle più alte istituzioni dello Stato, a cominciare dalle Forze Armate e dalla Magistratura. E i colpi di coda potrebbero essere non ancora finiti.
La questione Iran è diversa ....

apri il pdf, oppure vai su
http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=966
http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=41895



4 gennaio 2012

Dietro le quinte, ma non troppo, come sempre Israele

VENTI DI GUERRA NEL GOLFO:
CHI MINACCIA CHI?

Claudio Moffa

Nuove tensioni nel Golfo, nuovi scenari mediatici che vedono in Ahmanidejad, come al solito, la causa della crisi in atto e di tutti i mali i Medio Oriente. Sarebbe l’Iran a “minacciare” perché compie manovre militari in casa propria (...)

Qualsiasi persona però dotata di buon senso sa – appena si documenta – che questo non è vero e scopre che dietro la macchina bellica paurosamente in movimento in questi giorni c’è non solo la pochezza-nullità di un Obama alle prese con la non lontana campagna elettorale, ma – in Medio Oriente - ancora una volta lui, lo Stato di Israele, con la sua atavica ossessione del monopolio nucleare nella regione: quella che secondo molti – sulla base di dati comunque consistenti - sembra quantomeno aver lambito molte pagine della storia della regione nell’ultimo mezzo secolo, dal progetto nucleare di Mattei, probabilmente inclusivo prima della sua morte nel 1962 anche di una centrale nucleare a scopi militari, alla oscura fine di Kennedy – un presidente che tra le altre cose aveva osato chiedere al premier israeliano Levy Eskhol, pochi mesi prima il suo assassinio, un controllo sulla allora neonata centrale nucleare di Dimona - via via fino alle azioni di contrasto nei confronti di paesi arabi come l’Egitto finché fu vivo Nasser, o l’Iraq di Saddam (bombardamento israeliano della centrale di Osira, 1981), o la Libia (la vicenda delle armi chimiche) o la Siria (il raid israeliano di un paio d’anni fa). Persino all’indomani dell’11 settembre aveva fatto capolino la questione nucleare nell’agenda politico-diplomatico-militare di Tel Aviv: quando il portavoce del governo israeliano Avi Pazner ... (apri il pdf)


22 dicembre 2011

GIULIETTO CHIESA A TERAMO

a cura dello IEMASVO


Presentazione Claudio Moffa
Intervento Giulietto Chiesa 1
Intervento Giulietto Chiesa 2
VIDEO 4 VIDEO 5



 


 

 

 

26 novembre 2011
INTERVENTO AL CONVEGNO AL TEATRO QUIRINO DI ROMA PROMOSSO DALL'AVV. ALFONSO LUIGI MARRA


clicca sull'immagine per aprire il video
oppure vai su youtube: http://www.youtube.com/watch?v=FY9rzUm0N6U


5 novembre 2011
"E SE NON PAGASSIMO IL DEBITO?"
L'ON. DOMENICO SCILIPOTI A TERAMO


Un'ottantina di persone nella sala conferenze dell'Hotel Abruzzi a Teramo. Dopo l'intervento del deputato, si sviluppa un dibattito con la partecipazione di numerosi esperti abruzzesi e non, delle teorie auritiane della moneta.
 

TERAMO: a sinistra uno strano intervento, al centro Moffa sulla malainformazione.
DOPO-TERAMO: a destra l'intervento dell'on. Scilipoti alla Camera, 20 dicembre 2011. Ascoltatelo

 



22 ottobre 2011

IL LINCIAGGIO DI GHEDDAFI
E L’ETICA TRIBALE DELL’OCCIDENTE

Claudio Moffa

«Non c'è guerra, rivoluzione, assassinio anarchico, o qualsiasi altro fatto che impressiona
l'opinione pubblica che non sia utile per questi uomini; sono arpie che succhiano
i loro guadagni da ogni nuova spesa forzosa e da ogni improvviso disturbo del credito
pubblico. Per i finanzieri “che sanno, la spedizione di Jameson fu un colpo
molto vantaggioso, come si può accertare da un confronto dei titoli tenuti....
»
John Atkinson Hobson, Imperialism: a Study¸1902

 

Gheddafi e Antonio Cassese: un accostamento forse scomodo,
ma simbolicamente rappresentativo della doppia morte del Diritto Internazionale

La morte di Gheddafi segna l’apoteosi del peggiore Occidente e della sua etica tribale: una “etica” criminale, usuraia e scristianizzata, alimentata dal mainstream mediatico e dai direttori di tutte le grandi testate internazionali “progressiste” e non. Prima di essere orribilmente linciato da un gruppo (% segue dopo la finestra su Sarkozy)

SARKOZY, UNA CARRIERA ALL'OMBRA DELLE LOBBIES FRANCESE E AMERICANA. UNA CARRIERA OCCULTATA DAI MASS MEDIA E DALL'ESTREMISMO ANTIAMERICANISTA IN RETE




IL CASO SARKOZY: "Avevamo avuto Léon Blum e Mendès France Primi ministri, ma non si era mai avuto un Ebreo eletto a suffragio universale, è un grande successo! E inoltre con Kouchner ministro degli affari esteri, cosa volete di più? Allora vado a chiedere al mio amico Kouchner: “Quand'è che riconoscerai Gerusalemme capitale di Israele?”" : così salutava la vittoria di Sarkozy alle elezioni presidenziali il vicepresidente dell'Associazione Francia Israele George Freche, un ex deputato espulso dal PS per certi suoi “eccessi” verbali.  Come documenta con riferimenti precisi a articoli di giornali francesi e altre fonti, Paul-Eric Blanrue, Sarkozy, Israel et les Juifs, Belgio 2009, TUTTA LA CARRIERA DI SARKOZY SI SVILUPPA DAL 1983 IN POI GRAZIE AI SUOI STRETTISSIMI LEGAMI CON LA COMUNITA' EBRAICA FRANCESE PRIMA E QUELLA AMERICANA POI. A Neuilly “il  giovane sindaco strinse molto presto dei legami con le famiglie influenti e celebri, di cui sollecitava i doni e che elogiavano le sue prese di posizioni coraggiose da lui esternate in occasione delle feste della comunità locale – Pesach, Purim, Kippur. “ Il legame tra i Loubavitch di Neuilly (la corrente messianica maggioritaria nella cittadina) e Nicolas Sarkozy è molto forte , avrebbe detto il capo della sinagoga locale David Zouai. Il sindaco fa così il grande salto, e nel 1993 diventa ministro degli interni. Zouai  “gli regala una scultura  con le sette leggi di Noe' ricevute da Mose' e un libro di preghiere in francese  in ebraico risalente a Napoleone III ”, dicendogli: “ ve l'offro a condizione che voi diveniate un giorno presidente ”. Così fu: e i media tacquero del passato di rabbi Sarkozy, anzi ne parlarono come di un nuovo De Gaulle, il presidente francese artefice della svolta di pace con la cruenta guerra di liberazione algerina. Professionalità del ceto giornalistico? Zero.
LA VICENDA SARKOZY CI INSEGNA UN LEITMOTIV DELL'INFORMAZIONE SU ISRAELE E DINTORNI: le unità di notizia ci sono, ma nessuno le assembla e ne deduce - nel caso specifico - l'indubitabile quadro di un presidente francese legato mani e piedi a Israele. Il tentativo di Gheddafi di comprarlo finanziandone la campagna elettorale, non cambia questo dato di fatto, semmai dimostra con quanta intelligenza si è sempre mosso il leader libico per ostacolare il suo nemico di sempre, con "piccole" regalie - l'aiuto elettorale a Sarkozy - e con i grandi capitali della ricca Libia piazzati in Italia, in Africa e nel mondo. Ma torniamo al punto, e passiamo dai commenti e articoli alle immagini: AVETE MAI VISTO PUBBLICATA SU UN GIORNALE ITALIANO, LE FOTO QUI ALLEGATE? NO, nemmeno (anzi soprattutto) quando Sarkozy ha aggredito, assieme alla Libia, anche gli interessi nazionali italiani. L'IMMAGINE NEGATIVA DI ISRAELE VA SEMPRE EVITATA, OCCULTATA


Il presidente francese, onnipresente a tutte le cerimonie ebraiche, dal 1983 ad oggi

 

«Non c'è guerra, rivoluzione, assassinio anarchico, o qualsiasi altro fatto che impressiona
l'opinione pubblica che non sia utile per questi uomini; sono arpie che succhiano
i loro guadagni da ogni nuova spesa forzosa e da ogni improvviso disturbo del credito
pubblico. Per i finanzieri “che sanno, la spedizione di Jameson fu un colpo
molto vantaggioso, come si può accertare da un confronto dei titoli tenuti....
»
John Atkinson Hobson, Imperialism: a Study¸1902

 

Gheddafi e Antonio Cassese: un accostamento forse scomodo,
ma simbolicamente rappresentativo della doppia morte del Diritto Internazionale

La morte di Gheddafi segna l’apoteosi del peggiore Occidente e della sua etica tribale: una “etica” criminale, usuraia e scristianizzata, alimentata dal mainstream mediatico e dai direttori di tutte le grandi testate internazionali “progressiste” e non. Prima di essere orribilmente linciato da un gruppo di ribelli-fantoccio (1) imbeccati dall’ “ultimo” e risolutivo bombardamento NATO del convoglio in fuga da Sirte, Gheddafi è stato linciato giorno dopo giorno dai mass media che hanno condotto per mesi una accurata campagna di disinformazione e destabilizzazione della Jamahiriya libica: nessuno è sfuggito a questa regola, nemmeno la stampa pro-Berlusconi, artefice dell’accordo del 2008 e ospite di Gheddafi a Roma appena un anno fa. Non basta certo la pubblicazione di un articolo postmortem sull’ “onore delle armi” alla Guida, o un “cosiddetti ribelli” colto al pur migliore TG 1, o la distribuzione da parte de il Giornale del Libro Verde di Gheddafi – l’estate scorsa - a rendere questo fronte migliore dell’altro. La specifica contraddizione, plateale e primaria, di tutta la stampa di centrodestra non è solo quella pur sussistente del “tradimento”, ma alla radice, da un punto di vista fattuale e logico, il non aver mai ragionato e fatto ragionare i lettori – già bombardati dal veleno fallaciano profuso per anni dall’ala antislamica-per-principio del suo giornalismo – in termini di garantismo giuridico-internazionalista. Sacrosanta la protesta contro i difetti e le parzialità del sistema giudiziario italiano, e verità incontrovertibile la spudorata “attenzione” di certi PM contro il premier: autolesionista e schizofrenico il silenzio sui “difetti” del sistema giudiziario e ONU sul piano delle relazioni internazionali, mai rotto nemmeno per contrastare intelligentemente la concorrenza quotidiana e a tutto campo (oltre cioè lo specifico capitolo Gheddafi) del Presidente Napolitano. La guerra di Libia – dalla rapina dei beni statali alla delega del comando militare a una organizzazione di parte; dalla no-fly-zone in difesa di una rivolta armata, ai bombardamenti NATO sulle popolazioni civili (2)- non ha avuto nemmeno un barlume di legittimità: è stata un atto di banditismo internazionale malcelato dal silenzio omertoso della stragrande maggioranza dei giuristi internazionalisti, e di cui si deve essere probabilmente accorto anche Antonio Cassese, in punto di sua morte avvenuta poche ore dopo la diffusione planetaria del video-horror della Sirte. Né possono oggi – a assassinio compiuto - farsi vanto di “proteste” e puntualizzazioni fittizie, Ban Ki Moon e la Corte Penale Internazionale: al primo Gheddafi aveva ripetutamente richiesto una commissione di inchiesta per verificare la situazione sul terreno: la risposta fu il silenzio (3) . La seconda (denunciata da Gheddafi nel 2009 per la sua parzialità in Africa: sostanziale inazione di fronte alle stragi degli invasori tutsi di Paul Kagame ai danni di centinaia di migliaia di Hutu e alleati “etnici” del Congo orientale; e dall’altra parte, il mandato di cattura per Al Bashir, per una guerra civile nel Darfur sostenuta da Israele) è stata attiva solo nel richiedere un altro mandato di cattura internazionale contro il leader libico, già nel giugno scorso, e sulla base dei “de relata” mediatici (4): pazzesco, i magistrati della giustizia internazionale che rinunciano a una indagine cognitiva autonoma e si affidano alle patacche del New York Times, dell’Economist e di Al Jazira (5).

Il segno sionista della guerra di Libia, dal colpo di mano Sarkozy al linciaggio di Gheddafi

Questo detto, una sommaria puntualizzazione sul prima e dopo la fine di Gheddafi è opportuna: come è stato ripetuto da più parti, la guerra di Libia è scoppiata e il regime di Tripoli rovesciato, non perché il reddito della popolazione fosse mediamente basso, come nel caso di altri paesi sconvolti dalla “primavera araba”, ma al contrario perché la Jamahiriya era un paese mediamente benestante, ricco di petrolio da esportazione, caratterizzato da una struttura economica satisfattiva delle esigenze di base dei suoi cittadini – dai servizi alla proprietà della casa, ai redditi più che sufficienti (6) – sorretta dal gigantismo degli interventi strutturali messi in opera dalla genialità del rais – primo fra tutti il grandioso acquedotto “manmade-river” (7) - e capace di una politica estera sia politica che economico-commerciale dinamica e per molti versi vincente. In Africa innanzitutto – attenzionata e coltivata da Gheddafi dopo la sua rottura con i “fratelli arabi”: fu lui a fondare l’Unione Africana (8) – ma anche in Europa, con massicci investimenti probabilmente mirati. Una presenza libica che in Italia risale addirittura al 1976 – le azioni della Fiat, una Fiat in cui non si era ancora risolto, o forse non era ancora emerso, il conflitto tra pro-cattolici, pro-musulmani (Edoardo Agnelli e la sua oscura morte (9) ) e pro-ebrei , oggi stravincenti – e che sicuramente ha dato molto fastidio ai soliti poteri forti occidentali.

Per questo la Jamahiriya è stata aggredita, facendo leva come da classica guerra imperialista sull’antica contrapposizione - di cui parlava già Erodoto (10) - tra Cirenaica e Tripolitania, megaregioni di un paese nel quale, sotto la bandiera verde della rivoluzione pan-nazionale gheddafista permanevano peraltro anche altre sedimentate divisioni etno-regionali, quelle oggi sempre più evidenti.La struttura bancaria statale libica, in una fase di scatenamento selvaggio della finanza “laica” mondiale e di sopravvivenza di una finanza islamica ancora in parte memore dei versetti del Corano di condanna dell’usura; la politica di (media) potenza di Tripoli tale da dar fastidio persino alla Cina in terra d’Africa; e il risveglio antisionista di Gheddafi dopo il lungo tunnel del caso Lockerbie, con le dichiarazioni di fuoco contro Israele e la “sua” CPI dell’agosto del 2009, di fronte agli ospiti stranieri riuniti per festeggiare il quarantennale della rivoluzione: questi sono i tre momenti simbolo che spiegano più di ogni altra cosa – più del petrolio, fattore logicamente e “cronologicamente” secondario- l’aggressione alla Libia. Una guerra, dunque, in cui il sionismo internazionale – quello a-territoriale, la grande finanza mondialista; e quello territoriale, lo stato ebraico “offeso” dalle parole “antisemite” del rais, e alla ricerca di una rivalsa dopo le sconfitte della guerra del Libano del 2006 e della invasione di Gaza due anni dopo – ha avuto sicuramente un ruolo centrale, tanto centrale quanto occultato dal mainstream mediatico, “autorevoli “siti in rete compresi. Sì, sì, è vero, non c’è il solo sionismo a opprimere i popoli del mondo: i finanzieri e i razzisti sono anche sauditi, indiani, cristiani, musulmani, americani wasp e francesi doc.E poi ci sono i padroncini di Barletta a 3 e 95 euro l’ora, lo “sfruttamento dell’uomo sull’uomo” è binario.

Ma la centralità e la supremazia della capacità di fuoco sionista rimane: trovate una altra combinazione-convergenza dentro uno stesso gruppo di potere lobbistico di finanza, mass media, comunità diasporiche. Non c’è: non esistono direttori di giornali sauditi in Occidente o se esistono sono rari come le mosche bianche. Al massimo ti infilano un bravo e simpatico professionista nero in qualche TG, uno solo per piazzarne altri dieci di affiliazione diversa e più affine. Il potere delle lobbies islamiche in Europa o nel mondo è poi minore, anche laddove esistono forti comunità di immigrazione: di immigrazione recente, non plurisecolare e plurimillenaria, con i suoi effetti a cascata grazie alla capacità, capillare, sorretta da una “base di massa” , di insinuarsi in ogni dove se vuole, persino in rete, persino tra i cosiddetti “rivoluzionari” di destra, di sinistra e rossobruni; persino tra i siti di “analisi” geopolitica, che abdicano all’abc della professionalità occultando sistematicamente il fenomeno e nel caso specifico – la Libia - il segno sionista dell’aggressione della NATO e dei suoi ribelli-fantoccio.

Segno dimostrato per finire – anche questo aspetto è stato taciuto da quasi tutti, fino all’invenzione-patacca di una preminenza degli USA nella guerra a Gheddafi da parte della solita coglioneria marxista e postmarxista - dal ruolo trainante e centrale nel conflitto dei due leader più sionisti dell’Unione Europea: Sarkozy, il “primo presidente ebreo della Repubblica francese” (11), e Cameron, anche lui scopritore di vere o presunte sue radici ebraiche e protagonista di una campagna elettorale all’insegna della fedeltà a Israele (12). L’inizio della guerra di Libia è stato il colpo di mano del presidente francese del 19 marzo, il via libera ai bombardamenti mentre ancora era in corso il vertice di Parigi incaricato (da lui stesso) di implementare la risoluzione dì ONU di due giorni prima. La conclusione è stata il linciaggio di Gheddafi, che stando alle cronache di stampa, sarebbe stato opera della “tribù di Misurata” “discendente dagli ebrei turchi” (13) : di Salonicco cioè, la stessa città di origine della famiglia di Sarkozy? (14) Ed è questo il motivo vero, talmudista, della violenza bestiale e criminale dei linciatori, che solo a crimine compiuto hanno attribuito a due neri - un giovane in un filmato, un adulto in un’altro: quest’ultimo sembrerebbe essere quasi stato minacciato – l'uccisione del legittimo Capo di stato libico? Il tutto comunque il 20 ottobre scorso, data fortunata per il marito di Carlà, sfortunata per i suoi molteplici nemici e le loro memorie storiche: nascite e stragi di bambini, sempre tutti innocenti per tutta l’umanità, tranne che per certi razzisti. Canaglie. Vera o non vera la storia degli “ebrei turchi”, la sua esternazione mediatica è la firma finale sulla guerra, qualcosa che ricorda la visita improvvisa - anch’essa dubbia, e a cui venne dedicato solo qualche trafiletto – di Sharon a Saddam in carcere , nel 2004 …


Il futuro della Libia e le sue incognite

Del resto, di segno sionista rischia di essere anche la prospettiva che si intravvede in questi primi giorni postgheddafiani: la paventata balcanizzazione del paese di cui si parla con tanto di richiamo al tentativo postbellico degli anglo-francesi di dividere l’ex colonia italiana in Fezzan, Cirenaica e Tripolitania – tentativo fallito grazie all’Italia democristiana di De Gasperi – è assolutamente coerente con l’ideologia sionista, tendenzialmente di acciaio al suo interno, ma ultradifferenzialista nei confronti dei popoli gentili. Le nazioni in pace invase dall’immigrazione selvaggia, se no violi i “diritti umani” (Louise Arbour, all’indomani dell’accordo italo-libico del 2008. Per inciso, la Arbour è la stessa che persegui’, anzi perseguitò Milosevic fino al suo assassinio in carcere: di nuovo emerge l’assenza di coerenza nel garantismo giuridico del centrodestra) e le guerre e le “autodeterminazioni” altrettanto selvagge per distruggere paesi uniti e sedimentare odi interetnici di lunga durata. Il modello è quello di Oded Ynon, sulla rivista Kivunim dell’Organizzazione Sionista Mondiale nel 1982 (15): la divisione del Medio Oriente secondo linee etno-religiose, come nel caso del federalismo economico in Iraq, come è stato ripetutamente tentato in Libano, come si tenta in questi mesi in Siria, e come sta emergendo con gli attentati oscuri in Egitto che scatenano l’odio tra copti e musulmani. Un dejavu, vedi l’attentato al mercato di Serajevo in Bosnia, falsamente attribuito ai Serbi e prodromo della disgregazione finale della vecchia Federazione jugoslava di Tito .

Si dirà: ma che giovamento può trarre l’Occidente dalla balcanizzazione della Libia, e dal perdurare degli odi interetnici scatenati dal conflitto? La risposta è: dipende, c’è Occidente e Occidente, come nel caso dell’Iraq. Per George Bush – proclamatosi ridicolmente vincitore ai primi di aprile del 2003 nel suo discorso “storico” sulla portaerei USA – la guerra contro Saddam si è tradotta in un disastro – circa cinquemila soldati americani morti durante l’occupazione del paese – ma per Israele, il paese che ha spinto in tutti i sensi la Casa Bianca dello psicolabile figlio di Bush senior, verso la “guerra infinita”, sfruttando l’attentato dell’11 settembre, facendo leva sui neocons ben inseriti nell’Amministrazione, e su Cheney e Rumsfeld, la questione si pone in modo diverso. Il sionismo e il suo retroterra finanziario hanno bisogno del caos altrui – di qualsiasi segno, dalle BR “comuniste” a Al Qaeda “islamica” - per sopravvivere e rafforzarsi. Non soltanto perché così indebolisce e sconfigge i suoi nemici (e l’Iraq baathista e la Libia gheddafista , lo erano), non soltanto perché dalle guerre può trarre – come ricordava già Hobson, L’imperialismo, 1902 – lauti profitti di borsa, ma anche perché grazie al caos permanente in Medio Oriente e nel mondo, lo Stato ebraico può continuare a fare quello che gli pare e piace in Palestina, all’insegna deldiritto biblico e in violazione costante delle più elementari norme di Diritto internazionale, lo jus gentium, il diritto dei popoli gentili. Più si creano nuovi terreni di attenzione operativa della “diplomazia internazionale”, più il rischio di dover alla fine cedere (ma quando mai?) alle “pretese” della comunità internazionale si allontana. Forse non ha sempre funzionato così, ma negli ultimi anni la cronologia parla chiaro: nel 2006 Hezbollah riesce ad infliggere una storica sconfitta allo esercito israeliano; due anni dopo, l’obbiettivo dell’ “annientamento” di Hamas non viene raggiunto; per intanto, fin dal 2004-2005, falliscono tutti i tentativi israeliani di trascinare gli Stati Uniti in un attacco contro l’Iran. L’assedio di Gaza suscita tra l’altro l’indignazione internazionale, e ancora più l’assalto armato alla flottilla turca. Si profila dunque il pericolo di un accerchiamento diplomatico dello Stato ebraico, soprattutto grazie a Putin (discorso di Monaco del 2008 pro-multilateralismo) e ai suoi alleati e interlocutori primari nel mondo mediorientale e in Occidente. Si paventa in particolare, a Tel Aviv, il riconoscimento unilaterale dello Stato palestinese, a favore del quale erano già stati in procinto di pronunciarsi, esattamente l’11 settembre 2001 , gli Stati Uniti, con un già programmato discorso al’ONU di Colin Powell, poi saltato a causa dell’attentato “islamico” alle Torri. Dieci anni dopo, il pericolo si ripresenta, ed ecco la reazione israeliana su due piani: l’uso delle primavere arabe per colpire mortalmente i suoi nemici dall’interno, a cominciare dall’anello più debole, il paese più isolato di tutti nella Lega regionale, la Libia; e l’attentato di Oslo, contro eventuali impennate di una Unione europea ormai ingranditasi rispetto al vecchio nucleo storico occidentale, a rischio dunque di cosiddetto “antisemitismo”, e al cui interno la Norvegia laburista era la diventata la punta di diamante della battaglia per la difesa dei diritti del popolo palestinese.


Primo dovere, il parlar chiaro

Tutto questo non vuol dire che la tendenza messa in moto dalla guerra di Libia sia irreversibile: in Libia, la manifestazione di ieri di “gioia popolare” sulla Piazza verde e l’annuncio dellasvolta “democratica” ha palesato sullo schermo televisivo molti spazi vuoti, una folla ogni tanto rada e chissà se di veri tripolini e veri libici, oppure anche e soprattutto di falsi arabi dei servizi anglo-francesi e di libici di altre regioni. Sul piano internazionale, i paesi che ostacolano la peraltro impossibile normalizzazione sionista sono ancora molti, e non c’è bisogno di elencarli. Anche coloro che hanno taciuto e hanno tradito Gheddafi. La partita è dunque ancora aperta, i diritti del popolo palestinese e di tutti i paesi del mondo a sviluppare le loro economie, industria nucleare a scopi civili inclusa, ancora sul terreno di battaglia. Così come, a fronte dell’aggressione finanziaria ai paesi europei, un nodo su cui riflettere è quello dell’ autonomia della Politica dai poteri bancari e monetari, che coinvolge tutte le tendenze e che non dovrebbe risolversi però in un anatema contro tutto e tutti.

Nella difficile fase segnata da forti incertezze, quel che è sicuro è che chi segue solo dall’esterno, come osservatore, giornalista o politologo o storico che sia, gli sviluppi geopolitici dello scacchiere mediorientale e delle sue proiezioni nelle altre regioni del mondo, dovrebbe mantenere un profilo di professionalità il più alto possibile: non si tratta di pretendere ovviamente l’ “infallibilità” – tutti possono sbagliare nelle valutazioni, a partire il sottoscritto – ma di esigere l’onestà nel parlar chiaro sul chi è contro chi nelle guerre e nelle crisi internazionali, battendosi contro l’ “occultamento della storia” e abbandonando schemini consunti e auto gratificanti – a cominciare dall’americocentrismo: Wall Street ha aggredito anche Obama – che non possono che produrre danno e confusione. Su questo terreno, il tatticismo è solo autolesionista, e solo la scelta della chiarezza è all’altezza della fase storica che stiamo attraversando.

 

1) Secondo dottrina, gli Stati-fantoccio - così definiti per essere totalmente dipendenti da un altro Stato al momento della loro presa in considerazione – non possono godere di uno status internazionale. Credo che analogo attributo sia applicabile, nell’ambito della giuridico-internazionalista teoria degli insorti, anche ai ribelli libici, insorti vincitori della guerra civile senza alcuna autonomia dalla NATO e da questa – come dai servizi segreti francesi e britannici – completamente dipendente. Ovviamente, quanto appena detto, riguarda gli otto mesi di guerra di Libia e non, per forza di cose, il futuro. Nella lunga duyrata della storia, il diritto è sempre espressione di rapporti di forza, come ricordava Marx, e finisce per negare se stesso riesumandosi come legge della giungla, edulcorata e rappresentata dai cortigiani farisei dei nuovi potere come nuovo, appunto “diritto”.

2) Le violazioni specifiche del Diritto internazionale nella guerra di Libia riguardano principalmente1) l’interferenza negli affari interni di uno Stato – vietata dalla Carta dell’ONU, art. 2 – ovvero l’uso della forza dell’ONU come forza di interposizione in guerre tra Stati e non tra parti di uno stesso Stato (come avviene ad es. in Libano); 2) la non gestione diretta dell’azione militare da parte del Consiglio di Sicurezza e dei Caschi Blu, con tanto di delega addirittura a una organizzazione per statuto di parte come la NATO (Capitolo VII della Carta). Il fatto che la guerra di Libia abbia avuto in questo senso dei significativi precedenti nell’ultimo ventennio posibipolare non cambia la sua antiteticità rispetto ai principi codificati dall’ONU nel 1945. Di più, la stessa no-fly-zone – misura ultronea rispetto al diritto internazionale quale praticato dalle Nazioni Unite dal 1945 al 1990 - è innovativa e illegittima anche rispetto a quella inventata per la prima volta dagli anglo-americani per l’Iraq postguerra del 1991, alle prese con le insorgenze curde e sciite contro il governo centrale: lì, in Iraq, la no fly-zone riguardò infatti solo le zone di effettiva insorgenza – dunque non la regione centrale di Bagdad, saldamente sotto controllo del regime baathista. In Libia invece è stata estesa fin da subito anche alla Tripolitania e alla capitale, nonostante il consenso della popolazione locale a Gheddafi. Una “protezione di civili” che mirava fin da subito e direttamente – non indirettamente come nel caso iracheno del 1991-2 -alla destabilizzazione e all’aggressione diretta del governo legittimo libico. 3) il bombardamento anche di civili, che rende teoricamente imputabili di crimini di guerra la NATO e il segretario generale dell’ONU Ban Ki Moon.

3) Già il 7 marzo 2011: http://www.tradingonlinefree.it/crisi-libica-gheddafi-favorevole-ad-una-commissione-dinchiesta-delle-nazioni-unite-1355.html. Diverse anche successivamente le profferte di dialogo da parte di Gheddafi stando alle cronache: http://www.asianews.it/notizie-it/Gheddafi-accetta-il-piano-di-pace-

4) 27 giugno 2011: http://www.asianews.it/notizie-it/Libia,-il-tribunale-dell%E2%80%99Aja-emette-l%E2%80%99ordine-di-arresto-per-Gheddafi-e-i-suoi-fedelissimi-21950.html

5) La più grande patacca mediatica della guerra di Libia è forse quella della manifestazione di un partito indiano rubricata da Al Jazira del 20 o 21 agosto 2011 come “Tripoli” – il popolo festeggia la liberazione di Tripoli. Vedi www.iemasvo.it., l’intervento di Pino Cabras al convegno “La Libia allo scanner. Economia, mass media, legittimità dell’intervento”, Assisi, 12 ottobre 2011.ì

6) Tra i tanti interventi, ricordo quello recente di Bruno Amoroso al già citato convegno di Assisi “La Libia allo scanner …” del 12 ottobre 2011, E prima ancora, dello stesso Professore emerito dell’Università di Roskilde, Capitali congelati, un furto «umanitario», su il manifesto 26/3/11

7) http://www.iemasvo.it/index_iemasvo/index%20-%20libia_allo_scanner.html, fornisce una sommaria visione delle caratteristiche e delle strutture dell’opera.

8) Istituita formalmente nel 2002, l’Unione africana nacque con la Dichiarazione di Sirte in Libia, il 9 settembre 1999. Gheddafi ebbe un ruolo centrale, ma su Wikipedia italiana nemmeno viene citato e la fondazione a Sirte dell’Unione Africana viene relegata in secondordine rispetto alla fondazione ufficiale dell’UA nel 2002.

9) Ho appreso di questa lotta intestina alla Fiat, e del caso Agnelli in particolare, in Iran, durante un colloquio con un iraniano all’epoca – inizi anni Ottanta – studente a Roma

10) In Sallustio, De bello Iugurthino, 19, 79, il racconto della gara dei Fileni, due fratelli che parteciparono alla corsa per stabilire il confine tra la regione orbitante attorno a Cartagine, e quella posseduta da Cirene.

11) Così il presidente dell’Alliance franco-israélienne Georges Frêche,all’indomani dell’elezione di Sarkozy alla Presidenza della Repubblica : « je suis ravi que les Français aient élu un juif président de la République au suffrage universel direct. […] On avait déjà eu Léon Blum et Mendès France premiers ministres, mais on n’avait jamais eu un juif élu au suffrage universel.  Et en plus, avec Kouchner comme ministre des Affaires étrangères, qu’est-ce qu’on veut de plus ?"« Et je vais dire à mon ami Kouchner : et quand c’est que tu reconnais Jérusalem, capitale d'Israël ? » Discorso tenuto a Montpellier il 24 giugno 2007, in occasione  della « Journée de Jérusalem », nel quadro del gemellaggio tra la sua città e Tiberiade. Sulla collocazione di Sarkozy, Le Figaro avrebbe scritto che il presidente francese era stato “un espion du Mossad!: Press TV, citée par Salem-News.com, 17 mars 2011 Sarkozy Was a Mossad Agent? Le Figaro prétend que les fonctionnaires français de police ont réussi à garder secrète une lettre qui exposait les activités d’espionnage pour le Mossad de Sarkozy

12) Rimando ai miei precedenti scritti in rete e sui miei siti, sulla guerra di Libia.

13)http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=305&ID_articolo=118&ID_sezione=693: “Gheddafi ucciso dalla trubù di Misurata”:

14) Sulla biografia e carriera politica di Sarkozy, vedi Eric Blanrue, Sarkozy, les Juifs, Israel, Paris 2009

15) Il saggio di Oded Ynon è citato tra l’altro in Claudio Moffa (a cura di), Quaderni Internazionali, 3, La questione nazionale dopo la decolonizzazione. Per una rilettura del 'principio di autodecisione dei popoli', Quaderni Internazionali, 2-3, 1988. [6] In realtà l’articolo non conteneva riferimenti alla Libia, ma lo schema era lo stesso: dividere gli stati esistenti secondo linee etniche, regionali, religiose.



PAGINA SPECIALE


Un "rientro" simbolico, una pagina UNITERAMO in piazza,
dedicata alle teorie di un suo già docente, professore ordinario,
co-fondatore e Preside della Facoltà di Giurisprudenza.


CRISI ECONOMICA E SOVRANITA' MONETARIA: ATTUALITA' DELLE TEORIE
DEL PROF. GIACINTO AURITI

Intervengono il prof. Maurizio DONATO, docente di Economia dell'Università di Teramo; l'avv. Antonio PIMPINI, difensore e collaboratore di Auriti, il prof. Ezio SCIARRA, Università di Chieti; Bruno TARQUINI, già P.G. presso la Corte d'Appello dell'Aquila e autore di "La banca, la moneta e l'usura - La Costituzione tradita" e l'economista Bruno AMOROSO, professore emerito dell'Università di Roskilde. Introduce il prof. Claudio MOFFA, ordinario di Storia delle Relazioni Internazionali e coordinatore del MASTER ENRICO MATTEI IN VICINO E MEDIO ORIENTE dell'Università di Teramo

IL COMMENTO DOPO L'EVENTO

SE GIACINTO AURITI
ARRIVASSE A "TEHERAN" ...

pubblicata da Claudio Moffa il giorno lunedì 26 settembre 2011 alle ore 7.42 su FB

Evento Auriti, subito “i piedi nel piatto”. Le divergenze – ovvie agli inizi di un percorso che sarà sicuramente fruttuoso – nulla tolgono all’ enorme successo e alla positività assoluta del dibattito che abbiamo svolto il 23 settembre scorso all’Aula Magna del Convitto Nazionale con la partecipazione di circa 150 presenti. Primo perché il convegno, incastonato nel ciclo di eventi dell’Università di Teramo “La notte dei ricercatori” – una “notte” ben riconducibile ai problemi che solleva la teoria monetaria  di Auriti – è stato il più seguito anche rispetto a quelli di altri corsi di studio: non male per una Facoltà di Scienze Politiche che dagli anni Novanta certe massonerie locali , accademiche e non - esattamente le stesse che Auriti ha combattuto e di cui ha parlato Tarquini - hanno  cercato se non di affossare, quanto meno di destrutturare, di indebolire attraverso una politica dissennata di delocalizzazione territoriale, e di utilizzare come bacino di fondi per progetti altri, forse non solo universitari. 

Secondo, perché esso è servito non solo a creare un dibattito tra potenziali interlocutori diversi, che tutti sentono il peso della crisi economica in corso, ma soprattutto a far scoprire a chi “non sapeva”, il meccanismo “autonomo” dell’ invenzione della moneta quale svelato con rigore metodologico dal “controinventore” del Simec, e riproposto in modo brillante nel dibattito dal collega Sciarra. Per me, come ho detto nella mia conclusione, si è trattato di una sorta di saracinesca che si è aperta per un fiume di riflessioni, l’apertura di una finestra su un mondo finanziario che in parte già conoscevo in chiave storica o giornalistica in quanto segnato e contiguo alla truffa – vedi i “futures”, o due secoli fa, la speculazione borsistica dei Rotschilds inglesi sulla battaglia di Waterloo grazie alle false voci messe in giro su una inesistente vittoria di Napoleone, a informazione già ricevuta dai veloci corrieri privati, provenienti d’oltre Manica – e di cui la moneta e la sua invenzione appaiono come il “prius” assoluto.

La moneta è  “l’impensato radicale” della scienza economica: come è stato detto giustamente nel seminario, gli economisti di quasi tutte le scuole (bisogna riconoscere che almeno Tremonti, ha parlato talvolta di “signoraggio” e di “illuminati”) partono dall’assunto che la moneta “è”, senza interrogarsi sulle sue origini storiche e sociologiche, che chiamano in causa anche aspetti giuridici fondamentali concernenti il problema della sua “proprietà”.

Qui interviene il discorso relativo al possibile incontro tra culture diverse, e il richiamo che ho fatto a Marx: taglio corto su questo aspetto, dicendo innanzitutto che alla fin fine non mi cale nulla se questo incontro ci sarà o no (il problema sono come sempre i contenuti da portare comunque avanti, anche se il terrore di certi Poteri forti nei confronti delle cosiddette “alleanze rosso-brune” dovrebbe o potrebbe costituire un deterrente contro le chiusure settarie); pubblicando di poi qui a fianco, in forma jpg, un estratto di Marx “corporativista” antifinanziario, che potrebbe costituire un documento utile per tutti; e dicendo infine che la migliore sintesi della discussione che si è svolta al Convitto nazionale l’ha espressa ancora una volta Sciarra, quando ha ricordato che il sottolineare e svelare la truffa della moneta, e dunque lo “sfruttamento (finanziario) dell’uomo sull’uomo” non vuol dire negare l’altro “sfruttamento …” marxiano doc, quello del capitalista ai danni del salariato. E’ proprio la dimensione storica e sociologica che aiuta a capire o forse obbliga, al doppio percorso di indagine critica: sia della figura del capitalista industriale che, come descritto da Marx ne Il Capitale, sfruttava fino a 12 ore al giorno anche donne e bambini a fini di profitto, sia di quella del capitalista finanziario che ponendosi al di sopra della contraddizione capitalista (produttivo)-operaio, sfrutta entrambi attraverso il controllo-emissione della moneta e l‘ “usura”,  danneggiando ovviamente soprattutto i salariati e i “proletari”, le persone cioè prive di altra proprietà che la propria prole.

Questo detto, mi sembra anche giusto sottolineare il rischio di un possibile limite emerso da alcuni accenni del convegno: quello di una visione localistica e abruzzocentrica del messaggio auritiano, che invece ha diritto a cimentarsi non solo a livello nazionale, ma addirittura a livello internazionale. L’ “aristocratico abruzzese” Auriti è portatore di un messaggio che può valere  per tutta l’umanità perché centra il nocciolo della storia universale della Moneta e della Banca. Eccolo dunque immerso come una barca di salvataggio nell’oceano della crisi internazionale che sta colpendo tutto il pianeta. Come dice giustamente Savino Frigiola, che ho avuto il piacere  di vedere e conoscere a margine del seminario, la crisi internazionale moltiplica la potenzialità riparatrice della teoria monetaria di Giacinto Auriti. Ma allora, il problema è guardare a quel che si muove nel mondo, e individuare chi sono  potenziali interlocutori  del progetto “sovranità popolare della moneta” in una fase storica caratterizzata da una conflittualità molto alta.

Metto di nuovo subito i piedi nel piatto, avviandomi alla conclusione. Tra gli altri possibili, lo sguardo dovrebbe essere rivolto innanzitutto all’Islam, o per meglio dire, non può essere rivolto ai nemici del mondo arabo e islamico che dal 1991 hanno provocato guerre e distruzioni nella regione vicino e mediorientale. Per almeno tre motivi:

 

1) il primo è che è l’Islam ad essere portatore di una cultura antiusuraria che ricorda quella ormai in crisi – almeno dall’illuminismo e Bentham in poi: ma si potrebbe risalire fino ai banchieri Templari – del cristianesimo e della Chiesa cattolica. Ovviamente la guerra è in atto, una guerra che vede il mondo arabo e islamico sotto minaccia costante: molti analisti hanno ricordato che la guerra di Libia ha riguardato e riguarda non tanto o non solo il solito petrolio, ma anche e forse soprattutto la struttura bancaria della Jamahirya, e una strategia gheddafiana di interventi mirati in settori e gangli economici occidentali i quali, pure appartenenti alla stessa “logica”-“ratio” dei paesi ospiti, sono stati conflittuali con la strategia della grande “finanza laica” che domina il pianeta e le grandi Borse occidentali.

Ma se questo è vero, è comunque nella resistenza arabo-islamica all’oltranzismo occidentale la sponda utile per cambiare gli equilibri anche nel mondo cosiddetto libero, e questo grazie allo “statuto” originario dell’islamismo. Alcuni mettono l’uno a fianco dell’altro alcuni passi del Deuteronomio e i versetti del Corano pretendendo di equiparare le due precetttistiche sotto lo stesso segno antiusurario: non è così, nell’Antico testamento il “fratello” e il “prossimo” sono tali in senso tribale, e ai goym può benissimo essere applicato il prestito a interesse. La tradizione antiusuraria del Corano – una tradizione che rifletteva la contraddizione materiale tra l’economia mercantile delle carovane del deserto, e quella “proto-bancaria” dei bottegai ebrei prestatori di danaro a Medina o a La Mecca -  è permeata invece dalle caratteristiche universaliste dell’Islam, in questo simile al cristianesimo, e come questo diverso dall’ebraismo;

2) Sarebbe dunque pericoloso accentuare, nelle scuole auritiane, l’identità cristiana fino a posizioni lepantine e fallaciane: vorrebbe dire solo fare dell’autolesionismo e danneggiare la stessa causa del giurista teramano. La Fallaci, presunta “esule” dall’Italia nonostante i miliardi guadagnati in patria, ha coltivato il suo odio verso l’Islam in quel di Manhattan, il cuore dell’America ebraico-sionista. Come hanno ricordato Walt e Meirsheimer nel loro saggio sulla “lobby israeliana” e in Italia Christian Rocca de Il Foglio nel suo libro sui neocons (tutti ebrei sionisti, ha scritto Rocca), chi ha trascinato gli Stati Uniti e dunque l’Occidente intero allo scontro di civiltà con il mondo arabo-islamico è il mondo che ruota attorno all’oltranzismo ultranazionalista sionista: questo mondo è di molto differente da quello che ha mostrato ostilità a Auriti finché è rimasto in vita? E’ difficile affermarlo, è difficile non aprire gli occhi su certe pur utili aperture mediatiche alla figura del giurista abruzzese: invero non si capisce, o forse non capisco, come Oriana Fallaci e la stampa laicista e finto-progressista  possano essere un riferimento per chi intenea battersi per un Occidente diverso, capace di sviluppo grazie a una economia diversa caratterizzata tra le altre cose da una moneta “proprietà del popolo”.

3) Tutto questo conduce ad un terzo motivo, che è anche una conclusione: non è utile una riflessione  a compartimenti stagni sulla sfera monetaria-finanziaria e sul fenomeno del mondialismo, così come sarebbe perdente una battaglia “a rate” su questi terreni difficilissimi: chi si batte contro la guerra alla Libia ma nulla gli interessa di Auriti; chi si occupa della moneta ma disprezza l’islamismo come i neocons di Bush; chi insiste sulla sola Palestina, chi guarda alla Cina o alla Russia o a Chavez. Invero, pur tra contraddizioni e arretramenti sono emerse negli ultimi anni tendenze significative del chi dove come e perché si oppone al nuovo ordine postbipolare e al dualismo egemone degli ultimi venti anni, con in testa gli Stati Uniti e il suo principale alleato e concorrente mediorientale.

Il mondialismo, che attraverso gli Stati “sovrani” e le loro contraddizioni lobbistiche ha prodotto le guerre che hanno  distrutto la Jugoslavia di Milosevic e l’Iraq di Saddam, hanno aggredito la Libia di Gheddafi, e stanno minacciando adesso la Siria e l’Iran, necessita di essere contrastato innanzitutto da un’analisi organica e coerente delle forze in campo e delle strategie dei nemici dello sviluppo dei popoli e della pace.

Ovviamente, molti dei referenti possono non piacere alle identità europee e cristiane: i tempi di Mattei e La Pira – il sindaco della pace, artefice dei Dialoghi euro mediterranei in quel di Arezzo, fine anni Cinquanta – sono lontani  e oggi l’immigrazione senza freno mette oggettivamente in crisi le identità tradizionali europee, in primis quella cristiana. Da cui eventuali reazioni fallaciane e lepantiste anche tra i migliori.

Nondimeno il passo andrebbe fatto: riflettendo proprio allo stesso modo con cui alcuni hanno commentato l’evento Auriti del 23 settembre scorso - il richiamo all’importanza del Diritto nell’affrontare la questione della moneta e della sua proprietà, per opporsi a un vero o presunto dogmatismo economicista che impedirebbe di cogliere la “verità” in questo campo del sapere -  riflettendo cioè anche in questo caso in punto di diritto attraverso la fuoriuscita dall’autorappresentazione identitaria cristiana o europea, la soluzione non sta nel trovare “i nostri” in questo o quello scacchiere di crisi internazionale attuale, ma semplicemente nel ragionare in termini di diritto internazionale e di sovranità nazionali-statuali da difendere. Il mondialismo lievita sulla distruzione, balcanizzazione e asservimento degli Stati sovrani, quelli – sì, proprio quelli – sortiti dalla II guerra mondiale e dalla decolonizzazione, ormai inutili ai suoi disegni.

Se questo è vero, può non piacere Ahmadinejad o Hamas o Hezbollah o Gheddafi, perché si è fieri sostenitori dell’identità cristiana occidentale. Ma, se non si vuole finire nella deriva del criminale Breivik, gli stati sovrani del Medio e Vicino Oriente vanno difesi dall’assalto mondialista che si basa - secondo prima facie giuridica - sulla distruzione del Diritto internazionale, sull’assenza cioè di qualsiasi regola nella convivenza tra Stati che non sia quella della giungla. Non bisogna dunque solo ricordare l “aristocratico abruzzese” Auriti: bisogna “portare a Teheran” e nel mondo arabo Auriti, per rafforzarne il messaggio e renderlo il più operativo possibile: senza dogmi “religiosi” ma con la convinzione - a me pare condivisibile da tutti -che esso costituisce un primario avvio di risposta alla crisi economica e agli assalti borsistici della nostra difficilissima fase storica.

 

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29 luglio 2011
CASO NORVEGIA: LA DISINFORMAZIONE
TRA DIFFUSIONE DI NOTIZIE FALSE
E OCCULTAMENTO DI NOTIZIE VERE

Claudio Moffa

Nessun ottimismo è possibile, anzi: siamo comunque solo in rete e siamo pochi, sotto avvisaglie terroristiche che inducono spesso ciascuno a prendere le distanze dal “vicino di interpretazione”. E' un fatto comunque che Moffa, Blondet, Atzmon, Megachip, Infopal e adesso anche Gabellini, hanno messo insieme i tasselli certi della strage di Oslo e hanno offerto ai rispettivi lettori l'interpretazione più plausibile per spiegare l'attentato del “folle solitario”: primo, comunque, Breivik è un sionista, ammiratore e sostenitore nero su bianco nel suo dossier sulla cosiddetta “indipendenza europea”, di Israele. Secondo, tante voci della Norvegia, dai giovani assassinati alle alte sfere governative, avevano espresso nei giorni precedenti il massacro di Utoya e le bombe di Oslo delle posizioni duramente ostili a Israele, annunciando - dopo iniziative radicali datate come il boicottaggio di due ditte israeliane interessate allo sfruttamento dei giacimenti petroliferi: gesto inaudito per un paese europeo - due drastiche misure in sfida allo Stato ebraico: il riconoscimento dello Stato palestinese e un embargo economico contro quella che i paesi arabi chiamano talvolta, ancora, l' “entità sionista”. Dire che queste misure non rappresentano un pericolo per Israele vuol dire semplicemente ignorare la storia del conflitto israelo-palestinese, marcata sempre dall'ossessione sionista di imporre la propria legge della giungla non solo ai paesi arabi, ma a tutto il mondo. Opporre alla posizione coraggiosa e determinata della Norvegia vs. Israele che essa non è credibile perché la Norvegia è nella NATO, vuol dire fare della NATO un feticcio e azzerare la positività delle posizioni della Turchia dal 2009 in poi – fermo restando che lo stallo oggi di Ankara è analogo a quello di paesi che non fanno parte della NATO, ad es. l'Iran e la Russia – e azzerare anche la rilevanza del caso Mattei di mezzo secolo fa. La NATO non è un monolite senza possibilità di contraddizioni interne, anche se non soprattutto sulla questione sionismo.

La situazione è fluida. Vedremo come andranno le indagini – il vertice europeo dell'altroieri è stato probabilmente luogo di pressioni anche per “ben” indirizzare la polizia di Oslo, ma non è detto che l'imbavagliamento riesca. Vedremo se a settembre ci sarà o no uno scatto di dignità-reazione non solo della Norvegia ma di tutta l'Assemblea generale dell'ONU, che dovrebbe votare sì o no sul riconoscimento dello Stato palestinese. Vedremo anche se oltre a Megachip anche Giulietto Chiesa e altri commentatori esprimeranno la loro posizione sulla vicenda norvegese, e quale, tenuto conto del terrorismo psicologico in fieri contro chi osa ragionare e far circolare dati di fatto indubitabili tra i suoi lettori.

Vedremo tutte queste cose, epperò un dato è certo: i grandi mass media e i “grandi” opinionisti non hanno solo offerto interpretazioni diverse sull'attentato da quelle sopra citate, rincorrendo tutte le piste immaginabili altre che quella israeliana, ma – attenzione, questo è il punto chiave – hanno celato a milioni di lettori, telespettatori, ascoltatori le stesse unità di notizia, base per qualsiasi commento, impedendo così ai non addetti ai lavori di farsi una propria opinione su quanto accaduto.

Occorre considerare in effetti due diverse tecniche di disinformazione:

I°) Quella più nota e ovvia à la disinformazione consistente nella diffusione di notizie false , come nel caso delle armi di distruzione di massa di Saddam, dei 10.000 morti ad opera di Gheddafi nei primi giorni della ribellione bengasina, dei morti di Timisoara, o anche dell'attribuzione della strage di Oslo, nelle prime ore, con tanto di barbuto islamico sugli schermi televisivi, alla solita “Al Qaeda”. Questo tipo di disinformazione potrebbe essere contestualizzata in una logica, come dire, di breve durata, perché finalizzata alla svolta politico-militare – sempre o quasi segnata da violenza – perseguita: la guerra del 2003 contro l'Iraq, la guerra NATO contro la Libia, la fucilazione di Ceausescu, l'impatto mediatico della tragedia norvegese. I falsi vengono alla fine scoperti, ma quasi sempre a obbiettivo politico raggiunto.

II°) Ma c'è anche una seconda tecnica di disinformazione, collocabile in una prospettiva di lungo periodo, più profonda, e che consiste nell' omissione di notizie vere, di dati di fatto indubitabili e utili a farsi un'opinione diversa da quella-e dominante-i. Nel caso di Israele e del sionismo questo tipo di disinformazione è molto più diffuso di quanto si creda. Ecco alcuni esempi:

1)    Il 20 marzo 2003 (o forse il giorno dopo) Saddam Hussein in video conferenza commenta l'attacco anglo-americano con le seguenti parole, trasmesse in traduzione simultanea dal TG1: “gli americani, gli inglesi e dietro di loro il maledetto sionismo …”.   Quest'ultima unità di notizia (non dell'interpretazione di Saddam della guerra, ma del fatto che aveva pronunciato quelle parole) sfugge alla censura perché la traduzione dell'interprete arabo è in simultanea, ma nessun organo di informazione il giorno dopo – nonostante la sua utilità a fini di demonizzazione ulteriore di Saddam, l' “antisemita”, il “folle” etc. – l'ha pubblicata. Giammai che qualcuno potesse sospettare che Saddam aveva ragione, o che potesse spiegarsi perché nel 1991, di fronte al primo intervento anglo-americano, Saddam – fosse giusta o sbagliata la sua percezione del potere del sionismo sulle politiche estere di Washington e Londra – avesse lanciato dei missili contro lo Stato ebraico. Tutti zitti: ed è impensabile che nelle ore drammatiche dell'avvio della guerra, non ci fossero all'ascolto del discorso teletrasmesso dal TG1 almeno uno delle centinaia di giornalisti di qualche testata grande o piccola esistente in Italia.

2)  Pochi giorni prima lo scoppio della guerra del 2003, anche il congressista americano Jim Moran aveva espresso un'opinione simile a quella di Saddam: “perché, presidente Bush, dai il via a una guerra che fa gli interessi non degli Stati Uniti ma di Israele?” era stata più o meno la domanda.  Ma questa unità di notizia viene censurata dalla rete mediatica, almeno in Italia. Moran, subito accusato di “antisemitismo” dalla lobby israeliana, avrebbe poi prontamente ritrattato le sue parole e più tardi sarebbe finito tra i nomi dei politici, attori, etc. USA pronti a denunciare l'inesistente “genocidio” del Darfur, campagna mediatica poi dilagata anche in Europa e che avrebbe costituito la premessa del mandato di cattura internazionale  della CPI contro il presidente sudanese Al Bashir del 2009, per fortuna andato a vuoto per la reazione pronta del Sudafrica e di altri paesi africani. Si ricordi che Elie Wiesel, intervenendo all'ONU nel 2005, aveva citato come più grave “genocidio” della nostra epoca, proprio il Darfur. Con buona pace degli americocentristi, era ed è Israele il principale nemico del Sudan, secondo tradizione storica che risale alla guerriglia Anya-Nya degli anni Sessanta, e secondo le notizie rintracciabili anche sulla stampa israeliana, relative al sostegno aperto di Israele alla guerriglia del Darfur, e ai sudanesi vittime della repressione governativa.

LA STORIA OCCULTATA

PARAGRAFO 2: INFORMAZIONI E LINK

fonte: http://en.wikipedia.org/wiki/Jim_Moran

AIPAC and the Iraq War

[ edit ] Comments prior to the Invasion of Iraq

Prior to the 2003 invasion of Iraq , Moran told an antiwar audience in Reston, Virginia , that if "it were not for the strong support of the Jewish community for this war with Iraq, we would not be doing this. The leaders of the Jewish community are influential enough that they could change the direction of where this is going, and I think they should" . This brought criticism from many of his own party, including, among others, Senate Democratic Leader Tom Daschle and Senator Joe Lieberman . Nancy Pelosi , who was House Minority Leader at the time, remarked that "Moran's comments have no place in the Democratic Party." [59]

3)  Ma andiamo a leggere due intere pagine del Corriere della Sera sul Darfur appunto (Corriere della Sera del 13 3 2007). La firma è Bernard Henry Lewy, uno di quegli intellettuali ebrei e proisraeliani attivissimo ogni volta che bisogna colpire e demonizzare i veri o presunti  nemici dello Stao ebraico: ebbene, Lewy non cita le notizie di cui sopra – né cita il fatto che la campagna sul “genocidio” del Darfur è stata attivamente lanciata e sostenuta dal sito del Museo dell'Olocausto ancor prima il discorso citato di Elie Wiesel. Tace semplicemente l'unità di notizia. E' un conflitto, quello tra Kartum e i guerriglieri, tra il cattivo arabo e i suoi crimini, e i purissimi guerriglieri aiutati da nessuno se non dalle campagne di solidarietà della grande stampa (ovviamente neutra quanto a indirizzi, e molto sensibile ai “diritti umani”, almeno in Sudan) e della rete mediatica mondiale.

LA STORIA OCCULTATA

PARAGRAFO 3: INFORMAZIONI E LINK

Darfur: in ben due pagine di reportage sul Corriere della sera del 13 3 2007 Bernard Henry-Levy evita di citare (archiviostorico.corriere.it/2007/marzo/13/Nel_Darfur_terrorizzato_ difendere_con_co_9_070313050.shtml) semplicemente il sostegno di Israele, del Museo dell'Olocausto e della lobby americana, alla guerriglia antigovernativa. Eppure le notizie ci sono, negli USA e in Israele in particolare.Il caso Darfur - una guerriglia islamica appoggiata da Israele - non è unico: anche gli islamisti ceceni, i musulmani bosniaci, i kosovari albanesi, alcune fazione curde, sono sostenuti o da singoli magnati sionisti (Berezovsky e Soros) o direttamente da Israele. Attenzione, ne hanno parlato e scritto anche il Corriere della sera , o altra stampa aiutorevole, ma quando poi si va ai riepiloghi o ai commenti, questo aspetto - l'esistenza di un islamismo proisraeliano alleato del sionismo - viene cancellato.

Ad es.

1) DARFUR COME AUSCHWITZ (vedi qui accanto le foto del servizio di cui al link tra parentesi http://globalvoicesonline.org/2007/08/01/israel-sudanese-refugees-like-darfur-as-auschwitz/

2) http://www.jpost.com/JewishWorld/JewishNews/Article.aspx?id=20232 US Jews leading Darfur rally planning
GAL BECKERMAN 04/27/2006 23:09.

3) Demonstrators hope to pressure Bush administration to help end conflict


4) Il filmato è visibile nella successiva finestra (2 bis)

5) (http://blockyourid.com/~gbpprorg/judicial-inc/op_darfur_snow.htm)
The Mysterious Israeli Connection Israel reportedly provides military training to Darfur rebels from bases in Eritrea, and has strengthened ties with the regime in Chad, from which more weapons and troops penetrate Darfur. The refugee camps have become increasingly militarized. There are reports that Israeli military intelligence operates from within the camps, as does U.S intelligence. Eritrea is about to explode into yet another war with Ethiopia



Guerriglia darfuriana e Israele: una alleanza consolidata, anche ricorrendo
- come in Bosnia - alla politica di accoglienza dei rifugiati, prodotto della guerra

4)  Proseguiamo con la la Libia. All'inizio della crisi libica – quella trasformatasi poi in guerra – mentre alcuni mass media israeliani scrivevano che Gheddafi sarebbe di origine ebraica – nessuno dei grandi media in Italia ha parlato del durissimo attacco a Israele e alla CPI di Gheddafi nel 2009, notizia riportata all'epoca dalla stessa Repubblica con tanto di replica di Tel Aviv (“Gheddafi è un bulletto da circo”). In tal modo, il segno sionista o quanto meno anche sionista della guerra di aggressione alla Libia – ben simboleggiato dai due falchi dell'aggressione: Cameron e soprattutto Sarkozy - è rimasto occultato.

LA STORIA OCCULTATA

PARAGRAFO 4: INFORMAZIONI E LINK

"Quel circo equestre itinerante che è Gheddafi - dice il portavoce del ministero degli Esteri israeliano, Yigal Palmor - è divenuto da tempo uno show tragicomico che imbarazza chi lo ospita e la nazione libica che ne paga il conto. Mi chiedo se vi sia ancora qualcuno al mondo che prende seriamente ciò che dice quest'uomo. Noi comunque siamo certi che nessuno stato darà peso alle azioni teppistiche di questo bulletto". Aprite il pdf qui sotto, e leggete: così scriveva Repubblica appena nell'agosto 2009. Una polemica violentissima quella tra Libia e Israele, scatenata esattamente 10 giorni dopo il rientro a Tripoli da Londra di uno degli accusati del crimine di Lockerbie, da Gheddafi stesso.
Ebbene, meno di due anni dopo, fonti di Tel Aviv - in particolare citando un servizio di una TV israliana - diffondono la leggenda di un Gheddafi ebreo, figlio - un po' come Totò nel famoso film - di una ebrea fuggita da Israele nientedimeno perché il marito la picchiava (!!) e andata in sposa a uno sceicco che - beninteso - viveva in una tenda nel deserto della Sirte. Una balla incredibile, in cui casca persino Blondet manifestando un discreto odio e disprezzo verso Gheddafi, l'artefice odierno della strabiliante resistenza libica che pure lui stesso - Blondet - ha elogiato in un suo recente articolo. MA QUESTO E' NIENTE: L'OCCULTAMENTO DEL SEGNO FONDAMENTALE DELLA GUERRA D'AGGRESSIONE ALLA LIBIA PASSA PER IL SILENZIO TOTALE ATTORNO A DUE NOTIZIE: la prima è appunto il durissimo attacco di Gheddafi a Israele nel 2009, appena citato. Nessuno in Italia lo ricorda, nessun giornalista, nessun commentatore. Come dire, dal Figlio dello sceicco - per restare a Totò - allo Smemorato di Collegno. Professionalità del ceto giornalistico, zero assoluto.
La seconda è la vera natura politica di Sarkozy, filosionista come nessun altro leader occidentale (vedi la finestra 5). Così l'analisi della guerra viene mondata dal peccato di parlar male di Israele, e su questo tutti concordano: destra, centro e sinistra, ivi compresa certa intelligente coglioneria estrema, che ciancia di sicari europei al soldo di Obama, e accusano il solito "imperialismo americano" per una guerra da cui - è evidente anche ai ciechi - Obama sta cercando in tutti i modi di svicolare, esattamente come Berlusconi.


clicca sul'immagine per ingrandire

5)  Le foto di Sarkozy “l'israeliano” – sono in questa pagina fb, alla sezione foto – circondato da rabbini, o da striscioni dell'AIPAC – emblema di una carriera politica del presidente francese fatta tutta , dal 1983 ad oggi, col supporto attivo della lobby prima solo francese poi anche americana - non sono mai state pubblicate da nessun importante organo di informazione italiano. In tal modo, non solo alcuni commentatori hanno potuto liberamente paragonare nel 2007 l'elezione di Sarkozy  a quella del pro-arabo De Gaulle, ma, di nuovo, la guerra di Libia è stata espunta di un dato di fatto atto a darne una interpretazione corretta, o quanto meno altamente probabile;

LA STORIA OCCULTATA

PARAGRAFO 5: INFORMAZIONI E LINK


SARKOZY, UNA CARRIERA ALL'OMBRA DELLE LOBBIES FRANCESE E AMERICANA. UNA CARRIERA OCCULTATA DAI MASS MEDIA E DALL'ESTREMISMO ANTIAMERICANISTA IN RETE



IL CASO SARKOZY: "Avevamo avuto Léon Blum e Mendès France Primi ministri, ma non si era mai avuto un Ebreo eletto a suffragio universale, è un grande successo! E inoltre con Kouchner ministro degli affari esteri, cosa volete di più? Allora vado a chiedere al mio amico Kouchner: “Quand'è che riconoscerai Gerusalemme capitale di Israele?”" : così salutava la vittoria di Sarkozy alle elezioni presidenziali il vicepresidente dell'Associazione Francia Israele George Freche, un ex deputato espulso dal PS per certi suoi “eccessi” verbali.  Come documenta con riferimenti precisi a articoli di giornali francesi e altre fonti, Paul-Eric Blanrue, Sarkozy, Israel et les Juifs, Belgio 2009, TUTTA LA CARRIERA DI SARKOZY SI SVILUPPA DAL 1983 IN POI GRAZIE AI SUOI STRETTISSIMI LEGAMI CON LA COMUNITA' EBRAICA FRANCESE PRIMA E QUELLA AMERICANA POI. A Neuilly “il  giovane sindaco strinse molto presto dei legami con le famiglie influenti e celebri, di cui sollecitava i doni e che elogiavano le sue prese di posizioni coraggiose da lui esternate in occasione delle feste della comunità locale – Pesach, Purim, Kippur. “ Il legame tra i Loubavitch di Neuilly (la corrente messianica maggioritaria nella cittadina) e Nicolas Sarkozy è molto forte , avrebbe detto il capo della sinagoga locale David Zouai. Il sindaco fa così il grande salto, e nel 1993 diventa ministro degli interni. Zouai  “gli regala una scultura  con le sette leggi di Noe' ricevute da Mose' e un libro di preghiere in francese  in ebraico risalente a Napoleone III ”, dicendogli: “ ve l'offro a condizione che voi diveniate un giorno presidente ”. Così fu: e i media tacquero del passato di rabbi Sarkozy, anzi ne parlarono come di un nuovo De Gaulle, il presidente francese artefice della svolta di pace con la cruenta guerra di liberazione algerina. Professionalità del ceto giornalistico? Zero.
LA VICENDA SARKOZY CI INSEGNA UN LEITMOTIV DELL'INFORMAZIONE SU ISRAELE E DINTORNI: le unità di notizia ci sono, ma nessuno le assembla e ne deduce - nel caso specifico - l'indubitabile quadro di un presidente francese legato mani e piedi a Israele. Il tentativo di Gheddafi di comprarlo finanziandone la campagna elettorale, non cambia questo dato di fatto, semmai dimostra con quanta intelligenza si è sempre mosso il leader libico per ostacolare il suo nemico di sempre, con "piccole" regalie - l'aiuto elettorale a Sarkozy - e con i grandi capitali della ricca Libia piazzati in Italia, in Africa e nel mondo. Ma torniamo al punto, e passiamo dai commenti e articoli alle immagini: AVETE MAI VISTO PUBBLICATA SU UN GIORNALE ITALIANO, LE FOTO QUI ALLEGATE? NO, nemmeno (anzi soprattutto) quando Sarkozy ha aggredito, assieme alla Libia, anche gli interessi nazionali italiani. L'IMMAGINE NEGATIVA DI ISRAELE VA SEMPRE EVITATA, OCCULTATA


Il presidente francese, onnipresente a tutte le cerimonie ebraiche, dal 1983 ad oggi

6)  A proposito di foto: la foto del cartello BR nelle mani dell'ingegnere dell'Alfa Romeo Michele Mincuzzi, vittima di un sequestro lampo da parte di Mario Moretti, foto che comparve all'epoca sulla stampa italiana e che suscitò le ire di Franceschini e Curcio all'epoca in carcere, perché – questa l'accusa dei due leaders storici delle BR al neo-capo – la stella raffigurata nel cartello in mano al rapito aveva 6 punte e non 5, NON COMPARE OGGI SU INTERNET: digitate “michele mincuzzi” su google-immagini e troverete centinaia di immagini, alcune delle quali riferite alle BR, ma non appunto quella del sequestro Mincuzzi. Diversi i rapiti, tra cui Sossi di Genova, e molte le stelle sempre a cinque punte. Potrebbe essere un tassello minimale, ma il problema è che poter vedere e far circolare quella foto vuol dire aprire una finestra di dubbio sul caso Moro: se cioè non avesse ragione il Presidente della Commissione Stragi Giovanni Pellegrino a sostenere pubblicamente nel 1999, durante la guerra di Jugoslavia, la possibilità-legittimità della pista Mossad nel rapimento dello statista proarabo e nemico di Henry Kissinger, Aldo Moro appunto.

LA STORIA OCCULTATA

PARAGRAFO 6: INFORMAZIONI E LINK

Nella foto, una rarissima foto del sequestro Mincuzzi, attuato da Mario Moretti, l'assassino del filoarabo e nemico di Kissinger Aldo Moro. Al 28-29 luglio, cliccando Michele Mincuzzi su google-immagini, la foto non compariva: ce ne erano-sono altre con il sequestro Sossi e con volantini vari, tutti rigorosamente con stelle a 5 punte. Nell'interpretazione di Franceschini, audito dalla Commissione Stragi, Moretti era una spia del Mossad e quella foto era un segnale che adesso (anno 1974) era lui a controllare l'organizzazione "comunista". Del caso Moretti ha scritto, con tre paginate su la Padania, persino il Dimitri Buffa prima di passare all'altro e più proficuo campo. Franceschini aveva raccontato che lui e Curcio erano statiavvicinati dal Mossad: in pratica Israele dava via libera alle BR: "fate quel che volete" noi vi appoggiamo, era stato il messaggio. L'OBBIETTIVO EVIDENTE ERA DESTABILIZZARE L'ITALIA, COERENTEMENTE CON LA STRATEGIA DI SEMPRE DI ISRAELE: VIVERE DI CAOS E DI GUERRE CONTRO E TRA I GENTILI, PER CONTINUARE INDISTURBATO L'OCCUPAZIONE DELLA PALESTINA.
Curcio e Franceschini rifiutarono e poco dopo vennero arrestati. Entra dunque in scena Moretti, l'ing. Borghi nel cui covo di via Gradoli venne scoperta la chiave di un' "auto rubata", di proprietà di una importante famiglia ebraica romana.

"E' consuetudine del Mossad lasciare un'ombra di mistero intorno
a tutte le operazioni che gli vengono attribuite. Non conferma né smentisce”

Eric Salerno, Mossad, base Italia. Le azioni, gli intrighi, le verità nascoste , Il Saggiatore, Milano 2010 p. 162

7) Caso Moro bis: nel gennaio 2002, tra l'altro in coincidenza delle prime interpretazioni cosiddette “complottiste” sull'11 settembre, Paolo Mieli, che allora curava la pagina delle Lettere al Corriere della sera , pubblica in apertura una domanda di un lettore che gli chiede lumi sul caso Moro: chi lo ha ucciso? E' vero che si è trattato di un complotto internazionale? Mieli risponde citando uno storico americano collaboratore della rivista di Perfetti, del quale riprende la teoria che la tesi complottista era infondata, ed era stata divulgata dagli ex comunisti pro-BR che all'epoca avevano inneggiato all'assassinio di Moro, e che poi, pentiti e rinsavitisi dal punto di vista etico, si erano rifugiati nell'idea di un complotto esterno che li salvasse.  
Attenzione, non è da entrare qui nel merito di questa teoria pseudopsicologica abbastanza strampalata: il fatto da sottolineare è invece che il giornalsita e storico Mieli, elenca sì le piste complottiste più note di cui si era parlato a proposito del Caso Moro - Cia, Kgb e  P2 di Licio Gelli – ma omette di citare (dicesi semplicemente citare) il termine Mossad: la pista cioè di cui avevano riferito in decine di articoli per diverse settimane – su input come già detto, dell'on. Pellegrino – i giornali e i media italiani nel non lontano 1999.
Come dire: il complottismo è comunque sbagliato, ma vada per parlare a destra di KGB e a sinistra di CIA e P2: giammai invece parlare, anzi citare, l'ipotesi Mossad. Proibito, come da “lezione” data all'on. Pellegrino – parlamentare italiano eletto dal popolo – da Galli Della Loggia a “sinistra” e da Ferrara a destra sul Corriere e su Il Foglio . Un attacco violentissimo e contestuale, che indusse il Presidente della Commissione Stragi a ritirarsi e a tacere per sempre sulla questione.

8)  Caso Spatuzza: nel dicembre 2009 il pentito Spatuzza accusa Berlusconi delle bombe del 2003 a Roma, Firenze e Milano. Si sviluppa un dibattito politico-giornalistico che dura mesi, assurdo non solo per il credito che a sinistra riceve il pluriassassino “testimone”, pur di dare addosso a Berlusconi, ma anche perché nessuna ricorda, pare, una notiziola interessante diffusa dall'allora ministro Mancino in parlamento, in risposta da alcune interrogazioni parlamentari appunto sugli attentati di quell'anno: “la rivendicazione – disse più o meno il futuro relatore e promotore della famigerata legge Mancino – è stata fatta da una organizzazione islamica, attraverso un cellulare di un cittadino israeliano ”. La notizia era stata riferita, con serietà professionale, proprio da Paolo Mieli, e se io cito questo suo merito è anche per far capire che la questione che sto sollevando, non è ad personam, ma comunque è tale e va posta all'attenzione di tutti.
Tutti zitti comunque, nelle controrepliche e nei successivi interventi, i parlamentari di destra, di centro e di sinistra. Tutti zitti i giornalisti. Ovviamente, quella rivelazione in atto pubblico non sembra aver interessato minimamente nemmeno la magistratura: chissà se è mai stato aperto un fascicolo sul caso, e chissà se qualcuno ha pensato di interrogare il proprietario del cellulare del cui nome evidentemente Mancino era venuto a conoscenza.

LA STORIA OCCULTATA

PARAGRAFO 8: INFORMAZIONI E LINK

Dicembre 2009, il pentito Spatuzza accusa Berlusconi di essere il mandante delle bombe del 1993 a Roma, Milano, Firenze: una tesi incredibile, di un pluriassassino usato da magistrati disinvolti come fonte di "verità". Ma il punto qui da considerare non è questo: è invece da sottolineare che dopo quelle dichiarazioni, si sviluppa un dibattito per circa sei mesi, tra giornalisti e politici, tutto incentrato su Berlusconi sì-Berlusconi no. Nessuno ricorda - NEPPURE PER SMENTIRLA - l'unità di notizia pubblicata dal Corriere della Sera di Mieli su una rivendicazione "islamica" degli attentati proveniente da un cellulare "di proprietà di un cittadino israeliano". In sé, la notizia - che non è solo giornalistica: era stato il ministro Mancino a rivelare il fatto in Parlamento rispondendo alle interrogazioni parlamentari sugli attentati - potrebbe sembrare secondaria: ma assommate questo specifico occultamento, o se volete questa smemoratezza,  ai tantissimi altri relativi ad altri eventi piccoli o grandi della storia recente e passata riguardanti Israele, e emergerà una tecnica di disinformazione costante e reiterata nel tempo a danno della verità e della ricerca della verità, a danno delle corrette investigazioni da svolgere (venne aperto un fascicolo dalla Procura di Roma dopo la dichiarazione del ministro Mancino?) e ovviamente, a vantaggio di Israele


L'estratto dagli Atti parlamentari con la dichiarazione di Mancino sulla rivendicazione finto-islamica delle bombe del 1993 e il trafiletto del Corriere della Sera che riporta l'unità di notizia


Si potrebbe continuare con numerosi altri esempi. Quello che va sottolineato, di nuovo, non è la questione dell'interpretazione di fatti: uno può essere d'accordo o no sulla pista Mossad in questo o quel caso , può essere o no un negatore assoluto dell'esistenza di complotti e di servizi segreti che complottano. Il problema è a monte, sul terreno dell'informazione secca, della notizia che viene nascosta o che finisce comunque occultata, magari anche solo per pigrizia mentale, una “pigrizia” che a sua volta però indotta dal clima terroristico che regna ogni volta che si parla di Israele in modo negativo.

Riflettiamo ancora: abbiamo parlato di eventi di cronaca sì, ma di valenza sicuramente storica. La questione dell'occultamento scivola in effetti anche sul terreno storiografico, e investe altri aspetti inquietanti: per fare un primo esempio, prima di concludere qui questo articolo, nel suo libro “Mossad base italia”, il giornalista e storico Eric Salerno – uno dei partecipanti al convegno del Master Enrico Mattei sul terrorismo del giugno 2010 – non solo ha disvelato un incredibile attivismo e una fortissima e diffusa presenza del Mossad nell'Italia negli anni Cinquanta – all'epoca del proarabo e pronasseriano Mattei – ma inoltre cita episodi e dichiarazioni che dovrebbero far riflettere tutti, a cominciare dagli storici interessati a difendere l'accessibilità e la trasparenza degli Archivi e che sono spesso ancora fermi all'epoca del fascismo-antifascismo e dei tentati golpe militari in Italia: p. 115:  si riferisce di fascicoli scomparsi all'Archivio di Stato, e in particolare uno titolato “ Israeliani in Italia ” (“ Il contenuto è stato distrutto ” è scritto sulla copertina)  e si accenna a “ archivi … ripuliti e molte storie sepolte “; p. 162: “è consuetudine del Mossad lasciare un'ombra di mistero intorno a tutte le operazioni che gli vengono attribuite. Non conferma né smentisce”; p. 191 (una sorta modalità “massonica” di informazione, rivolta alle elites che devono sapere, ma di cui non devono diffondere i contenuti specifici alle opinioni pubbliche): “quelli che devono sapere, sanno. E quelli che devono sapere, sanno che non c'è posto al mondo dove Israele non può agire” (Ehud Olmert).

La Norvegia è un'eccezione a questa “regola”? Difficile a credersi. E se sì, comunque, perché allora i grandi media non hanno riferito e non riferiscono tranquillamente e professionalmente tutte quelle unità di notizia su cui abbiamo sin qui ragionato e scritto in pochi?


26 luglio 2011
"LO TSUNAMI
DI NETANYAHU ...": RISPOSTA
AL PROF. ARIEL TOAFF

"Boikott Israel":
la foto che nessun organo di informazione italiano ha pubblicato

Sull'isola della strage nessun agente. E' a 30-40 km da Oslo, ma la polizia arriva solo dopo 80 minuti.

articolo pubblicato da Claudio Moffa su fb il giorno martedì 26 luglio 2011 alle ore 9.17

In un breve commento pubblicato sulla bacheca di una comune amica fb, il prof. Ariel Toaff scrive che mi sarei “affrettato senza alcuna prova ad attribuire la strage a Netanyahu, al Mossad e a Israele” con l'articolo “Lo tsunami di Netanyahu è arrivato: a Oslo” circolato in rete negli ultimi due giorni. In realtà ho fatto di peggio, rispetto alla vulgata mediatica seguita all'orribile strage di Utoya: ho parlato di fatti , li ho messi in fila e ho dedotto l' ipotesi più seria e credibile per capire le ragioni e le dinamiche profonde dell'eccidio. Altro che islamista, neonazista, cattolico fondamentalista e attentatore solitario:  Anders Behring Breivik è un massone, nemico accanito dell' “Eurabia”, sionista sostenitore di Israele e del suo “diritto a difendersi dal Jihad” (p. 1365 del suo dossier “2083 - Una dichiarazione d'indipendenza europea” ): e – secondo quanto ha dichiarato al giudice - ha agito con l'aiuto di due cellule. Vero o non vero – potrebbe anche trattarsi di una invenzione a fini propagandistici – di certo la sua esternazione è una prima smentita all'estremo tentativo – cadute una dopo l'altro tutte le superficiali invenzioni delle prime ore - di occultare la dimensione e la pericolosità della tragedia norvegese, attraverso una sua “spoliticizzazione” e riduzione a un'azione criminale di un folle (questo è sicuro) “solitario” (questo è assai difficile per un massone).

I fatti dunque. Ariel Toaff, che stimo profondamente e per il quale ho trepidato nei giorni in cui, nel 2007, veniva sottoposto a un linciaggio criminale in Israele (e non solo) per aver raccontato, sulla base di fonti accuratamente citate, alcune vicende terribili relative ai “riti di sangue” degli Ebrei nei confronti di bambini cristiani, converrà sicuramente che la verifica e lo studio dei fatti sono la base  fondante sia il mestiere di storico che quello di giornalista. E converra'  anche che sempre – come dimostra il suo eroico sforzo per la verità, che mi indusse all'epoca a chiedere a Israel Shamir di parlare della sua vicenda al convegno La storia imbavagliata di Teramo – la ricerca e la divulgazione di fatti richiede anch'essa, e non solo la loro successiva interpretazione, un impegno e uno sforzo notevole: oggi forse più che in passato, perché lo storico ha da fare i conti appunto con l'assedio mediatico che ha eroso qualsiasi potere e autonomia alla vera ricerca e alla vera accademia, decidendo lor signori, i grandi padroni multimediali e le loro proiezioni politico-giudiziarie (compreso il signor Gayssot), quale sia la “verità storica” su questo o quell'evento, e quale la verità giornalistica preludio alle “necessarie” guerre che hanno insanguinato il pianeta almeno dalla fine del bipolarismo. Le “armi di distruzione di massa” di Saddam, ad esempio.

E allora ecco i fatti che io ho elencato nel mio articolo, e quelli che continuano ad accumularsi – nel silenzio assordante di tutti i mass media – giorno dopo giorno, ora dopo ora: primo, la vigilia della strage, i giovani laburisti sull'isola di Utoya avevano organizzato un meeting pro-palestinese.

Secondo, nella stessa occasione il ministro degli esteri norvegese aveva ribadito con forza l'imminente riconoscimento dello Stato palestinese da parte di Oslo - quel riconoscimento richiesto anche da Obama e che aveva provocato la pronta reazione di Netanyahu,  “ci sarà uno tsunami”.

Terzo, l'annuncio definitivo del ritiro di Oslo dalla guerra della NATO contro la Libia.

Quarto, l'accusa alla Norvegia del ministro degli esteri israeliano di « promuovere l ' antisemitismo » a causa delle sue posizioni pro-palestinesi.

Quinto, il rifiuto due anni fa della Norvegia di accettare la cooperazione di Israele nello sfruttamento di alcuni giacimenti petroliferi nel mar del Nord: uno schiaffo fortissimo, che ricorda altri tempi, e al sottoscritto in particolare la fiera e decisa risposta di Mattei alla campagna di stampa sui rapporti tra ENI e Israele, poi scoperti esistere veramente per responsabilità di Cefis. Dicembre 1961, un mese prima dell'espulsione di questi dall'ENI, 10 mesi prima l'attentato mortale di Bascapé. All'epoca il rifiuto di Mattei, comunque atipico e prova di grande coraggio, aveva un suo retroterra storico comprensibile, il “rifiuto” di Israele da parte di tutto il mondo arabo, Nasser in testa. Oggi, un niet di questo tipo, ha qualcosa di ancor più eroico: è un messaggio di rigore etico-politico fortissimo, un segnale di coraggio per un ceto politico europeo ridotto al nulla assoluto quanto a autonomia dei propri valori e della propria ideologia presuntamente democratici.

Sesto, l'antiisraelismo diffuso – diffuso anche perché condiviso dalla leadership laburista norvegese – tra intellettuali, giovani, scienziati: come nel caso dei medici Mads Gilbert e Erik Fosse testimoni della guerra di Gaza.

Settimo, la recente minaccia di Tel Aviv – seguita alle condoglianze ufficiali – di rinnegare addirittura gli accordi di Oslo, quegli accordi che Rabin pagò con la vita nel 1994: una minaccia come dire, inopportuna dato il momento, a meno che il “momento” non sia assolutamente funzionale, come è, agli interessi della leadership israeliana che continua come sempre, sempre, sempre, a boicottare e rifiutare qualsiasi accordo di pace con i palestinesi diverso dal suo diktat.

Infine, ci sono le nuove notizie in progressione e combinate , ovvero da combinarsi , da una parte sull'identikit dell'assassino, quello prima accennato e confortato da altre unità di notizia circolate recentemente, e dall'altra sulla dinamica degli eventi del 22 luglio, dinamica che fa sempre più emergere la probabilità di forti connivenze interne alla Norvegia, a protezione della mano assassina di Brievik.

Ecco dunque da una parte le ulteriori prove che indicano l'ideologia non “antisemita” e “neonazista” - come scrive il prof. Toaff - ma razzista antiaraba e pro sionista dell'attentatore (la sua ammirazione per il blogger Fjordman, sostenitore di una Europa “giudaico-cristiana” decisamente filoisraeliana; e per il filoisraeliano razzista olandese Geert Wilders), e che dunque confermano il segno pro sionista, comunque , anche cioè fossero opera di un folle solitario, degli attentati di Oslo e Utoya.

Ed ecco dall'altra parte, a smentita della tesi dello stragista solitario che ha “copiato Unabomber” (!), e dunque del fatto che quegli eventi, con quel loro segno prosionista comunque indubitabile, siano riconducibili a una scheggia impazzita di una Norvegia in crisi, le notizie sulle carenze delle misure di sicurezza (a due giorni da una esercitazione antiterrorismo svoltasi in pompa magna!) e sui ritardi dell'intervento della polizia per bloccare e arrestare Anders Behring Breivik: nemmeno un agente sull'isola (solo un poliziotto in funzione di volontario del sevizio civile), e i tempi lunghissimi - a fronte della breve distanza tra l'isola e Oslo, una trentina di chilometri, pochi minuti di elicottero - con cui si sono mosse le forze dell'ordine: 80 minuti dopo l'inizio della strage.

Da questi fatti deduco che l'ipotesi Israele, Mossad, sionismo è assolutamente la più credibile. Forse sbaglio, ma assai meno di tutti coloro che sui grandi mezzi di comunicazione hanno disinvoltamente fatto incredibili figuracce professionali, inseguendo di volta in volta tutte le fantasie possibili – asserendole con convinzione, senza alcun dubbio – pur di non offrire al lettore, attenzione, non solo l'interpretazione che io do alla sequela di fatti prima elencati, ma addirittura i fatti stessi che di quale che sia interpretazione sono il fondamento primario.

Perché questo va sottolineato: l'occultamento della verità non riguarda solo l'editoriale e il commento, investe anche le unità di notizie sopra ricordate che sono assolutamente vere ma, che almeno nei primi due giorni dopo l'attentato, nessun mezzo di informazione ha diffuso. Persino la foto con lo striscione "Boycott Israel" è stata nascosta, almeno in Italia. Non mi dilungo, e concludo subito: è un meccanismo che ormai conosco a menadito, e sul quale mi impegno a  riprodurre prossimamente alcuni esempi precisi.

PS. Per inciso: il suo commento, caro Toaff, non compare dal mio account sulla bacheca della amica fb, contrariamente a tutti gli altri. Una stranezza che non so spiegarmi. Per fortuna, comunque, ieri sera tardi me lo ha trasmesso. Da qui un certo ritardo nel risponderle. Cordiali saluti, CM

IL COMMENTO DEL PROF. ARIEL TOAFF

Gli attentati e il massacro di decine di ragazzi a Oslo, perpetrato da un neonazista norvegese, fondamentalista cattolico, hanno scosso il mondo. La societa' occidentale ha dimostrato una volta di piu' di non essere immune da quelle malattie contagiose, che non sempre riescono a rimanere celate sotto la falsa immagine della modernita' e del progresso: razzismo, xenofobia, antisemitismo , intolleranza ideologica, estremismo religioso. Ma per combattere il morbo e' indispensabile diagnosticarlo senza preconcetti e analizzarne i sintomi senza deviare da un'impostazione corretta, rispettosa della verita' e non inquinata da interessi di parte. Cosi' purtroppo in molti casi non avviene. E mentre da una parte (vedi l'articolo sull'argomento del prof. Claudio Moffa su facebook) c'e' chi si e' affrettato senza alcuna prova ad attribuire la strage a Netanyahu, al Mossad e a Israele, intenzionati a colpire crudelmente la Norvegia, rea di appoggiare la causa degli arabi e pronta a riconoscere la proclamazione unilaterale dello Stato palestinese all'ONU, dall'altra i circoli sionisti piu' reazionari e faziosi anche in Italia (vedi l'on. Fiamma Nirenstein e il sito internet Informazione Corretta) non hanno avuto alcuna esitazione ad attribuirne la responsabilita', anche in questo caso senza alcuna prova, al terrorismo e fondamentalismo islamico, un cancro che divorerebbe l'indifesa societa' europea dall'interno. E' deprimente constatare che, anche di fronte ad avvenimenti tragici come quello che ha colpito la Norvegia, in molti casi la verita' viene piegata agli interessi dell'ideologia. Amica veritas, sed magis amicus Plato.


23 luglio 2011
LO TSUNAMI
DI NETANYAHU E'ARRIVATO: A OSLO

The Foreign Minister was met with claims that Norway must recognize a Palestinian state when he visited the Labour Youth League summer camp Thursday.

L'isola della strage: un pazzo isolato? Cui prodest la giornata di sangue e di terrore in Norvegia? Ai cristiani? Ai musulmani, che probabilmente dal veleno dei mass media occidentali e dalla tecnica perfetta dell'attentato saranno indotti alla guerra contro i "crociati"? A Obama, che si ritira dall'Afghanistan e si è defilato dall'aggressione alla Libia?

Ci risiamo, un attentato pauroso, che ricorda a molti l'11 settembre, e come nel 2001 il giornalismo “professionale” mostra la corda della propria superficialità, e del proprio opportunismo. Non ho letto tutti i commenti di oggi, ma le testate principali recitano il copione di sempre: o Al Qaeda – evidentemente l'unica pista internazionale possibile – oppure il nemico interno (La Stampa di Torino), con predilezione per il solito neonazista squilibrato e soprattutto isolato. Bello e fatto: norvegesi sfogatevi, libero Occidente stai allerta e continua e continua le guerre in Afghanistan in Libia e ovunque si annidi il pericolo naziislamico, per dirla con il maitre-à-inventer Jannuzzi de Il Tempo di Roma. Faranno coro a queste verità ridicole dell'opinionismo più o meno vip, il solito codazzo di cretini “troskisti”, “comunisti” né né, e a destra i “fascisti” così fascisti da adorare il sionismo oltranzista come espressione di  nobile e fiera identità nazionale, tanto fiero da razzisticamente considerare il fascismo italiano come espressione di una comunità di subumani. Nel caso specifico, assolutamente vero.

Quattro dati di fatto invece, pesanti come montagne, ci dicono non certo una verità opposta – perché probabilmente tra dieci anni non avremo ancora i risultati di alcuna inchiesta seria sulla strage di Oslo – ma una ipotesi opposta, assolutamente seria e credibile. Primo, Russia oggi riferiva alla vigilia dell'attentato che la Norvegia si starebbe per ritirare dalla Libia. Notizia ritornante durante tutta la guerra della NATO contro Gheddafi, ma che oltre ad essere ben più credibile a fronte dei successi di Tripoli contro gli aggressori, è confortata da altre tre scelte proarabe e “eversive” del governo di Oslo: l'annuncio, mercoledì scorso, che la Norvegia sarebbe stata il primo paese europeo a riconoscere lo Stato palestinese; il meeting propalestinese svoltosi sempre mercoledì scorso proprio sull'isola della strage; e inoltre, quanto segnalatoci su questa pagina, che il sistema bancario vigente a Oslo è ancora indipendente dall'euro e dotato di una Banca centrale statale.

Non bastano queste quattro notizie per ipotizzare che l'attentato di Oslo – fatte salve eventuali puntuali contrastanti indagini, che cito solo per correttezza professionale – ha una matrice esattamente opposta – israelo-sionista, retroterra finanziario compreso - a quella sostenuta dai soliti mass media, e che con l'Islam non c'entra proprio nulla? Certo che sì: questa strage, nel cuore di un paese tra i più pacifici e tranquilli del mondo, assomiglia molto allo tsunami preannunciato da Nethanyau all'Occidente tutto (nello specifico a Obama) nel caso avesse appoggiato nel Consiglio di Sicurezza il riconoscimento dello Stato Palestinese. Certo, Noam Chomsky ha interpretato in modo diverso la minaccia di tsunami, quasi fosse qualcosa destinata a spaventare e vittimizzare anche Israele. Ma Chomsky è Chomsky, e i fatti sono fatti: quello di Oslo è – e fatte salve smentite puntuali e serie - lo tsunami minacciato da Tel Aviv, è il remake dei missili atomici israeliani puntati sull'Europa un anno o più fa. La Norvegia arretrerà di fronte a tanta violenza?

E' sempre la stessa storia: è assolutamente sconfortante che dopo il benefico scandalo Murdock – l'editore spia e facitore della politica interna ed estera della Gran Bretagna degli ultimi 30 anni - uno, cento, mille Murdock affiorino come funghi velenosi nella rete mediatica mondiale alla prima occasione: per disorientare, ordire disinformazione, seminare odio contro i musulmani e proteggere l'impunità di Israele, lo Stato membro delle Nazioni Unite che ha violato sempre, in nome del diritto biblico, il diritto internazionale e i diritti umani seminando morte e terrore in tutte o quasi le guerre postbipolari.


16 giugno 2011
LA TRAPPOLA LIBICA
Dopo 3 mesi, un bilancio di una guerra che ha danneggiato anche l'Italia

 

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26 maggio 2011
LIBERTA' DI ESPRESSIONE,
DI STAMPA E DI INSEGNAMENTO
PER TUTTI I REVISIONISMI

 

  Il revisionismo è inseparabile dalla ricerca storica ed è un diritto inalienabile per tutti i cittadini italiani, garantito dagli articoli 21 e 33 della Costituzione. Questo non vuol dire che la ricerca storica deve essere revisionista, ma solo che essa ha in sé una ineludibile potenzialità revisionistica, nella misura in cui porta alla scoperta di nuovi documenti e e dunque di reinterpretazioni possibili di quanto già acquisito: potenzialità che va rispettata e difesa da inaccettabili forme di censura “legale” e di violenza censoria. A sua volta, quanto appena detto non vuol dire prefigurare una visione irenica dello scontro ideologico-culturale che sempre la storia e lo studio della storia hanno prodotto: il passato storico evoca simbologie e valori ancora presenti nell'oggi, ed è normale che il dibattito attorno ad esso possa assumere forme anche di contrapposizione frontale. Lo studio della storia non è cioè un pranzo di gala, ma non può essere nemmeno un incontro di pugilato col quale – ledendo la stessa intelligenza dell'aggressore-censore – si pretende di tappare la bocca a chi propone tesi opposte. Le menzogne storiografiche vanno smascherate e sconfitte con argomentazioni, documenti e dati di fatto, non con leggi liberticide e con il divieto amministrativo di svolgere dibattiti pubblici o lezioni nelle scuole e nelle università. In sintesi, occorre avere l'intelligenza di percorrere un doppio binario: quella della difesa forte delle proprie idee attraverso una argomentazione sempre più puntuale e serrata, e quella del riconoscimento della libertà di espressione per l'avversario, di cui complemento necessario è la proposizione e la difesa di un quadro legislativo che impedisca ogni forma di censura, e garantisca le basi giuridiche per la libertà di espressione per tutti.

 

 

El revisionismo es inseparabile de la investigacion historica y es un derecho inajenable para todos los ciudadanos italianos, garantizado pro los articulos 21 y 33 de la Constituicion. Eso no quiere decir que la investigacion historica tiene que ser revisionista, si no que tiene en si una ineludible potencialidad revisionistica, en la misura en la cual trae al descubrimimento de nuevos documentos y asi pues de reinterpretaciones posibles de cuanto ya adquirido: potencialidad que tiene que ser respectada y defendida de inaceptables formas de censura “legal” y de violencia censoria.
A su vez, cuanto ya hemos dicho ahora, no quiere decir prefigurar una vision conciliadora del coque ideologico-cultural que siempre la historia y el estudio de la historia han producilo: el pasado historica evoca simobologias y valores todavia presentes en la actualidad, y es normal que el debite al rededor de eso pueda asumir formas tambien de contraposicion frontal. El estudio de la historia non es entonces un almuerzo de gala, pero no puede ser tampoco un encuentro de boxeo con el cual –lesionando la misma inteligencia del agresor-censor – se pretende de cerrar la boca a quien propone tesis contrarias. Las mentirai historiograficas se tiene que desenmascarar y derrotas con argomentaciones, documentos y datos, no con leyes liberticidas y con la prohibicion administrativa di desarrollar debates publicos o classe en las escuelas y en las universidades.
En resumen, se necessita tener la inteligencia para recorrer un doble binario: la de la defensa fuerte de la propias ideas a travez una argomentacion siempre mas punctual y cerrada, y la del reconocimiento de la libertad de expresion por el adversario, del cual complemento necessario es la proposicion y la defensa de un quadro legislativo que prevenga cada forma de censura, y garantize las bases juridicas para la libertad de expresion para todos.

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5 maggio 2011

ANDREA FAIS
MATTEI E LE STRADE
TORTUOSE DELL'ENERGIA


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.... Ma se Mattei fu tale, perché allora il giudizio quasi distaccato e impietoso di Bocca, che fu giornalista de Il Giorno e lo conobbe?
Non vorrei offendere, ma credo che l'attributo “indefinito” o “avventuriero” si attagli più a Bocca e agli altri collaboratori di Mattei finiti a Repubblica – come Pirani ad esempio – che non a Mattei stesso. Il progetto ENI di Mattei, e il progetto giornalistico de Il Giorno , cui parteciparono Pirani e Bocca, sono esattamente l'opposto del progetto Repubblica a cui entrambi i giornalisti si sono legati a partire dal gennaio 1976. Il Giorno era il portavoce, per così dire, di una visione del mondo e di una operatività a modello misto in politica interna, e pro-araba in quella estera. Mattei, per questa via – una via che sfociò in un sostegno determinato alla guerriglia algerina e a Nasser, l' “Hitler” del mondo arabo dell'epoca secondo Israele – finì per scontrarsi appunto con gli interessi strategici di un Israele come sempre preoccupato della sua “sicurezza”. Repubblica marcia fin dagli inizi in direzione opposta: gli inventori di questo giornale imitarono il modello de Il Giorno di vent'anni prima – un quotidiano vivace, che dava molto spazio alle inchieste giornalistiche, rivoluzionario anche nella grafica – ma lo riempirono di contenuti contrari: la sionistizzazione della sinistra italiana e in generale della politica italiana, con professionisti che venivano inizialmente spesso dalla stampa comunista o filo-comunista.
E per quel che riguarda la visione economica di Mattei?
Le ideologie e la visione dell'economia dei due mondi sono diverse: Mattei è un manager sviluppista ... Tutt'altra cosa è Repubblica : i transfughi dell'ENI, hanno sposato a partire dal gennaio 1976 un progetto opposto: un progetto neo-liberista, come da privatizzazioni degli anni Novanta, del “centro-sinistra finanziario”; un progetto appunto legato al mondo dell'alta finanza, antiproduttiva perché organicamente speculativa. È il modello di De Benedetti ... Mattei è contro questo mondo: Giancarlo Galli racconta, in uno dei suoi libri, della cena di Mattei con alcuni suoi collaboratori fra cui l'allora direttore de Il Giorno , Baldacci. Si parla, a un certo punto, di Enrico Cuccia: Mattei dice che era “molto bravo” ma avverte anche che si sarebbero dovuti “fare i conti” con lui, e che se avesse vinto avrebbe ostacolato il loro lavoro (dell'ENI e dei suoi collaboratori). Baldacci, come molti intellettuali e giornalisti oggi, soprattutto quelli di “sinistra”, non capì e disse che Cuccia era loro amico perché uomo del grande banchiere massone Mattioli, a sua volta “amico” del Presidente dell'ENI. Ma Mattei scosse la testa, racconta ancora Galli, e rimase irritato per l'idiozia del Baldacci. Un aneddoto che nasconde una verità, una verità che è nascosta o semi-nascosta quando si parla del “caso Mattei”.


30 aprile 2011

MA E' VERO BADOGLISMO?
SE PER CASO L'ITALIA STESSE PROVANDO A SALVARE GHEDDAFI ...

Claudio Moffa

A una lettura attenta, certezze e confusione si accompagnano giorno dopo giorno sulla guerra contro il governo di Tripoli scatenata da Sarkozy il 19 marzo scorso e  ancora in pieno svolgimento. La certezza è che – nonostante le dichiarazioni a raffica contrarie - l'intervento in Libia dei paesi occidentali con o senza Nato è, come ho scritto fin dal primo momento,  illegittimo. Illegittimo perché le Nazioni Unite non possono intervenire nel conflitti interni ad uno Stato, ma solo in quelli tra Stati, secondo lo Statuto dell'ONU e secondo tutto il Diritto internazionale “classico”, quello dell'epoca del bipolarismo Est-Ovest (1945-1990).  Illegittimo, ancora sulla base della Carta, e in particolare dell'art. 41, perché deve essere il Consiglio di Sicurezza stesso con i suoi Caschi Blu a guidare l'intervento, e non gli Stati a briglia sciolta e tanto meno una organizzazione indubitabilmente di parte quale la NATO. Illegittimo inoltre, anche se si decidesse che quello da seguire è il “nuovo” Diritto Internazionale postbipolare, quello che uno la mattina si sveglia e dice “oggi voglio bombardare questo paese che è troppo propalestinese e ha ancora una Banca statale con bassi tassi di interesse” e parte lancia in resta coprendo la sua vergogna con la foglia di fico dell'ONU.

Anche così, infatti, l'illegittimità resta. Resta perché la stessa risoluzione 1973 che prescrive una no fly zone è stata fin da subito applicata in modo “ultroneo” rispetto a quella che è una zona di interdizione aerea: non cioè un bombardamento contro le postazioni e le sedi governative dello Stato invaso nel suo Dominio riservato, ma solo una azione di pattugliamento dei cieli per impedire all' aviazione governativa alle prese con una rivolta interna di bombardare “le popolazioni civili” e le zone di insorgenza, quali non sono né i ribelli armati fino ai denti in Cirenaica, né soprattutto la popolazione della Tripolitania, che in rivolta non è e anzi appoggia con ogni evidenza il regime di Gheddafi. Alla fine della prima guerra “alleata” in Iraq, la prima no fly zone – inventata dagli anglo-americani – fu applicata solo nel sud sciita e nel nord curdo, le due effettive zone di insorgenza, e non sui cieli di Bagdad e della regione sunnita centrale, dove Saddam aveva più ampio consenso popolare. Non dovrebbe questo criterio – entro la cornice comunque illegittima della stessa no fly zone – essere applicato anche alla Libia? Non dovrebbe essere proibito alla NATO di far intervenire gli “alleati” su Tripoli e nella regione occidentale tutta?

Certo che sì. Ma la guerra di Libia non rispetta alcuna legge, se non quella della giungla. Ed ecco allora la confusione, che riguarda anche il cercare di capire quello che sta succedendo, e quale è la vera linea di intervento dell'Italia. L'accusa più diffusa è di tradimento di Gheddafi, “badoglismo” nel linguaggio tradizionale della destra. Ma è così veramente? A mio avviso non è possibile affermarlo con certezza, e si può anzi avanzare l'ipotesi che non solo la concessione delle basi alla NATO nei primi giorni di guerra, ma persino la decisione di partecipare ai bombardamenti del 25 aprile scorso mirino in realtà – nell'intenzione soggettiva del governo di Roma - a salvare Gheddafi e non a eliminarlo, come sta cercando di fare il duo Sarkozy-Cameron.

Ma per capire meglio, ripercorriamo le tappe fondamentali della guerra illegittima contro Gheddafi (e contro l'Italia) scatenata da Sarkozy il 19 marzo scorso. Dopo il via alle missioni aree francesi, con il vertice di Parigi del 19 marzo ancora in svolgimento, c'è chi tra gli “Stati volenterosi” – e fra questi il governo italiano – cerca di trasferire il comando delle operazioni alla NATO. Certo, si potrebbe e dovrebbe tornare in sede ONU, ma il comportamento di Russia e Cina nella votazione del 17 marzo – non il veto, ma l'astensione: a Mosca c'è la fiammata improvvisa e fugace del dissenso aperto Medvedev-Putin – impedisce la certezza di un freno ai bollori bellicisti del presidente francese: anche perché a frittata-risoluzione fatta, l'arma del veto è ormai in mano a Parigi e tornare indietro “secondo Diritto” non si può. Dunque altro passo illegale, il comando alla NATO, organizzazione obbiettivamente di parte, un assurdo giuridico: un pragmatismo tuttavia utile per la giungla, reso possibile anche dalla linea cauta di Obama e Gates, cosicché il passaggio delle leve del comando al Patto Atlantico frena i francesi per qualche giorno.

Perché per qualche giorno? Perché già il 2 aprile gli americani si ritirano dalla coalizione e dentro la NATO priva del peso della superpotenza, l'estremismo franco-inglese riguadagna gli spazi formalmente persi con la perdita del comando nominale. Non tutto è probabilmente univoco, vedi la notizia del 12 aprile successivo di un Drone lanciato dal Pentagono (??) sulla Libia: ma se “per errore” alcuni aerei colpiscono anche le postazioni e una nave dei ribelli, e se Gheddafi – dichiarazioni ufficiali a parte – sembra non considerare troppo ostile la posizione dell'Italia, altrimenti non avrebbe mai permesso il dissequestro della nave Asso due il 24 aprile, ecco che il giorno dopo  la NATO “attiva”, cioè la NATO anglo-francese (più Canada e altri paesi minori), tenta il colpo maestro, che avrebbe potuto anche finire con l'uccisione di Gheddafi: un attacco mirato non alle postazioni militari libiche, ma al bunker tripolino del rais, 45 civili “feriti” (feriti? Una prima notizia parlava di morti) e tre sicuri morti. Un segnale evidente che Sarkozy “l'israeliano” non molla, vuole Gheddafi morto.

Quel che accade dopo, una ulteriore deriva “badogliana” di Roma, non sembra di nuovo esser tale, appare piuttosto un tentativo di contrastare dall'interno l'oltranzismo franco-inglese. Leggete le cronache: la decisione di Roma di intervenire militarmente è di poche ore successiva, cinque o sei, al bombardamento del bunker di Gheddafi (la France Presse diffonde la notizia alle 0 e tre minuti del 26 aprile). Dopodiché, inizia il “mistero” delle missioni italiane: non vien detto dove sono state compiute, un flash di agenzia parla di un “bunker” forse di Misurata, “già colpito” dagli alleati nei giorni precedenti (strano bombardamento di probabili macerie), e ci si comincia ad interrogare – vedi il Corriere di oggi – se per caso noi ci occupiamo della Tripolitania o no. Già, perché questo potrebbe essere il nocciolo della questione: se a Roma viene assegnata la regione occidentale come zona esclusiva di guerra (“protezione dei civili”, secondo la favoletta di Ban Ki Moon) allora il presunto “badoglismo” potrebbe rovesciarsi nel suo contrario, il tentativo di una difesa di fatto di Gheddafi.  

E' – ripeto - solo una ipotesi. Ma anche se non fosse tale, la guerra libica resta comunque un labirinto assurdo e pericoloso da cui appare difficile liberarsi senza uno strappo deciso. Perché ad esempio, non tornare indietro passo dopo passo, verso un minimo rispetto della legalità? Perché non imporre dentro la NATO un effettivo rispetto almeno della risoluzione 1973, ricordando che gli anglo-americani con la no fly zone di venti anni fa non bombardarono Bagdad ma solo le zone di effettiva insorgenza, e questo è uno dei discrimini fondamentale tra l'azione preventiva prevista dalle zone di interdizione, e una guerra di aggressione? Perché non recuperare la memoria di Bush padre, colui che blocco' il generale Schwarzpof sulla strada di Bagdad, e che impedì a Moshe Arens di scatenare un attacco aereo contro Saddam alla fine della prima guerra d'Iraq, anno 1991?

Nonostante tutte le buone intenzioni possibili, l'azione di contrasto dall'interno di una guerra i cui promotori puntano a uccidere Gheddafi, a rubare il petrolio a a lui e a noi, e a obbedire ciecamente alle forme più oltranziste esistenti in Occidente, rischia di farci scivolare di tragedia in tragedia. La Siria incombe sempre più, e già nelle prime quarantotto ore della crisi del paese che dal 1967 sta aspettando che Israele restituisca le alture del Golan, il senatore americano Lieberman – il falco pro israeliano con cui polemizzo' Putin nel vertice di Monaco del 2008 – ebbe a chiedere subito un'altra “no fly zone”, cioè un'altra aggressione. Poi dopo la Siria, ci sarà l'Iran … Per arrivare dove? Esistono altre vie? Esiste la possibilità di un rilancio della diplomazia internazionale, dopo la sconfitta del 17 marzo al Consiglio di Sicurezza dell'ONU? Forse sì. Un ritiro delle concessioni delle basi della NATO agli alleati - come paese sovrano e “in prima linea”, l'Italia può ben decidere autonomamente - potrebbe essere solo l'inizio di una riattivazione dei molteplici canali diplomatici oggi “in sonno”. C'è l' Unione Africana, un continente intero che ha disertato il vertice parigino di Sarkozy. C'è la Russia, con le notizie recenti di una possibile uscita di scena di Medvedev e il ritorno in sella di Putin. C'è la Cina, con i suoi interessi economici: e poi la Turchia, paese della NATO e tutta una serie di paesi minori e maggiori che possono levare la loro voce per far sì che gli anglo-francesi vengano ridotti alla ragione del diritto. Con tutti i vantaggi evidenti per l'Italia, a partire dal blocco dell'immigrazione clandestina, per più di due anni garantito dall'accordo con Tripoli del 2008.

 

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pubblicata da Claudio Moffa il giorno sabato 30 aprile 2011 alle ore 15.38,

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    • Un'ipotesi interessante, grazie per il tag. 13 ore fa · Mi piace Non mi piace più
    • Interessante e credibile ipotesi... 11 ore fa · Mi piace Non mi piace più
    • ipotesi che renderebbe diigeribile questo ennesimo voltafaccia 11 ore fa · Mi piace Non mi piace più · 1 persona Caricamento in corso...
    • Sì, ma il problema di fondo resta: chiudere la guerra in tempi brevissimi ... 10 ore fa · Mi piace Non mi piace più
    • l'Italia non può decidere autonomamente. Berlusconi ha fatto l'impossibilre per non intervenire, ha preso tempo, ma alla fine non ha potuto fare diversamente... 10 ore fa · Mi piace Non mi piace più
    • Andreotti nel 1973- guerra del Kippur - rifiutò le basi agli USA ... 10 ore fa · Mi piace Non mi piace più · 1 persona Caricamento in corso...
    • Andreotti non si trovava tra l'incudine e il martello come Berlusconi ora... 10 ore fa · Mi piace Non mi piace più
    • ma allora il problema non è di carattere strettamente giuridico, ma di agibilità politica, malleabile e passibile di "invenzione" e "decisionismo" ... 10 ore fa · Mi piace Non mi piace più
    • Sicuramente le bombe in Libia l'Italia le ha portate, e ben prima della decisione "ufficiale" arrivata pochi giorni fa.
      Ci sono testimonianze affidabili su questo.
      Però è vero che, in genere, la linea italiana è stata sempre incerta e confusa ... , fin dall'inizio: dal simbolismo della mancata telefonata di Silvio che non voleva "disturbare" l'amico.
      Sappiamo che alla Farnesina in quei giorni c'è stato di tutto e di più... e certamente ENI, Impregilo, Unicredit - tutta la grande industria e l'alta finanza italiana non amerà sostenere una direttrice masochista.
      Non sono più i tempi di Andreotti e di Craxi (che rifiutò di concedere Sigonella proprio in occasione del bombardamento in Libia, e che a quanto sembra avvertì il Leader perfino di Ustica), però non escluderei che si stia cercando di salvare (maldestramente) capra e cavoli.
      Ipotesi interessante.
      Staremo a vedere. Mostra tutto 9 ore fa · Mi piace Non mi piace più
    • ?..finchè c'è vita....... 8 ore fa · Mi piace Non mi piace più
    • Leggo solo ora e trovo la tua analisi davvero plausibile. Faccio girare 5 ore fa · Mi piace
    • Non funzione, questo sarebbe macchiavellismo straccionesco, La Francia è a corto di munizioni, usa bombe di cemento, vantandone le qualità! I massmedia hanno rincitrullito il popolino con le nozze reali (è probible che i due eventi non sian ... o casuali) tanto da far credere che i regnanti di londra, lo siano anche a roma. L'aggressione alla Siria come manovra per distrarre dal nucleo della battaglia. Infine si registra lo smascheramento della paccotiglia sinistro-clericale. Impedire alla Libia di investire nello sviluppo dell'Africa, in modo che i flussi migratori generati dalla miseria e dalla guerra continuino a investire l'europa (suicida e sudicia). Non è un caso che fogliacci come famiglia cristiana e ong de sinistra (compreso il kollabò Strada) dopo aver ululato improperi contro i 'lager per migranti' in Libia, eleviono approvazione e applauso alla caccia al nero a bengasi e ai bombardamenti neocoloniali per bloccare lo sviluppo dell'Africa subsahariana. Ipocrisia degna delle vecchia pervertita rossanda, che chiaramente riceve gli ordini dal salotto della gauche-caviar de lemondediplomatique e altri simili socialimperialisti. Mostra tutto 4 ore fa · Mi piace Non mi piace più · 1 persona Caricamento in corso...
    • Grande Claudio. 2 ore fa · Mi piace Non mi piace più
    • Ottima analisi condivisibile. In effetti, dall'11.09.2011, le aggressioni fisiche e finanziarie occidentali sono sempre più marcate da spregiudicatezza e illegalità. Questo, a mio avviso, è dovuto al bisogno sempre più impellente di evitare ... il collasso socio-economico annunciato e quindi di trovare nuovi nemici, nuovi costi (reali) e nuovi investimenti (virtuali), appunto nel tentativo, se non di dissolvere, almeno di allontanare un prevedibile disastro finale. Mostra tutto circa un'ora fa · Mi piace Non mi piace più · 1 persona

16 aprile 2011

HABEMUS PSICANALISTAM

Claudio Moffa


 

In un film di diversi anni fa, Nanni Moretti attore guardava solitario da una spiaggia pugliese l'arrivo di migranti albanesi desiderosi di sbarcare in Italia. I suoi occhi erano severi e preoccupati, e sprizzavano solidarietà senza se e ma, ai nuovi arrivati. Mi pare di averne scritto in qualche mio vecchio articolo, e se non è così, comunque ne ho parlato, facendo seguire alla toccante immagine questo commento: e cioè che Moretti guardava verso il mare e soffriva per le sofferenze indubbie dei nuovi arrivati che pensavano di sbarcare in America che L'America non era, ma non volgeva gli occhi alle sue spalle: ai pensionati poveri che rovistavano nei cassettoni dei rifiuti dei Mercati rionali a caccia di qualche cibo da ripulire e mangiare, o ai tantissimi disoccupati italiani di cui la perversa e fallace sociologia dell'immigrazione facile, teorizzava il rifiuto certo dei tanti lavori di fatto coperti dagli stranieri che a centinaia di migliaia cominciavano a riversarsi nel nostro paese. Dimenticando – Moretti e tutto il filone buonista cattolico e postmarxista della sinistra italiana – che quella accoglienza senza limiti a chiunque voleva entrare in Italia, non costituiva una risorsa per l' “economia” ma per l' “econoloro” - per citare una striscia del famoso operaio massa di Zamarin, Gasparazzo, che forse il regista già frequentatore della Biblioteca dell'Istituto Gramsci ricorda ancora – l' “economia” cioè degli imprenditori senza scrupolo che con l'aiuto del centrosinistra degli anni Novanta, assumevano a salario bassissimo gli immigrati in svendita, snobbando il sindacalizzato e perciò più oneroso Cipputi italiano. La solidarietà senza limiti e immediatistica, mentre non risolveva e non risolve la questione immigrazione alla radice – per farlo bisogna battersi contro le guerre e rilanciare la cooperazione internazionale – creava e crea problemi di spesa sociale (pensionati) e di occupazione (forza lavoro occupata). Pagate salari decenti ai disoccupati italiani – magari grazie all'uscita dall'euro - e vedrete che faranno anche loro i lavori “che ormai non vogliono fare più”, secondo un ritornello smentito già nel lontano 1999 da un sindacalista della CGIL bolognese, per giunta senegalese.

Habemus papam, l'ultimo film di Nanni Moretti, presenta lo stesso problema: da una parte stimola opportunamente una riflessione sulla crisi profonda della Chiesa, mettendo ad esempio il dito nella piaga del “dogma” del celibato, che rende oggettivamente distante il clero dalla gente comune come da classica domanda: ma che ne sa Don tizio per darmi consigli sui rapporti di coppia, lui che non ha esperienza della vita di coppia? Ma a parte alcuni toni critici condivisibili, a parte l'indubbia onestà di chi non specula col ritornello-ricatto della pedofilia, il film non va al di là degli umori laicheggianti dei soliti nemici della Chiesa, e porta il segno di una presunzione infinita, che anche se non fosse di Moretti, è sicuramente di tutta un'area intellettuale di origine sessantottina che crede di aver capito tutto e in realtà lascia spesso perplessi per molte sue analisi sul mondo contemporaneo.

La presunzione è già tutta dentro il canovaccio del film ... LEGGI TUTTO

 


16 aprile 2011

CINQ THESES
SUR LA GUERRE DE LIBYE (*)

Claudio Moffa

"La guerre de Libye marque une inversion de tendance par rapport aux dernières années, durant lesquelles (à partir de 2006) les relations internationales se sont progressivement dirigées vers un multilatéralisme renaissant, symbolisé par le discours du Président russe Poutine au sommet de Munich de 2007.
La guerre de Libye est aussi un évenement complexe et pleine de questions ouvertes qui appellent une réponse. Je vais en proposer ici quelques-unes, sous forme de cinq thèses.

1) La guerre de Libye de 2011 est illégitime selon le Droit International

Au premier coup d'œil, la question de la légitimité ou de l'illegitimité de la guerre de Libye peut sembler posée. A partir de la fin du bipolarisme, au debut des années 90, les principes et les règles des Nations Unies telles qu'elles sont fixées par la Charte de San Francisco, ont été violés à plusieures reprises, notamment lors des guerres du Moyen Orient et des Balkans. Monique Chemillier-Gendrau a parlé de “catégories” du Droit International « écrasées » par le nouveau monopolarisme occidental consécutif à la disparition du bloc soviétique.
Le “domaine réservé” des Etats souverains, principe clé du nouvel ordre international issu de la Deuxième Guerre mondiale et de la Décolonisation — principe appliqué à tous les états membres à l'exclusion des pays racistes telles que l'Afrique du Sud et la Rhodésie, et qui avait toujours empêché les Nations Unies d'intervenir dans les guerres civiles internes des états membres des Nations Unies (pour mémoire, la guerre civile du Congo et la guerre du Biafra au Nigéria dans les années soixante) – a eté abandonné au profit d'un nouveau principe, le prétendu « droit d'ingérence humanitaire », élaboré à l'origine pour les catastrophes naturelles et plus tard « bellicisé », pour ainsi dire, en tant que devoir-droit de « protéger les populations civiles » (le prétendu R2P, « Responsibility to Protect »).
Ce principe au but typiquement colonial a pu devenir droit effectif, grace à la réinterpretation et à la reprise de deux autres principes : l'autodétermination des peuples ... "- Pour lire le pdf

(*) Paper for the II International Conference «World history and actual problems of international relations» , April 12 – 13, 2011 - The Ministry of Education and Science - A.Yu. Krymsky Institute of Oriental Studies of the National Academy of Sciences of Ukraine - Luhansk National Taras Shevchenko University - Lugansk, Ukraine

Les cinq thèses

1) La guerre de Libye de 2011 est illégitime selon le Droit International

2) La Libye est en conflit avec les intérêts israéliens et le système bancaire occidental : la guerre contre la Libye est donc, sans aucun doute, pro-israélienne et pro-sioniste.

3) Ce n'est ni la « communauté internationale » nì l'Occident, ni même les Etats-Unis qui ont attaqué la Libye, mais l'extrémisme occidental représenté par la France de Sarkozy et l'Angleterre de Cameron

 4) La guerre de Sarkozy est aussi contre l'Italie

5) Plus qu'une thèse, une question ouverte : le «mystère» des abstentions aux Nations Unies dans le vote sur la Résolution 1973

 Conclusions : il faut relancer le discours de Poutine à Munich en 2007 : dans ses paroles il y a les principes pour eviter la curieuse derive neo- mondialiste  du 17 mars passé, c'est-à-dire l'entrange « monopolarisme multilateral » fondé sur la soumission de tous le Etas souvraines au « Pouvoir fortes » transnationales


31 marzo 2011

intervista / CLAUDIO MOFFA: DA MATTEI ALLA LIBIA

marzo 19, 2011

di Rivista "Strategos"

A TU PER TU CON … CLAUDIO MOFFA
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L'ITALIA E LE TORTUOSE STRADE DELL'ENERGIA:
DA MATTEI ALLA SECONDA REPUBBLICA

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a cura di Andrea Fais

Il Professor Claudio Moffa è sicuramente uno dei più importanti studiosi della figura storica di Enrico Mattei. Professore ordinario di Storia e Istituzioni dei Paesi dell'Africa e dell'Asia, presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Teramo, Claudio Moffa vanta un curriculm personale di primo piano nel panorama della ricerca e della pubblicistica relativa alle problematiche politologiche ed etno-storiche dell'Africa. Oltre alle innumerevoli collaborazioni editoriali lungo tutta la sua formazione personale (Corriere della Sera, Paese Sera, Panorama, Gr-News, Eurasia ecc…), Claudio Moffa può a pieno titolo considerarsi uno dei maggiori studiosi della storia dell'ENI e di Enrico Mattei in particolare, da egli considerato come la più grande figura dell'Italia post-bellica, tanto da dedicare alla carismatica personalità dell'industriale italiano ben due seminari universitari, “Enrico Mattei, il coraggio e la storia” nel 2006, e “La straordinaria vicenda Mattei, fra oblio e occultamento” nel 2008, quali risultanti di faticose ricerche all'interno dello storico archivio aziendale di Pomezia.

 

Grazie per la disponibilità e benvenuto, Professore. Giorgio Bocca scrisse: “ Che cosa era Enrico Mattei? Un avventuriero? Un grande patriota? Uno di quegli italiani imprendibili, indefinibili, che sanno entrare in tutte le parti, capaci di grandissimo charme come di grandissimo furore, generosi ma con una memoria di elefante per le offese subite, abili nell'usare il denaro ma quasi senza toccarlo, sopra le parti ma capaci di usarle, cinici ma per un grande disegno “. Ma chi fu veramente Enrico Mattei e perché la sua vicenda personale segna così indelebilmente la storia della nostra Italia?

Bocca dice cose sostanzialmente in sé giuste, ma mettendole tutte sullo stesso piano dentro uno schemino sulla presunta “indefinibilità” di Enrico Mattei, nei fatti lo sminuisce e lo riduce a uno dei tanti politici politicanti italiani del dopoguerra. Non è certo così: Mattei fu uno dei più grandi politici e manager dell'Italia repubblicana, che aveva un ben definito progetto politico, economico e sociale per la neonata Repubblica: primo, sviluppare il nostro paese, farlo uscire dalle condizioni di arretratezza e miseria in cui versava non solo per gli effetti della guerra, ma anche per ataviche arretratezze, per scarsità di fonti energetiche, e per il carattere prevalentemente agricolo dell'Italia postbellica; secondo, sviluppare una politica di amicizia con il mondo arabo, e non solo per permettere adeguati rifornimenti energetici all'Italia ma anche per consonanze di tipo culturale e strategico, secondo una tradizione democristiana che Mattei stesso, assieme a Gronchi, La Pira, Fanfani e il giovane Moro, contribuì ad avviare. È la linea euro-mediterranea e “pro-araba” che ha avuto il suo apice diciamo così mediatico-politico nella crisi di Sigonella del 1985 – quando Craxi e Andreotti impedirono agli USA di sequestrare i palestinesi del co mmando dell' Achille Lauro nella base siciliana – ma di cui Mattei in sintonia con la sinistra DC degli anni Cinquanta gettò le basi profonde, costantemente contrastate dall'euro-atlantismo ortodosso, nonché decisamente pro-israeliano. Insomma, Mattei fu un politico rigoroso, rigorosissimo, e poiché era determinato a perseguire la sua strategia usò anche mezzi “decisionisti”, compresi i fondi neri per finanziare i partiti. Ma rovesciare l'ordine delle cose è un'operazione errata se non disonesta. Il nostro paese deve moltissimo a Mattei: in politica interna, egli favorì, se non determinò, il boom economico degli anni Sessanta grazie alla metanizzazione dell'industria, una rete di condutture del gas scoperto nella Pianura Padana che a poco a poco coprì gran parte del territorio nazionale; il metano delle bombole servì anche a liberare la popolazione contadina e dei piccoli centri da certe gravose servitù domestiche, come la raccolta della legna per il riscaldamento e per cucinare. Sul piano strutturale, Mattei difese e potenziò il settore statale dell'economia, impedendo prima (sicuramente non da solo ma con l'avallo di una parte della DC) lo smantellamento dell'AGIP istituita in epoca fascista, e poi fondando l'ENI nel 1952. Un colosso dell'economia italiana ancora oggi. Per finire, sul piano internazionale Mattei inventò la famosa “formula ENI” come strumento di cooperazione: non più cioè un ruolo passivo dei paesi produttori, come destinatari di royalties , e cioè percentuali sull'attività di estrazione gestita in esclusiva dalla compagnia petrolifera occidentale, ma una loro attivazione attraverso compagnie miste frutto della compartecipazione del paese produttore e del paese cooperante, l'Italia. In tal modo Mattei ottenne due effetti: da una parte favorì il processo di decolonizzazione economica dei paesi allora definiti “in via di sviluppo”, e dall'altra riuscì a guadagnare per il nostro paese degli spazi di intervento in Medio Oriente impensabili se l'ENI avesse adottato gli schemi delle grandi compagnie petrolifere anglo-americane. L'Eni era un piccolo gatti no, le Sette Sorelle erano i mastini del famoso aneddoto raccontato in TV dal Presidente dell'ENI. Mattei agì in perfetta sintonia con la decolonizzazione politica – che aveva messo o stava mettendo fine ai grandi impe ri coloniali – ed eco nomica, facendo rivivere nella strategia dell'ENI il messaggio della Resist enza partigiana a cui aveva aderito. Personaggio complesso, ma per nulla “indefinito” e “avventuriero”: per le sue idee e per la sua azione rivoluzionaria Mattei morì a Bascapé il 27 ottobre 1962, in quello che ormai tutti riconoscono essere stato un attentato.

Ma se Mattei fu così grande, perché allora il giudizio di Bocca, che fu giornalista de Il Giorno e lo conobbe?

Non vorrei offendere, ma credo che l'attributo “indefinito” o “avventuriero” si attagli più a Bocca e agli altri collaboratori di Mattei finiti a Repubblica – come Pirani ad esempio – che non a Mattei stesso. Ogni tanto si tira fuori la storia del Bocca ex fascista collaboratore della rivista La difesa della Razza . Anche Mattei fu fascista, sia pure in gioventù, eppure paradossalmente qualcosa del fascismo potrebbe essere rimasto in lui nello spirito patriottico che pervade la sua azione. Non un patriottismo retorico, bellicista e colonialista, e meno che mai razzista, ma esattamente il contrario. Eppure tale, in un'epoca in cui il concetto di patria era soggetto a critiche dure ed era a rischio nel cosiddetto arco democratico. Ma tornando a Bocca e a Pirani, voglio dire semplicemente questo: che il progetto ENI di Mattei, e il progetto giornalistico de Il Giorno, cui parteciparono Pirani e Bocca, sono esattamente l'opposto del progetto Repubblica a cui entrambi si sono legati a partire dal gennaio 1976. Il Giorno era il portavoce, per così dire, di una visione del mondo e di una operatività a modello misto in politica interna, e pro-araba in quella estera. Mattei, per questa via – una via che sfociò in un sostegno determinato alla guerriglia algerina e a Nasser, l' “Hitler” del mondo arabo secondo Israele degli anni Cinquanta e Sessanta – finì per scontrarsi appunto con gli interessi strategici del sionismo.

Repubblica marcia fin dagli inizi in direzione esattamente opposta: gli inventori di questo giornale imitarono il modello innovativo de Il Giorno di vent'anni prima – un quotidiano vivace, che dava molto spazio alle inchieste giornalistiche, rivoluzionario anche nella grafica – ma lo riempirono di contenuti contrari: la sionistizzazione della sinistra italiana e in generale della politica italiana, con professionisti che venivano inizialmente spesso dalla stampa comunista o filo-comunista. Anche la funzione cambiava: Il Giorno servì a Mattei per difendersi, per quanto possibile, dalla velenosa campagna di stampa dei poteri forti con cui si stava scontrando – tutti gli articoli dei ben 33 volumi di Stampa e Oro nero – attacchi che lo accusavano di tutto, compreso, come da articolo del New York Times , di essere lui l' Oil Emperor mondiale, l'imperatore del petrolio. Uno strumento di difesa. Repubblica è stato uno strumento di aggressione e di campagne scandalistiche volto fin da subito alla distruzione di quel sistema partitico post-bellico di cui Mattei era stato uno dei fondatori e protagonisti. Di più, sono radicalmente diverse le ideologie e la visione dell'economia: Mattei è un manager sviluppista, che ha al centro dei suoi progetti la produzione di beni materiali, ed è dunque convinto assertore di un capitalismo non solo a forte presenza statale, ma anche ancorato, appunto, alla sua base produttiva, a vantaggio della crescita del benessere generale del popolo italiano, ed a nche di singoli settori della classe operaia, come nel caso del salvataggio del Nuovo

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Pignone di Pisa chiestogli da La Pira. Questa filosofia costituiva il retroterra ultimo dell'azione di Mattei come mecenate – la schiera di intellettuali anche di sinistra raccolti attorno al Gatto Selvatico – ed editore de Il Giorno . Tutt'altra cosa è Repubblica : i “traditori” di Mattei, che tacciono su alcune pagine oscure degli ultimi mesi di vita del presidente dell'ENI, riguardanti essenzialmente la vicenda dell'espulsione di Cefis nel gennaio 1962, hanno sposato a partire dal gennaio 1976 un progetto opposto: un progetto neo-liberista, come da privatizzazioni degli anni Novanta, del “centro-sinistra finanziario”, un progetto appunto legato al mondo dell'alta finanza, antiproduttiva perché organicamente speculativa e fondata sulla filosofia usuraria del denaro che cresce attraverso il denaro. È il modello di De Benedetti, editore di Repubblica , che alla metà degli anni Novanta licenzia in tronco 3 o 4000 operai dell'Olivetti, una azienda fondata da un grande imprenditore di origini ebraiche peraltro in buoni rapporti con Mattei, cosicché il gruzzolo raccolto finisce nella rete finanziaria internazionale a far soldi attraverso i soldi. Mattei è contro questo mondo, contro questo tipo di capitalismo speculativo che oggi, come ha ricordato Tremonti recentemente ad Annozero, è stra-egemone, 20 a 1 rispetto al capitalismo produttivo e sta causando disastri in ogni angolo del pianeta. Giancarlo Galli racconta, in uno dei suoi libri, della cena di Mattei con alcuni suoi collaboratori fra cui l'allora direttore de Il Giorno , Baldacci. Si parla, a un certo punto, di Enrico Cuccia: Mattei dice che era “molto bravo” ma avverte anche che si sarebbero dovuti “fare i conti” con lui, e che se avesse vinto avrebbe “distrutto” il loro lavoro (dell'ENI e dei suoi collaboratori). Baldacci, come molti intellettuali e giornalisti oggi, soprattutto quelli di “sinistra”, non capì e disse che Cuccia era loro amico perché uomo del grande banchiere massone Mattioli, a sua volta “amico” del Presidente dell'ENI. Ma Mattei scosse la testa, racconta ancora Galli, e rimase irritato per l'idiozia del Baldacci. Un aneddoto che nasconde una verità, una verità che è nascosta o semi-nascosta quando si parla del “caso Mattei”.

 

La sua strategia di cooperazione energetica con l'Unione Sovietica e con alcuni Paesi del Medio Oriente, apriva di fatto ad una nuova dottrina geopolitica “parallela” che contrastava con la collocazione strategica dell'Italia degli Anni Cinquanta e Sessanta, sconfitta in guerra e relegata alla periferia dell'Occidente, ma ancora sotto osservazione per la presenza del più importante Partito Comunista dell'area euro-atlantica. Qual'é stato l'impatto di questa novità sullo scenario politico internazionale di allora?

L'impatto fu in parte forte, perché comunque la cooperazione con l'Unione Sovietica sfidava il tabù dello scontro frontale tra Comunismo e Capitalismo negli anni Cinquanta e Sessanta, ma rientrò anche in un processo distensivo Est-Ovest più diffuso. L'accordo con l'URSS è del 1960, il mondo stava cambiando, nel 1958 Roncalli era diventato Papa col nome di Giovanni XXIII, e a Washington qualche mese dopo l'accordo ENI-URSS sarebbe arrivato Kennedy. In questo clima, non solo l'ENI e l'Italia, ma anche altri paesi euro-occidentali intrattenevano rapporti commerciali con l'Unione Sovietica. È interessante notare che Mattei si lamentava proprio di questo, del fatto che lui e la sua azienda erano più di ogni altro paese o compagnia europea sotto attacco per le relazioni intessute con Mosca, e questo nonostante ufficialmente l'ENI e il suo presidente presentassero gli accordi come una questione squisitamente economica, dettata cioè da convenienza commerciale. Il processo distensivo riguardava nei primi anni Sessanta anche il quadro interno: è vero, il PC italiano era il più grande del mondo occidentale, ma Secchia era stato emarginato già nel ‘55, ed erano le togliattiane “riforme di struttura” ad avere esclusivo spazio nella politica del PCI; non solo, ma  a questo processo revisionistico del comunismo italiano si sarebbe affiancata nel 1962 la svolta di centro-sinistra, con la rottura della vecchia alleanza frontista PCI – PSI,  riequilibrata dalle prime riforme forse non “di struttura” ma comunque incisive, la fondazione dell'ENEL, la scuola media unica, l'introduzione della Cedolare contro l'evasione fiscale. E allora, in questo contesto, perché lo “scandalo” dei rapporti ENI-URSS?  Perché gli attacchi per il vero o presunto filo-comunismo di Mattei solo a causa di una apertura commerciale con Mosca? Io una mia idea me la sono fatta: le accuse di filo-comunismo a Mattei nascondevano essenzialmente altro, o quanto meno non furono il vero motivo della guerra mediatica e politica contro di lui e l'ENI. Si potrebbe persino ipotizzare una sorta di calcolato debunking , quando si leggono gli articoli del primo biennio degli anni Sessanta del giornalista americano di origini ebraiche Sultzeberger contro Mattei. Il motivo dell'aggressione a Mattei – in Italia simboleggiata dagli articoli velenosi di Indro Montanelli dell'estate del 1962 – era altro, era la sua politica decisamente pro-araba, il suo sostegno attivo alle spinte più radicali e anti-israeliane del Medio Oriente di allora: Nasser, come ho già detto; e la guerriglia algerina che, come io ho fatto riscoprire ripubblicando nei miei saggi (e sul sito) una corrispondenza del Corriere della Sera del 1962 sugli attacchi del FLN alla comunità ebraica algerina, ebbe anch'essa un segno forte dal punto di vista della centrale “questione Israele”. Un aspetto come al solito occultato  dalla storiografia sull'Algeria, e dallo stesso, peraltro avvincente, film di Pontecorvo su “La battaglia di Algeri”, dove di questo aspetto non c'è traccia. È la solita storia, che ho riassunto con una serie di esempi a tutto campo, nella mia lezione sulla Shoah: quando entra in gioco in qualche modo Israele e il suo mondo, scatta la censura e l'autocensura, è d'uopo tacere.

 

Sulla morte di Enrico Mattei si è discusso molto e tutti gli elementi di indagine ormai ci inducono a prendere atto di una realtà agghiacciante e terribile. Quel giorno l'esplosione fu causata da un ordigno posizionato all'interno del velivolo. Tra voci e sospetti, ancora non conosciamo con piena certezza i nomi degli esecutori materiali e, soprattutto, dei mandanti di quello sconvolgente attentato. Quanto e come l'autonomia dell'Eni stava disturbando l'egemonia delle cosiddette Sette Sorelle ?

Ormai, dopo l'inchiesta del PM Vincenzo Calia sulla morte di Mattei a Bascapé il 27 ottobre 1962, è ampiamente riconosciuto che il cosiddetto incidente fu in realtà un attentato, una bomba collegata al meccanismo di apertura del carrello in fase di atterraggio. Ma per quel che riguarda l'azione di disturbo dell'ENI e del suo Presidente, dubito che si debba

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continuare a sostenere la tesi di una centralità delle Sette Sorelle , o almeno di una centralità assoluta: nei fatti prima di morire, secondo opinione condivisa da molti studiosi, il lungo contenzioso con le compagnie anglo-americane era sul punto di risolversi. Mattei avrebbe dovuto recarsi negli Stati Uniti per questo obbiettivo – un accordo con la Exxon – e per incontrare Kennedy. L'accordo, dopo la sua morte, sarebbe stato in realtà sottoscritto da Cefis, il vice-presidente ma capo di fatto dell'ENI (il presidente era formalmente Marcello Boldrini), mentre altrettanto non avrebbe fatto lo stesso Cefis con un accordo con l'Algeria già pronto. Cefis era stato partigiano come Mattei, ma era profondamente diverso da lui, e già ai tempi della Resistenza si era legato ai servizi segreti inglesi. Aveva avuto contatti con Israele come presidente dell'ANIC, cosa che aveva fatto infuriare Mattei, che lo aveva espulso dall'ENI. Si è parlato poi di OAS, l'organizzazione terroristica francese che difendeva i coloni francesi in Algeria, mentre Mattei aiutava attivamente l'FLN e la sua guerriglia: ma in realtà la morte di Mattei è successiva all'indipendenza algerina, e in Francia De Gaulle aveva in mano la situazione. Per quel che mi riguarda, credo che si debba mettere al centro di tutta la vicenda Mattei e della sua morte la centralità dei suoi ottimi rapporti con il mondo arabo produttore di petrolio, in parte esigenza ineludibile in ragione della strategia di approvvigionamento energetico dell'ENI, in parte voluta, un fatto anche politico cioè. Mattei infatti, secondo una tradizione tipica della tendenza euro-mediterranea della DC, non esitò a stringere un'alleanza di ferro anche con le punte più radicali del mondo arabo, l'FLN appunto e Nasser. Anche Kennedy aveva contatti con Nasser, ma il rais egiziano era invece odiatissimo da Israele, che lo denunciava come l'“Hitler” del mondo arabo. Nell'archivio di Pomezia dell'ENI ho trovato carte molto interessanti su questo intreccio triangolare Mattei – Nasser – Israele. Alcune riguardano la guerra di Suez: gli israeliani avevano occupato già nel novembre del 1956 i campi italo-egiziani di Abu Rudeis nel Sinai, portandosi via macchinari e beni strumentali di grande valore. Quando si ritirarono e fu

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imposto il cessate il fuoco, iniziarono le trattative per la loro restituzione. Trattativa difficile, a causa dell'ostracismo dei rappresentanti di Tel Aviv che proponevano una cifra giudicata irrisoria dall'ENI. Mattei a un certo punto rompe la trattativa e come risulta da un appunto di un suo collaboratore, chiede di poter organizzare una campagna di stampa contro Israele – Il Giorno era stato fondato un anno prima – ma il sottosegretario agli esteri Folchi gli risponde che non era il caso e il tentativo finì lì. Un secondo gruppo di carte riguarda un periodo successivo, la seconda metà del 1961: in particolare c'è una lettera di Mattei indirizzata all'ambasciatore egiziano della RAU dopo che si erano diffuse sulla stampa araba voci di rapporti tra l'ENI e Israele, nella quale il presidente dell'ENI scrive, nero su bianco, che non solo l'ENI non aveva alcuna relazione con lo Stato ebraico, ma mai l'avrebbe avuta anche in futuro. In realtà era Cefis che intratteneva questi rapporti, come risultò da una inchiesta interna voluta da Mattei, del dicembre 1961. Un mese dopo Cefis lascia l'ENI, si parla di espulsione. Nell'estate successiva Montanelli pubblica sul Corriere della Sera una serie di articoli velenosi contro Mattei pieni di dati economici probabilmente fornitigli da una “gola profonda” della compagnia di Stato. A ottobre Mattei muore.

Ma tutto questo vuol dire che si può pensare a una presenza del Mossad nell'attentato a Mattei?

Fanfani, che era stato un avversario duro del fondatore dell'ENI, parlando ad un'assemblea di partigiani cattolici nel 1986, ebbe a dire che quello contro Mattei era stato probabilmente “il primo atto terroristico nel nostro paese”. Diciamo che l'ipotesi Mossad può essere sicuramente aggiunta alle altre per due motivi: la documentazione esistente, e un banale sillogismo. Mattei era alleato di Nasser e vedeva la sua strategia come inestricabilmente collegata al mondo arabo. Israele era in conflitto all'epoca con tutto il mondo arabo e in primis con Nasser. Ergo, Mattei era un oggettivo ostacolo per la politica di sicurezza dello Stato ebraico.  Ma in queste storie di attentati epocali, si riescono solo a fare ipotesi. Stiamo ancora aspettando che ci dicano qualcosa di certo sull'attentato di Sarajevo.

Quanto rivive dell'Eni di allora nell'Eni di oggi, e, se ve ne sono, quali analogie sussistono tra lo scontro politico di quegli anni e le attuali contrapposizioni politiche in merito agli accordi energetici e strategici dell'Italia con la Russia, il Kazakistan e diverse altre nazioni in via di sviluppo, e, come e in che misura l'attuale crisi libica potrà incidere sulle strategie aziendali della compagnia guidata da Paolo Scaroni?

Il 17 marzo 2011, poche ore prima che il Consiglio di Sicurezza si riunisse per deliberare la no-fly-zone , il ministro del petrolio libico aveva assicurato continuità degli accordi con l'ENI. Questo episodio può essere preso ad esempio della non assurdità delle tesi per le quali l'attacco a Gheddafi è tutto sommato un attacco anche al governo Berlusconi. I tempi sono mutati, ma anche oggi esiste un oltranzismo occidentale negli Stati Uniti (non credo Obama), in Inghilterra e in Francia, che non gradisce né l'amicizia italo-russa – la Russia è l'erede geopolitico, per così dire, della vecchia URSS – né il South Stream in sostituzione del Nabucco , e né appunto i buoni rapporti italo-libici. In questo senso, con tutti i dovuti distinguo si è di fronte alla riedizione dello scenario dei tempi di Mattei, secondo consimili trend geopolitici. La propensione euro-mediterranea dell'Italia – di cui l'ENI di Scaroni è parte integrante – non nasce solo dalla testa dei politici o dei manager, ma è la proiezione diplomatica ed economico-commerciale di un'Italia collocata nel mezzo del Mediterraneo e prospiciente il Nord Africa ed il Medio Oriente. In fondo questa tendenza risale a molto prima di Mattei: di un ruolo mediterraneo dell'Italia parlò anche il Ministro degli Esteri Mancini negli anni Ottanta del XIX secolo. Allora e fino al fascismo incluso, si ragionava in termini di social-darwinismo , la pretesa cioè di esportare la “civiltà europea” nel mondo da colonizzare. Ecco dunque Mazzini con l'agognata annessione della Tunisia, poi la guerra giolittiana in Libia nel 1911, e poi la guerra di Mussolini ad Omar al Mukhtar, l'eroe dell'indipendenza libica impiccato dagli italiani nel 1931. Dopo la guerra, la stessa tendenza si ascrisse nel nuovo vento della decolonizzazione. Infine, nell'era post-bipolare, si riaffacciano i rischi di guerre più o meno motivate: fino ad ora il Maghreb sembrava escluso dagli scenari di guerra mediorientali, o solo lambito come nel caso dell'Egitto. Oggi però non sembra più così. Nella lunga durata della storia, Mattei è sicuramente attuale, ma nei fatti il suo messaggio di pace e cooperazione fraterna con i popoli del Medio Oriente, rischia di essere gettato alle ortiche.

 

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La Redazione di Strategos , ringraziando ancora una volta Claudio Moffa per la sua cortesia e per la sua disponibilità, ricorda che maggiori informazioni sulle sue attività e sulle sue pubblicazioni sono disponibili al sito personale www.claudiomoffa.it

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26 marzo 2011

COME BLOCCARE I "NEOCONS"
SARKOZY E CAMERON:
DALL'UNIONE AFRICANA
LA PROPOSTA GIUSTA

di Claudio Moffa

ANCHE SU RADIO.IRIB

“Se tornano i neocons”: uno dei primi miei articoli sulla guerra di Libia era titolato così. Ovviamente il riferimento non era alle persone specifiche della “disinvolta” think-tank che aveva circondato Bush jr dopo l'11 settembre, ma al metodo che essa adottava per imporre la sua strategia – lo “scontro di civiltà” con tutto il mondo islamico – a una Casa Bianca a sua volta accerchiata dai media lobbisti, fino a trascinare il Presidente USA in due disastrose guerre: l'Afghanistan, ancora sotto gli occhi di tutti, e l'Irak, migliaia di soldati americani morti a lesione degli stessi interessi USA, che con Saddam avevano avuto in passato buoni rapporti.  Questo metodo, rischioso per la pace mondiale, consisteva e consiste nella politica del fatto compiuto , imposto dal banditismo neocons nelle maglie di una Amministrazione nei fatti molto debole – terribilmente più debole che quella di Bush padre - e sempre con la scusa dell' “emergenza umanitaria” e della “lotta al terrorismo”.

Oggi i neocons sono effettivamente tornati e sono due, alleati di ferro e espressione quasi diretta del più estremista oltranzismo occidentale, Israele: Sarkozy e Cameron. Francia e Inghilterra non vogliono affatto una soluzione pacifica della crisi. Vogliono semplicemente assassinare Gheddafi, e lavorare o all'annientamento di quella grande parte del popolo libico che sostiene il rais, o alla divisione del paese in due o forse tre regioni: Tripolitania, Cirenaica e Fezzan. La vecchia tripartizione della ex colonia italiana vigente alla vigilia dell'indipendenza del 1951 – quando la Libia era sotto il tallone britannico – e contro cui si batté con successo l'Italia di De Gasperi.

La linea di Berlusconi è diversa, per fortuna distante dalle ubriacature del monarco-bengasino Bersani, che vuole il deferimento di Gheddafi alla CPI (D'Alema, almeno tu, di' qualcosa di sensato!). L'Italia lavora alla prospettiva di una Libia protesa verso la democrazia, e unitaria, che non comporti né divisioni del paese né la continuazione di stragi senza fine. Ma su questa strada ecco i neocons Sarkozy e Cameron: gli anglofrancesi hanno appena incassato la proposta vincente del Presidente del Consiglio italiano di un affidamento del comando alla NATO, ma già si infilano con determinazione nelle maglie di questo successo di Roma, per distruggerne le conseguenze possibili. In pratica scippano di nuovo il comando alla Nato e decidono di indire un vertice in cui Roma rischia –nel clima creato dai mass media lobbisti di tutto il mondo - di restare in minoranza. Perché Cameron ha sì ceduto a Berlusconi, ma è alleato strategico di Sarkozy,  con il quale ha condiviso fin dai primi giorni della crisi – attraverso le SAS – le manovre provocatorie per gettare la Libia nella tragedia della guerra civile in atto.

Teoricamente la via d'uscita corretta e legittima sarebbe una sola: affidare il comando non alla NATO – che è per statuto “parte” della “comunità internazionale” – ma al Consiglio di Sicurezza dell'ONU secondo quanto recita a chiare lettere l'articolo 42 del Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite. Ma questa opzione, allo stato delle cose presente, è difficilissima se non impossibile: sotto la (non) guida di un segretario generale pressoché insistente, Ban Ki Moon, il CdS – con alle spalle tra le altre cose il dissenso ormai certo tra Putin e Medvedev senza il quale forse Mosca avrebbe potuto esercitare il suo diritto di veto (vedi la vicenda delle dimissioni dell'ambasciatore russo a Tripoli) - ha abdicato al suo stesso ruolo nel momento in cui ha delegato “gli stati membri” ad applicare la no fly zone, così permettendo l'intervento a briglia sciolta di Sarkozy e al seguito del presidente francese, degli altri “Volenterosi” della “coalizione”. 

Tutta la risoluzione 1973 è priva di fondamento giuridico e viola la Carta dell'ONU: è un pasticcio giuridico-internazionalista, in cui una violazione ne richiama un'altra: la “delega” agli Stati membri delle funzioni del CdS è a sua volta collegata alla no fly zone, che è a sua volta illegittima al di là di come viene applicata,  perché l'ONU può intervenire ai sensi dell'art. 2 e dello stesso Capitolo VII della Carta di San Francisco, solo in conflitti tra stati, e non in quelli interni agli Stati membri, che appartengono al loro “dominio riservato”. Ma questa è storia vecchia: la prima no fly zone (anch'essa illegale) risale al 1991, post-guerra d'Iraq, l'avvio – assieme alle concomitanti “autodecisioni” che intanto sbranavano la Jugoslavia – della crisi verticale del vecchio Diritto Internazionale sostanzialmente garantito dal bipolarismo Est-Ovest scomparso, appunto, a cavallo tra i decenni Ottanta e Novanta del secolo scorso.

Dunque, non resta che il “pragmatismo”: da questo punto di vista il vertice dell'Unione africana di ieri che si è concluso con l'accettazione nero su bianco da parte di Tripoli di un cessate il fuoco a tutto campo e di una road map verso la democratizzazione della Libia, è la sponda utile per controbattere le devastanti intenzioni dei due neocons europei e le incertezze perenni dell'Amministrazione USA. La Nato, come risulta dal suo sito, ha già rapporti di collaborazione con l'Unione Africana. Più nel male che nel bene? Sicuramente sarebbe un bene se qualcuno le facesse recepire in toto la proposta del vertice di Addis Abeba di ieri. Sarebbe un modo per avviare una strategia di recupero alla gestione della crisi libica, di tutto quel mondo “altro” rispetto a Londra e Parigi, che ha espresso apertamente il suo dissenso più o meno netto rispetto alla linea d'assalto Sarkozy: a cominciare forse – dentro la NATO – dalla Turchia di Erdogan, per continuare  con la Cina, la Russia stessa dopo la sbandata del non veto, la Germania, la Lega araba o almeno una sua parte consistente e l'Unione africana, un intero continente oggetto di attenzioni e fonte di grandi risorse commerciali e di investimento per l'Italia.


23 marzo 2011

I CONFINI LABILI
DEL DIRITTO INTERNAZIONALE: MA
LA GUERRA SCATENATA DA SARKOZY
E' COMUNQUE ILLEGITTIMA

di Claudio Moffa

L'intervento armato in Libia è stato autorizzato dalle Nazioni Unite; è dunque legittim0; l'Italia non è coinvolta in una guerra: questo strano sillogismo – anzi più che sillogismo per alcuni è un dogma - non solo non corrisponde a tutto quello che in questi giorni la gente ha potuto vedere a, ma inoltre non regge dal punto di vista dei principi del diritto internazionale. Beninteso, il diritto internazionale è sempre stato basato da Grotius in poi su concreti rapporti di forza dai confini labili, e nello stesso tempo l'invenzione di una cosiddetta no fly zone ha alle spalle una consolidata tradizione operativa da parte delle Nazioni Unite che dura da un ventennio. Eppure in frangenti cruciali come questo, che rischiano di ferire a morte il nostro paese dal punto di vista energetico e migratorio, e di scatenare una conflittualità sempre più estesa provocata da reazioni a catena dallo strappo libico, è opportuno riflettere su tutto quel che non quadra con il sopracitato sillogismo.

Il primo strappo di Sarkozy: via all'azione militare mentre la riunione di Parigi era in corso

Primo punto, l'avvio concreto dell'azione militare. Secondo la ricostruzione del TG1 di qualche giorno fa – e secondo le cronache in diretta nelle ore di svolgimento del vertice di Parigi – la no-fly zone ha preso il via concreto per iniziativa dell'aviazione francese, quando ancora la riunione convocata in tutta fretta da Sarkozy era in corso : mai visto in tutta la storia delle Nazioni Unite che uno Stato prendesse solitariamente una decisione operativa imponendo il fatto compiuto ai partners invitati per definire e implementare con un atto collegiale una risoluzione varata dal Consiglio di Sicurezza, e nel corso della riunione collegiale stessa . E' un atto di banditismo internazionale quello compiuto dal Presidente francese , che ha creato un precedente per una gestione successiva della stessa crisi sulla base del fatto compiuto, ultronea rispetto al dettato delle risoluzioni 1970 e 1973: tesa cioè, come da reiterate dichiarazioni di alcuni anche in Italia, a trasformare nei fatti la no fly zone in una guerra d'aggressione contro un paese sovrano , finalizzata non a proteggere i civili ma all' annientamento del regime di Gheddafi, e chissà, “magari” di Gheddafi stesso.

(....)

Quest'ultimo punto è essenziale per riportare ordine e correttezza – dopo le critiche della vasta schiera di paesi e Organismi regionali contro quel che sta accadendo in Libia, ben oltre le zone di insorgenza – dentro lo stesso Consiglio di Sicurezza: una risoluzione dell'ONU che si basi su quel che raccontano le grandi catene mediatiche lobbiste e i loro megafoni (ivi compresa la stupefacente Al jazira), è l'analogo di una richiesta di rinvio a giudizio sulla base di una ”indagine” su un assassinio in un piccolo paese, svolta da un Maigret cialtrone che come unico atto della sua inchiesta sia entrato nel bar della piazza principale e lì abbia raccolto i pettegolezzi della gente, ubriachi compresi. Gheddafi ha ripetutamente chiesto ormai da settimane, che le Nazioni Unite inviino una missione di inchiesta in Libia, per verificare i fatti: come è nata la ribellione, fin da subito armata, quali sono i suoi veri obbiettivi, se per caso anche secessionisti al di là della bandiera prescelta e del suo apparente leader, l'ex ministro della giustizia libico Jalil; chi ha bombardato cosa; fino a che punto e attraverso quali canali i ribelli si sono armati; quante sono le vittime civili dei bombardamenti di Gheddafi (che ormai, purtroppo, esistono) e di quelle dei cosiddetti “volenterosi”, e così via.

L'inchiesta dovrebbe essere fatta al più presto per future, più corrette Risoluzioni. Ma fin da subito, di fronte al caos della situazione e fermo restando che la Francia di Sarkozy non ha nessun titolo, ma proprio nessuno, per “guidare” la “coalizione” (cioè, diciamolo pure, per fare quello che gli pare in Libia), il Consiglio di Sicurezza dovrebbe essere riunito d'urgenza, per evitare nuovi strappi nella deriva bellica ormai intrapresa da quattro giorni, e per bloccare in particolare la tragedia di un eventuale intervento via terra, che non solo costituirebbe un precedente gravissimo nel Mediterraneo, ma potrebbe portare a una soluzione alla Kosovo, con una Libia tripartita tra Fezzan “francese”, Tripolitania “inglese” e Tripoli “italiana”: come ai “bei tempi” del colonialismo di guerra degli anni Quaranta. E' questo che vuole l'Italia?

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Qui sotto: comunisti, un intervento di Gabriele Repaci

CON GHEDDAFI SENZA SE E SENZA MA

Gabriele Repaci

E' necessario a mio avviso, in quanto comunisti, fare una decisa scelta di campo. Non ci si può più permettere di fare dei distinguo del tipo: “Ne con Gheddafi, Ne con la Guerra”. Bisogna partire dalla leniniana analisi concreta della situazione concreta. Ed oggi, concretamente, opporsi a Gheddafi significa di fatto appoggiare i vari Clinton, Sarkozy e Cameron che vogliono trasformare la Libia in una colonia dell'Occidente. Al di la del giudizio che possiamo dare sull'operato politico di Muammar Gheddafi dalla sua presa del potere ( 1º settembre 1969) sino ad oggi, dobbiamo riconoscere in lui un leader arabo che al pari di `Abd El-Kader, ' Umar Al -Mukhtar o Gamal Abd el - Nasser sta difendendo la sovranità e l'integrità territoriale della propria nazione, minacciata dall'imperialismo occidentale.

Questo non vuol dire condividere la sua ideologia o identificarsi con il suo regime. Personalmente credo che Gheddafi abbia commesso alcuni errori imperdonabili durante i suoi quarantadue anni di direzione politica della Jamahiriyya. E non sto solo parlando dell'accordo con Berlusconi che tutto sommato è stato vantaggioso anche per la Libia, ma parlo dell'eliminazione di molti intellettuali marxisti subito dopo la rivoluzione, il contributo dato al presidente Jaafar Nimeiry volto a impedire l'affermazione dei comunisti in Sudan, l'amicizia con il dittatore cannibale dell'Uganda Idi Amin Dada e il supporto dato alla sanguinosa dittatura di Charles Taylor in Liberia alla fine degli anni 90'. A parte questo bisogna comunque ricordare che il Colonnello Gheddafi ha indubbiamente dei meriti. In Libia l'aspettativa di vita si aggira intorno ai 75 anni di età, un vero record considerando che in alcuni paesi del continente africano la media si aggira intorno ai 40! Quando Gheddafi prese il potere, il livello di analfabetismo in Libia era del 94%, mentre oggi oltre il 76% dei libici sono alfabetizzati e sono parecchi i giovani che frequentano università straniere. La popolazione libica, al contrario dei vicini egiziani e tunisini, non manca di alimenti e servizi sociali indispensabili. Non a caso un leader antimperialista come Hugo Chavez ha detto riferendosi al Rais libico: " ciò che è Bolivar per noi , è Gheddafi per la Libia " . Un complimento non da poco visto che Bolivar è considerato da Chavez il principale ispiratore della propria azione politica, anche più dello stesso Marx.

Una Libia controllata dai ribelli ricadrebbe nell'asservimento neocoloniale e nel sottosviluppo. L'ammirazione dei ribelli verso il defunto regime oppressivo e feudale di Re Idris, che aveva trasformato la sua nazione in un avamposto della penetrazione neocoloniale in Africa, non è un segreto per nessuno. Basti pensare che Muhammad al-Sanusi, nipote del famigerato Idris, fa parte Consiglio Nazionale Libico, espressione politica dei ribelli, situato a Bengasi. Probabilmente aspira a riconquistare il trono che fu sottratto a suo nonno dal colpo di stato guidato dal Colonnello Gheddafi.

Probabilmente però gli insorti non godono del consenso della maggioranza della popolazione del paese. In Libia, infatti, al contrario che in Egitto e in Tunisia non esiste una rivoluzione che contrapponga una gioventù liberale ad un regime tirannico. E' piuttosto verosimile che i clan cirenaici da sempre ostili a Gheddafi abbiano sfruttato le recenti rivolte in Nordafrica e Medioriente per cercare una rivincita sul Colonnello. Tuttavia questa rivolta non si è allargata al di la della Cirenaica e ciò ha permesso alle forze fedeli al Rais di riprendere velocemente controllo delle città conquistate dagli insorti. Se non fossero intervenuti gli imperialisti occidentali probabilmente oggi il Colonnello avrebbe ripreso il controllo della totalità del paese. Perciò è probabile che dopo la defenestrazione di Gheddafi gli Usa cercheranno di garantire uno statuto di “autonomia” alla Cirenaica per sfruttarne le ricchissime risorse energetiche in modo analogo a quanto è già accaduto nella regione curda dell'Iraq.

Una vittoria completa delle truppe fedeli al Colonnello, anche se poco probabile, è un auspicio che tutti gli antimperialisti coerenti dovrebbero augurarsi. La differenza tra l'antimperialismo, professato ancora da tutti i partiti comunisti seri nel mondo, ed un blando pacifismo è che il primo al contrario del secondo sa distinguere fra aggrediti e aggressori. Esistono guerre ingiuste, come le guerre di aggressione, e guerre giuste che sono le guerre di resistenza contro l'occupazione imperialista. Come diceva Mao: «La storia dimostra che le guerre si dividono in due categorie: le guerre giuste e le guerre ingiuste. ( …) Noi comunisti ci opponiamo a tutte le guerre ingiuste che impediscono il progresso, ma non ci opponiamo alle guerre giuste, progressiste. (…) La Prima guerra mondiale è un esempio di guerra ingiusta: le due parti combattevano per interessi imperialistici, ed è per questo che i comunisti di tutto il mondo si opposero risolutamente ad essa. Il mezzo per opporsi a una guerra di questo genere è fare di tutto il possibile per impedire che scoppi, ma una volta scoppiata bisogna opporsi alla guerra con la guerra, opporsi alla guerra ingiusta con la guerra giusta, ogni volta che sia possibile (Mao Tse Tung, Sulla Contraddizione, agosto 1937, Opere Scelte, Vol. I)».

 

 


19 marzo 2011

LIBIA - SE A PARIGI BERLUSCONI
FA IL MIRACOLO

di Claudio Moffa

Sarà il male minore – e anzi una speranza nel dramma - se Berlusconi riuscirà a ottenere oggi a Parigi il comando delle operazioni previste dalla risoluzione 1973 delle Nazioni Unite che prevede una no fly zone sui cieli libici. Il male minore perché ormai la frittata e fatta, in una storia oscura che ancora dovrà essere chiarita nei suoi particolari e nel dato generale: e cioè come mai Cina, Russia e paesi come India e Brasile si sono solo astenuti nel Consiglio di Sicurezza di due giorni fa. La speranza, perché il rischio maggiore a questo punto è una situazione di fluidità in cui possa affermarsi all'improvviso la politica del fatto compiuto che sempre l'oltranzismo occidentale ha applicato in tutte le guerre postbipolari: l'invenzione mediatica di una contraerea libica che spara su un aereo NATO “umanitario” e via ai bombardamenti mirati: alla casa di Gheddafi, alle caserme di Gheddafi, ai civili-proGheddafi colpiti per i soliti e utilissimi “effetti collaterali”: civili, cioè “popolo”, che incredibilmente gli “umanitari” sensibili ai richiami dei ribelli in armi di Bengasi, pretendono di non “vedere”, come non vedono quel che succede da anni in Afghanistan e da alcune settimane nel Bahrein, con i 41 uccisi dichiarati nella giornata di ieri. 

Berlusconi, pur giocando fuori casa e su iniziativa di un suo concorrente – il Sarkozy-Total, un presidente strasostenuto dalla potente lobby francese fin da quando venne eletto sindaco a Neully sulla Senna nel 1983  – ha dalla sua alcune carte a disposizione, tra esse correlate:

1) La prima è che nella crisi – come nota oggi Fabrizio dell'Orefice su il Tempo - l'Italia si trova nella prima linea del fronte di un sempre più vicino scenario di guerra guerreggiata, per le minacce di ritorsione di Gheddafi, per il precedente del missile su Lampedusa del 1986, e per il disastroso effetto immigrazione in primis sul nostro paese. Questo è sicuramente un ottimo argomento morale per convincere la composita alleanza antilibica di Parigi. Nel summit di Parigi potrebbero essere a favore del nostro governo i cinque astenuti del Consiglio di Sicurezza, l'Unione africane e forse anche la Lega Araba.

2) La pressione utilizzabile non è solo “morale”. L'Italia ha le sue basi da offrire alla coalizione: il ministro Larussa ha correttamente sottolineato in una sua breve dichiarazione alla stampa che, come recita la 1793, la finalità dell'operazione no fly zone è quella di proteggere le popolazioni civili. Se a Parigi non dovessero essere messi dei precisi paletti sulla gestione e traduzione in fatti della risoluzione stessa, Roma potrebbe anche rispondere no. Posizione che avrebbe un suo precedente nella decisione di Andreotti nel 1973, di non concedere l'uso delle basi militari italiane agli USA durante la “guerra del Kippur”.

3) Ma non si tratta solo di argomenti morali o di rapporti di pura forza. La risoluzione delle Nazioni Unite – un testo di valenza “giuridica” - contiene due passaggi importanti e utilizzabili per un tentativo di vera mediazione quale mai ha fino ad oggi fatto il Consiglio di Sicurezza, al quale già due domeniche fa Gheddafi aveva chiesto di inviare una missione per verificare sul terreno le esagerazioni e invenzioni dei mass media: il primo è che il Consiglio di Sicurezza “prende atto delle decisioni del Segretario Generale di inviare il suo Inviato Speciale in Libia e del Consiglio di Sicurezza e della Pace dell'Unione Africana di inviare il suo Comitato di Alto Livello ad hoc  in Libia,  allo scopo di facilitare il dialogo . Dunque, dialogo ancora possibile, per iniziativa diretta di Ban Ki Moon. Gheddafi ha immediatamente dichiarato dopo il voto di due notti fa di accettare la risoluzione e il cessate il fuoco. Vero, non vero? Un organismo giuridico quale l'ONU, non può accettare come verità le smentite ovvie e scontate dei ribelli, né quelle del partito-canaglia media-“democra-tico” che peraltro è esattamente lo stesso che non solo odia Gheddafi, ma assedia e ricatta da anni Obama, la Siria, il primo ministro russo Putin, e paesi come il Sudan e lo Zimbabwe, a sua volta sostenuto dal Sudafrica. Dunque, che si invii una missione di indagine in Libia che verifichi effettivamente il cessate il fuoco e la disponibilità di Gheddafi al compromesso;

4) Il secondo passaggio utile della risoluzione 1793  è lì dove essa recita  che quanto deciso dall'ONU è rivolto unicamente “a proteggere i civili e le aree popolate dai civili sotto la minaccia di attacchi nella (sic) Jamahiriya Araba Libica, inclusa Bengasi, mentre escludono una forza straniera di occupazione sotto qualsiasi formato e in quale che sia (sic, dunque anche Bengasi) parte del territorio libico”. Nessun altro paese meglio che l'Italia può ottemperare a questo  dispositivo e dunque perseguire una vera politica di dialogo: sia per la disponibilità dimostrata con l'operazione umanitaria pro Bengasi, sia per i buoni rapporti intessuti da Berlusconi con tutti i principali capi di stato “decisori” del mondo – compresa la Merkel, e checché ne dica il partito-canaglia di cui sopra – sia per i buoni rapporti con lo stesso Gheddafi  fino a poche settimane fa: anzi fino a due giorni fa, con l'annuncio del ministro del petrolio libico che gli accordi commerciali con l'ENI saranno rispettati da Tripoli.

Tutto questo è un ragionare diplomatico-giuridico in un contesto che resta da una parte altamente drammatico – è possibile che Parigi dia il via alla guerra guerreggiata: “oggi dopo il summit, potrebbe inziiare l'intervento militare” ha annunciato questa notte il ministro degli esteri francese – e dall'altra ancora oscuro nelle sue varie dimensioni e aspetti: proprio l'ultima cosa detta, la dichiarazione del ministro libico del petrolio, poche ore prima della risoluzione del Consiglio di Sicurezza con il Sarkozy-Total in prima linea, fa intuire che molti aspetti di quel che sta accadendo dovranno essere chiariti. Una cosa è certa, rischiamo di essere ad un terribile tornante storico, come ha ammonito più volte il ministro Maroni: la geopolitica ci insegna la straordinaria attualità di personalità del passato come Mattei e De Gaulle. Ma non è detto che nel breve periodo questa lezione funzioni: in certi momenti, come dimostrano proprio le vicende concrete di Mattei e De Gaulle, dipende molto dalla soggettività degli uomini che governano, nel bene e nel male, il mondo.

1) Nel libro Sarkozy, Israel et les Juifs, di Paul-Eric Blanrue, 2010, è descritta con dovizia di particolari, aneddoti, dichiarazioni la storia umana - ascendenti ebraici per parte materna e paterna, esternati dallo stesso Presidente francese con grande partecipazione sentimentale - e soprattutto politici di Sarkozy, fin da quando fu eletto nel 1983 sindaco di Neully sulla Senna, una cittadina con una estesa comunità ebraica (20 per cento della popolazione). Il finanziamento di Gheddafi della campagna presidenziale del principale sostenitore oggi dell'intervento militare in Libia, è stato un tentativo di comprarlo, ma invano: in Francia, lì dove si giocano questo tipo di competizioni, non esiste una lobby araba così radicata storicamente e potente. Sarkozy ha così "ripagato" il rais con un invito in pompa magna a Parigi, ma al momento opportuno è tornato a seguire il suo sponsor di sempre.

 

CONCLUSO IL VERTICE DI PARIGI:
SARKOZY VUOLE LA GUERRA TOTALE

pubblicata da Claudio Moffa il giorno sabato 19 marzo 2011 alle ore 16.39

E' durato pochissimo il vertice di Parigi,  al massimo un paio di ore, con una ventina almeno di rappresentanti dei paesi partecipanti. Già prima della conclusione, o quanto meno prima del discorso di Sarkozy alla TV – da solo, senza Ban Ki Moon, senza alcuna rappresentante della Lega araba, senza nemmeno la Clinton o qualsiasi altro delegato europeo  - il TG1 in edizione straordinaria ha dato notizia dell'inizio dei raid francesi. Nel suo discorso Sarkozy ha ricordato la risoluzione ONU 1793. finalizzata alla “protezione dei civili” con una azione attiva di blocco dei voli aerei libici, ma è andato ben al di là dei paletti del Consiglio di Sicurezza, parlando di interventi contro i carri armati libici, cioè non contro l'aviazione di Gheddafi e dunque  contro i bombardamenti aerei sui ribelli, ma contro obbiettivi terrestri. Guerra totale, questo è l'obbiettivo della Francia di Sarkozy.

A questa minaccia di banditismo internazionale, Sarkozy ha abbinato il risultato per ora più significativo del vertice: lo scippo di ogni ruolo a Berlusconi e all'Italia, che pagherà più di ogni altro paese il prezzo di una guerra alle porte di casa. Il comando dell'operazione no fly zone - cosiddetta no fly zone  se passa la linea di guerra totale di Sarkozy - è stato dato agli USA secondo le informazioni del TG1, non si è capito se tratte dal discorso di Sarkozy (alcune frasi non si capivano perché i volumi della voce del Presidente francese e di quello dello speaker italiano si sovrapponevano) o da altre fonti. Gli aerei francesi si appoggiano sulle portaerei americane. Come dire, delle basi italiane possiamo fare a meno

Pare poter dedurre, in attesa di ricostruzioni puntuali, che quella del presidente francese è stata una dura risposta “decisionista” a Berlusconi, che si era candidato secondo il tempo di Roma alla guida dell'operazione no fly zone: bisognerà vedere se dal punto di vista tecnico le portaerei USA basteranno in caso di guerra prolungataì; se Obama – assente a Parigi - avallerà la posizione di aggressione totale di Sarkozy; se ci saranno reazioni da parte dei paesi astenutisi sulla 1793.

Ma due cose sembrano certe: la prima che Sarkozy ha nuovamente forzato la mano, in modo anche scenograficamente solitario (il discorso solitario davanti al microfono, conclusosi con la dichiarazione che “la Francia si assume” le proprie responsabilità “davanti alla storia”) trascinando l'intero pianeta verso una guerra disastrosa; la seconda che Berlusconi si trova di fronte a un bivio. Incasserà il colpo subito o reagirà? Le basi verranno concesse per la guerra totale di Sarkozy e della Total francese? Farà il presidente i suoi calcoli elettorali, con riferimento alla sua immagine oltre che alla fronda “belgradiana” della Lega, a cominciare da Maroni, il suo migliore ministro assieme alla Gelmini? 

Un corollario di certezza: se Berlusconi reagirà all'affronto di Sarkozy, guadagnerà milionate di voti nelle prossime elezioni.



18 marzo 2011


Il professor Claudio Moffa spiega gli stravolgimenti
che stanno interessando l'universo arabo

C' E' UN MONDO CHE CAMBIA

La crisi libica, Berlusconi e tutte le verità (vere o presunte) dei mass media

Intervista di Benito Mascitti per la Città quotidiano di Teramo

" ....Dunque i mass media hanno un ruolo decisivo e militante nelle guerre del mondo arabo e del Medio Oriente in generale. E' proprio questo marasma mediatico che accomuna le varie anime del mondo islamico senza tentare di analizzare con onestà mentale lo stato delle cose che preoccupa. Qualcuno di certo conta sull'ignoranza dell'opinione pubblica. Come possiamo decriptare le crisi più recenti, quelle degli ultimi mesi, da questo punto di vista?

“Il panorama è veramente desolante. Il 12 marzo scorso a Uno mattina, ho sentito Lorenzo Cremonesi dire chiaro e tondo che i morti in Libia, erano stati, a quasi un mese dall'inizio della guerra civile, 100 (cento!). Cremonesi è l'inviato del Corriere . Bene, cosa hanno detto quasi tutti i giornali e TV di tutto il mondo fino a pochi giorni fa? Si è parlato, già nelle prime ore della rivolta anche di diecimila (diecimila!) morti. Pura propaganda di guerra. Ovviamente anche in Egitto e nelle altre crisi la propaganda svolge il suo lavoro: un servizio della BBC su una manifestazione del 18 febbraio scorso al Cairo presentava un articolo del suo inviato Fraser con un “Thousands of people have gathered in Tahrir Square …”, ma nell'articolo che si raggiungeva solo dopo la cliccata di rito, era scritto invece “Hundred of thousands”, e in effetti anche il nostro Televideo recitava quel giorno “due milioni in piazza” al Cairo. Del resto la presenza al Cairo di un executive manager di Google tra i manifestanti di Piazza Tahir la dice lunga sull'intreccio tra mass media e lotta politica. Si parla a ragione del popolo degli internettizzati nei paesi in rivolta, che vanno a costruire – almeno nelle intenzioni di qualcuno – qualcosa di diverso rispetto ai tradizionali organismi politici del paese, che siano i Fratelli musulmani o l'Esercito. Per queste vie, c'è chi pensa ad una soluzione tipo il movimento anti Milosevic Otpor, nella Jugoslavia degli anni ‘90, con alle spalle il finanziere guru George Soros.  Una situazione dunque fluida.

Non fluida ma invece martellante, è la propaganda contro la Libia grazie alla quale Gheddafi – leader politico certamente non simpatico – è stato trasformato in un mostro, un leader arabo da annientare e distruggere. C'è un rifiuto aprioristico del negoziato che serpeggia nelle cancellerie occidentali e che trova la sua sponda e il suo input nel tam tam mediatico. Hanno cominciato col dire che Gheddafi era isolato, debole, in fuga, prima nel bunker sottoterra, poi implorante garanzie di fuga dai bengasini, poi su uno dei tre aerei con i suoi emissari di qualche giorno fa. Nulla di tutto ciò: al contrario, comizi in piazza certo non oceanici ma a dimostrazione che il rais è sì un dittatore ma come Mussolini e come Mobutu negli anni Settanta, con un suo seguito di massa quanto meno “etnico”. E ha emesso lui un mandato di cattura per il ministro ribelle e “traditore” di Bengasi, senza cercare alcun accordo. Nel frattempo tutti a titolare sulle stragi: ma quali, dove e quando? Non ci sono immagini di stragi né di fosse comuni: tutto falso ....

Nel 1999 in Jugoslavia c'era D'Alema, schieratosi contro Milosevic a fianco della NATO. Oggi di fronte alla crisi libica c'è Berlusconi, alleato e si dice amico di Gheddafi?

“Ha toccato un punto importante. Purtroppo la prima guerra in Europa è stata condivisa in Italia da un governo di centrosinistra. Berlusconi invece è stato colui che ha siglato uno storico accordo con la nostra ex colonia. Un suo successo, a fronte dei tentativi falliti di Prodi. E un successo anche internazionale, perché Berlusconi ha fatto da mediatore tra Gheddafi e Obama. Chiudiamo allora così questa chiacchierata: secondo me la guerra a Gheddafi è anche un attacco al nostro paese. E a Berlusconi. Abbiamo il problema gravissimo dell' immigrazione che rischia di riesplodere. E la Libia è oggi il primo partner dell'ENI. Una montagna di soldi, a beneficio anche nostro. Quanto al Presidente del Consiglio, penso al rapporto conflittuale che ha con lui Sarkozy. C'è un libro su Sarkozy – titolato Sarkozy, Israele e gli Ebrei, di Paul Eric Blanrue – che ha avuto un buon successo in Francia e che dipinge il presidente francese con un grande amico di Israele quale in effetti è. Ma io credo che nella crisi libica ci sia un'altra molla per spiegare i pericolosi bollori bellicisti di Sarkozy: l'invidia. Può sembrare un'affermazione poco scientifica – cosa di meglio c'è del parlare di lobbismo per spiegare l'ennesima guerra nella regione mediterranea mediorientale? – ma in  verità credo che anche i grandi soffrano di questo sentimento poco nobile, e che l'invidia sia a volte un formidabile fattore di decisioni, anche per quelle che poi portano a cambiamenti epocali.” ....

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17 marzo 2011


La provocazione: mettiamo sotto plexiglas Enrico Toti?

CHI HA AVUTO HA AVUTO, E CHI HA DATO
HA DATO, RICUORDAMMOCE ‘O PASSATO
PER NON SBAGLIARE DI NUOVO

E “scordiamocelo” per costruire “qui e ora”, senza la farsa-tragedia dei risarcimenti e delle false indipendenze, rapporti equi fra le diverse Italie

Claudio Moffa

Non solo il Risorgimento, ma anche la Prima guerra mondiale e la Resistenza - le tre pagine storiche principali su cui si pretende di fondare di solito la nostra identità e unità nazionale – devono essere soggette alla libera critica storica: che il Risorgimento sia stato un movimento gestito dall'alto, da una minoranza responsabile anche di massacri e repressioni contro un popolo del sud che si pretendeva di liberare e che venne invece assoggettato e spesso rapinato dalle politiche annessioniste; che la prima guerra mondiale, rispetto alla quale l'Italia all'ultimo momento cambiò campo di alleanze, sia stata un grande massacro inutile e doloroso per quel che attiene il ridisegnamento dei confini, ivi compreso il Sud Tirolo-Alto Adige, perché l'Impero austroungarico conferiva sostanziale autonomia alle minoranze etniche e linguistiche, italiani compresi; che infine, la Resistenza non solo comprese pagine crudeli – come tutte le guerre civili – ma inoltre sia stata fortemente condizionata dalle trame e dagli interessi delle potenze vincitrici, soprattutto quelli angloamericani, infiltratisi dentro le sue fila fino a determinare come ogni probabilità eventi cruciali della II guerra mondiale a cominciare dalla fucilazione di Mussolini: che tutto questo sia assumibile come una critica positiva perché volta a comprendere la storia passata per meglio capire il presente, questo è sostanzialmente e generalmente vero.

Ma il voler dedurre da queste revisioni storiche più o meno datate, la necessità di un ritorno alle divisioni preunitarie è assurdo, antistorico e soprattutto a rischio di ripercorrere sotto nuova forma – non unitaria, ma balcanizzata - esattamente gli stessi errori del passato, assoggettandosi sia pure inconsapevolmente agli stessi poteri forti internazionali e transnazionali che operarono nel risorgimento e nella prima guerra mondiale. Gli Stati estesi si difendono dalla globalizzazione meglio che gli staterelli privi di consistenza territoriale, economica e finanziaria. Questi possono credere di diventare “indipendenti” separandosi dallo Stato esteso, e invece diventano privi di potere internazionale, come insegna il caso della vicina ex Jugoslavia.

Bisogna tener presente due elementi chiave.

Il primo è che la storia dell'Italia non si riduce solo ai tre momenti “forti” sopra ricordati: sia perché la tradizione culturale, la letteratura a cominciare dal grande Dante Alighieri, l'arte, la musica italiane, e tutto quello che rappresenta l'essere italiani, sono un dato di fatto unificatore del nostro paese, e questo pur nel rispetto delle diversità interne, da non negare. Sia perché esiste una unità linguistica di fatto, resa necessaria dall'esistenza di un apparato amministrativo e giudiziario unitario, e rafforzata nell'ultimo secolo dalla diffusione straordinaria dei mass media, in particolare la radio e la televisione: giudico questo processo assolutamente positivo, e sono contrario al “recupero” di dialetti o lingue, che spesso sono più una “invenzione” - come nel caso della lingua ebraica - che reali. Le ghettizzazioni linguistiche – riedizione moderna dell'orribile mito della Torre di Babele, dove il progresso viene bloccato da un dio tribale che semina odio e incomprensione fra le diverse etnie che lavorano alla grandiosa impresa – sono negative: parlare la stessa lingua, ovviamente garantendo una istruzione così fondata a tutti, vuol dire progredire verso la conoscenza e la fratellanza con l'altro.

Il secondo elemento da considerare è che accettare una deriva secessionista vuol dire ottenere due effetti negativi: il primo – tipico è il caso di molti movimenti meridionalisti – è favorire la grande finanza internazionale e dunque l'aspetto oppressivo e di rapina della globalizzazione, e inoltre dare maggiore spazio nel quadro continentale al direttivismo totalitario della Unione europea mai ben contrastato dagli Stati esistenti, e sicuramente assai più libero di opprimere le sovranità nazionali in caso di staterelli di piccole dimensioni: il risultato delle secessioni oggi non è – eventuali eccezioni a parte, da individuare - una “indipendenza”, ma invece un assoggettamento a un potere feroce, ben più forte di qualsiasi potere “giacobino” interno. Le secessioni e certi federalismi “radicali” postbipolari se non portano tutti un unico segno di co-determinazione esterna, sono comunque molto problematici dal punto di vista delle istanze che avevano pensato di promuovere: il federalismo economico iracheno rapina metà della popolazione del bene petrolio e sta distruggendo un paese un tempo unito e operativo nella realtà internazionale; idem le istanze secessioniste del delta del Niger; la balcanizzazione della Jugoslavia, salutata positivamente secondo una vetusta chiave di lettura “anticomunista”, porta il segno degli Albrights, Holbrooks, e dello stesso Israele, sostenitore attivo dei musulmani bosniaci e - via Soros - dei kosovari albanesi. E' un dato di fatto che le balcanizzazioni, come dimostra per il Medio Oriente il piano Oded Ynon del 1982, sono in generale consustanziali al sionismo: esso ha bisogno come l'ossigeno di frantumare gli Stati esistenti seminando odi fra le sue diverse popolazioni, perché essendo espressione di una minoranza razzisticamente fondata sul dogma endogamico e dunque destinata a restare tale, “deve” puntare a “minoranzizzare” i paesi in cui sia presente e operi per poterli meglio egemonizzare.

E se mettessimo sotto plexigas Enrico Toti?

Il secondo effetto negativo del secessionismo – vedi il caso in Italia dell'Alto Adige – è che spesso ripropone gli stessi problemi rovesciati: ciò accade soprattutto in territori popolati a macchia di leopardo, dove non è possibile separarsi dal vicino di quartiere, e dunque non è possibile pensare di risolvere la “questione nazionale” costruendo o ripristinando vecchi confini a loro volta ingiusti: la secessione eritrea del 1991 ha separato artificiosamente almeno tre popolazioni di quello che era prima del referendum uno stato unitario: i Cunama, i Tigrini e gli Afari. In Alto Adige-Sud Tirolo, come riconosceva ad esempio il verde Lanzinger, il problema dei rapporti italo-tedeschi, non si risolve con il ritorno della regione all'Austria ma piuttosto “sciogliendo” il confine con l'Italia, e dunque, in generale, costruendo entità statuali o federali più ampie; ovvero, nelle relazioni intra-comunitarie, stemperando le memorie nazionali reciproche per evitare il rischio della permanentizzazione dell'odio interetnico.

Mettere sotto plexiglas il monumento a Enrico Toti, così come l'affresco di Maometto nella Basilica di San Petronio di Bologna, per difendere da una parte la memoria storica e l'arte nostrane, e dall'altra per capire e far capire che i conflitti del passato possono e devono essere superati? Sì, se a questo corrisponde un riequilibrio positivo dei rapporti fra italofoni e tedescofoni: senza oppressioni dei primi sui secondi , ma nemmeno senza retoriche delle minoranze e conseguente vessazione della maggioranza, come ormai spesso accade in tante situazioni inter-relazionali culturali, etniche, religiose, sessuali.

Non sto deviando dalla questione delle celebrazioni del 151° anniversario dell'Unità nazionale. Le “questioni nazionali” sono sempre correlate a una pluralità magmatica di elementi e fattori, fenomeno sociopolitico ultracomplesso tra quelli complessi, come riconosciuto esplicitamente e/o implicitamente da studiosi di ogni tendenza, che sia Battaglia sulla Treccani o lo stesso “sistematizzarore” Stalin nel suo saggio del 1913. Quanto appena detto dovrebbe comunque indurre a riflettere sulla necessità che anche la questione Italia, come tutte le questioni nazionali, sia affrontata con equilibrio: può sembrare questa una frase scontata, ma non lo è, e dunque, per andare subito al concreto e senza rifugiarmi in frasi generiche, concludo credo con estrema chiarezza di intenti con due altri capitoli essenziali.

Il primo è costituito dall'immigrazione, nei fatti destinata a mutare nel tempo le caratteristiche del nostro essere italiani. Sono sempre stato a favore della legge Bossi-(Fini), e per un controllo radicale dei flussi immigratori contro le pietose teorizzazioni fataliste (non si può far nulla etc.) della sinistra e di certo mondo cattolico. L'accordo con la Libia – oggi purtroppo a rischio – non solo è stato il giusto riconoscimento di una (nostra) idea di identità nazionale da ripulire delle eredità mazziniane e di stampo colonialista (Mazzini teorizzò, dentro l'ampia “missione storica” dell'Italia, la colonizzazione della Tunisia: ma del resto lo stesso fece Labriola con la Libia, sul versante socialista) ma anche lo strumento della necessità di reprimere l'immigrazione senza regole rispettando – come sin qui abbiamo sempre fatto - la normativa nazionale e internazionale, e dunque i cosiddetti “diritti umani”.

Aggiungo che sono favorevole a due provvedimenti apparentemente contraddittori tra loro: sì alle moschee, perché una volta fatta la frittata non si può negare la libertà di culto alle centinaia di migliaia di musulmani residenti in Italia; no all'insegnamento dell'arabo nelle nostre scuole – una proposta buonista-multiculturalista di Tullio De Mauro, negli anni Novanta – sia per motivi economici evidenti, sia perché tutti gli stranieri in Italia con prospettiva di residenza permanente devono imparare la nostra lingua, per una migliore integrazione, per rispetto del nostro paese e per una migliore difesa dei loro stessi diritti e agibilità, quando si recano negli uffici pubblici, in un negozio per acquistare qualcosa o magari in Tribunale. Lo diceva, ai nostrani figli di contadini di Barbiana la cui barriera linguistica era “di classe”, Don Milani, maitre a penser del pensiero di sinistra e cattolico degli anni Sessanta e Settanta.

Il secondo capitolo riguarda la difesa degli interessi nazionali fuori (ma anche dentro) i nostri confini. Schiacciati dalla questione meridionale e dal martellamento mediatico sull'Italia di 150 anni fa, quasi mai se ne parla: personalmente credo che dentro i nostri confini l'obbiettivo centrale – molto difficile, bisogna quanto meno aspettare il riequilibrio dei poteri costituzionali lesi negli ultimi decenni dall'arroganza della casta giudiziaria – dovrebbe essere il recupero almeno progressivo della nostra sovranità territoriale (le basi USA) e economica: vale a dire il ripristino della Banca nazionale come Banca di Stato, contro lo scempio della sua privatizzazione da parte del centrosinistra, e anche un maggiore controllo sui settori chiave e strategici del nostro apparato produttivo.

Fuori dei nostri confini, è più che maturo il ritiro dall'Afghanistan, una presenza militare che tanti morti ha causato non solo a noi, ma anche alle popolazioni civili dei paese occupato. Di nuovo torna l'attualità – attualità nel senso degli stessi nemici dentro l'Occcidente da combattere, ma certo in un contesto storico molto peggiore – di Enrico Mattei, un politico-manager che portava all'estero il nostro tricolore, ma non per issarlo sulle caserme in paesi stranieri occupati per una presunta “difesa dei diritti umani” e una chimerica lotta al “terrorismo islamico”, ma per farlo sventolare sui pozzi petroliferi attivati in cooperazione con il paese ospite. Un messaggio di commercio equo, di pace e di fratellanza, fatto da un leader democristiano, capitalista sia pure di stato e – secondo almeno Cossiga – fra i fondatori della Gladio. Come vedete, fuori dagli schemi destra-sinistra e mettendo al primo posto i contenuti, si può ragionare, anzi senz'altro di ragiona molto meglio.

Popoli senza stato e ideologi senza cervello


10 marzo 2011

LA DISINFORMAZIONE SU GHEDDAFI: PERCHE' L'ORDINE DEI GIORNALISTI
NON SOSPENDE EZIO MAURO?

Claudio Moffa

.... La partita è dunque aperta ad ogni possibile sviluppo. Su tutto incombe però il convitato di pietra delle cancellerie e dei capi di stato e ministri degli esteri dell'euro-america: i mass media lobbisti, il vero regime a tutto Occidente, quel ceto giornalistico che come ricordava il grande leader sionista Vladimir Jabotinsky già negli anni Trenta, conta più dei re, dei capi di stato e dei primi ministri. E' il panorama desolante confermato anche, un secolo dopo, dalla crisi libica: ripercorriamo ad esempio, in Italia, le leggende costruite da Repubblica e cugini.

1) Gheddafi isolato, debole, in fuga: dal bunker sottoterra alle strabilianti “vittorie” dei ribelli, alle implorazioni di trattative rivolte ai bengasini, alle fughe in aereo, in auto o a nuoto: tutto falso, comizi di piazza non oceanici ma certo consistenti, un esercito nazionale che ancora esiste e resiste nonostante qualche defezione, la taglia sull'ex ministro El-Jalil (altro che pietire accordi), e sugli aerei (ultima leggendaria “fuga”) emissari di un governo ben saldo e con un suo progetto. Gheddafi è un dittatore, ma come Mussolini e Mobutu negli anni Settanta, anche i dittatori possono avere consenso di massa.

2) Le stragi: ma quali stragi, dove, quando? [6] Guardate ai bombardamenti di questi giorni, che peraltro Gheddafi, probabilmente mentendo, attribuisce ai ribelli: colpiscono solo e unicamente i pozzi petroliferi, misura ovvia perché attorno al controllo del petrolio si giocano i rapporti di forza in divenire dei due fronti in guerra, Bengasi e Tripoli. Ma non ci sono immagini di stragi né di fosse comuni: tutto falso. Tanto che è stato Gheddafi, domenica scorsa, prima della giusta sortita di Frattini, a chiedere una inchiesta delle Nazioni Unite.

3) Internet bloccato: leggenda smentita dagli stessi giornali che lo affermano, nell'articolo a fianco [7]. E poi, comunque le immagini viaggiano anche via cellulare, tanto che Repubblica ha pubblicato la foto di tre gheddafisti prigionieri. Perché la fonte del quotidiano di De Benedetti non ha tirato fuori una sola foto della moschea di Zawiya presuntamente rasa al suolo, o di almeno una ventina di cadaveri (si è parlato di 1000 morti), prima che venissero secondo altra possibile leggenda portati via dai camion gheddafisti? Un clic dura un decimo di secondo, ne basta uno e le stragi sono confermate. Invece è il modello Timisoara e Neda che viene applicato .... Leggi tutto

PS (12 marzo) 100 MORTI (CENTO) FINO AD OGGI IN LIBIA. BOMBARDAMENTI SOLO DIMOSTRATIVI DI GHEDDAFI. LO HA DETTO LORENZO CREMONESI INVIATO DEL CORRIERE DELLA SERA, QUESTA MATTINA ALLE 8 E 35 CIRCA A UNO MATTINA, IN UNA TELEFONATA DA BENGASI.

Titoli, articoli, foto:
le invenzioni dei massacri sulla stampa italiana


7 marzo 2011

GHEDDAFI E IL MOSSAD:
UN' OPERAZIONE DI DEBUNKING?

Claudio Moffa

GHEDDAFI E IL MOSSAD : UN' OPERAZIONE DI DEBUNKING ?
lista blog

Verità vera, quella diffusa dalla stampa israeliana sul Mossad che aiuterebbe Gheddafi, o disinformazione – debunking, nello stile Wikileaks – in un momento in cui Gheddafi è in ripresa e sta riconquistando pezzi importanti di territorio libico e guadagna consensi in alcuni paesi del “Terzo mondo”? Perché questa notizia non è stata pubblicata dai media di Israele prima, nei primi giorni della rivolta, quando Gheddafi sembrava prossimo a essere rovesciato? Non sarebbe stata utile a calmare i bollori bellicisti della Rodham Clinton e di Cameron?

E' la prima domanda da porsi per capire quel che sta succedendo. Premetto di assumere come ipotesi di lavoro che tutto è possibile, anche una alleanza contingente fra Mossad e Gheddafi (o forse tra una agenzia mercenaria israeliana e Gheddafi), e inoltre che concordo con chi insiste sulla necessità, rintuzzata la ribellione con interventi militari assai meno drammatici di quello che la solita stampa vuole far credere – non a caso Gheddafi ha invitato l'ONU domenica scorsa, ad indagare sui fatti – di una politica di recupero delle due Libie che sono nei fatti emerse in queste settimane di guerra, a una pacificazione reciproca. Il figlio maggiore del rais, che nei primi giorni della crisi parlò della necessità di una apertura democratica e poi si fece filmare con il mitra su un carro armato, simboleggia bene questa eventuale prospettiva.

Questo detto, credo che bisogna tener presente la complessità generale della situazione. Può sembrare una battuta scontata, ma in realtà penso che esistano due diverse visioni generali dei due campi che si stanno scontrando, non certo da oggi, ma, se non dal ‘48, almeno dal 2001, nei diversi teatri mediorientali: una attenta ai fenomeni di superficie e una più profonda. Sic ... (Leggi tutto)

ALLEGATI

Due delle questioni accennate nell'articolo qui sopra: a destra, il saggio di un ex dirigente della Banca centrale irachena negli anni Ottanta (ai tempi di Saddam, cioè) che dimostra la coscienza profonda della questione Israele da parte della leadership baathista. A sinistra, un articolo illuminante, sul lavorio nelle Nazioni Unite da parte di Israele, già nei primi anni Sessanta: se lo avesse scritto un "gentile" sarebbe stato accusato subito di "antisemitismo" e "complottismo". In realtà sono fatti storici. Il giornalista David Horovitz riassume l'intensa azione di intellettuali, politici e giuristi ebrei - ebrei innanzitutto, prima ancora della nazionalità "formale" di appartenenza - e termina con un richiamo storico a ... Mosé. Questo è il sionismo, che non può essere ridotto all'occupazione della Palestina, pure fatto cruciale e prima linea per il popolo palestinese (CM)

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IRAQ - IL "CASO SHEKEL"

Hassan Al-Najafi
LE SHEKEL ET SON UTILISATION
DANS L'IRAQ ANCIEN


 

IRAN - UN CONVEGNO SULL'HOLLYWOODISMO
Febbraio 2011


Indiana Jones, Evita, il Codice da Vinci, Lutero: quando il bel cinema
è anche propaganda

A Teheran il seminario sull'hollywoodismo ha visto la partecipazione di una ricca pattuglia di intellettuali e registi francesi, alcuni italiani e rappresentanti da tutto il mondo, dal Sudan a Ceylon, dalla Norvegia alla Polonia e altri paesi dell'est Europa, all'America latina. Un successo, e un segnale della serietà della politica culturale iraniana. Non esperto-cultore di cinema, personalmente ho parlato di Indiana Jones , un serial avviato nel 1981 con un film di Spielberg sugli “Avventurieri dell'Arca perduta”, ottimamente fatto, e che mescolando finzione e realtà storica – Indiana Jones, impersonato da Harrison Ford incontra personaggi veri da Lawrence d'Arabia a Charles De Gaulle – veicola tre idee guida che diverranno egemoni, sulla base di mutati rapporti di forza internazionali, dieci anni dopo in età postbipolare: la prima idea è la centralità-intoccabilità della questione ebraica ben simboleggiata dall'Arca perduta, trafugata nel film dai nazisti tedeschi alleati degli arabi; la seconda, connessa alla prima, è una sorta di “diritto di ingerenza archeologica” – l'Arca! E Indiana Jones fa quello che vuole, imponendo la sua legge ai “selvaggi” autoctoni – che anticipa quello di “ingerenza umanitaria” reinventato dai giuristi internazionalisti dalla norma elastica, e utilizzato come grimaldello per l'aggressione agli Stati sovrani dagli anni Novanta in poi; infine, l'amplificazione del dogma della inferiorità militare degli Arabi, tanto gonfi di retorica quanto impotenti di fronte a Israele: è la scena dei due Arabi, eleganti in vestiti alla derviscio neri con cintura rossa, che dopo aver roteato minacciosamente ma con vuota retorica le loro scimitarre contro l'esploratore bianco, vengono uccisi da Indiana Jones con due pratici e vincenti colpi di pistola. Simbolizzazione di una realtà ...
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7 febbraio 2009

Cinema negazionista

A PROPOSITO DEL FILM “LUTHER”

La rivisitazione di Martin Lutero
in chiave solo anticattolica

Claudio Moffa 

 

Il famoso, classico ritratto di Martin Lutero ha ben poco a che vedere col bell'aspetto di Joseph Fiennes, l'attore che impersona il fondatore della riforma protestante nel film di Eric Till. Ma fosse solo questo il difetto dell'opera, sarebbe poca cosa. Ci sono gli errori denunciati da alcuni commentatori – la divisione in versetti del Vangelo e il vocabolario greco-tedesco, che “non esistevano all'inizio del XVI secolo” - e soprattutto c'è la grande e usuale censura: non si parla di Ebrei, e dell'atteggiamento di Lutero nei confronti degli Ebrei. Nessun accenno alle lezioni di Wittenberg sulle lettere paoline che più si caratterizzano per la rottura con la tradizione monoetnica del Vecchio Testamento – ai Galati, Romani ed Ebrei . Nemmeno una parola su Anche Cristo è nato ebreo del 1523, scritto sotto gli effetti della rivolta contadina di Tommaso Muntzer, quando Lutero sperava ancora di recuperare al dialogo le comunità ebraiche della Germania. Oblio altrettanto totale sul dissacrante Degli ebrei e delle loro menzogne terminato da Lutero nel 1543, tre anni prima della sua morte, e attraversato da ben altro spirito: una rottura frontale ... leggi tutto

 


IRAQ - IL "CASO SHEKEL"

Hassan Al-Najafi
LE SHEKEL ET SON UTILISATION
DANS L'IRAQ ANCIEN



4 marzo 2011

  In una crisi pesantemente segnata dall'attivismo frenetico del lobbismo proisraeliano

I "MAGISTRATI MATTI"
STANNO ANCHE A L'AJA
LA CORTE PENALE VIOLA IL SUO STATUTO: PROCESSO BREVISSIMO PER GHEDDAFI ...

Claudio Moffa

La Corte Penale internazionale si appresterebbe a emettere un mandato di cattura internazionale contro Gheddafi e i suoi stretti collaboratori. Ma l'articolo 16 dello Statuto di questo Tribunale peraltro non riconosciuto da Stati Uniti e Israele, recita: " Art 16 (Sospensione delle indagini o dell'esercizio dell'azione penale - Nessuna indagine e nessun procedimento penale possono essere iniziati o proseguiti ai sensi del presente Statuto per il periodo di dodici mesi successivo alla data in cui il Consiglio di Sicurezza con risoluzione adottata ai sensi del Capitolo VIII della Carta delle Nazioni Unite, ne abbia fatto richiesta alla Corte; tale richiesta può essere rinnovata dal Consiglio con le stesse modalità ". Questo articolo è "ricordato" anche nel Preambolo della Risoluzione 1970 che teoricamente dovrebbe dare il via al procedimento. La risoluzione è del 26 febbraio scorso. Dunque bisognerebbe aspettare fino al 26 febbraio del prossimo anno per dare il via effettivo all'attività inquirente e giudiziaria.

Invece eccoli i magistrati dell'alta corte internazionale: con lo stesso criterio con cui un ispettore designato a indagare su un delitto in un paesino, decide di svolgere la sua inchiesta e emettere un mandato di cattura contro il presunto assassino andando nel bar del paese a raccogliere i pettegolezzi della gente, ubriachi compresi, i magistrati della Corte Penale Internazionale pretendono di sapere già tutto sulla base delle presunte verità diffuse dalla stampa internazionale, zeppa di omissioni e di contraddizioni, come peraltro rivelato da più parti. E' ESATTAMENTE LO STESSO MECCANISMO A GARANTISMO ZERO CHE IN ITALIA HA DATO IL VIA A TANGENTOPOLI E ALL'AFFOSSAMENTO DEI PARTITI DELLA PRIMA REPUBBLICA, partito repubblicano e ex PCI-autosuicidatosi in Quercia-PDS-PD esclusi. Sono i mass media lobbisti che decidono la "giustizia", impongono i tempi delle indagini e i contenuti delle sentenze. Come in Jugoslavia, come in Ruanda. Una contraddizione che rischia di accomunare ormai questo Tribunale, nei fatti, e contro le tante speranze dei giuristi e ONG al suo atto di nascita nel 2002, ai famigerati Tribunali ad hoc degli anni Novanta, riedizione del Tribunale di Norimberga ad uso e consumo del nuovo lobbismo internazionale prosionista dell'età postbipolare.

Da cui due conclusioni: la prima è che si potrebbe essere di fronte a una vendetta della CPI contro Gheddafi, duramente critico nei confronti di essa due anni fa  - vedi l'articolo del 30 agosto 2009 su claudiomoffa.it - ed oggi freneticamente impegnati a catturarlo. La seconda è che non solo il buon senso e la saggezza, ma anche il garantismo rivendicato a ragione nelle faccende di politica interna, dovrebbe essere sostenuto a livello internazionale dai diversi governi europei e occidentali. Una possibilità che dipende da una parte dalla capacità e volontà di autonomia di tali leaders, e dall'altra dai rapporti di forza internazionali fra questo Occidente malato di retorica finto-umanitaria, e l'insieme di paesi che - a partire proprio dal Medio Oriente - hanno creato una rete di solidarietà attorno ad altri essenziali ben noti capitoli di violazione del diritto internazionale.

 

L'OMBRA DI UNA POSSIBILE "VENDETTA".
LE ACCUSE DI GHEDDAFI ALLA CPI NEL 2009 reprint

Gheddafi ha ragione, la Corte Penale Internazionale è un'organizzazione terrorista a fini di dominio planetario. Del resto in tempi recenti, chi scrive aveva denunciato la assoluta parzialità della CPI in un paio di convegni internazionali. Dominio di chi? Non so cosa pensino i leaders della nuova “internazionale” che si va affermando giorno dopo giorno sulle rovine del vecchio campo socialista, e che solo la iperlaica sinistra marxleninista occidentale sembra - a forza di distinguo scolastici - rifiutarsi di vedere, ma il sottoscritto, da semplice osservatore di fatti internazionali, un'idea se l'è fatta da anni: primo, contrariamente alle belle speranze di tanti giuristi internazionalisti, e nonostante la non presenza di Israele e Stati Uniti fra i sottoscrittori del Tribunale fattivamente fondato nel 2002, sono proprio questi due paesi, o per meglio dire il primo di questi due paesi, se non a indirizzare i magistrati che ne fanno parte, quanto meno a giovarsi dal loro operato fazioso



http://www.claudiomoffa.it/pdf/2009/Gheddafiharagione.pdf

 


3 marzo 2011

Il fattore lobby nella crisi libica

TORNANO I NEOCONS?
LO SPETTRO DI UN ATTACCO ARMATO ANGLO-AMERICANO CONTRO LA LIBIA

Claudio Moffa

 
.... "In effetti la crisi libica, come tutte le altre crisi internazionali degli ultimi vent'anni almeno, vanno viste non con la lente parziale e dunque fuorviante dei rapporti fra Stati – fra USA, UE, Russia etc, o fra i diversi Stati europei – ma con quella delle cruciali divisioni interne agli Stati in questione, e dunque del fattore lobby: quel fenomeno che riuscì nel 1991 a trascinare la riluttante coppia Bush senior-Baker nella prima guerra contro l'Iraq; che fu presente anche nella guerra di Cecenia contro la Russia, sostenuta dal banchiere e ex presidente della Sinagoga di Mosca Boris Berezovsky; che operò attivamente nelle guerre dei Balcani, fra le trame dell'Albright a Rambouillet e quelle di George Soros nel Kosovo, per distruggere la Yugoslavia di un capo di stato – Milosevic - in conflitto con il FMI e col direttore della Banca nazionale di Belgrado Abramovich: via via, passando per le guerre africane della Sierra leone e dei Grandi laghi, fino all'invasione dell'Iraq del 2003, sulla quale un congressista americano, Jim Moran, osò chiedere a Bush junior pochi giorni prima dell'invasione: “Presidente, ma lei è sicuro di non fare gli interessi di Israele?”. Bush, avvolto nelle nebbie ideologiche del suo fumoso ma anche terribilmente concreto “cristiano-sionismo” (un ossimoro obiettivamente blasfemo) non rispose; rispose invece la potente Comunità ebraica americana con la solita accusa di antisemitismo, e il risultato fu che l'intelligente ma debole Moran finì nella numerosa lista di congressisti americani firmatari di un appello per un intervento “umanitario” contro il Sudan, in nome di un inesistente “genocidio del Darfur” inventato dalla solita stampa lobbista “democratico-progessista” negli USA e di poi in Europa".
...
"La dialettica Obama-Clinton non è certo plateale come quella fra Berlusconi e Fini, ma se si segue la cronologia degli eventi esiste eccome: la nomina di Mitchell a inviato speciale della Casa Bianca in Medio Oriente ha costituito un pendant utile per il capo della Casa Bianca. E durante questa crisi, la crisi libica, si può notare che a certi silenzi del presidente americano ha corrisposto un attivismo al rialzo del Segretario di stato, comprensivo delle doppie interpretazioni della posizione ufficiale USA: il “tutte le opzioni sono possibili”, come va inteso? Nel senso di un recupero di Gheddafi, o di un attacco armato? E' chiarissimo che la Clinton punta alla seconda soluzione: non a caso ha chiesto a Ginevra che si parlasse di Tripoli non solo in termini di emergenza umanitaria, ma anche dal punto di vista politico. Né è un caso che, sconfitta al Consiglio di Sicurezza l'opzione no-fly zone, sia ancora la Clinton a profetizzare giusto ieri uno scenario somalo (per ora impossibile, proprio perché l'aviazione permette una superiorità sul terreno militari al governo gheddafista), altro buon motivo per l'invasione umanitaria angloamericana. “Gheddafi deve andarsene subito in esilio” ha ordinato la signora Rodham al rais ma anche al mondo intero …. Si potrà dire che insistere sulle distinzioni fra il capo della Casa Bianca, in crisi da tempo con il mondo di Wall Street che alcuni vedono dietro i fattori di base delle rivolte arabe , e la Clinton è esagerato: ma è lo stesso Gheddafi ad avervi fatto ricorso, quando ha accennato alla cattiva informazione di cui sarebbe vittima Obama, una “brava persona". E ci sono alcuni analisi giornalistiche che finalmente vanno in questo senso".
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23 febbraio 2011

Dove sono i mille morti? Come i mass media precedono e "creano" la realtà

LIBIA, IL LEONE FERITO:
MA NON E' DETTA L'ULTIMA PAROLA ...

Claudio Moffa

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Per mancanza di tempo l'articolo che segue è stato compilato in due fasi: il primo paragrafo e l'inizio del secondo risalgono – integrazioni e aggiornamenti a parte – a sabato e domenica scorsi. Il resto l'ho concluso oggi. Lascio invariato il testo iniziale, perché ritengo che non confligga con l‘apparizione delle prime foto e video citati da me come inesistenti: la mia tesi è che è stata l'enfatizzazione e invenzione mediatica ad aver prodotto i fatti reali di cui ad alcuni servizi televisivi di stamane. La partita  sembra però ancora aperta: il discorso di Gheddafi alla TV, in cui si invita il popolo a schiacciare i rivoltosi sta ribaltando l'incertezza dei primi giorni, anche se la repressione frontale costituisce un segnale più di debolezza che di forza del rais. Tutto può ancora accadere in Libia, la cui crisi presenta come scrivo nell'articolo un segno di tipo diverso rispetto agli eventi egiziani. Una sorta di risposta-pendant alla in fieri deriva pro-palestinese (e non ostile all'Iran: vedi il passaggio delle navi di Teheran a Suez) de Il Cairo.

1) C'è qualcosa che non torna nel racconto delle vicende libiche: le stragi, gli aerei, i cecchini, i mercenari, le notizie che si susseguono ci dicono che la crisi del regime è profonda quanto mai era stata in quarantuno anni di potere di Gheddafi. Ma quel che non si capisce è quale sia la percentuale di informazione “drogata” che punti a favorire una soluzione vincente della crisi secondo le aspettative dei ribelli e dei loro potenti sostenitori esterni. C'è infatti uno scarto non indifferente fra le unità di notizia e i video da una parte, e le cifre sparate con titoli cubitali dalla stampa e dai telegiornali di mezzo mondo. Tutti i video mostrano in genere non più di alcune decine di persone nelle strade: perché non c'è nemmeno una foto di cellulare con almeno una ventina-trentina cadaveri a terra, delle centinaia di ammazzati dal regime? Testimoni riferiscono, scrive la BBC, di aerei Testimoni riferiscono, scrive la BBC, di aerei che bombardano i civili, e di mercenari che fanno strage di manifestanti: sono uomini di Gheddafi o sono terzi soggetti che alimentano la guerra civile secondo il modello delle proteste elettorali in Iran di due estati fa?

E poi ancora: alcune finestre in fiamme, senza che si veda l'edificio nella sua interezza non si sa dove e quando sono state riprese. Il filmato con alcuni orribili cadaveri carbonizzati è curioso, di nuovo un capannello di persone e poi i resti delle vittime come trasportati ed esposti su teloni militari. Su Al Jazira, un altro post che sembra un filmato, ma in realtà è una foto con nel sottofondo un anonimo libico di Tripoli  che dice che Gheddafi e i suoi sono “mostri”. Ancora, foto di feriti in ospedale ma non si sa quale ospedale e feriti quando. E video di mercenari africani che non dicono nulla, pochi fotogrammi forse girati addirittura su un aereo.

Leggete poi i giornali: i titoli sparano bombardoni, gli articoli parlano in genere di “testimoni” (che) “riferiscono”, e sono infiorati da condizionali e da forse: vedi la fuga di Gheddafi in Venezuela. Vedi i prima due poi quattro piloti disertori e atterrati a Malta,che nessuno ha ancora intervistato; vedi i tre ministri che si sarebbero dimessi. La cautela dunque sembrerebbe d'obbligo, come del resto si deduce dall'intervista dell'ambasciatore libico all'ONU di Ginevra che, abbandonato il regime di Gheddafi, ha dichiarato a Rai News ieri mattina che “la situazione è estremamente critica”, che si è di fronte all' “estrema crisi del regime”, che “Gheddafi non ha più nulla in mano”, senza fornire però una sola cifra delle vittime vere o presunte. Un lavoro “sporco” da affidare all'anonimato mediatico in rete, nelle tv e sulla stampa, non da compiersi da parte di un alto diplomatico con aspirazioni  probabili a diventare ministro nell'era post-gheddafiana.

2) Si è di fronte dunque ad uno scarto notevole fra i dati di fatto certi e quella che potrebbe essere chiamata una sovraesposizione mediatica, onde per cui ponderare la profondità della crisi del regime libico è molto difficile. Attenzione però, è la stessa enfatizzazione mediatica a far crescere le difficoltà di Gheddafi: è un lavorio intelligente, che va a combinarsi con il pressing antiGheddafi dell'Europa e soprattutto – a fronte di un Obama silenzioso negli ultimi giorni - di Hillary Clinton, ministro degli esteri di quella stessa potenza che per iniziativa di Obama ha avallato o contribuito alla defenestrazione del presidente-dittatore del vicino Egitto. Ecco dunque i segnali concreti di sgretolamento del regime ai suoi vertici, i tre ministri e il diplomatico di cui sopra e probabilmente alcuni ufficiali e soldati dell'esercito. La partita è ancora aperta fra voci di diserzioni o di ammutinamenti diffuse in Occidente senza veri riscontri fattuali, e la possibilità che tutto precipiti con un colpo di mano o un attentato mirato. L'incognita non è solo l'esercito, ma gli equilibri fra i diversi apparati politico-militari, ad esempio i Comitati rivoluzionari costruiti nella fase più radicale della “rivoluzione” gheddafista.

3) Un dato però sembra certo: nella crisi del regime hanno operato fino ad oggi più fattori esterni che interni, e all'interno meno le contraddizioni sociali (la Libia ha un reddito procapite alto) che quelle regionali, a cominciare dall'antica contrapposizione fra Cirenaica e Tripolitania, con Tripoli epicentro della parte più moderna, laica e “occidentalizzata” del paese e la Cirenaica tradizionalista e pervasa da tendenze islamiste. Una contrapposizione che può esser fatta risalire addirittura all'epoca precristiana, con l'ovest gravitante verso Cartagine e l'est colonizzato dai Greci collegato all'Egitto, e che ha attraversato nei secoli la storia libica. Bengasi è quasi sempre stata la roccaforte del conservatorismo e della reazione: persino l'eroe della resistenza libica all'occupazione italiana, il senussita e signore del deserto Omar al Mukhtar, ebbe a dire nel corso del processo del 1931 che lo avrebbe condannato all'impiccagione: “Io disprezzo e odio le genti di Bengasi, che del resto mi disprezzano e mi odiano”. In questi giorni, lo sventolio della bandiera di re Idriss su un edificio del capoluogo cirenaico la dice lunga sul segno dell'opposizione della parte orientale del paese al governo di Tripoli; e sulla sua radicalità, perché lo spettro che si profila è una secessione, una spaccatura del paese in due.  Problema anche questo drammaticamente attuale dopo la sciagurata secessione del sud del Sudan da Karthum, ma allo stesso tempo di vecchia data: già all'indomani della seconda guerra mondiale, i confini sedimentatisi con la conquista italiana del 1911 e poi con l'espansione nell'interno desertico degli anni Trenta, erano stati messi in discussione: mentre l'Italia sosteneva il mantenimento dello status quo confinario della sua ex colonia, la Francia aspirava alla separazione del Fezzan dalla costa, recuperabile al controllo della sua colonia ciadiana; e l'Inghilterra all' “indipendenza” della Cirenaica, da raccordare all'Egitto. Vinse l'opzione sostenuta da Roma, ma i rapporti tra Tripoli e Bengasi sarebbero rimasti sempre problematici e negli ultimi due decenni resi più difficili dalla diffusione, come già detto, di un islamismo avversario della laicizzazione del paese promossa da Gheddafi fin dal colpo di stato antimonarchico del 1969.

4) Chi dentro e fuori la Libia sta cercando di rovesciare Gheddafi? Internamente oltre al fattore Cirenaica e  ai nostalgici del vecchio regime monarchico, e oltre alle antiche contrapposizioni etniche e di clan, ci sono le nuove espressioni sociali e politiche della  svolta di mercato  avviata da Gheddafi stesso con la cosiddetta “primavera” della fine degli anni Ottanta, secondo una tendenza e uno schema di cui è noto il modello-tipo cinese: vale a dire, le forze più o meno “borghesi” liberate dall'apertura al mercato chiedono cambiamenti anche di tipo istituzionale, cercando di introdurre modelli di stampo occidentale nel paese.    

Ecco dunque il pesante e decisivo fattore esterno, esplicitamente richiamato nel discorso di Gheddafi di ieri dai riferimenti all'Afghanistan e a Tien An men: è l'oltranzismo occidentale, quello che pretende di esportare con la violenza delle armi la democrazia in tutti i paesi non graditi, come già tentato senza successo in Iran e in parte in Egitto, ad essere estremamente attivo nell'opera di destabilizzazione della Libia di Gheddafi. In pratica, e nonostante la dichiarata difesa di Mubarak da parte del rais di Tripoli nei giorni della rivolta in Egitto, gli eventi libici costituiscono una sorta di pendant, di controtendenza rispetto a quelli de Il Cairo: qui non solo la partita è aperta, ma è caduto un leader nettamente pro israeliano, da cui la prospettiva di una potenziale deriva “pro-palestinese” del corso degli eventi della quale il passaggio per Suez di due navi militari iraniane, su concessione del Cairo, costituisce un segnale chiaro.    

In Libia, la Clinton sta cercando di riequilibrare in senso opposto, dando in pasto a Israele e all'oltranzismo occidentale un loro nemico storico, appunto la testa di Gheddafi. Un obbiettivo non da poco, perché la Libia svolge un ruolo importante in almeno tre decisivi scacchieri: nel Mediterraneo con la sua funzione di filtro dell'immigrazione senza regole in Italia e in Europa, e di tampone nei confronti di quello che viene definito rischio “fondamentalista”, un fenomeno sociale e religioso che dovrebbe essere articolato e compreso meglio ma che in Libia ha i contorni certi dell'oscurantismo reazionario. C'è poi l'Africa, continente nel quale Gheddafi si è impegnato dopo le delusioni subite nel mondo arabo e dove la Libia, cofondatrice assieme al Sudafrica dell'Unione africana, ha una voce autorevole in capitolo, fino a denunciare con forza – un paio di anni fa – il ruolo di Israele nella nelle tante guerre del continente (vedi   http://www.claudiomoffa.it/pdf/2009/Gheddafiharagione.pdf )

Infine il Medio Oriente: la campagna feroce di una parte della stampa araba contro Tripoli proprio in questi giorni indica che Gheddafi – un leader nato, al seguito di Nasser, convinto panarabista -  ha molti nemici nella sua naturale regione di appartenza. Ma la Libia fu anche fra i  paesi che parteciparono a fianco del rappresentante di Hamas, al vertice panarabo successivo alla guerra di Gaza del 2008-2009. Nonostante dunque il suo “moderatismo” Gheddafi ha dato segnali di sensibilità rinnovata nei confronti della causa palestinese. Come si concili poi questo quadro complesso con l'alleanza di ferro con il governo Berlusconi è apparentemente difficile a capirsi: ma le vie della politica ufficiale e “visibile” non sono sempre quelle dei fattori strategici più o meno “nascosti”: ci sono enormi interessi economici in ballo – la Libia, paese marginale per i rifornimenti petroliferi all'Italia ai tempi di Mattei risulta oggi il primo fornitore di greggio dell'ENI, senza contare il gas e altri prodotti strategici –, c'è il nodo chiave dell'immigrazione, ci sono le partecipazioni dirette di Tripoli a settori chiave dell'economia italiana (UniCredit ad es.) e c'è anche da ricordare probabilmente qualche aneddoto italiano: come lo sgarbo di Gheddafi a Fini che lo aspettava al Campidoglio durante la sua visita di stato del 2009, una sorta di anticipazione “parallela” del futuro scontro fra il Presidente della Camera e il Presidente del Consiglio. Da leggere attentamente anch'esso, al di là dei contenziosi a sfondo personalistico.

 

  • A Elisa Quà , Alessandra Angeloni , Alex Daltanius e altri 45 piace questo elemento.
    • Paola Folchi Caro Claudio, non posso che concordare con te. Grazie per il tag. 6 ore fa · Mi piace Non mi piace più
    • Franco Francone L'arte (poco nobile) di soffiare sul fuoco dei nostri pennivendoli di regime. 6 ore fa · Mi piace Non mi piace più
    • Stefano Iker Muzi ?...Prof, ma come si configura la sua chiave di lettura sulla questione??...Cosa succederà nel futuro prossimo??...Missioni di peace-keeping, ingerenza umanitaria o autodecisione della popolazione libica?... 6 ore fa · Mi piace Non mi piace più
    • Claudio Moffa C'è anche una quarta possibilità (anzi una terza, perché le prime due che lei indica sono complementari e parallele), Gheddafi resta in sella. Ma è difficile fare previsioni oggi come oggi. 5 ore fa · Mi piace Non mi piace più · 2 persone Caricamento in corso...
    • Marco Mirelli Vabbè se non sono mille sono 300, ma lei signor Moffa è un sostenitore del regime di Gheddafi? 5 ore fa · Mi piace Non mi piace più
    • Claudio Moffa Il problema è se per caso, fino ad oggi almeno, non siano molti ma molti meno di 300. Perché le informazioni a questo proposito sono vaghe, pressoché inesistenti. Legga bene, Mirelli, e cerchi di capire quel che ho scritto 5 ore fa · Mi piace Non mi piace più
    • Franco Francone Finmeccanica,Impregilo,Eni ,e tante altre aziende italiane cooperano con Gheddafi. Siamo sicuri che una sua caduta faccia bene a noi ed alla nostra economia? 5 ore fa · Mi piace Non mi piace più
    • Marco Mirelli Beh è stato lo stesso ministero dell'interno a presentare il bilancio di 300 morti 5 ore fa · Mi piace Non mi piace più
    • Franco Francone Credo che si parli di persone e non di galline da macello,700 sono una bella differenza. 5 ore fa · Mi piace Non mi piace più
    • Claudio Moffa Mirelli, la fonte e la frase precisa qual'è? 5 ore fa · Mi piace Non mi piace più
    • Marco Mirelli http://www.tmnews.it/web/s ezioni/news/PN_20110223_00 010.shtml
      l'ho letto qui 5 ore fa · Mi piace Non mi piace più
    • Claudio Moffa Glie l'ho trovata io: "il ministero dell'Interno – il cui titolare si è dissociato da Gheddafi, ultima defezione di una lunga serie – ha presentato un primo bilancio ufficiale dei morti: 300 in tutto il paese. Ma secondo secondo altre fonti ... , sarebbero almeno il doppio". Caro Mirelli, le foto ancora non ci sono, e il titolare del ministero dell'interno si è dissociato da Gheddafi, e dunque che vuole che dica, che Gheddafi è innocente? Se l'obbiettivo è rovesciare il rais, che altro potrebbe fare se non esagerare il numero delle vittime? Mostra tutto 5 ore fa · Mi piace Non mi piace più · 1 persona Caricamento in corso...
    • Cristalleria Neon Professore l'informazione è tutta drogata, soprattutto quella locale.
      Lo squallore è sentire che amici di merende quando uno tra loro è
      in difficoltà e gli altri mimano" l'urlo di munch", nascondono le mani grondanti di quello stesso petrolio ... . Mostra tutto 5 ore fa · Mi piace Non mi piace più
    • Marco Mirelli Lo so però o si hanno prove certe o altrimenti sembra solo il solito complottismo a prescindere, e sia chiaro che sono antiamericano fino al midollo. 5 ore fa · Mi piace Non mi piace più
    • Claudio Moffa Caro Mirelli, lei ha perfettamente ragione. Le prove le devono cercare quelli che negano le prove dei 300 morti, non quelli che ne affermano l'esistenza. Adesso non ho tempo, ma entro dopodomani correggo il mio articolo. Salutissimi, CM 5 ore fa · Mi piace Non mi piace più
    • Marco Mirelli No beh, io non mi riferivo tanto alle prove dei morti quanto al fatto che dietro a queste rivolte ci sia un regia dietro. 5 ore fa · Mi piace Non mi piace più
    • Alfio Krancic Libia, l'ambasciatore italiano: "Non confermo bombardamenti" - Tg24 - Sky.it 5 ore fa · Mi piace Non mi piace più
    • Luca Chiarabini In Libia NON C'E' STATO ALCIUN BOMBARDAMENTO:

      http://tv.repubblica.it/co pertina/libia-il-rientro-d egli-italiani/62661?video 5 ore fa · Mi piace Non mi piace più
    • Marco Mirelli Dunque, se l'informazione è tutta drogata come ho letto poco fa, perchè hanno mandato in onda le testimonianze di chi afferma che non c'è stato nessun bombardamento? Stiamo parlando di Repubblica eh. Cos'è? E' finito l'effetto della droga per caso? 5 ore fa · Mi piace Non mi piace più
    • Paola Folchi Marco, etichettare quelle che sono analisi ( con le quali si può essere o non essere d'accordo) come "complottismo" è un metodo usato da coloro i quali dici di voler combattere (yankee) e dai loro compari di merende. 5 ore fa · Mi piace Non mi piace più · 1 persona Caricamento in corso...
    • Giacomo Gabellini Pienamnete d'accordo, complimenti professor Moffa. 5 ore fa · Mi piace Non mi piace più
    • Luca Chiarabini Succedera' questo: semplicemente la grande informazione ignorera' quel video, che a breve sparira'. Per questo motivo sarebbe interessante se qualcuno riuscisse a salvarselo.

      Ci sono decine di prof. universitari che dicono che le due torri n ... on sarebbero mai potute cadere per lo schianto degli aerei. Tutto questo e' provato scientificamente. Questo cambia qualcosa? No, tutti credono alla versione ufficiale con buona pace delle prove scientifiche. Mostra tutto 5 ore fa · Mi piace Non mi piace più
    • Cristalleria Neon bene, salviamo il video e incrociamo le dita che padre o figlio (più probabile) reggano. In caso contrario iniziamo a prepararci ad un totale cambiamento culturale e politico pro-islam. 4 ore fa · Mi piace Non mi piace più
    • Alessandro Lattanzio http://sitoaurora.xoom.it/ wordpress/?p=1342 4 ore fa · Mi piace Non mi piace più · 1 persona Caricamento in corso...
    • Marco Mirelli Comunque se anche fosse vero, non santifichiamo il Colonnello. 4 ore fa · Mi piace Non mi piace più
    • Luca Chiarabini assolutamente no. Ma il fatto che stiano costruendo una realta' fittizzia per giusiticare un possibile ed imminente attacco NATO alla libia e' piu' che ragionevole. E allora si che ci sanno le migliaia di vittime.

      Riguardate questo:

      http://tv ... .repubblica.it/copertina/l ibia-il-rientro-degli-ital iani/62661?video

      nessun aereo ha mai bomobardato la folla in Libia per il momento. Mostra tutto 4 ore fa · Mi piace Non mi piace più
    • Pietro Ancona Gli USA hanno deciso di spaccare la Libia in due o più parti. C'è una rivolta tribale armata fomentata e che coinvolge la Cirenaica. Obiettivo è anche l'Italia con la politica energetica indipendente ed i collegamenti con Libia e Russia. I ... l prossimo colpo sarà sferrato contro la Russia
      L'Italia rischia di affondare. La politica verso la Libia e la Russia è l'unica cosa che condivido di berlusconi. Finirà male, molto male perchè gli USA studiano notte e giorno come friggere il mondo.... Mostra tutto 4 ore fa · Non mi piace più Mi piace · 4 persone Caricamento in corso...
    • Marcello Gentile non 1000 morti ma 10mila
      http://www.ansa.it/web/not izie/rubriche/mondo/2011/0 2/16/visualizza_new.html_1 587570705.html 4 ore fa · Mi piace Non mi piace più
    • Claudio Moffa Per Pietro. D'accordo con la tua analisi!!! 4 ore fa · Mi piace Non mi piace più
    • Sebastiano Sartori anche per me Berlusconi ha il merito storico di aver cercato di affrancare l'Italia dal giogo anglosassone...Mattei finì male e Lui ? 4 ore fa · Mi piace Non mi piace più
    • Marco Mirelli Insomma, si passa da meno di 300 a 10000, non si capisce più niente. 4 ore fa · Mi piace Non mi piace più
    • Sebastiano Sartori forse è per questo che Berlusconi tergiversava prima di fare la prima dichiarazione... 4 ore fa · Mi piace Non mi piace più
    • Marcello Gentile ?@Sebastiano Sartori
      bombardamento della folla con aerei ed elicotteri, si parla anche di fuoco da navi e cecchini che sparano sulla folla con mitragliatrici antiaereo (50 cal)
      Non allego i video per non shoccarvi ma purtroppo e tutto vero
      Su ... bito dopo il discorso di frattini che BLOCCAVA la risoluzione dell'unione europea, gheddafi ordinava di aprire il fuoco su i dimostranti con armi pesanti, il massacro continuerà fino a quando gheddafi non verrà catturato o ucciso.
      Ps occhio alla marina Iraniana che sarà in zona a giorni. anche loro possono colpire gheddafi e diventare gli eroi innestando un processo di successione estremista che causerebbe un quasi inevitabile conflitto mondiale.
      Qui un canale libico ma attenti, immagini che non volete vedere e di certo non per i piccoli
      http://www.youtube.com/use r/SaveLibya Mostra tutto 3 ore fa · Mi piace Non mi piace più
    • Marco Mirelli Si beh, comunque è vero che fino adesso immagini di 20-30 morti accumulati non ne abbiamo viste, questo è vero 3 ore fa · Mi piace Non mi piace più
    • Luca Chiarabini ?@Marcello: grazie per il link, ma nei video che hai postato nulla fa pensare che la folla sia stata ne bombardata ne che ci siano 10.000 morti. 2 ore fa · Mi piace Non mi piace più
    • Marcello Gentile ?@Luca Chiarabini non posto quel genere di video sul mio canale ma ti garantisco che ne ho visti e che in genere vengono rimossi nel giro di pochi minuti.
      un altra cosa particolare, ieri L'ANSA parlava di 1000 morti mentre BBC, CNN e tutte l ... e altre americane riportavano 300, oggi che l'ANSA parla di 10000, bbc e tutte le altre americane riportano 1000.
      In realtà il massacro continuerà fino alla cattura o uccisione di ghaddafi.
      Ps sapevi delle navi da guerra iraniane che si stanno dirigendo verso Tripoli?
      Pensa a cosa succede quando gli iraniani bombardano il rais e lo fanno fuori.
      La cosa buffa e che basta un missile sul palazzo, dichiarare che ghaddafo e morto mentre in vece probabilmente lo faranno scappare ed il gioco e fatto, Iran eroe del nord Africa.
      Marocco prossima fermata
      E su per il cu.o dell'EU,US.NATO E MORTO. Mostra tutto 2 ore fa · Mi piace Non mi piace più
    • Marcello Gentile ?@Luca Chiarabini e questi come sono morti secondo te?
      Inciampati? magari suicidio ?
      Per tua informazione si tratta di munizioni anti aereo calibro 50
      Nota le carni dilaniate senza segni di bruciatura.
      (Attenzione non cliccate il link se non v ... olete vedere un immagine disumana)
      Buon appetito
      http://www.facebook.com/ph oto.php?fbid=2049908661835 34&set=a.197904506892170.5 9432.197898230226131&ref=n f Mostra tutto circa un'ora fa · Mi piace Non mi piace più
    • Luca Chiarabini ?@Marcello: ripostalo, e appena lo posti dimmelo che lo vado a vedere. Se son abbasta veloce lo vedo prima che lo rimuovono. circa un'ora fa · Mi piace Non mi piace più
    • Luca Chiarabini ?@Marcello: Immagini orribili ovvio. Non voglio dilungarmi, pero' secondo per quanto orribili, quelle immagini non sono una prova a sostegno delle notizie riportate a gran voce dai media occidentali. circa un'ora fa · Mi piace Non mi piace più
    • Marcello Gentile ?@Luca Chiarabini ti ripeto, e tutto vero.
      Quel fotogramma e parte di un video di 5 giorni fa nel quale si vedevano almeno una dozzina di cadaveri dilaniati da 50 cal.
      altri video con pile di cadaveri sono stati rimossi quasi immediatamente. ... questo un canale che aveva caricato alcuni di questi video.
      http://www.youtube.com/use r/SaveLibya Mostra tutto circa un'ora fa · Mi piace Non mi piace più
    • Vito Messina per arrivare all Unione delle Repubbliche islamiche africane (o 5° pezzo del puzzle da NWO finale) , tocca rimuovere tutti i dittatori amici o autonomi, del continente africano,e poi l Unione asra' cosa quasi fisiologica! all italia ladrona e serva de Zion, converrebbe pure; con la farsa della demoncrazy in Libia, si potrebbe accavallare Petrolio & Gas col metodo del "prendetevelo da voi"! 51 minuti fa · Mi piace Non mi piace più
    • Vito Messina dove non e' arrivato mussolini con le cattive, ci arriva Sion con gli inganni; a breve in TV i morti diventeranno 1milione! 50 minuti fa · Mi piace Non mi piace più
    • Marcello Gentile qui una dozzina di cadaveri dilaniati da calibro 50

      ATTENZIONE Immagini scioccanti

      http://s728.hotfile.com/ge t/2a5ab1b2bf0b44d94a8ee826 14348a05abacaa36/4d6569c9/ 2/f812ea95f419de21/65a3541 /Massacre%20In%20Libya%20[ EXTREMELY%20DISTURBING%21% 21% ... 21].wmv Mostra tutto 34 minuti fa · Mi piace Non mi piace più
    • Matteo Simonetti Diice Robert Faurisson in una intervista a me rilasciata: si mostra un edificio da troppo lontano, un particolare di un altro edificio da troppo vicino, potrebbero essere qualsiasi cosa. Poi si mostrano dei cadaveri. E alla fine si correda ... il tutto con asserzioni tipo: "queste erano le camere a gas, quelli i forni" oppure "questi sono i siti di produzione delle armi chimiche" e via dicendo...
      Non so se quello libico è un caso di quest, nè se per quelli citati sia andata realmente così, ma sicuramente si tratta di una strategia direttamente proporzionale alla capacità tecnica di fabbricare prove. Mostra tutto 10 minuti fa · Mi piace Non mi piace più · 1 persona Caricamento in corso...
    • Giuseppe Sturaro ?1 100 10000 solo a dresda sono state più di 200.000, più vicino? il randa più vicino la cecenia .... non interessa anessuno il numro dei morti, l'occidente non vede questi come esseri umani. circa un minuto fa · Mi piace

 


15 febbraio 2011

LE "CONTRADDIZIONI" DELL'IRAN
E LE CONTRADDIZIONI DI OBAMA

Claudio Moffa


Anche su ComeDonchisciotte, Arianna editrice, Ipharra, Facebook e altri siti

 
.... "Ecco dunque gli altri due punti di riflessione: la dialettica USA/Israele in Egitto e in Medio Oriente, e le prospettive della rivoluzione egiziana e dei sommovimenti a catena iniziati con la rivolta tunisina. I due fatti sono collegati: solo chi  “non vede” Israele, la sua centralità nella storia degli USA degli ultimi vent'anni (almeno: ma già Kennedy ne sapeva, e prima di lui Truman con la sua valigetta di 2 milioni di dollari offertagli da un lobbysta, perché una volta eletto Presidente riconoscesse il neo nato Stato di Israele) ... solo chi vive fuori dal mondo e pensa che Israele sia la “pedina” dell' “imperialismo americano” in Medio Oriente, finisce per demonizzare oltre misura Obama e per vedere nel suo interventismo in Egitto un fatto assolutamente negativo, pericoloso, magari più pericoloso del vecchio status quo. Un errore formidabile di analisi, sia in sé, sia per la non considerazione diacronica del processo messo in atto dalle trame della Casa Bianca.

In sé, perché comunque Obama ha colpito un alleato di ferro di Nethanyau, e dunque già questo non permette di parlare di operazione gattopardesca: si tratta invece di un altro pur piccolo tassello (a cui aggiungere il fallito attentato all'alias di Mubarak Omar Soleiman, di cui all'imbarazzato silenzio del portavoce della Casa Bianca in risposta ad una domanda precisa di un giornalista?) che va ad aggiungersi al complesso “curriculum” del presidente americano dalla campagna elettorale che lo ha visto vincitore – curiosa quell'allusione dell'allora sua concorrente Hillary Clinton all'assassinio di Kennedy – alla mezza crisi con Wall Street di cui alle cronache di alcuni mesi fa, alle pressioni sulla Svizzera dopo il G8 de L'Aquila, a caccia di evasori americani nei paradisi fiscali elvetici. Un nuovo passo in avanti che peraltro – questo dimenticano i “pessimisti” sugli eventi egiziani – ha alle spalle non la capacità di controllo sul Medio Oriente del “grande fratello” di Washington – secondo la favola raccontata dalla Clinton - ma al contrario la sua crisi verticale negli ultimi 5 anni almeno: prima la debacle in Iraq, poi la vittoria di Hezbollah del 2006, poi ancora la resistenza di Hamas a Gaza e la fine del kemalismo prosionista in Turchia. E'  una rivoluzione geopolitica quella che ha sconvolto e sta sconvolgendo Medio Oriente, Asia, Africa e America latina, con antiche alleanze USA che entrano in crisi, e che scivolano verso il campo della fermezza iraniana e della superpotenza cinese. Obama può aver pianificato quel che vuole, con i “suoi” egiziani istruiti nelle Accademie militari e nelle Università USA: ma a parte possibili delusioni alla Fidel Castro 1960, egli insegue una situazione sempre più pericolosa per la tenuta USA in Medio Oriente, non la precede e non la guida con assoluta certezza sui suoi esiti. Che riuscirà a controllare fino in fondo la sua manovra di recupero avviata al Cairo, è difficile a dirsi, perché a Piazza Tahir non c'era solo l'executive manager di Google Wael Ghonim, e nell'esercito egiziano non c'è solo il Consiglio Militare supremo.

Le incognite sono numerose: la situazione è in realtà in pieno movimento. Se il Consiglio Militare si rimangerà la promessa di elezioni fra sei mesi, è difficile pensare che le piazze egiziane non si riempiranno di nuovo: se ci saranno le elezioni i Fratelli Musulmani guadagneranno spazio, forza e visibilità. C'è peraltro un livello occulto su cui riflettere e riguarda, come ho già detto nell'intervista a Radio-IRIB, l'esercito. Se non è stata la CIA di Obama, chi ha ordito il fallito attentato contro Omar Soleiman? Esiste qualche altra forza organizzata dentro le Forze Armate? Sopravvive una memoria di Nasser e del nasserismo, non solo fra la gente che salutava i carri armati con slogan di fratellanza fra popolo ed esercito, ma anche appunto fra gli egiziani in divisa? Sappiamo ben poco su tutto questo. Giorni fa, una corrispondenza del GR 3 di Maria Gianniti citava il caso di soldati che avevano “gettato la divisa” per stare dalla parte del popolo: caso assai improbabile, probabile disinformatio invece, di chi teme che i soldati “dalla parte del popolo” continuino a stare dentro le Forze armate, pronti a difenderlo e a liberarlo secondo classica tradizione di tutto il mondo arabo.

Quello che è comunque certo è che i giochi sono tuttora aperti, e dentro la varietà di ipotesi che presenta oggi l'Egitto e più in generale lo scacchiere mediorientale, è impossibile pensare che prima o poi non ci saranno ricadute anche sulla drammatica situazione di Gaza, dove Hamas continua a resistere al disumano assedio israeliano. Di fronte alla fluidità del processo messo in atto dalla rivoluzione egiziana, assumere atteggiamenti di indifferenza e  da scettici blu che tutto sanno e tutto hanno capito, francamente non mi pare abbia molto senso. Meglio leggere con umiltà gli avvenimenti e cercare di seguirne con il massimo di obbiettività possibile gli sviluppi, senza ottimismi e pessimismi di principio". Leggi tutto


12 febbraio 2011

Claudio Moffa a Radio Italia:
la rivoluzione egiziana e' un monito a Israele

(....)

" Si riferisce a Nasser e al colpo di stato antimonarchico degli “Ufficiali liberi” del 1952?

Sicuramente sì, ma dentro un fenomeno generale nel mondo arabo che ha avuto diversi capitoli importanti, ad esempio, nella Siria di Assad, nell'Iraq di Kassem e al-Bakr, o nella Libia di Gheddafi. Preso a modello dal leader libico artefice del colpo di stato del 1969, Nasser è forse stato il più grande leader del mondo arabo fino ad oggi, e sembra impossibile che quanto sta accadendo oggi in Egitto non conservi la memoria delle sue politiche riformatrici e della sua ferma posizione anticolonialista e antisionista. In 18 anni di governo, Nasser rivoluzionò l'economia egiziana con la riforma agraria, con politiche sociali a favore degli strati più poveri della popolazione, con la diga di Assuan che permise la triplicazione della produzione agricola nazionale. Animato dal panarabismo, sostenne attivamente la rivoluzione algerina e ebbe una ferma posizione antisionista, ripagata da Israele con un odio frontale, irriducibile. Nasser fu odiato da Israele come il nuovo Hitler, esattamente come oggi accade per Ahmadinejad. Due governi e paesi diversi l'Egitto e l'Iran, anche perché operanti in epoche storiche diverse – sarebbe impossibile e letale oggi una politica rivoluzionaria in Egitto che non comprendesse al suo interno i Fratelli musulmani, al contrario di quanto fece Nasser - ma entrambi animati da un profondo sentimento di unità del mondo islamico e di difesa dei diritti dei palestinesi. Ora, come dicevo è impossibile che tutto questo non sia presente nei fatti che ricordavo prima: il “corteggiamento” dei militari da parte dei manifestanti di Piazza Tahir, la neutralità delle forze armate nel braccio di ferro fra il popolo egiziano e coloro che teoricamente ne sarebbero i vertici, cioè il vice presidente Omar Soleiman e i ministri nominati da Mubarak. Pare però evidente che chi garantisce spazio alla rivolta pacifica non controlli tutto l'apparato militare, altrimenti il governo fantoccio sarebbe stato già eliminato. Un tentativo fallito di attentato contro il vicepresidente – il vero uomo forte del regime – già c'è stato, ed è ovvio attendersi una resa di conti finale. Proprio oggi il governo ha ammonito le forze armate che teoricamente sono sottoposte alla sua autorità a non lanciarsi in colpi di stato. Tutto può accadere, un bagno di sangue, l'emergere di un terzo polo fra il regime in crisi e le forze più radicali, o la vittoria di queste ultime. Ma lo scontro si deciderà dentro le Forze armate, anche nel caso di uno sbocco civile della crisi" (....)

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28 gennaio 2011

IL CAVALIERE PAGA IL SOGNO DI MATTEI

 di Piero Laporta
prlprt@gmail.com

Fonte: Italia Oggi

 
Uno statista non discute con Carmen Llera, tanto meno con la barba finta di Gad Lerner. L'immagine televisiva resiste più delle parole. Silvio Berlusconi sbaglia quindi due volte con le telefonate televisive a personaggi di basso livello. L'errore più pericoloso è tuttavia un altro: egli sembra incerto su quali siano davvero i nemici. La volpe, più veloce e più intelligente dei cani beagle, di solito è sopraffatta e sbranata da essi. Le mute, coordinate dal maestro di caccia, incalzate dai gentiluomini a cavallo, stringono la volpe, la sfiancano. L'obiettivo è toglierle lucidità, circondarla, assalirla in attesa del terrierman, il gentiluomo che le dà il colpo di grazia. Berlusconi deve essere consapevole che, sebbene vi siano probabilità che la caccia alla volpe sia abolita, non ve n'è alcuna che cheti il maestro di caccia che lo bracca. Se una possibilità sussisteva prima del 15 maggio 2009, dal quel giorno la sorte è segnata: o lui o il maestro di caccia. Quel giorno, l'Italia è rientrata nel grande gioco, con l'accordo per il passaggio del gasdotto Southstream e la creazione di SeverEnergia, joint-venture tra Gazprom, Eni ed Enel, col quale ci leghiamo politicamente alla Russia. Sebbene l'Unione petrolifera italiana remi contro e drammatizzi i costi alle pompe, quel giorno Berlusconi realizzò il sogno di Enrico Mattei: sottrarre l'Italia alla sudditanza petrolifera da Londra. Enrico Mattei è morto a causa d'una bomba sul suo aereo, com'è accertato, nella totale indifferenza di magistrature altrimenti impegnate in riesumazioni e legge Merlin. Indro Montanelli, ostile a Mattei in vita per poi celebrarlo da morto, oggi farebbe altrettanto con Berlusconi, così come gli attuali beagle televisivi farebbero, alla stregua di quanto accadde con Bettino Craxi e prima ancora con Aldo Moro. Questa è la partita in atto. I beagle sono tuttavia solo una muta alla mano del maestro di caccia. È contro costui che Berlusconi deve concentrarsi, come non ha mai fatto prima, proteggendo ogni sua vulnerabilità, pubblica e privata, e attaccando al cuore l'avversario. Per il primo scopo ha ricevuto suggerimenti dal cardinale Bagnasco. Ne faccia tesoro. In quanto ad attaccare, stia con gli occhi spalancati. I colpi ai suoi amici, a Tripoli e a Tunisi, a Il Cairo come a Tirana e a Mosca, avvicinano il momento di porre in discussione il ruolo di Londra in Europa, coi suoi nobilucci inutili e decadenti, devastanti per l'economia europea e inglese. L'ultima manovra economica da 130 miliardi di sterline, rende plausibile uno scenario catastrofico entro i prossimi due anni. Guardia alta dunque, mentre costoro esigono ancora di vivere alle spalle altrui, soprattutto le nostre, magari grazie a un aereo che precipita in una notte di pioggia grazie a una bomba collocata da menti finissime.


26 gennaio 2011

NON SI ARRESTINO I PENSIERI

di Marcello Veneziani - 26/01/2011

Fonte: il giornale [scheda fonte]

Le opinioni che negano la realtà storica sono svariate, a volte avariate e diversamente spregevoli; ma le opinioni non si puniscono col carcere. Primo, perché le parole si condannano con le parole, gli atti con gli atti. Secondo, perché penalizzare le opinioni significa intimidire la ricerca storica che per sua natura è portata alla revisione dei fatti e dei giudizi. Terzo, perché creerebbe intorno agli ebrei un cordone sanitario di intoccabi­li­tà che è pericoloso perché rischia di capovolgersi nel suo rovescio. L'alone di immunità potrebbe scatenare desideri di infrangere il tabù, di violare l'inviola­bile e creare fanatismi di ritorno e anti­patie. Quarto, perché crea il principio dell'ereditarietà delle colpe e delle tragedie, con dolorose contabilità, e il rea­to di complicità ideologica, due mostri giuridici dagli effetti devastanti ed esten­sibili. Quinto, perché sarebbe ingiusto punire chi nega la Shoah e non punire chi nega altri massacri, precedenti o più recenti, di armeni e di kulaki, di russi e di cinesi, di vandeani e di indios, di giap­ponesi e di istriani, di colonizzati e di cristiani, e potrei a lungo continuare. Non propongo di punire anche gli altri negazionismi, per carità, perché se affidiamo pure il giudizio storico ai tribunali e se mettiamo storici e docenti sotto tu­tela del magistrato, oltre a uccidere la ricerca storica, avveleniamo la vita ci­vile e scolastica. E devitalizziamo la giusta indignazione, l'impulso a replicare con argomenti di verità alle menzogne. Niente discussioni, basta la denuncia; al posto nostro ci pensa il giudice. Capisco le ragioni di questa proposta e perfino le convenienze, ma lasci stare. La storia fa troppe vittime nel suo corso per farne ancora, a babbomorto, 66 anni dopo.

 

NO AL REATO DI NEGAZIONISMO

di Massimo Fini

pubblicato su il Fatto il 26 gennaio 2011


Si è svolto ieri a Roma un importante Convegno dal titolo «La Shoah e la sua negazione. Il futuro della memoria in Italia» cui hanno partecipato, oltre ai più importanti esponenti della comunità ebraica italiana, il ministro Angelino Alfano, Pierferdinando Casini, Benedetto Della Vedova e altri politici.
Durante il Convegno è rispuntata fuori una ricorrente proposta del presidente della comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici: rendere il negazionismo un reato. Cioè chi, a parole o negli scritti, nega o ridimensiona l'Olocausto va in galera. Argomenta Pacifici: «Distinguiamo fra diritto di opinione e negazionismo. Affermare in una casa privata che l'Olocausto non sia mai avvenuto può essere un gesto stupido, immensamente riprovevole e simile a chi sostiene che la Terra è piatta. Ma credo non si possa più concedere il diritto di alzarsi in piedi in un'aula parlamentare, in un'università, in un luogo pubblico in cui si formano le coscienze e dire che la Shoah è stata un'invenzione. La legge riguarderebbe questo ambito».
Ringraziamo Pacifici perché ci concede almeno di dire in casa nostra quel che pensiamo. Ancora un passo e si arriverebbe al reato di "puro pensiero" ipotizzato da Orwell nel suo 1984: certe cose non solo non si possono dire ma nemmeno pensare.
Non capisco come Pacifici e coloro che seguono la sua linea non si rendano conto che la legge che propongono è una norma liberticida, totalitaria, in tutto e per tutto degna proprio di quello Stato fascista che emanò le ripugnanti leggi razziali. In una democrazia, se vuole esser tale, tutte le opinioni, anche quelle che paiono più aberranti al senso comune, devono avere diritto di cittadinanza. È il prezzo che la democrazia paga a se stessa. Ciò che la distingue da uno Stato totalitario o quantomeno autoritario.
Intaccare, anche con le migliori intenzioni, un principio come quello della libertà di espressione oltre che ingiusto è estremamente pericoloso. Perché si sa da dove si inizia, ma non si sa mai dove si può andare a finire. Si comincia con cose apparentemente indiscutibili, perché condivise ampiamente dalla "communis opinio", e si finisce col mandare gli ebrei nelle camere a gas. Inoltre - ma questo è solo un argomento a latere - una legge come quella proposta da Riccardo Pacifici sarebbe controproducente, perché finirebbe per fare dei "negazionisti" dei martiri e dare loro una rilevanza e un'importanza che attualmente non hanno.
Di questi pericoli sembra rendersi conto Tobia Zevi, il nipote di Tullia, che propone una soluzione diversa. «Forse sarebbe più utile immaginare sanzioni amministrative che vietino di assumere posizioni negazioniste nell'esercizio dell'insegnamento nelle scuole o nelle università». Insomma agli storici che hanno idee negazioniste dovrebbe essere impedito di insegnare e quelli che già lo fanno, come il professor Claudio Moffa dell'università di Teramo, dovrebbero essere esulai come lo furono i tredici docenti che si rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo. Al giovane Tobia Zevi sfugge, credo in totale buona fede, che i "provvedimenti amministrativi" da lui proposti ledono un altro diritto fondamentale: quello alla ricerca. Premesso che, per quel che mi riguarda, non ha nessuna importanza se gli ebrei sterminati furono quattro milioni invece che sei, uno studioso ha diritto di fare anche, e forse soprattutto, ricerche che vadano contro la "communis opinio" per gli stessi motivi per cui ogni cittadino ha diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero come recita la Costituzione all'articolo 21. Pacifici quando dice che le posizioni negazioniste sono simili a quelle di «chi sostiene che la Terra è piatta», non si rende conto che Galileo, ai tempi suoi, era un "negazionista", perché negava ciò in cui allora tutti, o quasi, credevano: che la Terra fosse piatta e che fosse il sole a girarle attorno. Nn voglio, con ciò, paragonare un genio come Galileo ai cialtroni negazionisti. Ma il principio è lo stesso. E la memoria dovrebbe servire non solo a ricordare lo sterminio degli ebrei, ma a evitare di ripetere, in un contesto diverso e mutato, oltre agli orrori, anche gli stessi errori del passato.

APPUNTO

"Luzzatto si occupa di un pezzo forte, i Diari di Anne Frank. Lo storico nota che, pur se puo' sembrare assurdo, le attuali edizioni dei Diari di Anne Frank devono qualcosa a Faurisson, noto sostenitore delle tesi negazioniste. Faurisson, a partire dagli anni 70, portò avanti una ampia opera di negazione della autenticità del Diario di Anne Frank, con una analisi che rilevava, tra vari aspetti, anche alcuni problemi di carattere prettamente filologico nella costruzione del testo. La conclusione di Faurisson era che il Diario fosse una invenzione del padre di Anne, Otto Frank, e che fosse stato scritto dopo la guerra, assieme ad altri, per confermare l'Olocausto.
L'azione di Faurisson costrinse, dopo la morte di Otto Frank, alla preparazione di una editio definitiva del Diario, sulla base del manoscritto originale. Ne risultò, con stupore, una storia diversa da quella che fino ad allora si credeva. Del Diario (anzi dei Diari) esistevano infatti più versioni"
(A.Sabino, recensione su http://gericononcade.splinder.com/post/22956307/)
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25 gennaio 2011

FABRIZIO CICCHITTO:
NO ALLA LEGGE ANTINEGAZIONISTA

ASCA) - Roma, 25 gen - ''Esprimo fin d'ora la mia contrarieta' rispetto alla ipotesi di perseguire per legge il negazionismo. Il negazionismo, che e' una esercitazione del tutto abietta, va attaccato e sconfitto sul piano storico e culturale, ma non con condanne penali. A mio avviso e' inaccettabile sul piano dei principi perseguire qualunque opinione, anche la piu' aberrante. Come e' noto, su questa questione, anche nella comunita' ebraica, come e' normale, esistono pareri diversi''. Lo dichiara Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl alla Camera.

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reprint

DAL PDL GIANCARLO LEHNER
SHOAH: LEHNER SU LEGGE ANTINEGAZIONISTA: E' ANTISEMITA

16:29 16 OTT 2010 __(AGI) - Roma - "Posso capire Fini, intollerante naturale, in quanto erede morale di quanti firmarono il manifesto sulla razza, ma non comprendo Schifani, il quale da' retta a quanti ritengono che il negazionismo debba essere penalmente sanzionato. Da italiano di origine ebraica, affermo che la vera, autentica, irrinunciabile caratteristica del popolo israelita, tolleranza e assoluta liberta' di pensiero, non deve essere offuscata da una legge poliziesca e fasciocomunista, ergo antisemita, contro coloro che negano la tragica evidenza della Shoa'. Se si crede alla liberta', si deve rendere lecita anche la opinabilita' demente. Da parte mia, mi battero' e votero' contro una simile bestemmia fascio/comunista". Lo afferma Giancarlo Lehner del Pdl.


NO ALLA LEGGE ANTINEGAZIONISTA

Legge antinegazionista, svolta a Repubblica dopo i minacciosi articoli di ieri? Svolta dunque anche nel dibattito politico sulla questione? Probabilmente no, ma oggi sul quotidiano di Ezio Mauro lo storico cattolico Adriano Prosperi prende una netta posizione contro l'ipotesi di una legge contro il negazionismo, con argomenti non solo di principio, ma riferiti a sedimenti storici plurisecolari. Parole insomma forti, che potranno riverberarsi sul dibattito in corso in sede decisionale-legislativa. Scrive il Prosperi: “… crediamo che si debba dissentire senza incertezze dalla proposta di affidare a una legge il compito di far rispettare la verità storica. Il principio della libertà intellettuale e l'inviolabile diritto di ciascuno a non essere punito per legge per le proprie convinzioni sono il frutto di secoli di lotte contro l'intolleranza e la censura di poteri religiosi o politici.
Sarebbe una vittoria postuma dei regimi totalitari sconfitti al prezzo di un'immane conflitto mondiale se nella nostra repubblica democratica si dovesse ricorrere alla barriera del codice penale per difendere dalle deformazioni e dagli errori la verità storica”


13 gennaio 2011



QUI LO DICO ... E NON LO NEGO (3)

UN'UNIVERSITA' DIVERSA ...

Claudio Moffa

" ... Parlo delle due conferenze-simbolo citate in quell'articolo di 10 anni fa: quella su Dolly-Frankestein – organizzata col piglio laicista che lo contraddistingueva, dall'allora rettore Russi - e quella su Finkelstein, promossa il 19 aprile dell'anno successivo dal sottoscritto , in un'epoca in cui lo studioso ebreo-americano non aveva ancora pubblicato con la Rizzoli L'industria dell'Olocausto , ed era additato come un “antisemita” – lui, figlio di deportati ebrei ad Auschwitz – da molta stampa italiana e internazionale. In quell'occasione, commosso, Finkelstein dichiarò agli studenti raccolti nell'Aula magna, addirittura che avrebbe voluto venire in pensione … a Teramo: non sapeva però che lo stesso Rettore ospite di Campbell, aveva respinto con un “no” piccolo piccolo una mia richiesta di Saluti all'evidentemente meno gradito conferenziere ebreo-americano … Simboli come i due citati, potrebbero oggi moltiplicarsi e aggiornarsi: pensiamo con riferimento alle Facoltà e ai Dipartimenti teramani, alle tante tematiche “polarizzate” di grande attualità nella crisi epocale che ci investe e investe le nuove generazioni. OGM sì o no? La diga di Assuan ha causato più problemi che benefici all'Egitto, avendo danneggiato il suo ecosistema? Nucleare, l'opzione giusta? Il “nuovo” diritto internazionale post-bipolare, rinnovamento o crisi dei principi della carta dell'ONU? Kosovo, “diritto di autodecisione” o ennesima aggressione alla sovranità e integrità di uno stato indipendente secondo la vecchia scuola internazionalista di Aranjo Ruiz? E ancora: il revisionismo storiografico sulla Resistenza, dal triangolo “della morte” alle foibe: mito o realtà? La tesi dello storico di sinistra Pavone (e di Amendola: resistenza non come movimento popolare di massa, ma come espressione di una elite politica) e quella (in chiave giornalistica) di Pansa, sono così distanti? Unità italiana: barbara annessione con decine o centinaia di migliaia di morti, o epopea nazionalista pur segnata da contraddizioni? Cooperazione decentrata (le regioni italiane con i corrispettivi dei paesi in via di sviluppo) sì o no? Immigrazione: volerla controllare equivale a negare solidarietà e a essere razzisti? Crisi economica: un'origine finanziaria e una soluzione di segno antispeculativo e anti-bancario? Signoraggio, una leggenda o una terribile realtà che danneggia i cittadini? Guerre e informazione, un confronto fra giornalisti e studiosi di relazioni internazionali? Un seminario sul caso Battisti, con i giuristi a confrontarsi sulla questione dell'estradizione, e studiosi del terrorismo a spiegare – se possibile – cosa ci sia stato di “politico” negli assassinii feroci e nelle rapine del protetto di Lula?Si potrebbe continuare a lungo ..."

"


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21 dicembre 2010

QUI LO DICO ... E NON LO NEGO (2)

QUESTA GELMINI, IN FONDO ...

" ... Il prima e il dopo aiutano a capire: le riforme degli anni Novanta crearono una falsa idea dell' “autonomia” , che voleva dire sganciamento dalle direttive-quadro del governo centrale con connesso avvio dei processi di privatizzazione, e nello stesso tempo subalternità a cordate più o meno massoniche ben inserite in un contesto territoriale a sua volta “liberato”, grazie a Tangentopoli, dal peso dei partiti della prima  Repubblica.

Ecco dunque i Rettori sovrani assoluti, dotati talvolta di apparati spionistici interni, promotori ai massimi gradi amministrativi – certi dell'impunità mediatico-giudiziaria di cui avrebbero goduto – di impiegati indagati per falso in atto pubblico; rettori che facevano il bello e il brutto tempo, riuscendo a imporre a una Facoltà un posto a concorso per ricercatore e a creare sedi periferiche e corsi di laurea i più strani, dai titoli roboanti ma scarsi dal punto di vista sostanziale. Il tutto in un processo di oggettivo degrado dei corsi e dei titoli universitari, con una laurea triennale ridotta a una sorta di superdiploma liceale, e una rincorsa al ribasso degli Atenei insistenti su uno stesso territorio: l' “autonomia” infatti voleva dire caccia allo studente, e lo studente veniva attratto da corsi sempre più facili e da esami “a peso”, poche pagine di libro per superarli
.

Ora tutto questo pare proprio destinato a scomparire o almeno ad essere ridimensionato ... "



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11 dicembre 2010

Uno scoop di Antonio D'Amore de La città di Teramo porta alla luce
un'altra verità nascosta del caso Marco Pasqua. Un'assoluzione "silenziata" dagli stessi vertici d'Ateneo, inibiti nel loro ruolo di decisòri della didattica universitaria
dalla campagna terroristica del "Quarto potere"

NEGAZIONISMO, PAROLA SENZA ALTRO SENSO CHE DEMONIZZARE LA LIBERA RICERCA
E IL LIBERO INSEGNAMENTO. MOFFA "ASSOLTO" DALLA COMMISSIONE DI INDAGINE DI ATENEO CHE HA SBOBINATO E VISIONATO
IL TESTO DELLA LEZIONE SULLA "SHOAH".
IL 21 OTTOBRE SCORSO.
E ORA?

 



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MAI PIU' ASSALTI AGLI ARTICOLI
21 e 33 DELLA COSTITUZIONE.
ABBIAMO FIRMATO PER UN FUTURO DI GARANZIE E DI DIRITTI PER TUTTI

Documenti

PERCHE' COMBATTO
L'INDUSTRIA DELL'OLOCAUSTO

Conferenza di Norman Finkesltein
all'Università di Teramo, anno 2002

Prima di tutto vi ringrazio per avermi invitato, questo è il mio primo viaggio in Italia e fra le tante città che ho visitato, Roma è stata la prima nella quale ho provato la sensazione di voler restare e vivere, perché è una città davvero speciale. E penso che mi piacerebbe anche ritirarmi a Teramo. L'argomento di cui vorrei parlare oggi è l'industria dell'olocausto, un termine col quale intendo quelle organizzazioni, istituzioni o singole persone ebree americane, che hanno sfruttato la terribile sofferenza degli Ebrei durante la seconda guerra mondiale per scopi politici ed economici. La mia esposizione è divisa ... leggi tutto

CLIO
IMBAVAGLIATA

Conferenza di Israel Shamir
all'Università di Teramo, anno 2007

Non dovrebbe sorprendere che la gentile musa della storia, Clio, si ritrovi imbavagliata. La storia non consiste in una raccolta pacifica di fatti e banalità. La storia è un incessante tiro alla fune, perché la sua riscrittura può cambiare il mondo. Non si può cambiare il passato, così afferma l'antico adagio, ed è vero. Ma se si è insoddisfatti del presente, si può cambiare la nostra interpretazione del passato, e questo cambierà il nostro futuro. La cosa è nota da tempo immemorabile, ed è la ragione per cui la storia è stata consegnata alla custodia di sacri guardiani, per assicurare la struttura e la continuità del potere ... leggi tutto

Ogni anno un caso per imbavagliare la Storia e sviluppare l'industria dell'Olocausto
Damiani 2005
Ogni anno un caso per imbavagliare la Storia e sviluppare l'industria dell'Olocausto
Pallavidini gennaio 2007
Ogni anno un caso per imbavagliare la Storia e sviluppare l'industria dell'Olocausto
Moffa-Faurisson 2007
Ogni anno un caso per imbavagliare la Storia e sviluppare l'industria dell'Olocausto
Munzi 2008
Ogni anno un caso per imbavagliare la Storia e sviluppare l'industria dell'Olocausto
Caracciolo 2009
Ogni anno un caso per imbavagliare la Storia e sviluppare l'industria dell'Olocausto
Moffa 2010

UN APPELLO SEMPRE VALIDO
aggiornato a 562 firme, italiane e straniere
Ultime firme
on. Giuseppe Mannino*, Nicoletta Forcheri, , , ,
Jean Bricmont
,Yves Bataille..., , , , ,

TEXTE FRANÇAIS
Firma anche tu! 21e33@tiscali.it

“Le università devono essere libere e all'interno ci deve essere una piena libertà di pensiero. La libertà di pensiero non deve tradursi in un delitto di opinione. Le opinioni non possono essere considerate dei reati. Nessuna legge deve limitare la libertà di insegnamento” (*)

 

Vedi le firme

561 adesioni

Firma anche tu! 21e33@tiscali.it

APPEL A SIGNATURE

"Les universités doivent être libres et en leur sein il doit exister une totale liberté de pensée. La liberté de pensée ne doit pas se transformer en délit d'opinion. Les opinions ne peuvent être considérées comme des délits. Aucune loi ne doit limiter la liberté d'enseignement."

(la phrase est de Sergio Romano, chroniqueur au Corriere della Sera)

21e33@tiscali.it

* Avvocato, già presidente del Consiglio comunale di Roma


5 dicembre 2010


Una nazione forte con una politica sociale avanzata e un progetto di modernizzazione,
con un governo che non è affatto una dittatura come vorrebbe la vulgata

L'IRAN VISTO DA VICINO E QUELLO RACCONTATO DAI MEDIA OCCIDENTALI

di Claudio Moffa

Fonte: Rinascita, 4 dicembre 2010

http://www.rinascita.eu/articolo_print.php?id_articolo=5306http://www.rinascita.eu/articolo_print.php?id_articolo=5306

... Sono capitato a Teheran proprio nel momento in cui Ahmadinejad ha scatenato una offensiva a 360 gradi nei confronti di numerosi paesi attratti dall' orbita diplomatica e commerciale dell'Iran . Citiamo dalle cronache dell'ultima settimana di novembre: nuovi rapporti commerciali con Azerbaijan, Tajkistan, Turkmenistan, Malesia, Indonesia e Cina ; cooperazione economica in Africa con Algeria e Zimbabwe , e in Europa con Ucraina e alcune province della Russia ; proposta di una moneta unica alla Shangai Cooperation Organisation di Shangai (Cina, Russia Iran e molti altri paesi asiatici), una innovazione che se realizzata favorirebbe la nascita di un terzo polo valutario mondiale a fianco del dollaro e dell'euro; nuove relazioni con l'Arabia saudita , fino a poco tempo fa indicata come il nemico numero uno di Teheran nel Medio Oriente sunnita; accordo col Pakistan per il controllo dei confini attraverso i quali “Al Qaeda” ha compiuto e minaccia di compiere attentati nell' Iran orientale; rinnovata convergenza di vedute con Ankara sul nucleare; istaurazione di buoni rapporti con l' India , anch'essa, come la Turchia kemalista, un tempo alleata di Israele in funzione antipakistana e anti islamica. E infine, la svolta storica delle relazioni con il Libano ...

Di ritorno dall'Iran – L'Iran è un paese vitale, solido politicamente e economicamente, proteso verso una modernità filtrata attraverso un Islam sciita a sua volta tradizionalmente aperto all'innovazione; dove nonostante le sanzioni e la crisi internazionale, la vita scorre quotidianamente senza drammi o comunque con problemi molto meno gravi che negli Stati Uniti o in Europa; dove di automobili ce ne sono fin troppe bazar e negozi sono sempre affollati, elettricità gas e servizi costano proporzionalmente ai redditi assai meno che da noi... Leggi tutto


 


4 dicembre 2010


A 76 anni muore un protagonista della destra. Accusato di ogni nefandezza, ha unito per la prima volta fascisti e comunisti nella lotta per dimostrare la sua innocenza

SIGNORELLI, IL "MOSTRO" NERO
CHE NON AVEVA COLPE

di Giampiero Mughini

Fonte: Libero, 3 dicembre 2010

Ieri la mia giornata è cominciata nel segno del lutto. Quando alla mattina ho aperto il computer, era già arrivata la mail della mia amica Silvia Signorelli dove mi annunciava che suo padre, Paolo Signorelli, era morto la sera prima. Aveva 76 anni. La lotta corpo a corpo con il tumore, lotta che da oltre quattro anni Paolo conduceva con grande coraggio e dignità personale, s'era conclusa. Scompare uno dei protagonisti più marcati della storia della destra italiana del dopoguerra, uno che a metà degli anni Ottanta venne indicato da alcuni magistrati d'accusa come il mostro dei mostri e che per questo s'è fatto dieci anni di cella: e non c'era ignominia della destra estrema che non gli fosse attribuita, dall'aver ideato la “strage di Bologna” all'essere stato mandante dell'assassinio di alcuni magistrati famosi. Tutte accuse da cui verrà definitivamente assolto.

Tra i Cinquanta e i Sessanta Paolo era stato uno dei fondatori e uno dei ragionatori principali del gruppo di estrema destra “Ordine nuovo”, una molecola che s'era staccata furiosamente dal corpo del Msi perché giudicato troppo accomodante e pantofolaio. Non è che Paolo avesse deciso di scherzare col fuoco, di più. Era un nemico frontale della democrazia di massa, era uno che non rinnegava nulla del “fascismo eroico”. Era uno che non si sarebbe messo i guanti bianchi ove avesse avuto di fronte quelli della sinistra. Al tempo della mia giovinezza politica, loro di “Ordine nuovo” agli occhi di noi studenti di sinistra erano dei “Démoni” in carne e ossa. Il capo dell' “Ordine nuovo” di Catania, la mia città natale, andava in giro con un pugno di ferro in tasca. Di tanto in tanto irrompevano nelle sedi nostre e non avevano l'aria di scherzare.

Quel capo catanese di “Ordine nuovo” diverrà poi uno dei consiglieri politici di Arnaldo Forlani. Era stato Paolo Signorelli a farlo espellere da “Ordine nuovo” perché estremista e inattendibile. Quanto a me, di Signorelli e della sua bellissima famiglia ero divenuto amico da una quindicina d'anni. Di quella storia che così tanto mi appassiona che avrei voluto scriverci un libro, la storia prima dell'odio frontale e poi del riavvicinamento umano tra “noi” di sinistra e “loro” di destra, la vicenda di Signorelli è una pietra miliare. Mi spiego.

“Paolo Signorelli, il Teorema, il Mostro, il Caso”. Era il titolo di un quaderno edito nel 1988 dal Comitato di Solidarietà pro Detenuti Politici che aveva come prefatore una figura adamantina del mondo radicale, Mauro Mellini. Signorelli era divenuto “il Mostro” nel 1986, quando lo condannano a 12 anni perché corresponsabile della strage di Bologna. Più tardi gli appiopperanno una condanna all'ergastolo. Come scrive Mellini, il curriculum e la silhouette di Signorelli lo facevano “un personaggio fatto apposta per le stragi, il terrorismo, l'eversione sanguinosa”. Uno più mostro di questo professore di liceo che alla politica e all'ideologia la più furibonda dedicava ogni spasmo della sua vita e della sua passione? Impossibile. Un personaggio letterario, insomma: un mandante che era assieme “tenebroso” e perfettamente riconoscibile. Uno che ce l'aveva scritta in faccia la professione che gli era più congeniale: quella di imputato. “Di professione imputato” è il titolo del libro che Signorelli scrive quando tutte le accuse sono cadute, quando il professore di liceo non è più il “Mostro”, ma uno che s'è fatto ingiustamente dieci anni di cella. Una copia di quel suo libro Paolo me la mandò il 25 giugno 1996 con la dedica: “Forza Uomo!”.

Era successo difatti, ed era la prima volta nella storia del secondo dopoguerra, che un protagonista acerrimo della storia della destra la più risoluta divenisse l'oggetto di una campagna di solidarietà che metteva fianco a fianco uomini di sinistra e uomini di destra. C'è che nel processo contro Signorelli le accuse e i fatti non vanno d'accordo. C'è che agli occhi di molti le accuse contro di lui appaiono insussistenti. Una cosa è l'avere scherzato con il fuco, e Signorelli lo ha fatto; tutt'altra cosa è avere detto a Pier Luigi Concutelli “Vai e uccidi il giudice Occorsio!”, e di questo non c'è nessuna prova. Scatta la campagna in nome della verità e della giustizia. Entra in campo “Amnesty International” a denunciare che il detenuto Paolo Signorelli è stato privato dell'assistenza sanitaria di cui aveva bisogno. La moglie di Paolo, Claudia Signorelli, manda una lettera ai familiari delle vittime della bomba di Bologna dicendo che il loro dolore è interamente condiviso da lei e da suo marito. Signorelli denuncia “per calunnia” i magistrati di Bologna che lo accusano.

A metà del 1987 cominciano i digiunti congiunti di alcuni dei “nostri” e di alcuni dei “loro”. A far partire la sequenza dei digiuni è nientemeno che il futuro sindaco di Roma, Francesco Rutelli.  Poi il deputato missino Tommaso Staiti e il deputato radicale Emilio Vesce, e il giornalista Giorgio Pisanò, e mentre arrivano le adesioni di Enzo Tortora e dell'attrice Ilaria Occhini e di Sergio D'Elia, ex terrorista di Prima linea e in quel momento segretario federale del Partito Radicale.

La prima volta nella storia d'Italia, che “noi” e “loro” fossimo l'uno accanto all'altro. Altro che di avere scherzato con il fuoco, Paolo Signorelli verrà assolto da ogni cosa. “Noi” e “loro” lo festeggiammo in una sala attigua a Porta Portese, un pomeriggio di 14 anni fa. Paolo era sorridente, orgoglioso, uno che non rinnegava niente. Asperrimo com'era, io gli ho voluto bene come lo si deve a un avversario leale e umano. Addio, Paolo.    


16 novembre


Girotondino antiberlusconiano:
lo storico Paul Ginsborg assieme alla giornalista di Panorama Bianca Stancanelli

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QUANDO GLI STORICI
FANNO I COMICI


di Marcello Veneziani

Fonte: Il Giornale del 15 novembre 2010

L'Italia sarebbe il paradiso terre­stre se non ci fosse Berlusconi. E dunque salviamo l'Italia dal suo unico, vero male, il Tiranno, al secolo Berlu­sconi. Capisco la politica che dice queste cose, rien­tra nella lotta e nella pro­paganda. Capisco pure la gente di sinistra che ha bi­sogno di trovare un Mo­stro su cui scaricare i mali d'Italia e suoi personali, le amarezze e le frustra­zioni della vita, menopau­sa inclusa. Arrivo a capire con qualche sforzo che lo facciano i giornali perché sono schierati, militanti e poi devono esagerare per vendere.

Ma che pena vedere gli storici sullo stesso piano. Ne cito due, di versanti opposti. Ernesto Galli della Loggia scrive un necro­logio politico più che un editoriale dedicato al fu Berlusconi; ne parla co­me di un'esperienza fini­ta con tratti che definisce addirittura agghiaccian­ti. Gli sfugge che la solitu­dine del premier è in com­pagnia di qualche decina di milioni di italiani. Giu­sta la critica ai cortigiani e alle mezze calzette, legit­tima la sua critica politica al premier; ma si può cele­brare un funerale senza aver visto come va a fini­re, in una situazione così incerta e con un Paese an­cora largamente vicino a Berlusconi? No, lo stori­co ha fretta di far lo stori­co, e dunque di parlare del presente al passato, quindi sotterra ancora vi­va un'esperienza in cor­so. Professor Ernesto, la guerra è appena comin­ciata, non puoi già decide­re tu come va a finire e ce­lebrare il trigesimo di una forza in campo.

Mi sposto al versante oppo­sto, lasciando correre il delirio di onnipotenza di Eugenio Scalfari che nel­la predica su la Repubbli­ca a un certo punto bac­chetta Sergio Romano e scrive: La verità è questa. E si affaccia sul Monte Si­nai a dettare i Comanda­menti. Dio che presunzio­ne. Ma lasciamo stare i Te­ologi di se stessi, parlia­mo degli storici. C'è uno storico viola­ceo che viene dall'Inghil­terra e si è fatto italiano per dire che si vergogna dell'Italia ed esorta a sal­vare l'Italia dal Tiranno Berlusconi. Pubblica il suo accorato e coraggio­so atto di accusa contro il dittatore con una casa editrice di proprietà del dittatore stesso, Einaudi. E piega la storia d'Italia a un'invettiva sul berlusco­nismo. Da quando i comi­ci fanno i politici, gli stori­ci hanno deciso di fare i comici. Dal suo libretto, che dovrebbe far vergo­gnare la categoria degli storici, si apprende che da quando c'è Berlusco­ni, si è diffusa la criminali­tà e l'illegalità «in alcune parti della Puglia, della Campania e della Cala­bria in precedenza relati­vamente immuni». Tra­duco: col governo Berlu­sconi­sono nate la Camor­ra e la 'Ndrangheta e l'ille­galità si è diffusa in tre re­gioni governate oggi o fi­no a ieri dalla sinistra.

Mi chiedo se sia possibile scrivere una sciocchezza del genere, ignorare la storia antica della camor­ra e della 'ndrangheta, e tace­re che mai la criminalità ha avuto così tante mazzate in termini di arresti e confische come negli ul­timi due anni. Apprendo poi che Berlusconi è uguale a Mussolini e le prove sono schiaccianti: il lin­guaggio del corpo e la maestria nella comunicazione (anche Oba­ma allora è un duce abbronza­to?). Che Berlusconi, come il fa­scismo, ha instaurato un regime clientelare (ma confonde l'era della Dc con l'era fascista, la Pri­ma Repubblica con la Seconda?). Lo storico dice poi che rispetto al fascismo Berlusconi usa «poco manganello e niente olio di rici­no » (mi sono perso le squadracce berlusconiane che manganella­no, ma poco, i loro avversari). Che il fascismo «fu il primo esem­pio di una tirannia contempora­nea di massa» (ma lo storico sa che prima del '22 venne il '17, con la tirannia comunista in Rus­sia?). Che il clientelismo nasce per colpa della Chiesa (ma i clien­tes, caro storico, esistevano già nell'antica Roma precristiana).

Apprendo poi che la Repubblica italiana è nata nel '48, e dunque il referendum del 2 giugno del '46 è una bufala, e il primo presidente della Repubblica, D e Nicola, tra i l '46 e il '48 era dunque solo un clandestino, un abusivo napole­tano. E che Re Umberto andò in esilio due anni prima che nasces­se la Repubblica. Ginsborg dice di studiare la storia d'Italia da 40 anni. Ammazza che risultati. Ap­prendo persino che Dante è sepol­to a Firenze e non, come sanno pure i bambini sin dalle elementa­ri, a Ravenna (ma lo storico non sa la differenza tra tomba e ceno­tafio, che ricorda una persona se­polta altrove). Poi apprendo che Gioberti era razzista, confonden­do il primato morale e civile degli italiani con il primato biologico e zoologico della razza (invece di razza bianca e di selezione darwiniana si parlava nell'Impe­r o Britannico, mister Paul). Che il colonialismo italiano ha fatto massacri (mentre quello britanni­co distribuiva fiori e tazze di tè e trattava i popoli sottomessi come se fossero ospiti e pari, mica schiavi e animali). Lo storico poi tira il sasso e nasconde la mano quando cita benevolmente la ne­cessità di una dittatura benefica in Italia o la necessità della violen­za, dell'odio e della vendetta, bar­ricandosi dietro citazioni d i Gari­baldi e Mazzini.

E si appella alla classe operaia, ai girotondi di cui fu cofondatore, e al popolo viola per salvare l'Italia dal dittatore. A parte la miseria di questo brigati­smo storico, faccio una conside­razione amara: non si fa in tempo a criticare Berlusconi, come io ho fatto, a dissentire da lui e dal suo stile di vita, che la ferocia, l'arro­ganza e l'idiozia confederate an­nunciano come salvezza il bara­tro e ti costringono a difendere Berlusconi. Berlusconi sarà il m a­le, ma voi siete il peggio. Vi meri­tate un governo monocolore Bocchino



12 novembre

CHIAGNE O' MUORTO E FREGA O' VIVO
.
ECCO L'INDUSTRIA DELL'OLOCAUSTO, UN'INDUSTRIA CHE STA CROLLANDO
SOTTO I COLPI DEGLI EBREI ONESTI (vedi il quotidiano Haaretz) E DEGLI STORICI
E GIORNALISTI PROFESSIONALI.
DEDICATO A BIANCA STANCANELLI


Bianca Stancanelli e il girotondino Paul Ginsborg (*)

 

Leggete questo articolo, dove si parla di arresti di 17 truffatori:
fonte il quotidiano israeliano Haaretz, 11 novembre 2010

FBI arrests 17 for defrauding
U.S. Holocaust fund

Ring of suspects used forged documents to claim funds
paid by Germany to victims of the Nazis, prosecutors claim.

By Shlomo Shamir Tags: Jewish world Israel news Holocaust US Fonte: HAARETZ FBI investigators on Tuesday arrested 17 people in New York in connection with a $42.5 million organized fraud against a compensation fund for Holocaust victims . The U.S. Attorney's Office is charging the 17, who include six current and former staff members of the Conference on Jewish Material Claims Against Germany Claims Conference, which issues payments to Jewish Holocaust victims, with making false financial claims using false documents.
"We are outraged that individuals would steal money intended for survivors of history's worst crime to enrich themselves," said Conference chairman Julius Berman. "It is an affront to human decency."
The scheme was discovered late last year when Conference officials noticed that several claimants had falsified information to receive pensions from the Hardship Fund, set up by the German government to make one-time payments of $3,600 to Jewish victims of Nazism who emigrated from Soviet bloc countries .
In July 2010, the Claims Conference suspended 202 pensions with a total value of $7 million. Since then, it has unscovered suspected fraud in another 456 pensions worth an additional $24.5 million. It also suspects false claims in 4,957 one-time payments under the  Hardship Fund, with a total value of $18 million,.
The Claims Conference said that no Holocaust victims were deprived of any funds because of the crime, and pledged full cooperation to help authorities bring the fraudsters to justice.
Polish-born Holocaust survivor from Auschwitz wipes his eye at the Yad Vashem Holocaust Museum in Jerusalem.
Photo by: Reuters

 

Leggete ora questo dispaccio on line , del giorno prima,
10 novembre 2010: la notizia degli arresti già c'è

FBI arrests 17 for defrauding
US Holocaust fund – Ha'aretz

Posted by admin on November 10th, 2010

Ha'aretz FBI arrests 17 for defrauding US Holocaust fund Ha'aretz Ring of suspects used forged documents to claim funds paid by Germany to victims of the Nazis, prosecutors claim. By Shlomo Shamir Tags: Jewish world Israel news Holocaust US FBI investigators on Tuesday arrested 17 people in New York in connection … Holocaust reparations stolen, federal prosecutors say Los Angeles Times Holocaust Fund in Scam Wall Street Journal Holocaust survivor funds raided for $42 million The Associated Press BBC News

E adesso vediamo come viene considerata da noi la notizia, nuova picconata al dogma dell'Olocausto: alcuni non la diffondono proprio. Altri sì, ma non parlano di "arresti", ma solo di "indagini" ...

1) Olocausto, scoperta maxitruffa sui fondi per le vittime

Indagano le autorità tedesche e l'Fbi. Coinvolti anche gruppi di gestione dei risarcimenti ai sopravvissuti della Shoah negli Usa. Indagate 17 persone, in gran parte ebrei emigrati dalla Russia

dal corrispondente ANDREA TARQUINI

(Repubblica) BERLINO - La malversazione degli indennizzi a chi soffrì per la Shoah, il genocidio del popolo ebraico pianificato e attuato dal regime nazista, è stata scoperta dalle autorità tedesche e americane. Una truffa colossale organizzata alle spalle delle vittime dell'Olocausto, e della stessa democrazia tedesca che da anni paga doverosamente i risarcimenti ai sopravvissuti al genocidio nazista e ai loro discendenti. False vittime, ispirate e aiutate nell'imbroglio dai responsabili di due dei fondi attivi negli Usa per la gestione dei risarcimenti versati da Berlino e la loro distribuzione a chi ne ha diritto, hanno intascato  -  insieme ai funzionari corrotti dei fondi  -  almeno 42 milioni di dollari. Lo Fbi indaga, il governo tedesco si tiene in stretto contatto con le autorità americane. E sta valutando la possibilità di chiedere ai truffatori e ai loro complici la restituzione delle somme loro versate.

"Siamo indignati, è un'offesa svergognata alle vere vittime dell'Olocausto, questa vicenda lascia in bocca un sapore molto amaro", dice Stephan Kramer, segretario generale del Zentralrat der Juden, il Consiglio centrale degli ebrei tedeschi. Il Consiglio chiede agli inquirenti americani e alle stesse autorità tedesche di fare con urgenza piena luce sul caso.

Le persone indagate dalla giustizia americana sono già almeno 17. La maggioranza sono ebrei emigrati dall'Europa orientale, e soprattutto dalla Russia. Ma tra i 17 ci sono anche responsabili dei di gestione dei risarcimenti tedeschi alle vittime della Shoah. Tra costoro figura persino un ex direttore della Jewish Claims Conference, cioè l'organizzazione ebraica internazionale che, in base agli accordi con il governo tedesco e con le associazioni dei sopravvissuti all'Olocausto e dei familiari delle vittime, gestisce e distribuisce i risarcimenti pagati da Berlino. I funzionari corrotti dei fondi hanno poi intascato, come percentuale, parte dei risarcimenti ottenuti con carte false, trasformando normali ebrei emigrati dall'ex Urss in presunte vittime della Shoah.

"E' orribile, non capisco perché ciò sia stato possibile, perché per tanti anni nessuno abbia saputo svolgere controlli seri sulla gestione e la distribuzione dei risarcimenti", afferma Stephan Kramer. Il meccanismo della supertruffa alle spalle delle vittime dell'Olocausto ha qualcosa del delitto perfetto. La maggior parte degli emigrati dall'ex Urss e dall'Est che hanno partecipato all'imbroglio sono stati di fatto adescati da annunci accattivanti usciti su giornali in russo e pubblicati negli Stati Uniti. Alcuni dei fondi di gestione dei risarcimenti hanno pubblicizzato con enfasi la facilità con cui sarebbe stato possibile beneficiare degli indennizzi tedeschi. Responsabili dei fondi ed emigrati hanno poi prodotto carte false, presentando per vittime del genocidio nazista persone che non lo erano. Sono stati almeno 5500 i certificati, prodotti appunto con carte false, che spacciavano per perseguitati dal nazismo persone che non lo sono mai state. "E'una truffa svergognata", dicono i portavoce del Fbi americano, "pur di far soldi questa gente non si è fatta alcuno scrupolo, con carte false si è appropriata di soldi che appartengono alle vere vittime, o ai loro familiari sopravvissuti".

Per considerazioni ulteriori, vedi una relazione a un convegno dell'Università di Salerno del 2004: vi si parla dei meccanismi di fondo che presiedono l'informazione su tutto quel che riguarda Israele, e vi è scritto fra l'altro:

"...1) le notizie più scottanti e emblematiche – gli ebrei allertati delle Torri gemelle, la partecipazione di soldati israeliani alla battaglia di Falluja – restano confinate sulla stampa israeliana o americana, e nessun grande mass media italiano sembra avere il coraggio professionale di riprenderle . Cosicché, l'informazione in questo caso diventa un'informazione per l'élite mediatico-politica, semisegreta, come tale fonte sì di conoscenza, ma anche di intimorimento: come dire, questa è la realtà, ma già il fatto che essa non "debba" essere pubblicizzata costituisce un monito, una sorta di richiamo alla fedeltà e all'obbedienza verso il potere semiocculto che essa svela. In questo senso si può parlare, forse, di stile massonico di informare... "


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* Paul Anthony Ginsborg (Londra, 1945) è uno storico inglese, naturalizzato italiano ... In Italia ha avuto incarichi di insegnamento alle Università degli Studi di Siena e Torino . Dal 1992 insegna Storia dell'Europa contemporanea nella Facoltà di Lettere di Firenze . È conosciuto al grande pubblico per aver collaborato con Pancho Pardi al lancio del movimento dei girotondi (da Wikipedia)


5 novembre

LA MIA LEZIONE SULLA SHOAH:
INTERVISTA A RADIO ITALIA IRIB

Il Professor Moffa a Radio Italia: Israele sfrutta politicamente
l' Olocausto a fini di perpetrazione e proseguimento di crimini contro palestinesi

Radio Italia IRIB - Lei il 24 settembre scorso ha tenuto una lezione sull'olocausto con particolare riferimento alle tesi che negano la sua versione ufficiale. Ci dice come sono andate le cose? E perché tutto questo accanimento nei suoi confronti?
Claudio Moffa - Nel corso della lezione ho esposto le diverse tesi del dibattito sulla shoah, comprese ovviamente quelle dei cosiddetti negazionisti - che in realtà definirei “revisionisti” - e ovviamente ho argomentato e commentato la mia esposizione. Ho presentato diversi documenti agli studenti, e ho anche criticato un certo approccio che affiora qua e là nella letteratura revisionista, che talvolta propone la legittima e fondata revisione del tema come una sorta di contro dogma, mentre a mio avviso il revisionismo storico non è un dovere, ma è una potenzialità consustanziale al mestiere di storico. Insomma, una possibilità e non un obbligo.
A partire da questo approccio, dopo aver inserito la questione shoah nella problematica generale del modo in cui si informa tutto ciò che lambisce o è lambito da Israele, ho passato in rassegna i tre punti fondamentali del dibattito sollevato dai revisionisti, e cioè la questione delle cifre, la questione della pianificazione o meno dello sterminio e la questione della camere a gas: su tutti e tre questi argomenti ho sollevato, sulla base di citazioni anche di autori ortodossi, dei dubbi sulla versione ufficiale. Perché noi sappiamo che in Occidente il cosiddetto olocausto - dico cosiddetto perché il termine è religioso, quindi assolutamente improprio per un evento storico pur drammatico come quello delle stragi subite dagli ebrei nella seconda guerra mondiale – è nei fatti un tabù che va superato.
Ed ecco dunque i dubbi che ho proposto: per esempio la cifra delle vittime. Ho mostrato al proposito un documento della prima guerra mondiale in cui la cifra dei 6 milioni di vittime ebree già era presente, da cui l'ipotesi che si tratti di una sorta di numero cabalistico, con un significato religioso insomma, invece che corrispondente alla realtà. Ho quindi ricordato l'ampio ventaglio delle stime proposte dagli studiosi, 3 milioni, 2.800.000, 800.000 e così via, ovviamente aggiungendo che qualsiasi cifra suscita un orrore comprensibile. Voglio dire che anche le 800.000 vittime mila proposte da Garaudy rappresentano un crimine orrendo, ma il problema è comunque sempre accertare fin dove è possibile i fatti senza fermarsi alla versione ufficiale. Ho fatto anche un esempio sul fattore emotività nell'accettazione passiva del numero 6 milioni: lo ricorda Faurisson, a mio avviso favorito dal fatto di essere nato studioso come filologo invece che storico. L'esempio è dunque quello di una foto raccapricciante di decine o centinaia di cadaveri di ebrei ammassati l'uno sull'altro: ebbene l'orrore che suscita la foto è ben intuibile. Cosa accade nel lettore del documento che contiene quell'immagine e che poi prosegue col proporre senza fonti e argomentazioni valide la cifra di 6 milioni? Che questo numero, non verificato scientificamente, diventa assimilabile facilmente proprio per effetto dell'immagine.

Radio Italia Irib - E cosa ha detto a proposito della questione della pianificazione dello sterminio?
Claudio Moffa -
Ho citato lo storico ebreo Poliakov e ricordando che come lui aveva scritto nel 1951, a tuttoggi non è uscito fuori alcun ordine scritto di Hitler per sterminare gli Ebrei. Anche la versione ufficiale della questione delle camere a gas presenta problemi: a proposito della quale ho citato quegli autori anche ortodossi che sostengono che non esistono più i resti di questi edifici di morte, perché i nazisti le avrebbero tutte distrutte. Né sono stati sin qui prodotti documenti d'archivio che indichino chiaramente che nei lager esistessero delle camere a gas, o che quelle destinate alla disinfestazione degli abiti fossero sistematicamente adibite anche allo sterminio di prigionieri ebrei e non ebrei. E allora cosa resta? La memoria.
Il problema è allora valutare il valore euristico delle fonti memoriali e orali. Mi sono così dilungato su riflessioni di carattere epistemologico sottolineando come le fonti orali – per inciso, come storico nasco come africanista, e in Africa le tradizioni orali sono state e sono indispensabili per la storia di un continente generalmente privo di scrittura - dopo essere state esaltate nell'età delle decolonizzazione come voce dei vinti e fonte storica ben affidabile, hanno subìto successivamente un forte ridimensionamento: ho ricordato l'africanista Jan Vansina, e la sua revisione del problema alla fine degli anni Ottanta; ho ricordato di Vansina gli stessi studi sul Burundi in cui a proposito delle genealogie tramandate dagli storici di corte, se in esse fosse comparso un sovrano regnante molto più tempo che i suoi precedessori e successori, questo avrebbe potuto far ipotizzare un colpo di mano all'interno della leadership, l'arrivo sul trono di un'altra etnia che poi, ripristinato il potere, gli stessi storici di corte “ortodossi” avrebbero cancellato dalla memoria dei loro contemporanei, per dare l'immagine di un potere regale inattaccabile … Insomma, le fonti orali sono precarie se prese in sé, e spesso inficiate da interferenze di ordine politico-idoelogico. Ecco dunque l'utilità da una parte – proprio perché mancano altre fonti sicure - ma anche il rischio – per lo stesso motivo - di memorie recenti che come ricorda in senso lato Sergio Romano nella sua Lettera ad un amico ebreo, si sono paradossalmente moltiplicate, sul tema dell' “Olocausto” negli ultimi 20 anni; e che in alcuni casi vengono sbugiardate con scandalo e danno proprio per gli ebrei sopravvissuti alle deportazioni.
Ho così parlato del caso Enric Marco, uno spagnolo che si era vantato di essere un deportato da Mathausen e che alla fine è stato smascherato da tutta la stampa spagnola, che lo ha denunciato come un'imbroglione. Uno storico serio deve stare attento a queste cose. L'ho detto agli studenti, senza alcuna espressione propagandistica, con estrema calma e scorrevolezza: insomma ho fatto una lezione nello spirito accademico concludendo alla fine della mia rappresentazione del dibattito storiografico e dei suoi nodi, che era necessario, di fronte ad una realtà così spinosa e difficile, ragionare con la propria testa e documentarsi prima di prendere una posizione netta e definitiva.

Radio Italia IRIB - Dalle sue parole in realtà non deduco nessun concetto negazionista ...
Claudio Moffa - E difatti non è stata una lezione negazionista, e forse è per questo motivo che è stata attaccata duramente. Alla radice c'è la natura superficiale del termine negazionismo, che può essere riempito a piacere di qualsiasi contenuto a fini di demonizzazione di posizioni o argomentazioni sgradite.

Radio Italia IRIB - Lei dello sterminio degli ebrei parla come un dramma molto grande e comunque in sostanza ha qualche dubbio sulla dimensione della tragedia, a parte le fonti che comunque come dice lei sono un problema, è così?
Claudio Moffa - Certo, ma è chiaro che la cifra dei 6 milioni è proposta ormai solo dai giornali, che la ripetono a pappagallo. Ma qual è il problema a ridurla? Se anche fossero i 150 o 300 mila di Faurrison (cifra che non mi pare di aver citato a lezione) o gli 800 mila di Roger Garaudy si tratta sempre di qualcosa di terribile. 800 mila persone che muoiono nel campi di concentramento non sono certo una cosa da prendere a cuore leggero. Quindi si può parlare sicuramente di sterminio, ma il problema è che questo termine non può essere utilizzato in senso etimologico – eliminazione di tutta una comunità. E' chiaro che non si è trattato di sterminio nel senso letterale della parola, perché se così fosse, non ci sarebbero tutti i sopravvissuti e non ci sarebbe una presenza diffusa in tanti paesi del mondo, di minoranze ebraiche assolutamente ben trattate, sia in Europa che negli Stati Uniti. E non ci sarebbe Israele, frutto in parte di quella “soluzione finale” che fu, secondo molti revisionisti, concepita in realtà come una orribile operazione di “pulizia etnica”. Quindi è chiaro che lo sterminio c'è stato, nel senso che ci sono stati centinaia di migliaia di morti ebrei nella guerra, come del resto ci sono stati milioni di morti sovietici e nei bombardamenti di Hiroshima, Nagasaki, Dresda. E' anche un effetto della tecnologizzazione e massificazione della guerra. Gli stermini di ebrei dunque ci sono stati, ma la cifra va discussa e non può essere imposta con una legge.

Radio Italia IRIB - Lei durante la sua lezione ha detto che la Shoa è un'arma ideologica. Vorrebbe spiegarci cosa significa?
Claudio Moffa - E' quello che dice lo storico ebreo americano Norman Finkelstein, figlio di deportati ad Auschwitz, che ha scritto libro L'Industria dell'Olocausto dove per industria si intende industria economica, la questione dei risarcimenti economici; e industria politica, perchè come ha scritto anche la giornalista ebrea Amira Hass, sul quotidiano Haarez, Israele sfrutta politicamente la vicenda delle sofferenze degli ebrei nella seconda guerra mondiale a fini di perpetrazione, di proseguimento dei crimini che sta compiendo in Palestina omai dal 1948 . Quindi sicuramente c'è un'aspetto politico-ideologico che non è da poco. Mi permetta di aggiungere che a lezione ho rappresentato anche un'altra ipotesi, elaborata fra l'altro anche da studiosi cattolici, e cioè che l' "Olocausto" appare anche un tentativo di trasformare un intero popolo – gli Ebrei appunto - in Messia, un Messia di oggetto di orribile una “crocifissione” collettiva. Un momento quindi della forte dialettica fra cristianesimo e giudaismo nella versione sionista. All'estremismo ebraico serve l'idea di una crocifissione di un popolo, di un popolo sempre vittima che in tal modo, come ho detto citando Finkelstein, riesce ad avere gli strumenti per rimanere sempre impunito.

Radio Italia IRIB - In seguito alle sue analisi sono state rilasciate dure critiche nei confronti suoi, pubblicate in diversi riviste e giornali come La Repubblica. Addirittura alcuni parlamentari hanno scritto al ministro dell'Istruzione Maria Stella Gelmini, anche lei ha definito inaccettabili ed offensive le sue parole, chiedendo al ministro di intervenire al più presto per rimuovere Lei dal carico di docente universitario. Cosa ne pensa?
Claudio Moffa - Sì, innanzitutto tutto parte da un falso di base. Cioè nessuna di queste persone che ha parlato e che mi ha attaccato ha letto o ascoltato la lezione. Si sono basati su un'articolo velenoso di Repubblica del 7 ottobre scorso, scritto nello stesso giorno in cui a Roma si svolgeva una manifestazione di alcuni giornalisti e anche politici molto legati a Israele - il titolo della manifestazione era “per la verità di Israele”, in cui queste persone hanno sostenuto praticamente che tutta la stampa dice cose sbagliate su Israele mentre Israele è democrazia, Israele rispetta il diritto internazionale e così via. In quell'occasione è stato proposto anche, dalla Comunità ebraica romana un progetto di legge tipo la Gayssot francese. Ecco dunque il perché del duro attacco. E sotto il martellamento del quotidiano e della catena di de Benedetti, nessuno di coloro che mi hanno criticato è andato a sentirsi l'ora e mezza della mia lezione: si sono accontentati solo delle citazioni di un articolo disonesto, che ha attrbuito a me citazioni di Poliakov e di Finkesltein, con lo scopo evidente di fare scandalo. Va sottolineato che Repubblica è il quotidiano che esprime il peggiore giornalismo che esiste in Italia. E' un giornalismo fazioso, un giornalismo che seguendo un pò la scuola di Jabotinsky - il comandante della Legione ebraica in Palestina – pensa appunto di poter imporre il proprio punto di vista a parlamentari e governi eletti dal popolo, a rettori e docenti universitari. Ma tantissima gente non è d'accordo. Sto ricevendo decine di messaggi di solidarietà in questi giorni, e credo che aumenteranno notevolmente man mano che si chiariranno le cose e la gente conoscerà il contenuto vero della mia lezione (18 ottobre 2010)


http://italian.irib.ir/analisi/interviste/item/85681-professor-moffa-a-radio-italia-israele-sfrutta-politicamente-olocausto-a-fini-di-perpetrazione-e-proseguimento-di-crimini-contro-palestinesi


4 novembre

Un articolo sul quotidiano teramano La città di un iscritto al master sul caso Moffa-Repubblica
UNA SOCIETA' SENZA MEMORIA

di Matteo Simonetti

E' vero, siamo una società senza memoria. Non perché dimentichiamo di commemorare la tragedia della Shoah, ma perché abbiamo smarrito la via che in questi secoli il pensiero, la filosofia, ci ha indicato. Quello che la vicenda del Master Mattei ha mostrato è infatti la totale dimenticanza di Socrate e Cartesio, col loro dubbio metodico; quello che è stato disconosciuto sono le tante rivoluzioni “relativiste” che hanno portato il pensiero a vincere sul dogma.
Né Marx, che ha ridotto ogni scala di valori a sovrastruttura, né Freud, che ha spezzettato l'anima in pulsioni elementari, né Einstein, che ha messo in dubbio la realtà dei sensi sciogliendola in formule matematiche, nessuno di loro è stato tenuto a mente da questo nuovo oscurantismo, perché di questo si tratta. Un oscurantismo che si è presentato nei panni del suo storico nemico, l'Università, che è ricerca, quindi dubbio. Oggi a Teramo l'università si è mostrata come nuova inquisizione, che ha giudicato, stigmatizzato, condannato e isolato un suo professore, reo del nuovo peccato: il dubbio, ossia il senso critico ...


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31 ottobre 2010

www.claudiomoffa.it


Dopo l'intervento di Angelo D'Orsi sul “caso Repubblica-Moffa”


OLTRE IL MURO:
E SE SI PARLASSE DI STORIA?


di Claudio Moffa

Leggo con ritardo l'articolo di Angelo D'Orsi su Il fatto quotidiano a proposito del  “caso Moffa”. Probabilmente resterà una voce nel deserto, ma solleva comunque due questioni importanti: da una parte il rispetto non solo formale del principio della libertà di insegnamento e di opinione, dall'altra la problematicità -  prima ancora del merito - della tragedia degli Ebrei nella seconda guerra mondiale. Premessa possibile e utile, quest'ultima, perché quegli stessi principi comunque inderogabili, vengano con più facilità rispettati nelle università e nelle scuole.

In passato con D'Orsi ho avuto momenti di collaborazione e di contrasto: nel 2006 mi invitò al Festival di Storia di Torino assieme all'amico Sinagra e a uno degli avvocati di Saddam Hussein che avevo conosciuto in Giordania un paio di mesi prima, per una intervista poi pubblicata da Panorama . Mimmo Càndito era sul palco di un bellissimo Teatro, gremito di gente, a moderare il dibattito. Poi fu D'Orsi a venire al master Enrico Mattei e sorsero dei contrasti per la proiezione in aula della videointervista a Faurisson durante il convegno La Storia Imbavagliata dell'aprile 2007: dissapori che comunque non avrebbero impedito al collega di darmi il suo contributo critico per il volume dal titolo omonimo – un saggio che ben si affiancava a quelli di altri autori noti come Ainis, Sinagra, Israel Shamir, per citarne solo alcuni – e del quale ricordo fra l'altro i riferimenti alla distinzione fra Storia e Memoria proposti da quello che probabilmente è rimasto tuttoggi il più noto libro sull' “Olocausto”, Gli Assassini della Memoria di Pierre Vidal Naquet.

Questo è il punto che introduce la questione della problematicità della “Shoah”. E'ancora, credo, noto agli storici quanto scriveva nelle Annales Lucien Fevre, e cioè che “tutto è Storia”, non solo per quel che riguarda i campi di indagine ma anche nel senso che lo studio della disciplina si avvale di una molteplicità di fonti – archeologiche, paleontologiche, botaniche, memoriali, orali, archivistiche – che tutte possono e debbono concorrere al conseguimento di un grado di “verità” sufficiente a spiegare gli eventi del passato più o meno lontano. Dentro questa problematica, uno spazio particolare è da assegnarsi proprio alla coppia ora antinomica ora convergente fonti orali-documenti di archivio.

La valenza di queste tipologie di fonti è profondamente mutata dagli anni Sessanta ad oggi: mezzo secolo fa, che si trattasse di Resistenza europea o di Storia dell'Africa – continente privo di scrittura, per ricostruire la cui storia erano perciò indispensabili le tradizioni orali – queste fonti erano molto apprezzate e in alcuni casi viste come fondamentali per la ricostruzione della “storia dei vinti”. Negli ultimi venti o trent'anni l'atteggiamento degli studiosi è divenuto in generale molto più guardingo: non solo perché la storia dei vinti rischia di trasformarsi per effetto stesso di quella innovativa operazione storiografica in storia dei  vincitori, ma anche e soprattutto perché  la validità in sé delle fonti orali risulta spesso non esaustiva, a meno di  un riscontro incrociato con altre fonti, e in particolare  quelle, a minor rischio soggettivistico, d'archivio.

Come si presenta questo problema metodologico, su cui peraltro mi sono dilungato nella lezione, nella querelle sulla “shoah” e sulle sue tre questioni fondamentali: pianificazione dello sterminio, cifre dello sterminio e camere a gas? In modo rovesciato rispetto alla tendenza generale: si registra cioè una netta prevalenza di Memoria, rispetto alle fonti scritte e documentali. Questo vale per la “pianificazione” dei massacri, della quale manca la prova di ordini scritti di Hitler – non lo dice Moffa, lo dicono gli stessi storici ebrei da Poliakov 1951 a Hilberg 2006, oltre che, come ricorda D'Orsi, Hobsbawm -; vale per la questione delle cifre – ma qui il problema riguarda essenzialmente i mass media, visto che la cifra dei 6 milioni è stata rivista anche dalla storiografia “antinegazionista”; e vale infine per le camere a gas. Su questo cruciale aspetto negli ultimi due decenni hanno continuato a non essere trovati né resti attendibili né soprattutto prove documentali certe. Ecco perché non solo i “negazionisti”, ma anche tanti autori e intellettuali “antinegazionisti” o hanno negato l'utilizzo come camera a gas di questo o quell'edificio (Martin Broszat, a Dachau; Olga Wormser-Migot, ad Auschwitz I°) o hanno utilizzato espressioni come “prove rare e dubbie” (Arno Mayer) e “certezza morale” della loro esistenza (Robert Van Pelt al processo Irving). Non a caso Simone Veil ha scritto in margine a un processo contro Faurisson: "coloro che intentano il processo sono costretti ad apportare la prova incontrovertibile della realtà delle camere a gas. Ora tutti sanno che i nazisti hanno distrutto queste camere a gas ed eliminato sistematicamente tutti i testimoni” (*)





Ore 21.30 - Savigliano -
31 ottobre 2006- Teatro Milanollo

Processo a Saddam Hussein
con
Claudio Moffa, Sherif El Sebaie,
Ziad Najdawi, Augusto Sinagra

Conduce Mimmo Càndito

Il caso Saddam Hussein è tuttora in corso: feroce dittatore, ma anche capo politico di uno Stato, l'Iraq, oggetto di un attacco militare, del tutto illegittimo, da parte di potenze straniere. Saddam – identificato come una ennesima personificazione del Male – sconfitto e catturato, viene sottoposto a un processo di dubbia legalità, la cui sentenza sembra scritta in partenza. Il mondo si interroga sulla sua sorte, ma più in generale sulla legittimità di questo tipo di azioni . Ne discutono, con l'avvocato difensore del leader iracheno, specialisti di storia mediorientale, giuristi, internazionalisti.


Questo è il problema. Se mancano i resti degli edifici, se manca la documentazione d'archivio, le armi della querelle sembrano spuntate quanto meno da entrambe le parti: la storiografia olocaustica potrebbe sostenere sulla base dell'asserzione della distruzione delle camere a gas da parte dei nazisti in fuga, che non è dimostrabile la loro “non esistenza”, tanto più che esiste la memoria dei deportati, ma i revisionisti possono ben fare l'operazione inversa, sottolineando la precarietà oggettiva delle fonti memoriali e fondandosi sulla inesistenza di fonti documentali o comunque con un forte grado di oggettività.

Quel che manca a questo punto è il confronto: ma questo deve avvenire fra interlocutori che alla fin fine la pensano allo stesso modo, oppure dando voce anche ai “negazionisti”, come il sottoscritto ha tentato di fare nel 2007? La risposta non riguarda certo solo me né questo dovrebbe mai diventare un “obbligo” per chi è non è d'accordo. Quello che mi sembra però condivisibile da tutti, è che il principio generale della libertà di insegnamento deve restare fermo: e da questo punto di vista resta il merito di Angelo D'Orsi di aver avuto il coraggio di dirlo, non in un appello fuori del tempo e della storia come ormai è quello contro il Ddl Mastella del 2007, ma hic et nunc, in un clima sicuramente non facile fatto di isteria “civile” e minacce.

Torna all'appello

(*) France-Soir Magazine », 7 maggio 1983, citato in R. Faurisson, Le vittorie del revisionismo, 2006


24 ottobre 2010

LA LEZIONE SULLA SHOAH
E IL CASO REPUBBLICA: I MASS MEDIA
E L'AUTONOMIA DEGLI INTELLETTUALI
E DEI CETI DIRIGENTI IN ITALIA

di Claudio Moffa

Orwell più Kafka: nelle due ultime settimane il vento di follia che si è abbattuto sulla mia lezione dedicata al dibattito storiografico sulla shoah, richiama questi due classici della letteratura del Novecento. Ma richiama anche due fatti precisi, che qui – rispondendo alle tantissime lettere e messaggi di solidarietà ricevuti dal 7 ottobre ad oggi – voglio sottolineare: il primo è la non comunicazione assoluta del Senato accademico con il sottoscritto, comportamento non solo curioso dal punto di vista procedurale ma che inoltre ha causato un incredibile abbaglio nell'ultimo comunicato stampa d'Ateneo: lì dove si chiede che la Facoltà si esprima sulla compatibilità di una lezione svoltasi apparentemente di sabato, con un'attività didattica che di sabato non si può svolgere in quale che sia aula di quale che sia Facoltà teramana, essendo tutto l'Ateneo chiuso per regolamento. Faccio ammenda, mi cospargo il capo di cenere, è stato un mio errore! La lezione si è svolta invero venerdì 24, la mia videocamera ha la data posticipata di un giorno (anche una festa di compleanno del 2 ottobre è stata registrata come “3 ottobre”, domenica): non mi sono accorto dell'errore e dunque ecco l'equivoco ribadito anche nei giorni della polemica scatenata da Repubblica . Domanda: ma non sarebbe stato normale chiedermi ragione della stranezza di quella lezione in un'aula della Facoltà, in un giorno di chiusura dell'Ateneo? E se non a me, non sarebbe bastato chiederlo a qualcuno degli studenti presenti? Il risultato di questa autoreferenzialità assoluta rispetto alla stessa realtà dei fatti, del Senato accademico, è che adesso si parla a livello nazionale di un “giallo”. E vai col gossip!

Primo punto esaurito, nel senso che mi fermo qui. Il secondo fatto è che le mezze esternazioni e i silenzi del comunicato stampa hanno dato il via ad un ennesimo “protagonismo” di piccoli e grandi media, che – more solito – hanno letto nel comunicato anche quello che non c'è: master chiuso, Moffa destituito e decapitato sulla piazza di Teramo per mano di una squinternata femminista locale, Ateneo da mondarsi dal peccato di lesa maestà a De Benedetti, tramite una lezione pura e di sovrumana qualità che nemmeno Fantozzi se la potrebbe sognare: con tutti i docenti e studenti di Scienze Politiche ad autoflagellarsi nel fatidico giorno fra lamenti inauditi, trascinandosi dolenti lungo il corridoio dell'altissimo Tempio di Coste Santagostino, e al loro fianco il Woodward di Teramo, il grande Colantuono che prende appunti per il suo scoop-patacca del giorno. Che giornata, la lezione "riparatrice" monda tutto (tranne Moffa), e che cronaca veridica!

Il caso Repubblica-Moffa fa parte di un costume generale

Il travisamento dei fatti è come noto un fenomeno tipico di molti giornali che devono “vendere” meglio il loro prodotto, in periodi di probabile stanca generale sulla questione - vedi il flop del solito Il Centro di 3 giorni fa, un presunto appello di una settantottenne girato da una isterica al pennivendolo di turno - ma, attenzione, è anche altro: è il terrorismo psicologico con cui sempre , da almeno una ventina d'anni, le autorità del nostro paese devono confrontarsi, che siano Parlamentari o Amministratori locali (ricordate l'insurrezione nel Consiglio Comunale nel maggio 2007, al seguito delle paginate provocatorie de Il Centro , per un “caso Faurisson” che solo dopo quell' evento locale sarebbe diventato un caso nazionale per il tramite de L'Unità?) o Magistrati, o Rettori e organi collegiali accademici.

Non sono loro, i legittimi rappresentanti e operatori delle Istituzioni a cui appartengono, che devono e possono decidere in autonomia: è la cronaca-canaglia che detta legge, che impone la sua verità faziosa e falsa, e ordina, e esige obbedienza, o altrimenti potrebbe iniziare una campagna contro gli eventuali ribelli al Quarto potere. Magari una campagna per intermediari – un po' di soldi a una TV locale in crisi e corrompibile, che mette in giro altra disinformazione utile allo “scandalo”. Magari una campagna sottile: il precipitare dell'Ateneo di Teramo agli ultimi posti della classifica di Repubblica il prossimo anno; oppure la mancata realizzazione di una eventualmente preannunciata visita all'Ateneo di Teramo di messaggeri di cultura e relativi fondi, provenienti da Israele, come accadde dopo Faurisson nel 2007: questa volta però non da una facoltà scientifica, ma da quella umanistica che vide linciare tre anni fa lo storico ebreo Ariel Toaff per il suo irriverente Pasque di sangue; o come quella da cui fu costretto ad andarsene in esilio – in Inghilterra - l'autore del revisionista La pulizia etnica in Palestina, Ilan Pappé, relatore all'inaugurazione del Master Enrico Mattei (edizione romana post-chiusura) nel dicembre 2007. Dunque, come ha scritto Vittorio Sgarbi, il caso Repubblica-Moffa fa parte di una tendenza tipica della nostra epoca e della nostra malata democrazia dove il giornalismo scandalistico non ha più regole, e getta fango in ogni direzione a meno che il suo diktat-pensiero non venga accolto con spirito di sottomissione e di obbedienza cieca.


VITTORIO SGARBI,
Il Giornale 18-10-2010
Con D'Avanzo... ora l'Italia è la Cina

"Intanto sul giornale di regime escono altre storie esemplari. Il professore che mette in dubbio la Shoah per il quale si chiedono punizioni esemplari, in nome di un pensiero
unico che non ammette il pensiero sbagliato"

ANTONIO D'AMORE, direttore de
LA CITTA quotidiano di Teramo

Ciao prof, un dubbio: se dico che il giornalismo italiano è, ormai, ben oltre il
punto di non ritorno, verrò considerato
uno che dice la verità o un negazionista dell'altrui "grande professionalità"?


Le mie tre certezze

Io non so, come tutti, cosa abbia mai concluso la Commissione incaricata di vedersi la mia lezione. Ho però tre certezze: la prima è come dire “astratta”, perché inverificabile e se anche corrispondente alla verità, mai ammissibile pubblicamente: e cioè che in queste ore i commissari e i componenti del Senato Accademico – proprio perché hanno fatto una mezza esternazione, annunciando una conclusione senza esternarne il contenuto: proprio perché cioè, non hanno fatto "tana" subito – sono nel mirino di pressioni e ricatti da parte di coloro che stanno cercando di sminuirmi e ostacolarmi umanamente e professionalmente. La conosco bene la pacifica gente con cui potrebbero avere a che fare in queste ore. Ti possono capitare email strani – come quelli che erano pronti per la consegna in aula del Tribunale di Teramo, il giorno in cui ho deposto come teste al processo contro gli squadristi romani spaccaspalla; o come un bambiniascuola@... fattomi vedere da un mio amico carissimo, poche ore dopo che aveva pubblicato un articolo in cui ipotizzava una pista Mossad sul caso Moro e sull'11 settembre … oppure una incredibile storia a scuola di suo figlio, un bambino che conosco anche lui molto bene … oppure una telefonata proveniente da una casa Pulpito o Discorso o cognome simile, oppure … le vie delle pressioni psicologiche sono infinite, così come quelle dei ricatti: un blocco improvviso di un libro da pubblicare, l'attesa di un fondo di ricerca, un trasferimento e così via. Bisogna avere la forza di reagire e tenere duro. Molta gente si illude che i metodi mafiosi appartengano solo alla Sicilia, Calabria e Campania, ma non è così …

Tuttavia, e questa è la seconda certezza, il rettore e i colleghi non cederanno mai di fronte al loro dovere istituzionale. Mi fido, lo dico sinceramente, e passo dunque alla terza certezza: e cioè che, qualsiasi cosa abbiano deciso, io mi sento assolutamente a posto con la mia coscienza e sono pronto a dar battaglia per altri trent'anni e più su questo. Perché? Ma perché la mia lezione, che ho risentito assieme a un collega storico di un'altra Università, e di cui ho chiesto parere anche ad altri colleghi e a qualche studente (uno mi ha detto: mi hanno scritto alcuni amici chiedendomi che era successo, gli ho indicato il link del video e quando mi hanno chiamato mi hanno detto che sono rimasti “basiti” della campagna scandalistica scatenata dai giornali) è in realtà equilibrata e non ha nulla del “trinariciuto” negazionista: non tratta infatti solo della shoah, ma contestualizza questa querelle politologica e storiografica dentro problematiche più ampie – il modo di informare-deformare sul Medio Oriente, la questione della validità delle fonti orali come fonti di conoscenza storica in generale, la decrittazione delle fonti iconografiche, la nozione stessa di revisionismo, da intendersi non come una bandiera di lotta politica o come un controdogma, ma come una potenzialità consustanziale al mestiere di storico.

E' proprio per questo che si sono scatenati: non hanno argomenti e ormai sanno fare solo così, con chiunque violi il loro dogma. Per me, invece, non esistono dogmi, di nessun tipo: la lezione, (peraltro improvvisata: aveva perso l'autobus da Roma una collega che avrebbe dovuto parlare di Islam) dopo citazioni di molti autori – in maggioranza ebrei, e dentro questa maggioranza, storici ebrei ortodossi – si è conclusa con un invito agli iscritti a ragionare con loro testa, a non “fidarsi” nemmeno della mia esposizione, non perché erronea nei contenuti, ma perché garante solo di una rappresentazione generale dei principali nodi della querelle storiografica.

Lo scandalo vero è Marco Pasqua, e il suo articolo su Repubblica del 7 ottobre

E allora come mai lo “scandalo”? E' ovvio che bisogna tornare all'origine della vicenda: l'articolo del Marco Pasqua del 7 ottobre 2010 – il giorno della richiesta di Pacifici di una legge antinegazionista alla francese – con le sue numerose esagerazioni e menzogne poi moltiplicatesi e peggiorate nei rivoli in rete e sugli altri media. Ecco telegraficamente, in ordine di lettura, solo i principali travisamenti di Repubblica: (I) Titolo dell'articolo di Marco PASQUA: Il "cosiddetto Olocausto", le falsità di Auschwitz, i racconti "non fedeli" dei sopravvissuti. Con un elogio ad Ahmadinejad, dove le prime citazioni sono una sintesi-patacca di tre nodi reali della questione shoah, la trasformazione dell'evento storico in fenomeno religioso e lo studio critico delle fonti documentarie e orali secondo prassi abituale di ogni lavoro storiografico serio: e l'ultima, l' “elogio ad Ahamadinejad” non c'entra proprio nulla con la lezione, è il titolo di un articolo pubblicato su questo stesso sito. Un titolo (e soprattutto un articolo) che è coerente non solo con la realtà dei fatti, na anche con l'inversione di tendenza percepibile - finalmente! - nelle parole del Presidente Obama, quando - poco tempo fa - ha riconosciuto il ruolo cruciale dell'Iran per la pace in Afghanistan. Ma al Pasqua questo non interessa: per lui - lo strabico cacciatore dei negazionisti - fa tutto brodo pur di cercare di calunniare e annientare professionalmente il suo avversario.

Proseguiamo. PASQUA: (II) “Lezione choc”: non c'è stato alcuno “choc”, la lezione è stata ascoltata dagli studenti e tutto è finito lì. Alcuni mi hanno criticato successivamente per la troppa “moderazione”. Si può forse parlare di “choc” per il suo ripescamento dopo una decina di giorni, a freddo, in coincidenza con l'ennesimo tentativo della Comunità Ebraica di lanciare un progetto di legge antinegazionista da far approvare immediatamente dal Parlamento? Non è invece quest'enfasi mediatica simile a quella che ha accompagnato altri tentativi di imporre al Parlamento una legge utile solo a una minoranza ufficiale di 35mila persone, i casi ad esempio Munzi e Caracciolo?

(III) PASQUA: “Tutto è messo in discussione dal docente, persino il racconto di Shlomo Venezia”. "Tutto"? Perché tutto? Perché "persino"? Shlomo Venezia è forse Dio? Qualsiasi storico ha diritto a vagliare criticamente Bibbia Vangeli e Corano, figuriamoci la memoria tardiva di un membro di un sondercommando addetto, come racconta, alle camere a gas. Ma la lezione ha solo citato il pubblicizzato e noto lavoro di Venezia, inserendolo nella problematica generale della validità euristica delle fonti orali - un dibattito ampio, che va ben al di là della Shoah e che ricordare in una lezione sulla Shoah è utile se non necessario. Le fonti orali non bastano, questo il discorso che sfido qualsiasi collega storico a smentire: occorrono riscontri con altre fonti più solide e certe, documentarie o di altro tipo, oggettivo e inattaccabile. E l'esempio limite citato, non riguardava il Venezia, ma il caso clamoroso dell'imbroglione Enric Marco, il finto deportato a Mathausen smascherato nel 2005 dalla stampa spagnola e rilanciato in Italia da un articolo … di Repubblica!



(IV) PASQUA:Non c'è alcun documento di Hitler che dicesse di ‘sterminare tutti gli ebrei, dice Moffa, parlando agli studenti dell'università abruzzese. Duro il giudizio dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane .. ”. è la battuta principale del linciaggio. Dice Moffa? In verità non ho fatto che ripetere quanto scritto da Léon Poliakov, Brèviaire de la haine , Parigi, Calmann-Levy, di cui al passo che segue (p. 124 del volume), che riproduco tratto dal link
http://books.google.it/books?ei=oSXDTOnuIdKP4QbIyKm6Aw&ct=result&id =5DJIAAAAMAAJ&dq=leon+poliakov&q=aucun+document#search_anchor

Il libro di Poliakov – storico ebreo, già membro della delegazione francese al Tribunale di Norimberga 1945-46 - è del 1951. Come scrive correttamente Faurisson la sua ammissione non verrà smentita dagli studi successivi, perché da allora ad oggi – più di mezzo secolo – non è mai stato trovato l'ordine scritto in questione: Hilberg, il principale degli storici ortodossi, autore La distruzione degli Ebrei d'Europa (2 voll. Einaudi, Torino 2006) ha cambiato posizione dopo la prima edizione del 1961, giungendo a scrivere nel 1983 che lo sterminio degli Ebrei era avvenuto grazie “a un incredibile incontro degli spiriti, una trasmissione di pensiero consensuale in seno a una vasta burocrazia”. E in tempi ancora più recenti, lo stesso autore, in una intervista a Le monde des livres del 20 ottobre 2006 (vedi i due pdf) ha dichiarato: “ Il n'y avait pas de schéma directeur préétabli. Quant à la question de la décision, elle est en partie insoluble: on n'a jamais retrouvé d'ordre signé de la main d'Hitler, sans doute parce qu'un tel document n'a jamais existé .”


A sinistra l'estratto dell'intervista a Hilberg dell'ottobre 2006.
A destra, cliccando sull'immagine della prima, l'intervista integrale

(V) PASQUA: "Per Moffa, che cita Norman Finkelstein (autore del testo “L'industria dell'Olocausto”), c'è un legame tra la Shoah e la guerra in Medio Oriente”. Pietosa e ridicola “accusa”: ne parla tutto il mondo ormai, compreso il Jerusalem Post per la penna di Amira Hass! Solo nella “piccola borghesia fascista” romana condannata da Primo Levi e nei suoi pennivendoli, questa banalità politologica può destare scandalo.

(VI) PASQUA: "(Moffa) parla di uno “sfruttamento dell'Olocausto”, avvenuto “a fini politici ed economici”: “E' un'arma ideologica indispensabile, grazie alla quale una delle più formidabili potenze al mondo ha acquisito lo status di vittima. Da questo specioso status di vittima derivano dividendi considerevoli, in particolare l'immunità alle critiche”. Come nel caso di Poliakov, quest'ultima è una citazione tratta da Finkelstein: nel video si vede chiaramente che sto leggendo un libro – l'Industria dell'Olocausto - e Pasqua scrive sì che "Moffa cita Finkelstein", ma monta il brano in modo che non si capisca che quella frase non è mia, col risultato che essa diventerà un motivo di critica di Carlo Bertani in un suo articolo in rete e di demonizzazione ulteriore da parte di tutte le cronache-canaglia sulla vicenda. Comunque l'affermazione è di una banalità eclatante e solo un fanatico sionista che piega la verità dei fatti alla propria ideologia può dargli spazio a fini di demonizzazione.

La citazione letta da Claudio Moffa in aula è di
Norman Finkelstein, L'industria dell'Olocausto,
Milano Rizzoli 2002. Marco Pasqua scrive sì che Moffa "cita" lo storico ebreo, ma monta la sua frase in modo che la considerazione dello
studioso, condivisa da miliardi di persone in tutto il pianeta, venga attribuita al docente

(VII) PASQUA:"Quanto alle camere a gas, il docente cita un'intervista videoregistrata a Faurisson, in cui il negazionista arriva a contestare l'uso del Zyklon b per sterminare gli ebrei: “L'edificio che viene mostrato ai ragazzi delle scuole ad Auschwitz è un edificio che non ha nessuna delle caratteristiche tecniche atte ad essere stato una camera a gas ..." In realtà Claudio Moffa non ha citato solo Faurisson, sul cui passo si dilunga il Pasqua per diverse righe: ha citato anche la Pisanty e Vidal_Naquet, i due autori chiave in Italia sull'argomento letto in chiave ortodossa. La Pisanty - invitata dal prof. Moffa nel 2007, ma che non poté o volle venire - ha scritto un libro in cui dichiara esplicitamente di occuparsi solo delle cosiddette “strategie persuasive” dei cosiddetti “negazionisti”, e di rifarsi, nel merito della querelle, alle tesi di Vidal Naquet. Vidal-Naquet è l'autore del noto Assassini della memoria, libro di cui Moffa, nella sua lezione, si è permesso di rilevare una contraddizione: quella che da una parte induce lo studioso francese (del quale peraltro Moffa esaltò positivamente nel 2007 la critica sacrosanta alla pretesa del governo francese di obbligare i docenti transalpini a revisionare la storia del colonialismo francese, riabilitandola per decreto) a distinguere giustamente fra Storia (il cui studio si avvale di una pluralità di fonti) e Memoria (che è solo una delle fonti storiografiche, e la più precaria, come sanno ad esempio gli africanisti a cominciare da Jan Vansina), e dall'altra a usare toni apodittici verso chi (e fra questi i “negazionisti”) ha abbandonato il terreno della letteratura “memorialistica” ritenendolo comunque precario e insufficiente (e potrei aggiungere: a rischio di interferenze ideologico-politiche) preferendo svolgere un'indagine o prevalentemente documentaria (Mattogno) o prevalentemente tecnica (Faurisson: leggi l'intervista dell'aprile 2007 in pdf). Domanda provocatoria: “assassinare” mediaticamente la “memoria” fasulla e menzognera del sopracitato Enric Marco non è stato forse giusto? Ma sì, lo sanno tutti, prova ne sia che vi ha contribuito fra gli altri, in Italia, il quotidiano del Pasqua, cioè Repubblica di De Benedetti.

VII BIS): PASQUA: “Il Zyklon B veniva usato per disinfestare gli abiti dei reclusi: se usato al fine di ‘gassarè i deportati, nelle quantità previste e raccontate da Rudolph Höss (comandante di Auschwitz, ndr) al processo di Norimberga, sarebbe stato tecnicamente impossibile. La cifra e i tempi forniti da Höss, di 2000 persone gassate al giorno, non fanno tornare i conti”. In un excursus di un'ora e mezza, Moffa ha solo accennato alle questioni tecniche sollevate da Mattogno e Faurisson, ricordando la complessità della querelle e concludendo con un “le tesi ‘negazioniste' sono più convincenti”, giudizio che – tenuto conto dei toni e del contesto di tutta la lezione – non dovrebbe essere assunto come apoditticamente definitivo.
Il dibattito dunque continua; nondimeno, le prove delle camere a gas continuano a basarsi solo ed esclusivamente o sulle testimonianze di Norimberga (come tali in odore di costrizione-pentimento) o sulle memorie, anzi su alcune memorie, visto che l'ex partigiano, comunista e sindacalista CGT Rassinier, già negli anni Cinquanta, nel suo memorialistico La menzogna di Ulisse, ne aveva criticato le voci che taluni andavano diffondendo.
Non esistono resti delle camere a gas, come ammesso da tutti gli storici, anche ortodossi. Tutto è affidato alla memoria. Dunque, l' affermazione della loro esistenza si muove su un terreno irto di ostacoli e ambiguità notevoli: dalla smentita di Martin Borszat al Die Zeit del 1962 o 1960 dell'esistenza di una camera a gas a Dachau (cioè entro i confini del Reich) già “accertata” a Norimberga, alla netta affermazione della storica ebrea Olga Wormser-Migot, che Auschwitz-I - il campo nel quale vengono portate da tutta Europa scolaresche a visitare una pretesa camera a gas - era, in realtà, privo di camera a gas (p. 157 del suo Le système concentrationnaire nazi, 1933-1945, Paris, 1968); dalla dichiarazione a France Soir Magazine di Simone Veil ai margini di un processo contro Faurisson: "coloro che intentano il processo sono costretti ad apportare la prova incontrovertibile della realtà delle camere a gas. Ora tutti sanno che i nazisti hanno distrutto queste camere a gas ed eliminato sistematicamente tutti i testimoni(France-Soir Magazine, 7 maggio 1983, p. 47); alla lettera del 14 maggio 1988 contenuta nel rapporto di Fred Leuchter, An Engineering Report on the Alleged Execution Gas Chambers at Auschwitz, Birkenau and Majdanek, Poland (p. 42) sulla totale assenza di orifizi sui tetti delle pretese camere a gas dei crematori II e III di Auschwitz-Birkenau, i buchi da cui vari ex deportati "testimoni" (che dunque esistono, contrariamente a quanto sostenuto da Simone Veil) avrebbero versato il gas liquido (?) nelle stanze piene di prigionieri ebrei; dalle ammissioni di Arno Mayer, professore americano di origine ebraica, docente all'università di Princeton per il quale “le fonti per lo studio delle camere a gas sono al contempo rare e dubbie ” (Arno Mayer, Soluzione finale: lo sterminio degli ebrei nella storia europea , Milano, Mondadori, 1990), alle ambiguità del rapporto Pelt al processo Irving,


Il rapporto Pelt al processo Irving: "Certezza morale" su Auschwitz
come "campo di sterminio" tramite camere a gas. Leggi anche il pdf

che ora afferma semplicemente, ora parla solo di “certezza morale” della loro esistenza (?? una contraddizione in termini, che sposta la provabilità della loro esistenza dal terreno fattuale a quello etico), alle tesi più generali che riguardano la loro presenza ad Auschwitz e in generale nei lager tedeschi, di Mattogno e Faurisson . Un tema da dibattere, dunque, e non da impedire con la violenza e la demonizzazione, come Moffa ha detto nella conclusione della lezione.

VIII) PASQUA: “Moffa punta anche al dato dei sei milioni di ebrei sterminati, un “numero con una valenza cabalistica . Non si capisce perché lo si debba sempre ripetere. Una cifra ufficiale, dice Moffa, “ormai ampiamente messa in discussione”. Marco Pasqua dimentica che il discorso della valenza cabalistica era accompagnato da un "potrebbe". E' comunque i segnali dell'assurdità in sé di questa cifra sono evidenti: non a caso in tempi recenti la targa di Auschwitz è stata corretta. Non a caso esistono documenti – come quelli relativi alla “crocifissione” di 6 milioni di ebrei già nella prima guerra mondiale - che non possono non aprire finestre di riflessione importanti. In effetti, il problema delle cifre riguarda non solo la Shoah” ma qualsiasi conflitto e “genocidio” vero e presunto della storia. Il metodo migliore per uno storico per affrontare scientificamente la questione è – come hanno fatto in generale i “negazionisti” - basarsi sui documenti di archivio o sulle statistiche demografiche prima e dopo la II guerra mondiale, e non su calcoli basati unicamente e semplicisticamente su quella “scomparsa” di centinaia i migliaia di ebrei dall'Europa centroorientale durante la guerra, imputabile o alla orribile pulizia etnica imposta dai nazisti (con la collaborazione dei sionisti) o comunque alla loro fuga-migrazione verso gli Stati Uniti e la Palestina, nota a tutti gli studiosi.


clicca sulle immagini per leggere i due documenti in pdf

CONCLUSIONE. Cifre, piano preordinato, camere a gas: in nessuno di questi tre capitoli della questione della Shoah, la versione ufficiale - presentata come un dogma inattaccabile - regge. Ci possono essere e ci sono esagerazioni e errori nel fronte revisionista, ma per superarli occorrerebbe il confronto. Un confronto che Claudio Moffa ha proposto nel 2007 - quando assieme a Faurisson invitò Pisanty, Sarfatti, Pezzetti, e altri storici o studiosi della shoah - ma che da parte degli esponenti della storiografia olocaustica, non è mai stato accettato. La responsabilità primaria di questo atteggiamento è di Pierre Vidal Naquet: il suo motto autoreferenziale - parliamo di "negazionismo", non parliamo con i "negazionisti" - confligge con lo statuto profondo del mestiere di storico e di intellettuale. Il suo rifiuto non riguarda la normale antipatia verso questo o quello studioso, è una presa di posizione religiosa, una sorta di "scomunica" aprioristica verso revisioni storiografiche che ormai si sono imposte all'attenzione di milioni di persone in Italia, e di miliardi di persone nel mondo. La storiografia laica segue a ruota: ma è una laicità finta, vogliosa e capace di entrare nelle contraddizioni della Chiesa e della Moschea, ma prona al dogma della Sinagoga, per motivi che di certo non riguardano, o non riguardano solo, affinità elettive spontanee, ma investono invece meccanismi e logiche di potere profonde diffusi e radicati in tutto il "libero" Occidente. La lobby ha il suo peso, e ai più fa paura. Come ha dimostrato la piccola squallida storia - opera di una vergognosa pennivendola e di diversi pennivendoli - del linciaggio di Claudio Moffa al seguito della cronaca-canaglia del Marco Pasqua.

Claudio Moffa


23 ottobre 2010

IL DUBBIO DI ANTONIO D'AMORE, giornalista, direttore de LA CITTA quotidiano di Teramo.
Ciao prof, un dubbio: se dico che il giornalismo italiano è, ormai, ben oltre il
punto di non ritorno, verrò considerato uno che dice la verità o un
negazionista dell'altrui "grande professionalità"?

 



22 ottobre 2010

ABOLIRE LA LEGGE GAYSSOT.
L'EX MINISTRO DI MITTERRAND, ROBERT BARINTER, GIA'AVVOCATO DELLA COMUNITA' EBRAICA A UN PROCESSO CONTRO FAURISSON,
CHIEDE L'ABOLIZIONE
DELLA FAMIGERATA LEGGE ...

 

PARLA BADINTER

Invité de Nicolas Poincaré sur France Info le jeudi 14 octobre 2010, à l'occasion des 13e "Rendez-vous de l'histoire" à Blois ce dimanche, manifestation qu'il préside:

N. Poincaré:
Juste un mot sur une question qui m'intéresse, moi, et dont vous ne parlerez peut-être pas dimanche à Blois mais qui m'intéresse beaucoup, c'est lorsque la loi essaye de faire l'histoire - je pense aux lois mémorielles ou à la loi Gayssot qui punit le révisionnisme?

R. Badinter:
C'est un des aspects très importants de l'époque récente. Ma position est très claire, très claire: le Parlement n'a pas à DIRE l'histoire. Le parlement FAIT l'histoire, il n'a pas à la dire, il n'a pas à la fixer. Les lois mémorielles, que j'appelle d'ailleurs des lois compassionnelles, qui sont faites pour panser des blessures, apaiser des douleurs - et je comprends ça parfaitement - mais elles n'ont pas leur placedans l'arsenal législatif. La loi est une norme. La loi a pour fonction de réglementer une société, de prévoir son avenir. Elle n'a pas à prendre parti dans une querelle historique ou tout simplement à affirmer un fait historique même indiscutable. J'ajoute, il faut bien le prendre en compte: la Constitution ne le permet pas. Je le dis clairement, elle ne le permet pas.

La loi en France n'est pas comme en Angleterre, le Parlement ne peut pas tout dire. Le Parlement a une compétence d'attribution, et rien ne permet, au regard de la constitution, au législateur de s'ériger en tribunal de l'histoire. Rien. Par conséquent je comprends très bien les passions et le désir des élus de panser les blessures et de faire des lois compassionnelles: ça n'est pas la finalité du Parlement et constitutionnellement c'est hors de la compétence du Parlement.

 

 

 

 



17 ottobre 2010

IL PROBLEMA DELLA DELOCALIZZAZIONE,
UN RESIDUO DEL PASSATO DA CORREGGERE


Anno 2002, un tentativo (fallito)
di invertire la tendenza

clicca sulle immagini per aprire il formato leggibile



15 ottobre 2010

SU REPUBBLICA:
NO ALLA LEGGE ANTINEGAZIONISTA

Legge antinegazionista, svolta a Repubblica dopo i minacciosi articoli di ieri? Svolta dunque anche nel dibattito politico sulla questione? Probabilmente no, ma oggi sul quotidiano di Ezio Mauro lo storico cattolico Adriano Prosperi prende una netta posizione contro l'ipotesi di una legge contro il negazionismo, con argomenti non solo di principio, ma riferiti a sedimenti storici plurisecolari. Parole insomma forti, che potranno riverberarsi sul dibattito in corso in sede decisionale-legislativa. Scrive il Prosperi: “… crediamo che si debba dissentire senza incertezze dalla proposta di affidare a una legge il compito di far rispettare la verità storica. Il principio della libertà intellettuale e l'inviolabile diritto di ciascuno a non essere punito per legge per le proprie convinzioni sono il frutto di secoli di lotte contro l'intolleranza e la censura di poteri religiosi o politici.
Sarebbe una vittoria postuma dei regimi totalitari sconfitti al prezzo di un'immane conflitto mondiale se nella nostra repubblica democratica si dovesse ricorrere alla barriera del codice penale per difendere dalle deformazioni e dagli errori la verità storica”

Ottimo, e qui mi fermo: tutto il resto dell'articolo è secondario, compreso qualche eccesso verbale non propriamente tipico di un luminare dell'accademia, e che starebbe meglio in bocca a qualche cronista cacciatore di veri o presunti "negazionisti", di quelli sognano una soluzione "francese" del (non) dibattito sulla shoah, un po' di botte e sangue fino al coma, e via. Una piccola caduta di stile quella che abbiamo letto, sicuramente non preceduta da una effettiva visione integrale (1 ora e mezza) della video-lezione, ma che non elimina il fondamentale passo che Prosperi - già negazionista della lettura laicista dell'Inquisizione, fino a valorizzare il presunto "garantismo" del Tribunale del Sant'Uffizio, ed oggi opportunamente pentito - ha fatto fare a Repubblica. (CM)


E DAL PDL GIANCARLO LEHNER

SHOAH: LEHNER, LEGGE SU NEGAZIONISMO E' ANTISEMITA

16:29 16 OTT 2010 __(AGI) - Roma - "Posso capire Fini, intollerante naturale, in quanto erede morale di quanti firmarono il manifesto sulla razza, ma non comprendo Schifani, il quale da' retta a quanti ritengono che il negazionismo debba essere penalmente sanzionato. Da italiano di origine ebraica, affermo che la vera, autentica, irrinunciabile caratteristica del popolo israelita, tolleranza e assoluta liberta' di pensiero, non deve essere offuscata da una legge poliziesca e fasciocomunista, ergo antisemita, contro coloro che negano la tragica evidenza della Shoa'. Se si crede alla liberta', si deve rendere lecita anche la opinabilita' demente. Da parte mia, mi battero' e votero' contro una simile bestemmia fascio/comunista". Lo afferma Giancarlo Lehner del Pdl.


MA FOSSE (ANCHE) QUESTO IL MOTIVO?
ok, ho sbagliato, qualcosa tolgo, ma qualcosa aggiungo ...

REPRINT - 4 ottobre 2010

GIUSTIZIA - LA PROCURA DI ROMA: UN NUOVO PORTO DELLE NEBBIE? (2)
'ANARCHICI'-CANAGLIA. "E' REATO", INDAGATE: MA POI ALL'IMPROVVISO IL PM BLOCCA LA SUA INDAGINE E SPEDISCE TUTTO A TERAMO. PERCHE'?

di Claudio Moffa

Una pagina e mezzo di querela, e qualche allegato: ma basta questo, come giusto, perché il Pubblico Ministero di Roma Marcello Cascini invii alla Polizia postale una “richiesta indagini urgenti” contro un blog sedicente “anarchico”. Il magistrato non esita: ha appena aperto il fascicolo a sua disposizione da circa 3 mesi  - tempi normali e forse addirittura celeri per la giustizia italiana, dato il sovraccarico di lavoro – e, ictu oculi , riconosce il reato negli scritti minacciosi e diffamatori degli ignoti blogghisti. Scrive infatti: “dispongo la rapida esecuzione delle seguenti indagini: - accertare le generalità complete dell'utente che ha scritto il messaggio sul forum …… in data …. ed il luogo ove è stato commesso il reato ”. Dunque il reato esiste, è lì, in rete, e non c'è bisogno di indagini per questo. Le indagini servono solo a individuare nome e cognome degli autori dello scritto: si dicono “anarchici”, ma calcano la mano soprattutto sul cosiddetto antifascismo, che serve loro a impedire preventivamente lo svolgimento di dibattiti sgraditi, o presenze sgradite in dibattiti forti di una copertura istituzionale: qui, nel caso del PM Cascini, un convegno “militante” su Gaza, promosso da un circolo di destra a Teramo; un anno dopo, a Pescara, è la volta di un convegno sul signoraggio sponsorizzato dalla Provincia locale, di centrodestra.

Ma sono solo due esempi: gli “anarchici” sono il fantasma criminale che si aggira nell'Italia dei Tartaglia, senza che nessuna Questura riesca a prenderne almeno uno. Come mai? Il fatto è che si può essere anarchici in due modi, alla Sante Caserio o alla Gaetano Bresci, alla Pinelli o alla Bertoli: o puri e ingenui fino alla nullità della loro utopia, o criminali prezzolati da poteri occulti e da servizi segreti stranieri, come nel caso dell'attentato alla Questura di Milano del 1973.

Ma torniamo alla querela. Dunque, il PM da il via alle indagini, “per l'esecuzione” delle quali “SI ASSEGNANO 60 GIORNI” “ricordando che i testi potranno essere convocati direttamente presso il vostro ufficio anche se residenti altrove; in caso di mancata presentazione nei disporrete l'accompagnamento …”. Data: 20 maggio 2009. Alle 10 e 36 a.m. dello stesso giorno il fax è inviato alla Polizia Postale Lazio, che lo protocolla il giorno dopo. Il rapporto della PG è bello e pronto il 26 maggio, e poche ore dopo arriva sul tavolo del dott. Cascini.

Cosa è successo poi, di una richiesta di indagini per un reato che il magistrato inquirente ha riconosciu