Claudio Moffa

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Rete - Le bastonate cinesi a Google
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Sionismo– intervista a Gil. Atzmon
Sionismo – Iran e Italia, i due complotti
Terrorismo - Le Bombe del 1993



Claudio Moffa

ENRICO MATTEI,
IL CORAGGIO
E LA STORIA


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PER IL FORMATO NORMALE

con saggi di

Giuseppe Accorinti, Umberto Bartocci,
Felice Di Nubila, Giovanni Galloni,
Vincenzo Gandolfi, Francesco Licheri,
Benito Li Vigni, Emanuele Macaluso,
Simone Misiani, Claudio Moffa,
Nico Perrone, Andrea Ricciardi
e
GIULIO ANDREOTTI

INDICE



Enrico Mattei
Contro l'arrembaggio
al petrolio
e al metano

a cura di
Claudio Moffa
Aracne editore 2006
€ 8





Conduce
Carlo
de Blasio


5 Maggio

Enrico Mattei: l'Italia del petrolio
In studio Claudio Moffa, dire
ttore del Master "Enrico Mattei" in Medio Oriente, Università di Teramo


ENRICO
MATTEI

CENTENARIO

(1906 - 2006)

Intervista
della Radio Svizzera
a Claudio Moffa



Oriente
e
Occidente

Una trasmissione di
SET
settimanale di Teleponte

a cura di

Antonio D'Amore

con
Giovanni Giorgio
Claudio Moffa Mustapha Ratztami

il video
20 aprile 07


19 dicembre 1998

"L'obbiettivo
è rovesciare
Saddam Hussein"

intervista a
Claudio Moff
a

da L'Avvenire
del 19 dicembre 1998



 

 

 



7 Giugno 2014

Presentazioni, dibattiti, documenti, pareri e recensioni di

ROMPERE LA GABBIA
SOVRANITA' MONETARIA E RINEGOZIAZIONE DEL DEBITO CONTRO LA CRISI

di Claudio Moffa

pagina in allestimento

La presentazione del libro all'Università di Teramo, 5 dicembre 2013
Daniele Giangiulli-Confartig.
Salvatore Di Paolo-Confindustria
Prof. Adolfo Braga-Uniteramo
Ing. Mauro Di Sabatino
Prof. Giov. Piersanti-Uniteramo
Prof. Giov. Piersanti-Uniteramo
Una domanda: la proprietà
della moneta
Prof. Pasquale Iuso-Uniteramo
Gianni Di Cesare -CGIL
Prof. Fabrizio Antolini-Uniteramo
 
 
Prof. Ezio Sciarra-Unichieti
Prof. Maurizio Donato-Uniteramo
Prof. Claudio Moffa-Uniteramo

 

La presentazione del libro a Roma,10 gennaio 2014

 

 


Un capitolo del libro, la (mezza) attualità di Marx per capire la crisi
La tesi
Come per altri temi, anche per quel che attiene al ruolo del capitale finanziario nella società e nella storia, ci sono "due Marx": il Marx giovane, cronista della Gazzetta Renana che scrive della rivoluzione del 1848 in Francia, libero da schemi filosofici e ricettivo della realtà così com'era, 'fotografa' la convergenza della borghesia industriale e del 'proletariato' contro l'"aristocrazia finanziaria" dell'epoca, dominante nella Francia di Luigi Filippo, che controllava tutte le leve del potere, dal Parlamento, alle ferrovie, alla stampa. Il Marx maturo - quello 'ortodosso' del III Libro de Il Capitale - teorizza invece un'assurdità: e cioè che il capitale finanziario della seconda metà dell'800 sarebbe stato una sorta di agente del capitale industriale, e questo in base al dogma che solo nei rapporti di produzione si crea profitto mentre il commerciante e il banchiere avrebbero solo partecipato in modo subalterno a quanto creato nella sfera produttiva. E' ovvio che per capire la crisi attuale, il primo Marx è utile, il secondo - che peraltro mai terminò il III LIbro del Capitale, probabilmente proprio perché si era accorto del vicolo cieco che per eccesso di sistemismo filosofico, aveva imboccato: il libro conclusivo della sua principale opera fu rattoppato e pubblicato postumo da Engels nel 1895 - è da non prendere in considerazione.

 

 



14 giugno 2013

Università di Teramo - Facoltà di Scienze Politiche
Seminario del 13 giugno 2013

LA RICERCA UNIVERSITARIA
TRA VALUTAZIONE E CONTROLLO

Rassegna stampa

5 marzo 2013

A CIASCUNO IL SUO ‘CASALEGGIO’.
IL RISCHIO LUTWAK SULLA POLITICA E L’ECONOMIA ITALIANA

Claudio Moffa

 

Grillo nelle mani di Casaleggio? E’ veramente questo il problema? I teoremi, o meglio i dogmi ipercomplottisti contro il leader di 5 Stelle non reggono, e sono a rischio di depistaggio rispetto a una lettura obbiettiva di una situazione aperta a diversi sbocchi. In primo luogo perché un’amicizia consolidata non vuol dire che uno è il burattinaio e l’altro il burattino. Assurdo, pensando alla grinta e alla determinazione di Grillo. In secondo luogo perché i problemi che ha il nuovo partito delle 5 stelle, li hanno – eccome – anche il PD e il PDL.

Sul PD soffia infatti il vento del redivivo Renzi, dallo stesso segretario del PD indicato ai margini delle primarie del dicembre scorso come troppo contiguo ai poteri bancari che minacciano l’autonomia del suo partito. Anche nel PD affiora dunque l’onda del noto partito trasversale finanziario che decretò la fine della prima Repubblica con l’alibi della lotta alla corruzione. A ciascuno il suo “nemico-amico interno”, posto che l’amico di Grillo sia – come ben possibile – un collaboratore pietrificato nel suo ruolo di manager, irremovibile nei suoi legami professionali costruiti nel tempo, fino a sfidare il leader del partito che ha contribuito, ma dietro le quinte, a costruire.

Quanto al PDL, anch’esso ha il suo Casaleggio, anzi un Casaleggio all’ennesima potenza anche se formalmente esterno alla macchina organizzativa del partito: Edward Luttwak.
Luttwak è lo stratega più o meno occulto di Tangentopoli 1, con i suoi interventi al vetriolo contro la ‘corruzione’ su L’Espresso di vent’anni fa. Oggi invece difende l’eternamente corrotto e eternamente inquisito Berlusconi, colui che reagì a Tangentopoli inventandosi Forza Italia e vincendo le elezioni del 1994.
Lo difende, Luttwak, su Il Giornale del 1 marzo, lo stesso giorno in cui esterna la sua ricetta per il difficile post-elezioni in una intervista televisiva sul web di Repubblica, il quotidiano del nemico numero 1 del Cavaliere, De Benedetti: primo, no a Grillo, inaffidabile ‘pazzoide’; secondo, no alla disastrosa linea Monti, aumento delle tasse invece che riduzione della spesa pubblica; terzo, la linea giusta sarebbe invece proprio questa, ridurre ancora la spesa pubblica, distruggendo completamente i residui dello Stato sociale e scatenando un’ondata di licenziamenti nel settore pubblico; quarto, se non si applica questa linea il rischio, ‘avverte’ Luttwak, è la protesta di piazza, la Grecia, una nuova ondata di terrorismo. Domanda: come quello del 1993, rivendicazione islamica da un cellulare israeliano secondo la denuncia di Mancino in risposta alle interrogazioni parlamentari per gli attentati di Roma, Firenze, Milano del maggio di quell’anno?

Una cosa è certa: Luttwak non ha cambiato strategia, è sempre il rappresentante di quella lobby proisraeliana e finanziaria stigmatizzata da Bodrato nel 1992, da Mancino nel 1993, da Pomicino in molti articoli, interviste, saggi degli ultimi anni, da altri autori in interventi vari e da Ruggero Guarini il 10 agosto 2012 su il Tempo: “La caduta del CAF (Craxi Andreotti Forlani) fuorganizzata da un circolo ebraico-americano” del quale lo stesso Luttwak – scriveva Guarini – “potrebbe anche essere un distintissimo socio”.Era stato in effetti il politologo americano ad accompagnare Di Pietro nei suoi tour negli Stati Uniti prima dell’avvio dell’Operazione Mani Pulite.

Luttwak e Berlusconi, la strana coppia

Il politologo ebreo americano è d’altro canto sempre lo stesso: chi deve cambiare è Berlusconi, questo il significato chiarissimo dell’abbinata Il Giornale e Repubblica del 1 marzo scorso. Il programma da imporre è quello suo: una mazzata alla spesa pubblica dieci volte superiore a quella di Monti, semibloccato dal sostegno condizionato PD-PDL. Una minaccia per tutti, per qualsiasi politico (PD, PDL, 5 Stelle) abbia veramente a cuore la sorte del Popolo italiano e perché no l’autonomia della Politica con la p maiuscola dal pressing e dal controllo delle Banche e della Finanza. Ridurre ancora la spesa pubblica vorrebbe dire vere e non solo minacciate e rinviate Privatizzazioni, Debito intoccabile persino nella sua abbondantissima parte usuraria, Disoccupazione e Precarizzazione del lavoro.

Lo spettro della crisi denunciato da Grillo, una minaccia che rischia di inverarsi in tre modi: le 5 Stelle che rifiutano qualsiasi accordo; Bersani che non fa muro rispetto al tentativo di Renzi, magari perché Napolitano – pur dignitosissimo in Germania – sta pensando a lui come premier incaricato; Berlusconi che, tallonato dai processi che continuano a perseguitarlo dal 1994, e privilegiando l’obbiettivo di salvarsi con l’aiuto dell’ ‘amico’ Luttwak rinuncia ad ogni progetto economico riformatore, sul quale ha invece speso tra settembre e dicembre 2012 qualche pur fugace battuta.

Ogni rischio ha la sua percentuale di probabilità: quello imputabile a Grillo potrebbe essere minimo, perché il vincitore delle elezioni sta dimostrando – al di là della solita disinformazione forcaiola - non solo determinazione ma anche duttilità nel perseguire i suoi obbiettivi : tranne che a causa della sentenza che lo ha condannato, il leader di 5 stelle non avrà in mano le leve concrete del gruppo parlamentare. E dunque bisognerà vedere cosa accadrà tra i neo-eletti 5 stelle, se cadranno nella trappola del ‘fai da te’ senza seguire chi gli aperto la strada verso il Parlamento.

Il rischio imputabile a Bersani è la sua eventuale debolezza di fronte al pressing dei poteri forti postbipolari e all’opposizione interna dei renziani. Quello di Berlusconi potrebbe essere il più serio. E’ possibile infatti che Berlusconi finisca, sia pure controvolontà, e perché pressato dai magistrati, per essere disponibile a un nuovo cedimento al poliziotto ‘buono’ della lobby dei poliziotti cattivi che lo attenziona dal 1994. Non è unanovità: una politica estera aperta alla Russia di Putin, alla Libia di Gheddafi, persino al Kazhakistan, ma nello stesso tempo prudentissima fino all’autolesionismo per altri scacchieri cruciali come la Palestina e l’Iran, o in ritirata quando la pressione si fa forte, come nel caso della guerra di Libia. Fu Sarkozy a iniziare il bombardamento sulla Jamahiryia mentre – il 19 marzo 2011 – era ancora in corso il vertice di Parigi, Merkel e Berlusconi presenti. Questo non impedì all’allora premier di recarsi a Parigi poche settimane dopo, e farsi fotografare sorridente mentre stringe la mano al criminale di guerra francese, come se fosse lui – il premier italiano – il vincitore della partita apertasi sul fronte dell’immigrazione a causa della guerra della NATO contro il principale alleato dell’Italia nel mondo arabo. La legge Bossi-Fini a pezzi, il Trattato con Tripoli spappolato, nonostante l’encomiabile gestione all’epoca, del ministro degli interni Maroni.

Si dirà, è tattica: una tattica che però non ha dato a Berlusconi, in quasi vent’anni di lotta politica, né vantaggi politici né personali. Sul fronte giudiziario, B ha subito pesanti condanne, dalla sentenzaMondadori alla causa con la ex moglie, un assegno di ‘mantenimento’ semplicemente allucinante. Sul piano politico, nonostante le professioni di fede proisraeliana, nonostante l’inglobamento ai vertici del PDL di prosionisti e antinegazionisti convinti, la riforma della giustizia – la sacrosanta separazione delle carriere sostenuta anche dalla integerrima Clementina Forleo – è ancora di là da venire. Il meccanismo ostruzionistico denunciato dall’ex premier durante la campagna elettorale è assolutamente vero: governare è difficile con le campagne mediatiche combinate a un ordinamento giudiziario controllato nei suoi gangli essenziali fino ai massimi livelli, dai magistrati lobbisti, quelli che Berlusconi continua a chiamare ‘comunisti’ ma lo sono solo nel senso dell’Occhetto della svolta copernicana del 1989, post viaggio a New York e connessi contatti con la Lobby: una svolta che autodistrusse il vecchio PCI per trasformarlo nel partito della massonica Quercia, in transizione verso l’attuale DS.

 

Dalle formule destra-sinistra, ai contenuti: il primo è il recupero della sovranità monetaria

Che fare, come sbloccare l’impasse? L’unico modo è passare dalle formule delle alleanze a contenuti precisi, a progetti di legge su cui cercare la convergenza reciproca. Quali? Se veramente l’interesse primario è la difesa del Popolo di fronte all’incombere di una crisi economica che rischia di imboccare scenari greci, occorre essere conseguenti rispetto alle promesse fatte su questo terreno dai diversi leaders, prima e durante la campagna elettorale. Altri temi possono essere o sono fondamentali, a parte il nodo del nuovo Presidnte, ad esempio una nuova legge elettorale o la solita, mitica, necessaria riforma della giustizia. Ma quello della crisi economica è il più urgente di tutti.

Il ragionamento è banale, quasi un sillogismo: tutti i partiti, a cominciare da Berlusconi con l’IMU, hanno promesso misure anticrisi di segno opposto a quelli del governo Monti, opportunamente rovesciato nel dicembre scorso dal leader del PDL. Si è sentito di tutto, anche dalla sinistra, ma soprattutto da Grillo e Berlusconi: la chiusura o la riforma di di Equitalia, il rilancio del welfare, la riduzione delle tasse, addirittura il ‘reddito da cittadinanza’ auritiano anche se in realtà confuso con il salario garantito nei periodi di disoccupazione. Tutti hanno promesso e promettono, forse sperando di poter ri-promettere tramite circonvenzione di elettore – e senza passare subito dalle promesse ai fatti - alle probabili imminenti nuove elezioni, rese per taluni ‘necessarie’ dallo stallo di una maggioranza che non c’è.

Quali sono allora le strade per inverare l’abolizione dell’IMU, la riduzione delle tasse, la chiusura o riforma di Equitalia come suo capitolo particolare, la difesa dello Stato sociale, il rilancio delle imprese e dell’occupazione, e così via? La strada non è certo quella di Monti - che ha prodotto impoverimento di massa, chiusura di aziende e recessione – ma nemmeno quella di Luttwak e del ‘partito finanziario’ che sta ricattando Berlusconi: ridurre ulteriormente la spesa pubblica.

L’unica via d’uscita è invece cominciare ad incrinare il dogma della crisi almeno – non pare proprio che esistano qui e ora in Parlamento le basi ‘ideologico-culturali’ per mettere in discussione anche l’intoccabilità del Debito usurario – per quel che attiene la struttura dell’emissione monetaria dell’ultimo ventennio, privatizzata prima dal governo Amato nel 1992, e poi con l’ingresso nell’eurosistema governato da una BCE anch’essa, anziché organo interstatale indirettamente sottoposto al vaglio dei Popoli europei, banca centrale privatistica.

 

Lo Stato deve tornare a stampare banconote

Occorre tornare a stampare moneta: lo ha detto Berlusconi tra il settembre e il dicembre dello scorso anno, lo ha detto in varie occasioni anche Grillo, lo ha detto probabilmente il PD, e se dovessi sbagliare, un tal provvedimento è nel Dna storico anche del partito di Bersani. La Repubblica ‘nata dalla Resistenza’ – quella distrutta con la cosiddetta ‘rivoluzione’ diTangentopoli – ereditò e conservò infatti, esattamente come nel caso dell’AGIP salvata dal partigiano Mattei, la Banca d’Italia quale forgiata dal Fascismo nel 1936: ente di diritto pubblico con monopolio dell’emissione monetaria.

Questo percorso virtuoso, che fu la base giuridico-monetaria del boom economico (fatto anche di una miriade di PMI) e dello sviluppo di uno Stato sociale tra i più avanzati del mondo, è stato distrutto dalla ‘rivoluzione’ di Di Pietro, Luttwak e Semler nel 92-93, con il concorso del compagno Giuliano Amato, oltre che ovviamente della ‘magistratura finanziaria’ ancor oggi potente e intoccabile.

Per carità, nessun estremismo auritiano, che non farebbe poi così male visto che è stato richiamato in diversi progetti di legge di destra e di sinistra dalla seconda metà degli anni Novanta ad oggi. Occorre ‘semplicemente’ ripristinare e riacquisire il maltolto in quella notte del 31 luglio 92 raccontata da Francesco Giavazzi a Sergio Bocconi sul Corriere, un Consiglio dei ministri dimezzato per stanchezza che approvò la trasformazione in Spa dell’intera industria di Stato italiana: un patrimonio immenso, frutto del lavoro di generazioni di italiani, proprietà indivisa e fino allora inalienabile del Popolo italiano, gettato in pasto con un colpo di mano alle belve della finanza internazionale. Un decreto legge, il 333 del ’92, che trascinò con sé anche la privatizzazione di Bankitalia, grazie a quella delle ‘Banche di interesse nazionale’ controllate dall’IRI . Questa privatizzazione va assolutamente abrogata: “primo comandamento, riprendersi il ‘gruzzolo’ del signoraggio” - la differenza cioè tra il costo tipografico di una banconota (1 euro per comodità di calcolo, ma è molto meno) e il valore stampigliato su di essa: 9, 19, 49, 99, 199, 499 euro secondo taglio – che oggi è usurpata dai banchieri privati.

Solo così si salverà l’Italia da un Debito altrimenti destinato a restare ‘eterno’. Solo così le promesse elettorali sull’IMU, sul reddito di cittadinanza, sulla ripresa, sulla difesa dei residui dello Stato sociale, potranno trasformarsi da frottole da circonvenzione di elettore (tra l’altro riproponibili nella prossima campagna elettorale, in caso di scioglimento immediato delle Camere) in provvedimenti concreti e efficaci. Per fare tutte le cose promesse occorrono soldi, e i soldi possono venire solo da un ritorno della rendita da signoraggio nelle mani dello Stato italiano, secondo quota assegnata dalla BCE all’Italia, nel rispetto cioè dei (pessimi e riformandi) Trattati internazionali di Maastricht e Lisbona: attraverso o la ri-nazionalizzazione della Banca d’Italia o la creazione di una nuova Zecca di Stato dotata di monopolio di stampa delle banconote attribuite da Strasburgo all’Italia e circolanti in prima istanza nel nostro paese.

Una soluzione moderata? No, perché il passo è di portata notevole, e potrebbe dare il via a una ‘rivoluzione culturale’ tale da rendere più facili i successivi passaggi verso la piena sovranità monetaria. Una soluzione rivoluzionaria? Si è no, no perché non si stanno proponendo fantasie all’islandese – un paese di circa 300.000 abitanti, dove certe misure radicali sono state possibili proprio grazie al basso numero di abitanti – ma ‘semplicemente’ il ritorno parziale (la sovranità monetaria, a meno di uscire dall’euro ,può essere inverata solo a livello UE) ad un sistema che prima del 1992 aveva quasi 60anni di storia alle spalle, una storia fatta di scelte quotidiane, di prassi consolidata e di trasversalità ideologica destra-sinistra. Un’ovvietà, questa proposta: ma il primo partito che in questi giorni, più o meno in coincidenza con l’apertura dei lavori parlamentari, tirerà fuori un progetto di legge – quale che sia – sul ritorno della rendita da emissione monetaria alle casse dello Stato, acquisterà tanta credibilità da vincere probabilmente le prossime elezioni.

2-3 marzo 2013

Compreso il sottoscritto già su Liberazione dei primissimi anni Novanta, con un paio di articoli che - in sintonia di fatto con le posizioni di Lucio Libertini sulla ‘normalità’ del finanziamento illecito dei partiti - sostenevano i rischi della cosiddetta rivoluzione, esaltata dall’allora caporedattore Francesco Forgione. Un altro intervento è La questione Israele: una questione di democrazia, una questione ‘globale’ (claudiomoffa.it), ripreso anche da Gadi Luzzatto Voghera in un suo libro sull’ “antisemitismo a sinistra”, una lista nera comprensiva oltre che del mio, anche dei nomi di Carlo Marx, Alberto Asor Rosa, Gianni Vattimo, Barbara Spinelli, Ida Dominjanni, Angelo D’Orsi, Danilo Zolo, Massimo D’Alema e altri.

Circonvenzione di elettore e altri scritti, sul blog di Grillo, 2 marzo.

Decreto legge 333 sulle “Misure urgenti per il risanamento della finanza pubblica”, che al Capo III art.15 comma 1 recita: “L'Istituto nazionale per la ricostruzione industriale IRI, l'Ente nazionale idrocarburi ENI, l'Istituto nazionale assicurazioni INA e l'Ente nazionale energia elettrica ENEL sono trasformati in società per azioni con effetto dalla data di entrata in vigore del presente decreto”.

Claudio Moffa, La moneta al popolo, Eu Med 2012.

Vedi la mia proposta di progetto di legge, in Claudio Moffa, La moneta al Popolo, Eu Med 2012, con un fondamentale contributo dell'on. Scilipoti: un vigoroso "Onorevoli colleghi!" aggiunto come incipit, premessa per il suo deposito alla Camera, n. 5536-2012



14 DICEMBRE 2012

IL RECUPERO DELLA SOVRANITA' MONETARIA E' LA CONDITIO SINE QUA NON PER RISOLVERE IL PROBLEMA DEL DEBITO, PER FAVORIRE LA RIPRESA, RIDURRE LA DISOCCUPAZIONE E DIFENDERE QUEL CHE E' RIMASTO DELLO STATO SOCIALE. LA LOTTA PER QUESTO OBBIETTIVO NON PUO' CHE ESSERE TRASVERSALE. I MIEI DUE ULTIMI LAVORI: UN LIBRO
E UN SAGGIO IN UN LIBRO COLLETTANEO

 

23 novembre 2012

COME E' FINITA LA VICENDA DI FORLI'
LA LISTA DEI COMMISSARI DI CONCORSO SETTORE 14 B
STORIA DELLE RELAZIONI INTERNAZIONALI

CLICCA SULL'IMMAGINE PER VEDERE

9 ottobre 2012

Convegno Nazionale
“LA PERDITA DEL POTERE D'ACQUISTO E DELLA SOVRANITA' MONETARIA. L’ITALIA FUORI DALL’EURO?”
9 ottobre 2012
Camera dei Deputati - Sala della Mercede
Via della Mercede, 55 - Roma

Introduzione on. Domenico Scilipoti
Claudio Moffa
Claudio Pace - parteAcliccafoto - parteBcliccaqui
Avv. Antonio Pulcini
Ci dispiace, non abbiamo potuto registrare tutti gli interventi per mancanza di spazio nella videocamera
Present. del progetto di legge per la sovranità monetaria  

SOVRANITA' MONETARIA
DALLA CONTINUITA' TRA FASCISMO E REPUBBLICA
AL COLPO DI STATO DI TANGENTOPOLI (1936-1992)
PDF-Intervento di Claudio Moffa alla Conferenza
della Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Teramo, 11 novembre 2011
(di prossima pubblicazione)

______________________________

L' "ERRORE" DELLA BANCA D'ITALIA


UN ERRORE CHE FA CASSA - Nei bilanci della Banca d'Italia le banconote circolanti, al valore non del costo tipografico (20-30 centesimi cadauna), ma "nominale" (ad es. 100 euro: nominale ma invero reale all'atto dell'immissione nel mercato) vengono messe AL PASSIVO
e non all'attivo come sarebbe corretto. 138 miliardi di euro sottratti al Popolo e allo Stato italiano, utili a bloccare immediatamente il Debito, a ridurlo progressivamente; a ridurre le tasse, a rilanciare la spesa pubblica e a permettere in prospettiva l'introduzione dell'auritiano reddito da cittadinanza.

________________________________

Il programma completo del Convegno del 9 ottobre


Settembre-Ottobre 2012

3 ottobre 2012

SVOLTA NELLA VICENDA DEL CONCORSO DI FORLI'.
IL MIUR SI FA DA PARTE IN NOME DELLA SOLITA "AUTONOMIA" MA RICONOSCE LA FONDATEZZA DEL RICORSO GERARCHICO. IL PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE DE ROBERTIS E IL COMMISSARIO MOFFA SCRIVONO AL MAGNIFICO RETTORE DELL'UNIVERSITA' DI BOLOGNA.


DOC. 1 - LA RISPOSTA DEL MIUR

In breve, dopo aver "ritenuto", alla luce della normativa sulla cosiddetta "autonomia" delle Università (legge 24 novembre 1993, n. 537, all'art. 5, comma9; legge 3.7.1998 n. 210 e relativo D.P.R. 23.3.2000 n. 117, decreto legge 10.11.2008 n.180 convertito con modificazioni dalla legge 9.1.2009 n. 1) che “il provvedimento in questione debba essere considerato atto definitivo, non sindacabile da questo Ministero, ma impugnabile con i rimedi giurisdizionali (ricorso al TAR) e giustiziali (ricorso straordinario al Capo dello Stato) nei prescritti termini di legge”, la Direzione Generale dell'Università riconosce la fondatezza degli elementi addotti nel ricorso e - per la penna del Dr. Daniele Livon Direttore della Direzione Generale dell’Università - "sollecita" il Rettore a esercitare il "poteri di autotutela" dell'Ateneo che dirige, nonché a relazionare al MIUR stesso "sulla vicenda evidenziata dal prof. Moffa"


DOC. 2 - LA LETTERA AL RETTORE DI DEROBERTIS E MOFFA

Ora, a chiedere o la revisione del D.R. di scioglimento, sono 2 dei 3 commissari del Concorso. La via d'uscita migliore potrebbe essere quella di concedere un ultimo giorno per concludere i lavori, visto che la data di scadenza era un sabato, giorno festivo per l'Università.

Al Magnifico Rettore
dell’Università di Bologna
Prof. Ivano Dionigi

Illustrissimo Rettore,
apprendiamo della risposta del MIUR-Direzione Generale dell’Università al ricorso gerarchico sulla procedura di valutazione comparativa di cui al DR 1245 del 28 10 2010, anche a Lei trasmessa per conoscenza. Riconfermando la nostra stima nei Suoi confronti, ci permettiamo di sottoporre alla Sua attenzione due osservazioni e due proposte d’uscita dalla possibile situazione di stallo in cui potrebbe versare il suddetto Concorso della cui Commissione abbiamo fatto parte fino al Decreto di scioglimento, per scadenza dei termini previsti, del 18 luglio scorso.

1) La prima osservazione è che dalla vicenda sono emersi alcuni aspetti assai poco limpidi da approfondire ulteriormente, ma comunque già sufficienti per una considerazione complessiva del percorso sin qui fatto, anche a fronte di possibili ulteriori iniziative di autotutela su cui le diciamo con franchezza stiamo discutendo e non abbiamo ancora maturato una posizione univoca.

2) La seconda osservazione è che, benché esterni all’Università e alla Facoltà che hanno indetto il Concorso in oggetto, ci sentiremmo partecipi dei vostri eventuali timori - dopo il nostro fallimento - di un allungamento eccessivo dei tempi concorsuali, anche in ragione delle nuove possibili misure di autotutela di cui al punto 1. Problema che non sussisterebbe se si adottasse una delle due vie d’uscita qui di seguito sottoponiamo alla Sua attenzione.

3) La prima via d’uscita è quella di concedere semplicemente ai proff. De Robertis, Moffa e Varsori di riconvocarsi per un solo giorno, dando loro la possibilità di chiudere i lavori della Valutazione comparativa. La motivazione fondatamente adducibile è che in realtà la Commissione non ha avuto a disposizione 10 mesi perraggiungere l’obbiettivo assegnatole, ma dieci mesi meno un giorno, essendo stato il 23 giugno 2012 un sabato, cioè giorno festivo. L’errore è evidente, come è evidente che esso è responsabilità di tutti e di nessuno: i commissari avrebbero potuto premurarsi almeno nella riunione del 21 giugno – se non prima - di proporre la posticipazione a lunedì 26 della scadenza dei termini dei lavori; l’Ufficio concorsi avrebbe potuto accorgersi della questione, nel caso specifico e magari in termini generali; il Magnifico Rettore non aveva certo il dovere di controllare la cadenza settimanale della data di chiusura. Quanto all’apertura straordinaria della Facoltà concessaci gentilmente dal Preside prof. Zurla, non sana il problema perché oggettivamente tardiva.

4) La seconda via d’uscita è quella di dimissionare il collega Varsori, sulla base dei dati di fatto emersi nella vicenda e dalle carte agli atti del fascicolo concorsuale.

Le due vie non hanno eguale peso in più di un senso: a nostro avviso quella più corretta e vantaggiosa è la prima. Più corretta, perché cronologicamente il primo errore è stato quello di decurtare di un giorno la scadenza dei 10 mesi previsti dalla normativa vigente. L’errore imputabile al commissario Varsori è successivo. Più vantaggiosa perché apre la possibilità della chiusura del concorso in tempi rapidissimi, a soddisfazione delle esigenze di offerta formativa dell’Ateneo che ha bandito il concorso, e senza conflittualità esacerbate. La seconda via avrebbe invece sicuramente tempi più lunghi, e alimenterebbe la conflittualità di intenti tra i commissari che hanno avviato i lavori concorsuali un anno fa.
Lasciamo comunque a Lei ovviamente la decisione da prendersi, rappresentandoLe solo che questo ci sentivamo in dovere e in diritto di comunicarLe.
In attesa di un cortese riscontro, le porgiamo i più calorosi e sinceri Saluti

prof. AntonGiulio De Robertis
prof. Claudio Moffa

* * *

LA QUESTIONE CHE FA DA SFONDO AL CASO UNIBO-FORLI': LA COSIDDETTA "AUTONOMIA" DEGLI ENTI DI DIRITTO PUBBLICO, 'FALSE FLAG' SOTTO LA CUI OMBRA
SI COMMETTONO ABUSI E SCORRETTEZZE
A VANTAGGIO DEI SOLITI "POTERI FORTI"

Il titolo e quanto segue non riguardano alcuno dei protagonisti di questa vicenda - meno che mai il Rettore di Bologna, che peraltro deve ancora decidere - ma si riferisce a una questione generale che risale alle riforme degli anni Novanta. Autonomia è parola magica che nasconde trabocchetti anticostituzionali e lesivi da una parte della sovranità popolare e dall'altra del dovuto controllo dello Stato sul rispetto delle leggi, a tutto campo e su tutto il territorio nazionale. Autonomia della Banca d'Italia? Pazzesco principio, prima e dopo la privatizzazione dell' "ente di diritto pubblico" decisa dal governo Amato il 31 luglio 1992 con un colpo di mano notturno esemplarmente raccontato da Giavazzi in un intervista al Corriere di qualche anno fa. Addio sovranità monetaria, prima ancora dell'ingresso nell'eurosistema. Autonomia delle Regioni? E' un po' diverso, ma sulla china della delegittimazione continua del Potere pubblico, ecco che per la Regione Lazio alcuni buontemponi propongono di affidare il controllo dei conti a ... una società privata!!! E la Corte dei Conti, che ci sta a fare? Pazzesco anche questo.
Pazzesca infine la cosiddetta autonomia degli Atenei, e per due motivi qui sintetizzati rapidamente: il primo è che dietro questo slogan si è voluta nascondere la fine o la drastica riduzione dei finanziamenti pubblici alle Università pubbliche, ben prima l'attuale difficile crisi economica. Il secondo motivo è che "autonomia" vuol dire in realtà abdicazione dello Stato ai suoi diritti-doveri, e delega di un potere quasi assoluto alle consorterie locali, che troppo spesso hanno ben poco di democratico e di "accademico".
(C.M)


claudiomoffa@alice.it, cmoffa@unite.it

17 settembre 2012

MAGISTLEAKS 2

UN ESEMPIO DI "MORAL SUASION" DI CUI ALLA MAILING LIST DELLA SISSCO. UNA MINACCIA DI AGGRESSIONE
DOPO IL FALSO DI MARCO PASQUA.
IL PM LAURA GRANA INDIVIDUA IL RESPONSABILE,
MA CHIEDE L'ARCHIVIAZIONE.

ESPOSTO ALLA PROCURA DELLA REPUBBLICA PRESSO LA CORTE SUPREMA


Ottobre 2010. Una minaccia su FB dopo il falso di Marco Pasqua, e dopo che il Consiglio di Facoltà aveva deciso di sospendere il Master Mattei, su allerta di un collega che come tutti coloro che andavano all'assalto della mia normalissima lezione del 24 settembre 2010,
aveva visto solo il video-patacca di Repubblica.


12 settembre 2012

MAGISTLEAKS 1

DA VATTANI A MOFFA, PASSANDO PER ANNA FOA

Un PM della Procura di Roma chiede incredibilmente (?) l'archiviazione di una querela contro Anna Foa e Francesca Numberg de Il Messaggero, per un articolo che definire diffamatorio è poco. Mi sono naturalmente opposto, e ho chiesto al PM di indagare tra l'altro sulle mie pubblicazioni per l'Università, per vedere se il delinquente sono io o Foa-Numberg, che pretendono che il MIUR mi proibisca di far parte di Commissioni di concorso universitarie. Il bis del maggio 2007, ma "a rate". Un assurdo, una violazione plateale del principio di libertà di espressione e di insegnamento, indotto dal "buonismo" dei magistrati verso i soliti noti. Basta ...

ALLEGATO 1
ALLEGATO 2

Tra i punti dell'opposizione alla richiesta di archiviazione - (vedi il documento integrale nella finestra di sinistra) - c'era la presa in considerazione dell'effetto collaterale della chiarissima diffamazione di Foa-Numberg: un dibattito, si fa per dire, sulla mailing list della Sissco (Società degli storici contemporaneisti) su come imbavagliare Claudio Moffa, e possibilmente cacciarlo - non tutto e subito, ma "a rate" - dall'Università: il tentativo non passa non tanto per l'intervento tardivo di tre dirigenti dell'associazione, ma perché solo una trentina di persone sono intervenute nel tentato linciaggio, su circa 700 iscritti. L'avvio del dibattito? Un intervento sul cosiddetto "caso Vattani" lanciato da Marcello del Pero, associato presso la Facoltà di Scienze Politiche di Forlì-sede di Bologna. Toh, la stessa Facoltà dove si riuniva una Commissione di concorso SPS06, che ha cessato i suoi lavori per la "fuga" di uno dei commissari, che temeva (a torto o a ragione) che il suo candidato non ce l'avrebbe fatta ...

DA OSTIA AD HAIFA.
La Procura di Roma da porto delle nebbie a porto delle nebbie? Forse. Forse la differenza sta solo nel porto: venti anni fa era quello di Ostia, adesso è quello di Haifa. Archiviano tutto, quando tocchi "lor eletti"


Opposizione a richiesta di archiviazione
Il documento completo dell'effetto collaterale della diffamazione di Foa-Numberg, il concorso di Forlì

 

Ed ecco come il rettore di Bologna, a cui il commissario Varsori aveva chiesto un appuntamento per spiegargli il perché della "fuga" dal concorso di Forlì, decide di chiudere i lavori della Commissione: nessuno è colpevole, tutti a casa. Eppure il concorso poteva essere finito in due ore ...

Il decreto rettorale di chiusura del concorso:
Ponzio Pilato in salsa universitaria

I FATTI: il ricorso gerarchico al ministro Profumo
di Claudio Moffa."Lei ha ragione, dicono al MIUR, ma il ministro non ritiene di dover intervenire per rispetto dell' 'autonomia' (virgolette mie) dell'Università
"

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ESTRATTO DAL RICORSO

(...) CONSIDERATO
 

che la locuzione utilizzata nel DR877 per la quale la mancata conclusione dei lavori “non risulta imputabile ad alcuno dei Commissari in particolare”, è omissiva e illogica:

- omissiva perché elude la presa in considerazione degli elementi fattuali che hanno impedito la chiusura dei lavori, e in particolare il comportamento finale (dal 14 giugno al 23 giugno) del prof. Antonio Varsori, secondo la sequenza di variate (ad hoc?) e/o improvvisate (ad hoc?) prese di posizione, qui di seguito riassunta:

1) 12 giugno, Varsori esclude il 14 giugno come data sostitutiva della fallita riunione del 13 giugno,causa “consiglio di Dipartimento e una giunta e certo non posso mancare”, indicando la sua disponibilità per il 21 giugno senza limiti di orario e senza aggiungere motivi ostativi per il 22 e il 23 giugno;

2) Successivamente il prof. Varsori cambia posizione, dichiarandosi indisponibile a tutta giornata per il 21 giugno, e invece disponibile solo a partire dalle ore 14, non controproponendo neppure di proseguire il giorno dopo 22 giugno, data che non aveva escluso il 14 giugno precedente, e per la quale era dunque (stato?) evidentemente disponibile;

3) Il prof. Varsori arriva con un ritardo di più di un’ora all’appuntamento delle ore 14 del 21 giugno, presentandosi peraltro senza la bozza del verbale della precedente riunione già pronta, così da far perdere più di tre ore (!!) agli altri due commissari De Robertis e Moffa;

4) Il prof. Varsori non solo rifiuta di restare a lavorare oltre orario come proposto e condiviso dagli altri due commissari, e accettato dalla funzionaria di Facoltà, ma addirittura abbandona la riunione del 21 giugno un’ora e mezzo prima dell’orario di chiusura;

5) Il prof, Varsori, adducendo ora improvvisamente come motivo della ormai per lui chiusa attività di commissario del concorso, un dichiarato convegno internazionale a Maastricht per i gg. 22 e 23, diserta anche la riunione del 23 giugno, senza inviare né messaggio di giustificazione né documentazione di supporto per la sua assenza al Presidente prof. De Robertis;

SEQUENZA DEI FATTI DA CUI SI EVINCE UN ABBANDONO PRE-GIUDIZIALE DEI LAVORI DELLA COMMISSIONE

- illogica perché, sulla base di tale omissività, il DR877 pretende CONTRA FACTA di non individuare alcun commissario imputabile della mancata conclusione dei lavori del concorso de quo: il responsabile della mancata conclusione dei lavori c’è, ed è il prof. Varsori;


DA VATTANI A MOFFA PASSANDO PER ANNA FOA. Ecco l'avvio del "dibattito" nella mailing list della Sissco, un edificante ping pong tra uno dei candidati al concorso di Forlì, Matteo Gerlini (la cui "maestra", Bruna Bagnato, aveva pochi giorni prima telefonato al commissario del concorso di Forlì, Claudio Moffa per sollecitarne l'attenzione, ricevendo però una risposta non soddisfacente: 'non ho ancora visto i titoli') e Michele Sarfatti, fuori dei ranghi dell'Università, ma dentro la Sissco. Matteo Gerlini è un grande: il 21 luglio del 2011, cioè 10 mesi dopo la lezione sulla shoah attaccata da Repubblica e dai suoi tifosi, aveva scritto al prof. Moffa una lettera ossequiosa autopresentandosi come candidato al concorso di Forlì (doc.1). Un anno dopo, fallita la telefonata della Bagnato, scopre che Moffa è un "negazionista", lo diffama presso alcuni giornali, e riceve conforto da Michele Sarfatti. Si noti del Sarfatti lo stile da perfetto "antifassista", quelle iniziali di nomi di professori da cui pretende l'allineamento alla sua linea di ostracismo contro Moffa. Lui non è nessuno dentro l'Università, meno di Anna Foa che almeno è stata Associata, ma è un "eletto" e se lo può permettere ... Almeno con alcune mezze tacche che girano per la mailing list della Sissco, l'associazione di Brunello Mantelli, il mitico professor Nutella dell'Università di Torino: quel deficiente che teorizzò - raccogliendo centinaia di firme della Sissco - che avere dubbi sulla "shoah" (un problema storico) sarebbe come negare che la terra è tonda (per accertare la qual cosa basta una foto satellitare)

La lettera ossequiosa: " sono lieto ... di sottoporre a uno studioso della sua esperienza ..."

Il PING PONG GERLINI-SARFATTI:
La diffamazione sui giornali del candidato Gerlini.
La diffusione di voci sulle dimissioni di "due commissari": false, ma utili a far pressing sugli stessi, a convincerli a prendere
le distanze da Moffa.
Il caso "portato all'attenzione
del ministro Profumo".
La "moral suasion" su Claudio Moffa,

(presto in MAGISTLEAKS 2, alcuni aspetti
edificanti della cosiddetta "moral suasion")

LA MAIL DEL PROF. ANTONIO VARSORI DEL 12 GIUGNO 2012
Il 12 giugno è la vigilia della prevista riunione della Commissione e - timoroso (a torto o ragione) che il "suo" candidato non ce la faccia a vincere - il prof. Varsori scrive la mail di cui al pdf linkato nel titolo, al Presidente della Commissione
Antongiulio De Robertis. Il suo intento e la sua furbizia sono palesi: l'obbiettivo è usare il "dibattito" della mailing list per intimorire De Robertis - di cui teme la possibile alleanza con Moffa in sede di votazione finale - e convincerlo a dimettersi effettivamente assieme a lui, come richiesto da Michele Sarfatti e perorato anche da Gerlini e altri. Come fosse andata poi, comuque la prospettiva vincente poteva per lui riaprirsi.

Quanto alla furbizia è evidente da due fatti:
1) dai tagli che lo stesso Varsori opportunamente opera nella sequela degli interventi, in modo da far emergere agli occhi di De Robertis la presunta compattezza di un fronte che in realtà era meno forte di quel che egli tentava di fare credere: IN PARTICOLARE, non solo alla fine risulteranno partecipanti solo due tre decine di iscritti alla mailing list su 700 iscritti (di cui alcuni non allineati dalla linea mafiosa-oltranzista), MA SOPRATTUTTO VARSORI NASCONDE A DE ROBERTIS LA RISPOSTA A SARFATTI DI UNO DEGLI STORICI CHIAMATI IN CAUSA CON LE INIZIALI DEL COGNOME E BASTA (vedi il ping-pong Gerlini-Sarfatti qui pubblicato), che al di là della replica e conclusione del dialogo a due avrebbe fatto emergere appunto una qualche resistenza al pressing in corso.
2) Secodo, Varsori annuncia a De Robertis di aver tentato invano di chiamare Moffa e di avergli inviato una mail. Ma quale? Quella stessa inviata a De Robertis Varsori non l'ha mai spedita al sottoscritto, che non avrebbe saputo nulla di quanto circolava alle sue spalle fino al 24 giugno successivo, il giorno dopo l'ultima riunione a Forlì, fallita proprio per l'assenza del Varsori.
Anche questo fatto - che abbia o no rilevanza penale - avrebbe dovuto indurre il rettore a decretare l'estromissione di Varsori dalla Commissione.

LA LETTERA DEL PROF. DE ROBERTIS AL RETTORE DI BOLOGNA, AL TERMINE DELLA (NON) RIUNIONE DEL 23 GIUGNO. Di nuovo il Presidente della Commissione mette in luce la certa responsabilità di Varsori nel fallimento dei lavori del concorso: la sua scarsissima disponibilità, 1 a 10 rispetto agli altri commissari; i suoi ritardi, il suo rifiuto a lavorare ad oltranza il 21 giugno, giorno in cui fuggiva da Forlì per evitare la sua (vera o supposta) sconfitta.


29 settembre 2012


A venticinque anni dalla sua morte
BURKINA FASO: L'EREDITA' IDEOLOGICA DI THOMAS SANKARA'

Intervista al professor Claudio Moffa sul ritorno alla visione mercantile e liberista
che ha fatto strame nel Burkina delle idee rivoluzionarie di Thomas Sankara


Professor Moffa, a Suo parere, venticinque anni di regime liberista – innestato in Burkina Faso da Blaise Compaoré – possono sopprimere l’ideale di orgoglio Nero che ispirò il rivoluzionario programma sankarista?

La lotta tra oppressi e oppressori ha sempre conosciuto nella storia fasi alterne. Oggi viviamo in un mondo dominato da un sistema di potere che rappresenta la negazione delle idee di Thomas Sankarà, quelle da lui espresse nel vertice dell’OUA di fine luglio 1986. Il debito va abolito: se noi non lo paghiamo nessun banchiere europeo o americano morirà, se lo paghiamo moriremo noi africani. Parole attuali, e non solo per l’Africa.
Ma la terribile situazione dei nostri tempi suscita anche proteste popolari, resistenze diffuse, fermenti per proporre vie d’uscita radicali al dominio finanziario sul mondo dei produttori di ricchezza reale. E c’è un contesto internazionale che favorisce questa tendenza, penso al vertice dei Non Allineati di Algeri di fine agosto scorso, o all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. In questo senso l’ideale di Sankarà non morirà mai, e sta alle nuove generazioni ricordarlo e rilanciarlo.

Qual è il ricordo del Suo personale incontro, nella primavera 1984, con l’uomo che i burkinabè tuttora chiamano “Président du Faso”? Egli rinominò la propria terra, ex colonia francese dell’Alto Volta, “patria degli uomini integri”. Una virtù, l’integrità, che il popolo tra i più poveri al mondo riconobbe nel giovane Capitano: condivide questa visione?

Thomas Sankarà fu un personaggio e un capo di stato eccezionale.L’immagine di lui che più mi entusiasmò durante il mio reportage in Burkina Faso – a parte l’intervista a Ouagadougu, poco prima di tornare in Italia – fu quella di un suo discorso a un reparto di soldati, verso il tramonto, in una radura nella savana. Un paesaggio peraltro stupendo, una aria limpida e tersa come mai si vede dalle nostre parti. Mi ero aggregato a una missione dei CdR nelle campagne, incaricata di spiegare la rivoluzione ai contadini: ricordo una discussione notturna, alla luce di una lampada camping-gas, dei dirigenti provenienti dalla capitale con i contadini di un villaggio, che chiedevano spiegazioni e sottoponevano i loro problemi ai visitatori venuti da Ouagadougou.
Non capivo la lingua, mi aiutava traducendo in francese una bellissima ragazza burkinabe, credo si chiamasse Fatou Diallo. Poi, la mattina dopo la cerimonia di inaugurazione dei lavori di una diga, con i capi del villaggio e appunto con Sankarà presente. A sera, prima di rientrare, il discorso del Presidente ai soldati. Lui era capitano: a conferma - per me che avevo studiato la rivoluzione etiopica - che gli eserciti africani non erano quelli dipinti da certo giornalismo e politologia superficiali, una sorta di colonnelli greci in salsa africana, Sankarà mi avrebbe spiegato durante l’intervista che assieme ad altri compagni era entrato nell’esercito proprio per fare la rivoluzione, per prendere il potere in modo non violento, come aveva fatto Gheddafi nel 1969 in Libia. Bene, adesso vedevo l’ufficiale Sankarà parlare ai suoi subalterni. Per dire cosa? Per dir loro che non avrebbero dovuto obbedire a ordini ingiusti dei loro ufficiali. Rimasi colpito, per me era un misto di Mao – ma senza le violenze delle guardie rosse – e di Mengistu, ma senza il terrorismo e il controterrorismo della rivoluzione etiopica. Sankarà era una persona solare, aperta, capace di combinare l’ indefesso impegno rivoluzionario con un concerto di chitarra assieme al suo collega del Ghana Jerry Rawlings in visita a Ouagadougu.
Pieno di carisma, ma forse anche poco attento ai nemici che si faceva attorno, e a quali esattamente fossero. Fu assassinato da un suo “fratello”, coautore dell’insurrezione militar civile con cui aveva preso il potere il 4 agosto 1983: ricorda in questo senso Mattei, di cui in un dibattito che feci in Campania qualche anno fa, un ex dirigente democristiano di cui non ricordo il nome, disse che avrebbe dovuto stare attento, ikl presidente dell’ENI, a “certi partigiani…” …

Il principale, insuperabile problema sarebbe stato il golpe del 15 ottobre 1987 spezzò la tradizione post-coloniale dei colpi di Stato incruenti – se ne susseguirono tre, prima di allora, precisamente negli anni 1966, 1980, 1982 – in Burkina: come si può spiegare, secondo Lei, l’improvvisa esplosione di violenza che condusse all’omicidio di Sankara, assieme a dodici dei suoi compagni?

Quando Sankara fu assassinato, ricordo che avevo pensato di scrivere un saggio dal titolo “invidia e lotta di classe”. Non nel senso con cui ne parlava all’epoca la nuova stampa “libera” progorbacioviana in Russia – le proteste dei lavoratori sarebbero state espressione di invidia individuale, e non sacrosanta rivendicazione di giustizia sociale in una Russia in cui montavano i nuovi pescecani della finanza, poi eliminati da Putin – ma in quello più prosaico che delle volte la storia cambia scena e percorso anche per eventi determinati da passioni molto individuali. Compaoré non suonava la chitarra …Ma ovviamente non era così: l’individuo può essere usato e comprato grazie alle sue bassezze, ma le svolte storiche sono orchestrate da ben altri fattori e poteri. Sankarà aveva pestato i piedi a troppi interessi conservatori: in patria la sua politica di rigore e di eguaglianza sociale dava fastidio a molti. Eppure … permettetemi una battuta: l’abolizione da parte del President du Faso delle auto blu per tutti i funzionari di stato ministri compresi, e la loro sostituzione con le modestissime R5 dell’epoca, potrebbe ben servire oggi per la Regione Lazio e per tutti i nostri rappresentanti politici.Una panda per tutti, e si migliora anche il contenzioso Fiat …
Ma tornando a Sankarà, la sua politica di riequilibrio dei redditi tra classi – che lui da ragazzo, aveva vissuto sulla propria pelle, visto che una volta raccontò che con i suoi fratelli era abituato a rovistare tra i rifiuti dell’Hotel Independance per trovare qualcosa di buono da mangiare - e tra città e campagna in un paese al 90 per cento contadino, gli misero contro le elites dello stato psotcoloniale, e in alcuni marginali casi lo portò a scontrarsi con quello che Marx avrebbe definito lumpenproletariat urbano. Ricordo l’abbattimento con bulldozer di una bidonville abusiva di Ouagadougu, un micro episodio subito strumentalizzato dalla solita stampa occidentale per denunciare in Sankara un nuovo “dittatore” africano.
E poi ci sono gli interessi della finanza internazionale, quel discorso a Addis Abeba del luglio 1986, tre mesi prima che venisse assassinato …

Ecco, parliamo di questo. Durante la Assemblea dell’Organizzazione dell’Unità Africana, il 29 luglio 1987 ad Addis Abeba in Etiopia, il Capitano esortò i Paesi africani a non pagare il debito estero, nonché a creare un mercato alternativo: l’autosufficienza alimentare, l’unità trans-etnica dei popoli come mezzi pacifici per vivere “liberi e degni”. Ricorda quale fu la reazione della Comunità internazionale?

La reazione ufficiale non la ricordo: come talvolta mi accade probabilmente sbagliando, una volta “compreso”un argomento grazie alla mia ricerca pignola di giornalista o di studioso, cambio campo di attenzione. Ritenevo di aver “capito” le problematiche della rivoluzione burkinabe ed avevo cominciato ad occuparmi sistematicamente di Libia. Ma rivedendo oggi i due video del discorso di Sankarà, mi è sembrato di cogliere i visi talvolta un po’ gelidi dei rappresentanti africani al vertice di Addis Abeba dell’OUA mentre lui parlava. .. Si odono risate e applausi alle battute del Presidente, ma sembrano provenire da altri, forse dal pubblico presente. Camerieri invidiosi e destabilizzati dal discorso del leader burkinabe?
Comunque, un dato è certo: la sua proposta di abolire unilateralmente il debito, combinata con l’idea di un disarmo africano (le guerre, diceva, sono funzionali solo ai nemici dei popoli africani) e con l’altra, di favorire una sorta di “autarchia” economica panafricana, andava a colpire l’universo che ruotava attorno all’Africa tutta con il mondo occidentale: i falsi aiuti economici, lo scambio diseguale con il Nord, la cooperazione con le ex metropoli coloniali con tutti i suoi meccanismi solo in parte migliori di quelli proposti dagli USA (il meccanismo Stabex), i “piani di aggiustamento strutturale” imposti dal FMI, e soprattutto il debito cresciutoa dismisura grazie al meccanismo usurario dell’interesse sull’interesse.
Peraltro Sankara aveva parlato chiaro anche su Israele: già nel 1984 aveva proposto l’espulsione dalle Nazioni Unite, assieme al Sudafrica, dello Stato sionista … Insomma, una sfida ai veri Poteri forti del mondo, a cominciare dalle banche e dalla finanza

Professor Moffa, come mai il Burkina Faso, al pari di Gambia, São Tomé e Swaziland, ha relazioni con Taipei? Pressioni anti-Pechino di Parigi?

Mi riesce difficile rispondere, nel rapporto triangolare tra i 23 paesi che riconoscono Taipei (tra cui i 4 africani citati nella domanda) e da una parte Taiwan e dall’altra la Repubblica Popolare cinese, esistono delle variabili che vanno ponderate caso per caso. C’è una questione di pressioni di Pechino in sede ONU (vedi la Macedonia), ci sono fattori riconducibili forse a una opzione ideologica (il Sudafrica post-apartheid opta per Pechino), oppure di realpolitik, con l’indubbia espansione della Cina Popolare in tutta l’Africa, che peraltro è stata motivo di concorrenza anche per la Libia di Gheddafi . Infine, possono aver giocato un ruolo le specificità dell’export di Taipei in campo informatico, e i finanziamenti ad hoc della Cina Popolare capaci di indurre molti di quei 23 paesi – la maggior parte dei quali sono piccoli Stati-arcipelago, o paesi comunque poveri – a optare per il miglior offerente.
E’ un dato di fatto che il Burkina Faso ha scelto Taiwan nel 1994, in pieno regime Compaoré. Ma è anche vero che una simile scelta aveva compiuto anche l’ex presidente liberiano Charles Taylor, di cui – nonostante le forti accuse della vedova di Sankarà in occasione della visita nella Francia di Sarkozy di Compaoré, da lei paragonato appunto a Taylor – dubito molto l’appartenenza al campo geopolitico rappresentato con modalità e contenuti diversi dal Burkina di Sankarà, come dalla Libia di Gheddafi, o dalla Siria. Taylor, di cui la solita Wikipedia sostiene che aveva vinto le elezioni del 1997 con il “terrore” (fatto che non risulta dai resoconti degli osservatori internazionali dell’epoca) è stato eliminato dal blocco anglo-americano, dentro un processo di neocolonizzazione anche israeliana dell’Africa occidentale, e nel quadrio del conflitto per il controllo del traffico di diamanti. L’ex presidente liberiano venne perseguito da uno dei famigerati tribunali ad hoc degli anni Novanta, quello della Sierra Leone, i particolare da un PG ebreo-americano.
Conclusione: su Compaoré mi mancano informazioni più precise. Sono però convinto, che Sankarà oggi apparterrebbe allo stesso campo dell’Iran, della Siria, di Hamas e Hezbollah, dell’Ecuador e dei paesi latinoamericani che si rivoltano contro le ingiustizie dei rapporti finanziari e commerciali tra Euroamerica e resto del mondo.

Quale eredità pensa abbia trasmesso il “Che Guevara africano” alle nuove generazioni? Il Burkina Faso è ancora in grado di risollevarsi dalla miseria e decolonizzare la propria mentalità?

Devo confessare che da almeno una trentina d’anni non vedo più in Guevara un simbolo positivo di lotta. Neho scritto in qualche breve commento del secolo scorso. Dal punto di vista etico mi inchino davanti alla sua figura, non sono proprio nessuno per criticarlo. Ma a Guevara ho sempre preferito Fidel Castro. Nulla a che fare con questioni di ortodossia vera o presunta. Entrambi erano comunisti ma mentre Castro osò sporcarsi le mani con la gestione del potere compiendo anche errori, Guevara preferì la fuga dalla realtà, rifugiandosinel sogno assolutamente perdente dei mille Vietnam, che riecheggiava a suavolta la teoria della “campagna che accerchia la città” di Lin Piao.
Guevara ha sbagliato in Africa, dove non ha tenuto conto del fattore tribale, così fallendo la sua missione i un Congo preda della guerra civile interetnica. E ha sbagliato in Bolivia, dove non riuscì a istaurare un rapporto vero con i contadini. Volle esportare la rivoluzione per via militare-guerrigliera. Il suo criminale assassinio, favorito dal suo isolamento e dalla sua estraneità rispetto alla popolazione locale, non esime a mio modesto avviso dal non riconoscimento dei suoi errori politici. Certo, si può parlare di ingenuità anche per Sankarà, ammazzato a freddo mentre faceva ginnastica all’aperto, vicino al palazzo presidenziale, con i suoi più stretti collaboratori marxisti. Ma il discorso della sicurezza – che riguarda anche il cacciavite nell’aereo di Mattei, di cui nessuno credo possa negare l’estrema concretezza politica e economica - è diverso dalle opzioni strategiche generali e dalla capacità-coraggio di prendere in mano le redini del potere. Gestendo il potere e sfidando anche il risentimento di settori privilegiati nazionali – esattamente come Castro, e come chiunque voglia veramente cambiare la realtà – Sankarà ha costruito qualcosa e ha dato una serie di messaggi utili ad affrontare i problemi di oggi, e non solo quelli del suo popolo.

Qualche esempio particolare?

La genialità di Sankarà è stata quella di combinareil lancio di messaggi e principi radicali, con il tentativo realista di dialogare e convergere con tutti coloro che potevano virtualmente essere agganciati e “usati” per il suo progetto rivoluzionario. Da questo punto di vista ricordo ancora che nel discorso di Addis Abeba, il presidente del Burkina Faso citò personaggi apparentemente inconciliabili con la sua proposta, e che pure in qualche modo si erano pronunciati in modo corretto sulla questione del debito: non solo Fidel Castro, ma anche Mitterrand, il presidente della Costa d’Avorio Houphuet Boigny, il premier norvegese Gro Harlem Brundtland …
Quanto ai messaggi radicali, e nello stesso tempo assolutamente realisti, ci sono quelli che lei stessa mi ha ricordato, ed altri ancora. Le accuse all’industria farmaceutica internazionale che pensa ai prodotti cosmetici e di chirurgia plastica invece che alle medicine per salvare milioni di africani dalla morte certa. L’illusione di risolvere il problema della fame cogli aiuti alimentari stranieri, che mutatis mutandis, assomiglia molto all’illusione di risolvere il problema del debito dei paesi europei con il ricorso al fondo-salvastati. In entrambi i casi, nulla si risolve, il problema diventa permanente, perché non lo si vuole affrontare alla radice, la conquista cioè dell’autonomia decisionale nazionale in campo monetario o produttivo-commerciale.
E ancora, nel caso di Sankarà: la già ricordata riduzione dei privilegi dei funzionari pubblici e dei politici, la denuncia delle grandi disparità di reddito tra i ricchissimi borghesi della capitale e i contadini nella campagna circostante, la difesa della struttura produttiva nazionale fino all’autarchia (subito però estesa a livello panafricano, ad Addis Abeba), la denuncia degli aspetti culturali della dominazione “americana”, e che mi ricorda le conferenze sull’hollywoodismo cui ho partecipato varie volte a Teheran …. Già l’Iran, e la “dominazione” occidentale: è incredibile il servilismo, la grettezza mentale e il provincialismo dei media italiani tutti a proposito del recente vertice dei Non Allineati a di Teheran: 118 paesi, più di 20 osservatori internazionale, e nessun inviato da parte della “grande informazione”. Il modello Rainews 24 di Mineo è dilagante. Oggi Sankarà, se fosse vivo, sarebbe sicuramente uno dei leaders del NAM, a fianco delle punte più radicali erealiste del blocco terza forzista mondiale. La storia non si fa con i sé, ma è certo che anche questo è un messaggio che resta per chi vuole, non solo in Africa, cambiare il difficile stato delle cose presente.

Link a Rinascita


11 settembre 2012

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Martedì 18 settembre ore 15
La prima uscita del Master Enrico Mattei dopo la pausa estiva

MEDIO ORIENTE, TERRORISMI
E "RIVOLUZIONI": LE VERSIONI
MAINSTREAMING E I FATTI

Proiezione del film ZERO di Giulietto Chiesa

Giulietto CHIESA
Giornalista e saggista, direttore di Megachip, autore del film “Zero”.
Corrispondente da Mosca per un ventennio de L’Unità e de La Stampa
11 settembre, il complotto degli anticomplottisti

Webster TARPLEY
Presidente del Washington Grove Institute, USA
11 settembre: omissioni e falsità del Presidente e dei media USA

Paolo CUCCHIARELLI
Giornalista dell’ANSA e saggista, autore de Il segreto di Piazza Fontana
Piazza Fontana e lo schema 'false flag', lo 'skema amerikano'

Claudio MOFFA
Storico, Università di Teramo
La “rivoluzione” di Tangentopoli e i suoi protagonisti: chi, come e perché


18 Agosto 2012

SOLIDARIETA’ CON ASSANGE?

di Claudio Moffa

“Io sto con Assange,e voi?”. Così chiama a raccolta il popolo della rete Enzo Di Frenna su Il fatto quotidiano di oggi 18 agosto, a sostegno del padre padrone di Wikileaks. Per quel che mi riguarda, io rispondo no, un no netto. Innanzitutto l’articolo di Di Frenna è omissivo di alcuni dati di fatto ascrivibili senz’altro alla serie “la scomparsa dei fatti” di cui al libro di Marco Travaglio, e che riguardano proprio la posizione russa sulla vicenda: russa? Della “Russia di Putin”, come scrive Di Frenna per ammiccare all’ala “eurasiatista” e dintorni della rete?

In realtà a leggere bene il web Russia Today le dichiarazioni non sono del ministro degli esteri ma del “ministero degli esteri” (ministry) russo. Di chi? Del solito portavoce anonimo: una dichiarazione ufficiosa dunque (l’articolo non parla di comunicato) di un dicastero che vive da anni – come tutta la Russia - il dualismo Putin-Medvedev: il primo odiato dall’Occidente oltranzista e dai suoi corifei nei mass media, il secondo ben apprezzato soprattutto dopo il voto all’ONU a favore della risoluzione 1973 che ha dato il via libera alla guerra di Libia.

Quanto al contenuto della dichiarazione, esso sembra più un avvertimento preventivo che una vera e propria accusa: “lo spirito e la lettera” della Convenzione è locuzione che dice tutto e il contrario di tutto, ma il citato articolo 22 recita di una violazione dell’inviolabilità dei locali della rappresentanza diplomatica che almeno fino ad adesso non si è ancora che verificata. Infine Di Frenna ha omesso di riferire la contestualizzazione della presa di posizione ufficiosa russa, quale correttamente proposta da Russia today. “Che fare del diritto al rifugio di Assange”, quando la Gran Bretagna protegge le “decine di persone sospettate di aver commesso gravi crimini”, che sono richieste in altri paesi, ma che la Gran Bretagna non molla? Come dire, prendetevi pure il “vostro” Assange, e date a noi i “nostri”. Come ad esempio – per citare il nome fatto da Russia today -“il capo fila dei critici del Cremlino Boris Berezeovsky”, l’ex presidente della Sinagoga russa e grande magnate della finanza della famiglia Eltsin, condannato a Mosca e fuggito in Inghilterra dove ha continuato a delinquere contro la legge e la sovranità dello Stato russo, finanziando tra l’altro la guerriglia binladenista dei terroristi Ceceni.

Ma a parte questi motivi secondari, il discorso di fondo è un altro: innanzitutto la pretesa di divulgare in libertà e sistematicamente le corrispondenze segrete di quale che sia Stato, viola la loro sovranità a livello più generalizzato e profondo di una minaccia di intervento in quale che sia sede diplomatica. Assange non è altro che la versione “diplomatica” dell’aggressione mondialista agli Stati sovrani, di cui a tante pesantissime pagine del “nuovo” diritto internazionale e postbipolare e del diritto comunitario europeo post-Maastricht. Non a caso è difeso dal giudice spagnolo Garzon, bel simbolo della pretesa mitomane-eversiva di certi magistrati europei di bypassare gli Stati sovrani in nome di veri o presunti diritti umani che permetterebbero loro di invadere le giurisdizioni di cui non sono competenti.

Il capo di Wikileaks potrebbe vantare un illustre “maestro”nel presidente americano Wilson, teorico della fine della “diplomazia segreta” già negli anni Dieci del secolo scorso. Ma che Wilson e i suoi 14 principi siano contraddittori, e siano stati funzionali a concreti progetti colonialisti è cosa nota: il richiamo all’ ‘autodecisione dei popoli’ servì all’imperialismo dell’epoca a disgregare l’Impero austroungarico e soprattutto quello Ottomano, ma venne messo da parte quando si trattò di istituire i “mandati” della Società delle Nazioni per permettere a Francia e Inghilterra di spartirsi le spoglie di quel grande Stato multinazionale, in base peraltro a un accordo segreto tra Londra e Parigi che guarda caso Wilson non poté o non volle mai divulgare (Sykes-Picot, 1916). Altri tempi, peraltro: tempi di un vero Impero anche se infiltrato già allora prima da Disraeli, e poi dalla Dichiarazione con cui James Arthur Balfour prometteva a Lord Rotschild la nascita di un “focolare nazionale ebraico” in terra altrui. Ma oggi, cosa è dell’ Impero britannico e della sua boria di dominatore di popoli e paesi di mezzo mondo? Se si guarda non alla sua isola mondialista, la City, ma al suo Parlamento cosiddetto sovrano, Londra è diventata ormai la capitale dell’Impero delle Banane: come da attacco vincente di Murdoch a Blair quando l’allora premier si dichiarò a favore dell’euro; o come quando lo stesso Blair confessò davanti a una commissione parlamentare di inchiesta di aver deciso di attaccare l’Iraq nel 2003 in una riunione con … ufficiali israeliani!

Ed ecco il secondo motivo dell’abbaglio pro-Assange: per nulla stranamente il nostro eroe ha messo alla berlina – anche con l’uso di pettegolezzi di bassa lega: ma questo è costume noto, vedi i tanti casi italiani – Stati Uniti, Italia, paesi europei vari, Pakistan, Iran-Arabia saudita (obbiettivo zizzania: i risultati li vediamo oggi, in Siria) e insomma tutti i possibili paesi del mondo, tranne Israele.

Perché? Perché - è stata una volta la sua risposta - i grandi mass media non sono interessati a diffonderli (http://mondoweiss.net/2010/12/assange-is-holding-dirt-on-israel-because-western-newspapers-didnt-want-to-publish-it.html). Furbo, questo Assange: si presenta come un critico della nota, evidentissima pressione e infiltrazione lobbistica sui grandi network mediatici internazionali, ma in realtà ne è parte integrante. Li buttasse in rete i 3700 files sulla diplomazia segreta di Israele, e troverebbe decine di migliaia di bloggers e siti in tutto il pianeta che li diffonderebbero. Ma Assange non lo fa, non la ha mai fatto, nemmeno dopo essere stato accusato di favorire Israele grazie a una sua personale “clausola di paese privilegiato” rispetto a tutti gli altri Stati del mondo. Ha intervistato è vero il leader di Hezbollah Nasrallah, ed è finito persino nel mirino dei soliti cacciatori di “antisemiti”, ma dei 3700 files nemmeno l’ombra. Proprio “a causa” delle accuse di antisemitismo, che lo avrebbero costretto alla prudenza? Invero Assange continua a godere di vantaggi mediatici e finanziari e di una struttura redazionale multimemediale, che nessun vero o cosiddetto “antisemita” al mondo si potrebbe mai sognare per più di un mese, prima di venire assediato e schiacciato.

La verità vera in effetti è altra da queste tardive operazioni di maquillage:Assange è uomo dei e non contro i Poteri forti internazionali. Come ha scritto un sito americano a proposito del suo caso, “mentre tutto questo dramma va avanti, dietro le quinte di un Tribunale americano (quello che ha incriminato Assange, ndr), coloro che sono pagati per conoscere i fatti (i magistrati, ndr) stanno apprendendo che Wikileaks non è affatto un amante gay ‘star’ (il riferimento è al suo informatore nel Pentagono, il soldato Bradley Manning, ndr) ma un gruppo di cittadini israeliani, strapagati, straprotetti, che lavorano ai più alti livelli del governo americano: lavorano per lo Stato d’Israele” (http://www.veteranstoday.com/2010/11/30/gordon-duff-selling-wikileaks-selling-hate-for-america/).

Anche il suo difensore Garzon, secondo un articolo del Corriere della sera di una decina di anni fa, riceveva input e informazioni da un associazione di giovani ebrei in Gran Bretagna.

L’affatto strana coppia, quella che chiede solidarietà in nome della libertà di espressione e dei diritti umani, dunque mente: appena nel maggio scorso Baltasar Garzon non ha esitato a consegnare all’Austria Gerd Honsik, accusato di negazionismo e residente da 15 anni in Spagna. Era ed è, questo sì, un vero caso di libertà di espressione violata. Il caso di Julie Assange è di ben altra natura: spionaggio e diffusione di atti segreti di stati sovrani.

Per gli Stati Uniti di Walt e Meirsheimer, a parte la peraltro cruciale rilevanza mediatica dell’operazione, non è una novità: nel 1990 era scoppiato il caso Pollard “ebreo americano, impiegato nei servizi segreti della US Navy, scoperto con le mani nel sacco mentre trafugava e fotocopiava segreti da inviare in Israele” (A. Ferrari, Il Corriere della Sera, 22 giugno 1993); nel 1996 un dossier del Pentagono “metteva in guardia i contraenti contro i tentativi dello spionaggio israeliano di acquisire informazioni riservate utilizzando i ‘legami etnici’, cioè altri ebrei che vivono in America” (Repubblica, 1 febbraio 1996, p. 13). 15 anni dopo il soldato Bradley Manning deve aver perso la memoria di quel dossier, o forse non ne sapeva nulla, o forse ha ceduto alle pulsioni amorose per Julie Assange. Lui in galera, a rischiare la pena capitale; lo stratega di Wikileaks uccel di bosco nell’ambasciata dell’Ecuador, pronto a reclutare altre spie innamorate e farne il delatore a favore di quella giustizia che dice di disprezzare e combattere. E’ il colmo. Ma come si fa a dare, e a chiedere, solidarietà a Assange?

Claudio Moffa


2 GIUGNO 2012

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10 maggio 2012

LA LEZIONE SULLA SHOAH, FASE DUE.
DAVID COLE IN AULA, TUTTI D'ACCORDO. INTERVISTA A ...


www.nocensura.com

LA STAMPA A TERAMO: FIN QUI DUE REAZIONI. VAI ALLA FINE DELLA FINESTRA

... Claudio Moffa

Prof, dopo l’Università ora anche un magistrato dichiara che con la sua lezione sulla shoah lei non negò l’Olocausto ..

Sì, ma c’è una novità, il magistrato descrive brevemente la struttura della lezione e aggiunge che “appare pregevole e metodologicamente ineccepibile”. Non è poco. Si può discettare tra verità storica e verità giudiziaria, ma questa èovviamente più meticolosa di quella. Comunque è vero quello che dici: chi legge e visiona la lezione, cambia parere rispetto al gossip. Chi non si documenta rischia di restare nel pregiudizio.

Ma lei è o no negazionista?

N0. Primo, il termine negazionista è stato inventato dai nemici e negatori della verità storica, più giusto è parlare di revisionisti. Secondo, molti negazionisti-revisionisti dicono cose vere, e comunque pongono questioni serie a cui certo giornalismo e certi storici ortodossi non rispondono mai. Terzo io non intendo il revisionismo come una scelta di bandiera, come delle volte sembra essere per alcuni revisionisti, ma come una potenzialità insita nel mestiere di storico. Scopro nuovi documenti, nuove prove su un determinato evento o fenomeno e dunque correggo e revisiono l’interpretazione precedente. Se no, è ovvio che mi sta bene la versione “ufficiale”. E’ chiaro del resto che la parola “revisionismo” non riguarda solo il nazismo, come si potrebbe dedurre da alcune affermazioni dei revisionisti olocaustici, ma può riguardare qualsiasi spaccato e periodo storico. Infine, io in decenni di attività non mi sono occupato solo di shoah – come ad esempio Graf, Faurisson, Mattogno e altri studiosi – e dunque non sono assolutamente appellabile come negazionista. Il che non vuol dire che i cosiddetti negazionisti non affermino cose giuste, anzi.

Questo metodo lo ha usato anche per la lezione del 24 settembre 2010?

Certo, questo approccio – fondato per me come per tutti gli studiosi, molti revisionisti compresi, sulla separazione tra fatti e opinioni - lo ho applicato anche alla mia lezione del master, nella quale ho contestualizzato il dibattito sulla shoah dentro questioni metodologiche come le fonti orali, o le interferenze della Politica nelle questioni storiche, e ho riportato le opinioni di tutti, anzi soprattutto degli storici cosiddetti sterminazionisti …

E adesso cosa farà?

Quando ho letto il parere del magistrato, che peraltro appartiene a un procedimento nato da una mia querela, avevo già deciso di pubblicare la mia lezione. La copertina è già pronta. Il volumetto – che non riporta solo il testo della mia lezione ma anche altri documenti - lo darò a tutti i giornalisti che ne facciano richiesta, dietro promessa che se lo leggano davvero, e che non attribuiscano a me - come fece il giornale che scatenò la campagna diffamatoria contro la mia lezione e contro l’Ateneo – le tesi di autori di cui citai alcuni passaggi nella lezione del settembre 2010. Qualcosa ho poi fatto già nel mio corso di Storia delle Relazioni Internazionali: l’altroieri ho proiettato in aula la mia lezione demonizzata da Repubblica. Oggi, due ore fa, ho proiettato sempre nell’aula 12 della lezione del Master del settembre 2010, il video di David Cole su Auschwitz. Gli studenti sono rimasti colpiti. Proseguiremo e proseguirò a parlare di queste cose. E comunque tutti – ho fatto un paio di sondaggi anonimi in aula, non firmati – riconoscono che loro hanno il diritto di ascoltare e vedere o rivedere Cole o Moffa o quale che sia autore revionista della Shoah, e io – il docente cioè – di insegnare quello che ho insegnato ieri nella lezione sulla Shoa, e oggi quello che vado proponendo nel mio corso di quest’anno.

Non ha timore di reazioni?

Le reazioni pesano, ma in ultima analisi no, nel 2010 il Centro abruzzese se ne uscì con l’annuncio di una lezione “riparatrice” (sic) contro la mia lezione della collega Pisanty. Ovviamente la collega non venne. Nel 2007 intervenne nientemeno che il Centro Simon Wiesenthal. L’allora rettore chiuse la Facoltà, un errore. Adesso la situazione è diversa. Anche se devo dire che sono stupito dell’accanimento contro di me di alcune testate, e di alcune incredibili sorprese in rete. Scoppia la polemica sul libro di un giovane e prolifico studioso, Andrea Giacobazzi, e qualcuno vuole annotare che tra i suoi "difetti" ci sarebbe quello di aver frequentato il Master Enrico Mattei. Vero. E allora? Ainis, Cardini, Marazzita, Priore, Forleo, Matthiae, Ravasi, Dan Segre, Israel Shamir, Pappé, Amoroso, Sinagra .... Devo continuare con la lista dei docenti? Stanno sul sito. La verità è che il nostro Master dà fastidio, perché dà la parola a tutti, all'insegna di un motto - "liberi di insegnare, liberi di imparare" - che venne adottato fin dal primo anno, quello dell'inaugurazione del corso con Giulio Andreotti.

E la rete?

Bene, sono rimasto metà stupito metà no, di una scoperta recentissima. La mia lezione, "pregevole" "metodologicamente ineccepibile" secondo un magistrato, "assolta" dalla mia Università nonostante l'enorme pressione mediatica nell’ottobre 2010, e comunque problematica, è stata censurata da You Tube. Dove invece circola in libertà - beninteso su questo sono d'accordo - un video dove si passano in rassegna tutti i principali cosiddetti "negazionisti" - Faurisson, Graf, e così via: mancano però curiosamente Garaudy e Irving, forse perché “concorrenti” di Faurisson - e con l'avviso accattivante che vedere quel video vuol dire commettere un reato.

In effetti strano. Ma perché lei è solo per metà stupito?

Perchè questa è la classica "giustizia" e censura privata dei grandi media. Discriminano, diffamano e fanno quel che gli pare. Il problema è che la mia lezione si è svolta dentro una istituzione, dentro una Università. Ed è assai più problematica del video visibile su You Tube. Forse faccio più paura io che i veri (cosiddetti) negazionisti che dicono sempre le stesse cose. Dietro poi c’è un terzo fondamentale motivo di tutti questi attacchi: i magistrati che non intervengono.

Ma come, e il PM di Pescara?

Certo, ma a parte che il procedimento non ha avuto sin qui sbocchi processuali, una rondine non fa primavera. Ne ho viste di tutti i colori in questo tipo di vicende. Cito a raffica e a memoria. Un GIP di Roma che allusivamente minacciato da richiami al caso Priebke dai due indagati, anziché reagire dignitosamente al ricatto, e comunque prendere atto della lapalissiana diffamazione, aggredisce il mio avvocato in aula, mi tacita e svicola dal quid principale della denuncia con una battuta peraltro cretina. Un blog anonimo (per me, non per la polizia postale) che dice che io e un PM di Roma siamo in combutta criminale niente meno che con la comunità ebraica, che provoca la mia querela. Non ne so più nulla. Da notare che qualche giorno dopo la sortita di quel blog, come sa il mio avvocato di Roma, ho perso una causa già vinta con il giudice Ebner, e un round ad Avezzano importante, dove un PM chiede il rinvio a giudizio mio, anziché dell’accusato che mi aveva diffamato. E poi uno dei giudici più stimati di Roma, che dice a un mio collega: sono imbarazzato per il prof. Moffa. Ha ragione a esser imbarazzato, quel giudice aveva accettato come valida una deposizione nonostante la dichiarazione del teste in apertura di testimonianza, che il necessario capitolo di prova non era più quello dichiarato … E poi una Camera di Consiglio anticipata a Teramo, sulla prima e unica notifica (bastava ristamparla corretta) e con uno sgorbietto che sarebbe stata una firma. E poi un PM di Roma alle prese con una banda di picchiatori sedicenti anarchici che legge la mia querela, riconosce ictu oculi il reato, scrive alla Polizia postale per individuare i responsabili del minaccioso web, riceve indietro ben due indirizzi, un CCP, alcuni nomi e cognomi e improvvisamente scopre che la competenza non è sua, ma di Teramo, altro porto delle nebbie, traghettatrice il PM di cui sopra, quella dello sgorbietto. (E poi un mascalzone in rete – tal radisol – che mi diffama su come donchisciotte dicendo che io avrei fondato e diretto il circolo Pietro Secchia, aggiungendo; quello rimasto coinvolto nell'omicidio D'Antoa. Faccio l’esposto e non so più nulla. Questa gente è protetta, come quella che assali’ il giudice del processo Priebke per fargli cambiare sentenza … Inaudito, certi magistrati fanno i ribelli col parlamento sovrano e non osano scrollarsi di dosso lo stato di servitu’ rispetto ai veri poteri forti del nostro paese – aggiunta ex post)

Basta così, ho capito …

Ha ragione, gli esempi potrebbero continuare per un’altra oretta, un Presidente di sezione TAR compreso. Aggiungo solo i trucchetti di certi PM: chiedono l’archiviazione senza vero motivo? E allora ti spediscono la notifica sotto Natale o sotto Pasqua, magari scrivendo denuncia contro ignoti o contro persona da identificare, nonostante tu abbia indicato nomi e cognomi, o il direttore del giornale …E quel tribunale del lavoro a Teramo, i giudici in questo caso: quattro anni, tre udienze, cambio giudice (altro trucco, lo si usa anche con i PM) e oplà ricominci da capo, la competenza è del TAR, dove trovi un altro farabutto … Mi fermo qui, ma con una annotazione importante: l’assedio non è solo mediatico, è anche economico … ma voi lo sapete meglio di me. Ne parlerò se volete un’altra volta.

LA STAMPA A TERAMO. 1) La professionalità e l'onestà de La Città di Antonio D'Amore

Leggi l'articolo cliccando sull'immagine

LA STAMPA A TERAMO. 2) La notizia non c'e'

 

IL FALSO DI REPUBBLICA, FIN DAL PRIMO RIGO

ED ECCO COSA HA LETTO IN AULA IL DOCENTE



5 maggio 2012

COMMISSARIATA LA TERCAS DI TERAMO SU PROVVEDIMENTO DELLA PROCURA DI ROMA

 

Il PRECEDENTE. Page 6 - ladomenicadabruzzo_28072011_2

Bocche cucite e tradizionale sobrietà proprie del gruppo dirigente di Banca Tercas. Ma lo stile, assai apprezzabile, non riesce a nascondere la preoccupazione per il “buco” alla filiale Eur di Roma, “buco” che si aggira intorno ai 50 milioni di euro. La storia nasce dal fallimento della Dimafin di Raffaele Di Mario, immobiliarista molisano e fra i re del mattone a Roma. In contemporanea c’è stato l’arresto di Vittorio Casale, immobiliarista bolognese e anche lui cliente romano, legato Giovanni Consorte e collocato (arbitrariamente?) nella galassia dalemiana.
Nella sede di corso San Giorgio, sede della presidenza e della direzione generale di Tercas, studiano le contromisure alla temporale che si è abbattuto sulla banca. (...) Le carte con i bolli sono in mano alla Guardia di finanza di Roma, che le sta vagliando per conto della Procura della Repubblica. (...)

OGGI. Tra i tanti media nazionali e locali, Abruzzo24ore


LA PROCURA DI ROMA SI E' MOSSA. COME SEMPRE QUELLA DI TERAMO ASPETTA (vedi qui sotto). I due fatti sono di dimensioni diverse, ma le irregolarità di cui al caso denunciato qui sotto ci sono: diffamazione, abuso di ufficio, e anche violazione della legge sulla trasparenza?

Dal quotidiano La Città, novembre 2001. La mia lettera aperta al rettore pubblicata da La città di D'Amore, sulle irregolarità incredibili della ricerca Tercas-Unite: 21 commissioni di valutatori "scelti" dalla Tercas e - secondo regolamento - da Pisante (Unite) e dal rappresentante MIUR, per 23 progetti. Quasi tutte le commissioni hanno valutato UN SOLO progetto!!! E poi hanno montato una graduatoria e l'hanno pubblicata!! E i valutatori rimangono anonimi anche a gara conclusa, contro la legge sulla trasparenza!!!
Ma il Preside Del Colle non ha assunto la questione come grave, e anzi ha nei fatti ignorato un mio intervento in Facoltà che denunciava la certa inapplicabilità del modello Prin (ricerche nazionali i cui fondi di finanziamento sono divisi secondo SSD-settori scientifici nazionali) a livello microlocale (a livello nazionale, le commissioni costruite in base agli SSD ricevono ciascuna decine se non centinaia di progetti; a livello locale ci sono moltissimi casi di settori disciplinari ricoperti da un solo docente e ricercatore, il fondo è unico, e dunque la gara è truccata). Così le modalità della prossima gara saranno le stesse, e magari si "sceglieranno" i valutatori di nuovo, anziché sorteggiarli come corretto ..
.





SINISTRA E DESTRA DI FRONTE AI POTERI BANCARI LOCALI: ACERBO (PRC) e MELILLA (PD) si indignano per il commissariamento Tercas, e attaccano "le classi dirigenti regionali" (centrodestra), che peraltro assumono almeno ufficialmente la stessa posizione

( ...) «Il commissariamento è di una gravità inaudita», commenta invece il consigliere regionale di Rifondazione Comunista Maurizio Acerbo. «Ricordo che la Tercas tra l'altro detiene il 95% della Caripe che di fatto è quindi essa stessa commissariata. Considerato che la Bper ha assorbito la Carispaq e la Bls, non garantendone per ora l'autonomia, possiamo dire che l'Abruzzo è ormai senza un sistema bancario locale proprio nel momento in cui le imprese artigiane denunciano il credit crunch e la nostra economia avrebbe bisogno di ossigeno creditizio per contenere gli effetti della crisi».
«Tutto questo», sostiene Acerbo, «ci dà il senso della pochezza delle classi dirigenti regionali e non intendo soltanto quelle che rivestono ruoli politico-istituzionali».
«Questo commissariamento è una ulteriore pagina negativa della storia delle classi dirigenti della Regione Abruzzo», commenta Gianni Melilla, coordinatore regionale Sel Abruzzo. «Non conosciamo le motivazioni tecniche che hanno spinto la Banca d'Italia ad una iniziativa così clamorosa, ma riconoscendo la sua serietà e professionalità non possiamo non essere preoccupati . Si tratta comunque di un epilogo grave che avrà conseguenze negative per le famiglie, per le imprese, per il risparmio e gli investimenti abruzzesi».
Per Melilla, inoltre, «quando si doveva avere il coraggio di unire le 4 casse di risparmio della nostra Regione, i banchieri abruzzesi pensarono più alle loro poltrone che alla società e all'economia abruzzese. Nei fatti l'Abruzzo vede a pezzi il suo sistema bancario locale». (DA ABRUZZO24ORE)

 

INFINE LE CANAGALIE DI GOOGLE-NEWS: IL CASO TERCAS E' IN PRATICA OCCULTATO, UNA SOLA STRISCIA PER UN AFFAIRE DI PORTATA PIU' CHE REGIONALE. NON C'E' DUBBIO, I PROTAGONISTI DELLA VICENDA DELLA PIU' IMPORTANTE BANCA ABRUZZESE NON SONO "NEGAZIONISTI" ...

 


10 aprile 2012

NEL SEGRETO DI PIAZZA FONTANA
C'E' ANCHE IL MOSSAD:
UN LIBRO INCHIESTA APRE NUOVI
E ALLO STESSO TEMPO "VECCHI" SCENARI

di Claudio Moffa

 

Chi ha voluto e fatto la strage di Piazza Fontana? Dopo quasi mezzo secolo di inchieste giudiziarie fallimentari, Il segreto di Piazza Fontana di Paolo Cucchiarelli (1) – alla cui decennale inchiesta giornalistica ha attinto Marco Tullio Giordana per il film proiettato in queste settimane in tutte le

Il caso OAS: clicca sull'immagine per leggere l'originale

principali sale cinematografiche italiane – offre un nuovo scenario, già emerso nell’inverno 1969-70, presto dimenticato e oggi messo a disposizione dei lettori pronti a leggere le 687 pagine del volume. Uno scenario molto utile a rispondere all’interrogativo, e la cui parte tecnica può essere così riassunta: non una, ma due furono le borse depositate sotto il tavolo della Banca Nazionale dell’Agricoltura, la prima per volontà “anarchica” (virgolette necessarie, perché dietro l’A cerchiata c’erano altri e opposti soggetti) a basso potenziale, destinata ad esplodere a sportelli bancari chiusi, e finalizzata dunque all’ennesimo attentato dimostrativo di quei mesi. La seconda per decisione “fascista” (di nuovo, virgolette necessarie, per consimile ma non analogo motivo) con finalità stragiste, di una potenza tale da fare un buco nel pavimento e da compiere la strage che fu. Strage assolutamente pianificata e voluta, perché l’esplosione era stata predisposta in orario di apertura della filiale, con la sala piena di gente, in tempo utile solo per permettere a chi aveva piazzato l’ordigno di allontanarsi senza pericolo.

Questo è lo scenario tecnico: ma al di là della manovalanza, chi ha pianificato e voluto la strage? Chi sono i mandanti?

Cominciamo dall’input che mi ha spinto a leggere Cucchiarelli. Prima vedo il film e ascolto una dichiarazione e una frase: la dichiarazione disegna uno scenario politico ben più ampio della coppia operativa anarchici-fascisti, vi si parla di NATO e di settori dei Servizi segreti. La frase detta non ricordo da chi, recita che il timer della bomba "anarchica" era di modello analogo a quelli usati in Israele.
Leggo poi, uno o due giorni dopo, due articoli sul film, su Repubblica e su il Giornale: in entrambi si riduce la doppia pista alla solita coppia antitetica-convergente anarco-fascista: la novità dell’inchiesta avrebbe riguardato insomma solo l’aspetto tecnico dei due ordigni, non la matrice ultima dell’attentato del 12 dicembre, il retroterra internazionale. Ma uno dei due giornalisti, Mario Cervi, ammette onestamente di aver letto solo il riassunto del libro di Cucchiarelli. Un riassunto che, volutamente o no, era nei fatti la “traduzione” censoria della verità vera del film, e probabilmente del libro. Come stanno veramente le cose?
Dunque compro, apro e leggo il Segreto di Piazza Fontana: a pagina 40, una scheda su Ordine Nuovo ricorda i legami di questo gruppo fascista scioltosi alla vigilia della strage del 12 dicembre, con l’agenzia portoghese Aginter Press di Guerin Serac e con l’OAS, di cui ON copia la struttura “a nido d’ape”.

A pagina 270 si parla di un incontro a casa Pinelli – personaggio limpido in tutta la vicenda, come il commissario Calabresi – di “anarchici” quali Sottosanti (il sosia di Valpreda) e tra gli altri, Gianfranco Bertoli. Due figure ben diverse da Pino Pinelli, il primo fascista, il secondo così descritto da Cucchiarelli: “Bertoli era un anarchico particolare, in realtà manipolato da Ordine Nuovo. Gli anarchici Umberto Del Grande, Aldo Bonomi e Amedeo Bertolo nel 1971 volevano farlo fuggire in Svizzera e poi a Londra, ma sarà il Mossad a farlo rifugiare in Israele. Dietro gli ordinovisti del Veneto, infatti, spunta il servizio israeliano, che poi farà rientrare Bertoli in tempo per essere agganciato dai fascisti e arruolato per fare una strage ‘anarchico-individualista’: nel maggio 1973, un anno esatto dopo la morte del commissario ‘che aveva ucciso Pinelli’, sarà Bertoli a eseguire la strage finto-anarchica alla Questura di Milano”.

A pagina 423 c’è la risposta dell’ordinovista Carlo Maria Maggi al suo camerata Carlo Digilio,che gli aveva chiesto “conto della strage”. “Digilio si sentì rispondere che non ci dovevano essere critiche: ‘I fatti del 12 dicembre erano solo la conclusione di quella che era stata la nostra strategia maturata nel corso di anni e c’era una mente organizzativa al di sopra della nostra che aveva voluto questa strategia’ ”.

A pagina 470, è riportato un giudizio dell’ordinovista Vincenzo Vinciguerra, che, con riferimento agli scenari anche internazionali dell’epoca, “invita a considerare un preciso triangolo: Grecia-Italia-Israele. Perché ‘il golpe di Atene (è Vinciguerra a parlare, ndr) e quello tentato a Roma possono essere interpretati non solo in chiave anticomunista ma anche pro-Israele …”.

A pagina 640 c’è la testimonianza di “Mister X” che “oggi è un tranquillo signore, ma nel 1969 era un fascista operativo, uno che sapeva e che agiva”, incontrato più volte negli ultimi anni” dall’autore del libro. “Non dobbiamo dimenticare il ruolo dei servizi segreti israeliani. Tedeschi, il Direttore de il Borghese, aveva contatti con l’Irgun. Giravano dei soldi. L’Irgun era di casa a il Borghese. A Roma finanziava il Soccorso tricolore. Ufficialmente erano soldi che provenivano da sottoscrizioni personali, ma non era così …”.

Ci fermiamo qui. Quanto accennato onestamente dal film, e quanto citato onestamente da Cucchiarelli, è un classico che si ritrova in ogni tappa della strategia della tensione degli anni Settanta, e che anzi ha un precedente significativo nell’attentato a Mattei. L’ultima battaglia di Mattei fu – come carte cantano – contro Israele: verità quasi banale, se si pensa alla strategia dell’ENI di collaborazione attiva con i paesi produttori di petrolio del Medio Oriente (tutti arabi, a parte l’Iran: non invece Israele, comunque privo di petrolio) comprese le sue punte più antisioniste e radicali come l’Egitto di Nasser e l’FLN algerino (2).

Ma continuiamo con la strategia della tensione: interferenze e presenze israeliane erano già emerse nell’attentato di Bertoli del 1973, nel caso Argo 16 indagato dal giudice Mastelloni, nell’attentato di Bologna (dichiarazioni di Carlos), in quello di Ustica (il quinto scenario di Gatti, e forse l’inchiesta di Purgatori), e soprattutto nel caso Moro, come esternato ripetutamente – con decine e decine di articoli su tutta la stampa italiana – nel 1999 dall’allora Presidente della Commissioni antistragi Giovanni Pellegrino, prima che il parlamentare venisse messo a tacere dal fuoco incrociato di Galli della Loggia e Giuliano Ferrara. Ora c’è anche la nuova lettura dell’attentato del 12 dicembre, la “grande madre” di tutte le stragi e vittime successive. Notizie di una pista Mossad erano già circolate all’epoca in Europa: ma Cucchiarelli fa di più, elenca fatti, propone fonti attendibili, riporta dichiarazioni precise e convergenti sulla presenza del servizio israeliano nella trama stragista.

Tutto questo poteva essere scoperto molto tempo fa. Perché allora il silenzio, perché un silenzio così lungo? In prima battuta la risposta è semplice: per la destra prendersela con gli anarchici è un gioco da ragazzi; per la sinistra, additare i fascisti è altrettanto semplice e proficuo. Nessuna delle due componenti – meno gli spesso ingenui anarchici, più i loro nemici-amici – facevano effettivamente paura. Sono i poteri forti che facevano e fanno paura: in particolare Israele il cui nome è, per i timorati e gli intimoriti, come quello di Dio. Anzi più di quello di Dio, perché non lo si può nominare non solo “invano” ma neanche a ragione e argomentatamente. Pena la doppia accusa di antisemitismo e di complottismo.

Oltre questa banale considerazione c’è poi un discorso più articolato, che Cucchiarelli affronta a fine libro: i giornalisti, i politici e i magistrati sono i principali responsabili dell’omertà diffusa su questo tabù storico, fattispecie particolare del più generale fenomeno dell’occultamento della storia (3).

Per quel che riguarda i giornalisti, bisogna dire che anche il libro di Cucchiarelli – dentro una struttura come già detto onesta, che nulla ha a che vedere con l’ingenuità semplicistica di certe analisi o il ciarpame di certi libri costruiti appositamente per depistare – induce, in alcuni suoi giudizi di sintesi, a qualche perplessità: laddove ad esempio disegnando le due cordate della strategia nascosta dietro la strage da lui individuate (p. 423) – la prima “ispirata a De Gaulle, puntava alla proclamazione dello stato d’emergenza, all’unione delle forze anticomuniste e a profonde revisioni costituzionali”, la seconda “prettamente fascista, guardava alla Grecia, ai carri armati nelle strade, al golpe militare”- dopo averne elencato i referenti nazionali (da un lato MSI, PSDI, e piccole parti del PSI e della DC; dall’altra ancora alcuni settori DC, Avanguardia Nazionale e Ordine Nuovo) riduce lo “scenario internazionale in cui gli avvenimenti italiani si inserivano” a una “Operazione Chaos promossa dagli USA a partire dal 1966-67”. E Israele?

In effetti l’affermazione è riduttiva, e non solo perché l’anticomunismo di De Gaulle non impediva l' opzione del generale per una “Europa dall’Atlantico agli Urali”, ma anche perché essa confligge con le stesse unità di notizia sul ruolo israeliano che l’autore fedelmente riferisce in altre pagine del suo lavoro, unità di notizia che nel giudizio di sintesi dovrebbero essere incluse in una delle due (o tutte e due le) cordate citate.

Le perplessità d’altro canto potrebbero richiamare una carenza di conoscenza e diffusione non dico delle specifiche analisi, ma delle ipotesi circolate su altri attentati e attività eversive extranazionali dell’epoca, ipotesi che vanno esattamente nella stessa direzione “revisionista” del lavoro di Cucchiarelli.

Due esempi al proposito: il primo è il dato di fatto che già negli anni Cinquanta e Sessanta gli Stati Uniti erano caratterizzati da quel fenomeno di cui all’analisi recente di Walt e Meisheimer sulla lobby pro israeliana (4): a chi dunque apparteneva veramente, dentro l’Amministrazione e il Congresso, la strategia-operazione del Chaos? Eisenhower aveva bloccato Israele durante la guerra di Suez, costringendo lo Stato ebraico e i suoi alleati anglofrancesi a fare marcia indietro. Nello stesso periodo, anno 1957,il sottosegretario agli esteri italiani Folchi aveva ammonito Mattei a non attaccare pubblicamente lo Stato ebraico per i danni subiti dai pozzi italo-egiziani durante la guerra di Suez, perché una simile sortita avrebbe danneggiato anche i rapporti dell’Italia con gli Stati Uniti, dove Israele – scriveva Folchi - era protetto anche materialmente da “circoli finanziari e politici” presenti nel Congresso (5).

Anche Kennedy, peraltro sensibile alla questione del “signoraggio” – vale a dire dello strapotere della grande finanza (anche) sionista sull’economia e sul mondo politico USA - aveva cercato di arginare Israele su un terreno assai sensibile per Tel Aviv: il presidente USA era in rapporti non ostili ma di dialogo con Nasser, l’Hitler arabo dell’epoca secondo la propaganda sionista, e aveva chiesto all’allora premier Levi Eshkol di poter ispezionare la neonata centrale nucleare di Dimona. Pochi mesi dopo sarebbe stato assassinato. Non è casuale allora la terza ipotesi tra quella (farsesca) del comunista Oswald e quella dei soliti “petrolieri”. Il Mossad, appunto (6). Morto Kennedy, sarebbe diventato presidente il filoisraeliano Johnson, favorevole tra l’altro alla guerra contro il Vietnam: siamo appunto al “1966-67” gli anni dell’ “operazione chaos” ricordati da Cucchiarelli.

Questo per quel che riguarda gli USA. Il secondo esempio riguarda l’OAS, citata ne Il Segreto di Piazza Fontana tra l’altro nella scheda su Ordine Nuovo, il gruppo neofascista a valle manipolatore del losco “anarco-kibbutzista” Bertoli e di Valpreda, e a monte, in buoni rapporti col Mossad e lo Stato d’Israele. Ora, è poco noto ma è certo che anche l’OAS era in ultima analisi legata a Israele e alla causa sionista: l’FLN algerino era in guerra non solo con l’esercito occupante, ma anche con la comunità ebraica della colonia francese, antiindependentista, e che appunto – come riferito tra gli altri dal Corriere della Sera del 1962 – era schierata con Parigi e – vedi stampa ebraica italiana dello stesso periodo (7) – era difesa da Israele. Il capo dell’OAS, Jacques Soustelle, si sarebbe rivelato dopo la fine della guerra d’Algeria un filoisraeliano convinto (8) .

Ora, se non si assumono questi ed altri dati, se non li si ripescano nella memoria perduta e occultata della storia dell’OAS, si perdono alcune coincidenze e il quadro d’assieme che potrebbero altrimenti condurre alla “centralità” istraeliana o israelo-americana della strage di Piazza Fontana. La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo – grande capolavoro, ma venato da un certo “buonismo” terzomondista che celava di fatto lo scontro tra FLN e ebrei algerini – non aiuta in questo senso. Come sempre, fare emergere dentro la verità storica generale, quella specifica dell’eventuale ruolo dello Stato ebraico e delle sue specifiche strategie di sopravvivenza-difesa, è operazione difficile.

Ma, ripeto, si legga l’OAS come organicamente coerente alla strategia antiaraba israeliana, e allora tutto quadra ancor di più nei tasselli messi assieme da Cucchiarelli, che peraltro riporta nel libro – come già detto - il commento di Vincenzo Vinciguerra su una valenza anche proisraeliana, e non solo anticomunista, del golpe dei colonnelli in Grecia. E ricorda ancora - l’ordinovista di Udine che ebbe a tacitare Carlo Digilio sul “perché” la strage - come il nemico di Kissinger Moro era anche lui nel mirino del terrorismo israelo-neofascista dei primi anni Settanta, fin dai tempi dell’attentato alla Questura di Milano del 73.

Certo, a questo punto potrebbe sembrare assurdo che Israele usi e sostenga sia i neonazisti di Ordine Nuovo sia le BR comuniste di Moretti, o che un servizio segreto come il Mossad abbia potuto lasciare traccia di sé con la storia dei timers usati in Israele.

Ma entrambe le perplessità sfumano di fronte a due connesse considerazioni: la prima è che quel che ha sempre interessato allo Stato ebraico – come dimostra tutta la sua storia – è il caos tra le “nazioni gentili” e nelle “nazioni gentili” da sottomettere ai suoi disegni; la seconda la prendo da Eric Salerno, Mossad base Italia: "E' consuetudine del Mossad lasciare un'ombra di mistero intorno a tutte le operazioni che gli vengono attribuite. Non conferma né smentisce” (9).

Questo per quel che riguarda i giornalisti. Quanto alle altre due categorie coinvolte nel processo omertoso di occultamento della verità storica, Cucchiarelli cita una frase di Pasolini: “L’inchiesta sul golpe (Tamburino, Vitalone …) l’inchiesta sulla morte di Pinelli, il processo Valpreda, il processo Freda e Ventura, o vari processi contro i delitti nei-fascisti … Perché non va avanti niente? Perché tutto è immobile come in un cimitero? E’ spaventosamente chiaro. Perché tutte queste inchieste e questi processi, una volta condotti a termine, ad altro non porterebbero che al Processo di cui parlo io. Dunque, al centro e al fondo di tutto, c’è il problema dlela magistratura e delle sue scelte politiche. Ma mentre contro tutti gli uomini politici tutti noi ( …) abbiamo il coraggio di parlare, perché in fondo gli uomini politici sono cinici, disponibili, pazienti, furbi, grandi incassatori, e conoscono un sia pur grossolano fair play, a proposito dei magistrati tutti stanno zitti, civicamente e seriamente zitti. Perché? Ecco l’ultima atrocità da dire: perché abbiamo paura”.

Cucchiarelli ha quasi completamente ragione a citare questo passo: quasi perché in effetti proprio la strategia della tensione dimostra come spesso quella che appare come la verità vera da sostituire alle tesi ufficiali, è a sua volta complessa e ostacolo per raggiungere uno scenario veramente esaustivo, comprensivo delle proiezioni o origini internazionali della strage di turno. Non è sempre responsabilità dei neofascisti.

Ha comunque del tutto ragione per quel che riguarda i magistrati: quante inchieste su oscuri o intuibili intrecci tra sigle estremiste di destra e di sinistra e Israele o il sionismo, sono state portate a termine dai magistrati italiani? Piazza Fontana, Bertoli, Argo 16, Piazza Bologna, Moro, Ustica, a cui aggiungere forse Piazza della Loggia e Mattei … Nessuna. I politici farebbero bene a parlare, parlare, parlare, come a tratti facevano ai tempi di Tangentopoli (persino Mancino fece un accenno alla “lobby ebraica”, poi venne criticato duramente dalla comunità romana e finì per partorire l’ambigua legge che porta il suo nome), e come ha fatto in Inghilterra Tony Blair, quando ha confessato candidamente, a occupazione britannica conclusa, che l’adesione di Londra alla guerra contro Saddam era stata co-decisa assieme a ufficiali israeliani. Incredibile per un discendente del glorioso Impero britannico! (10)

I magistrati dovrebbero riflettere sulla loro contraddizione: se sia coerente la loro ribellione al Parlamento sovrano, depositario per norma costituzionale e per elezione di Popolo del potere legislativo che solo ad esso compete, con la loro subalternità di fatto nei confronti di chi arrogantemente tratta l’Italia come una sua colonia, quei Poteri occulti più o meno “forti” che spetta appunto alla autorità giudiziaria smascherare e punire. Ci vorrebbe uno sforzo comune o convergente - magistrati, politici e giornalisti - di cui però non si vedono adesso segnali: è augurabile che i frutti della decennale ricerca di Cucchiarelli abbiano un seguito in questo senso.

NOTE

1) Paolo Cucchiarelli, Il segreto di Piazza Fontana, Ponte delle Grazie, Firenze, 2012

2) Cfr. i documenti nel saggio Claudio Moffa, Dalla guerra di Suez all’attentato di Bascapé: l’ombra di Israele sul “caso Mattei”, in AA.VV, Enrico Mattei. Il coraggio e la storia, a cura di Claudio Moffa, Roma 2007.

3) www.claudiomoffa.it, “L’occultamento della storia”, 25 luglio 2011.

4) John Mearsheimer and Stephen Walt, La Israel Lobby e la politica estera americana, Mondadori, Milano 2007.

5) Claudio Moffa, Dalla guerra di Suez all’attentato di Bascapé, cit.

6) Michael Collins Piper, Final judgment: The missing link in the JFK assassination conspiracy, (Paperback).In rete (http://www.metaforum.it/archivio/2009/showthread920d.html?t=6178) si trova notizia anche di una intervista a Mordechay Vanunu citata da Aaron Klein nel WorldNetDaily.com del 25 luglio 2004. Vi si legge che “il giornale Al-Hayat, che ha sede a Londra, ha pubblicato ieri (il 24-7, n.d.t.) un'intervista, dichiarando che e' la prima rilasciata da Vanunu, e nella quale il fisico israeliano afferma che secondo "certe indicazioni vicine", Kennedy e' stato assassinato a seguito della "pressione che aveva esercitato sul capo del governo israeliano, David Ben-Gurion, per fare luce sul reattore nucleare di Dimona." "Noi non sappiamo quale irresponsabile Primo Ministro israeliano assumera' l'incarico e decidera' di fare uso delle armi nucleari nelle battaglie con gli altri stati Arabi confinanti," cosi' viene riportato quello che Vanunu ha detto. "Quanto e' gia' stato rivelato sulle armi di cui Israelee' in possesso puo' distruggere la regione e uccidere milioni di persone."

7) “La dolorosa situazione degli Ebrei algerini”, in Israel, settimanale ebraico, anno XLVII, 27, 25 gennaio 1962, p. 1. Vi si cita la corrispondenza di Egisto Corradi sul Corriere della Sera del 18 gennaio precedente. Brani e commenti nel mio “Il caso Mattei e il conflitto arabo-israeliano”,Eurasia, 4, 2007, pp. 255-269

8) Jacques Soustelle, antifascista collaboratore di De Gaulle durante la Resistenza, ruppe col generale sulla questione algerina - era contrario all’abbandono della colonia - aderendo all’OAS nel 1960. In esilio nel 1962, tornò in Francia nel 1968. Espresse le sue posizioni su Israele nel suo La longue marche d’Israel, 1968. Fu presidente dell’Associazione Francia-Israele.

9) Eric Salerno, Mossad, base Italia. Le azioni, gli intrighi, le verità nascoste , Il Saggiatore, Milano 2010 p. 162.

10) www.claudiomoffa.it, 25 febbraio 2010, Tony Blair, l’ascari di Israele


18 marzo 2012

BOLOGNA 17 MARZO: IL CONVEGNO
SU ENRICO MATTEI DI EUR-EKA

Se si fosse abbassata la testa, sarebbe stato un ritorno al passato, quando bastava - appena qualche anno fa - che qualcuno di estrema destra (foibe, convegno nelle Marche promosso da un gruppo di area PRC, proibito per l' "indignazione" di un esponente locale di AN) o quasi sempre di estrema sinistra protestasse perché le autorità di polizia e le prefetture vietassero l'iniziativa contestata, anziché opporre un saldo muro difensivo contro le proteste dei facinorosi. Invece a Bologna, come già a Reggio Emilia lo scorso anno e altrove, le minacce dei soliti, cosiddetti "antifascisti", non hanno impedito lo svolgimento del convegno promosso dall'Associazione Eur-Eka su Enrico Mattei a 60 anni dalla sua morte, l'attentato di Bascapé del 27 ottobre 1962.

E' andato tutto bene: una cinquantina di persone di diversa estrazione politica a seguire i filmati e gli interventi, nessuna contestazione nemmeno tra le domande a fine relazione (anzi). Unico vero difetto - oltre all'assenza del collega e amico Nico Perrone, costretto a letto dalla febbre - il powerpoint che non ha funzionato, e a cui cerco adesso di supplire ricaricando qui in prima schermata, i documenti sul "fattore Israele" nella vicenda e nella morte di Mattei.

"Ultima di Moffa"? come titola oggi Repubblica.it in prima schermata, a sintesi un po' forzata del mio intervento? Ma no, i documenti e le carte su cui ho argomentato per sostenere, come ho detto esplicitamente, l'ipotesi Mossad per la morte di Mattei, e la centralità comunque del conflitto arabo-israeliano nella vicenda entusiasmante del fondatore dell'ENI, risalgono addirittura a un convegno del Master Enrico Mattei anno 2006, e sono stati pubblicati sia su Eurasia sia su un libro, Enrico Mattei, il coraggio e la Storia, presentato all'ISIAO di Roma (partecipanti tra gli altri Giulio Andreotti e l'ambasciatore Antonio Napolitano) nel dicembre 2007.

Perché l'errore di Repubblica.it? A parte la solita maliziosità di appiopparmi il titolo di "negazionista" come se io avessi passato e passassi la mia vita professionale a occuparmi solo e sempre della Shoah, la svista è un fatto normale: perché il problema del silenzio attorno al mio libro e ai miei saggi - segnalati a suo tempo alle pagine culturali de Corriere della sera e de la Stampa, quotidiani cui peraltro avevo sia pure occasionalmente collaborato - rientra nel grande fenomeno dell'occultamento della Storia. Sic. Non perché ne ho scritto io, ovviamente, ma perché quando si parla di determinati Poteri forti, che si tratti di Israele e di sionismo, o di Banche, o di certi attentati terroristici, la censura cala inesorabile, e tutti fanno finta di non vedere. E chi avendo "visto", ne parla, diventa subito o "negazionista" o "complottista", confuso col vero ciarpame neonazista (che è altra cosa della lettura storica del nazismo) e con il vero complottismo maniacale. Eppure carta canta, i documenti dell'archivio dell'ENI di Pomezia sono oggettivamente importanti. Eccoli qui sotto, nel Re-Post, assieme a un mio articolo sull'occultamento appunto della storia che risale all'attentato di Oslo.

BOLOGNA, CONVEGNO DI EUR-EKA SU MATTEI - I VIDEO E LA RASSEGNA STAMPA
   
    http://www.repubblica.it/

 

Re-Post
Ecco i documenti su Mattei e il fattore Israele

2 maggio 2009

C'è un rischio historically correct?

ENRICO MATTEI: MODERNIZZATORE,
MA NON SOLO


Mattei fu un grande modernizzatore, era a favore delle grandi opere e con la metanizzazione dell'economia italiana gettò le basi del boom economico degli anni Sessanta. Ma non fu solo questo: come ex partigiano fu attivamente contrario ad ogni forma di colonialismo, politico ed economico, fino a sostenere la guerra di liberazione algerina e ad essere stretto alleato di Nasser, il "nuovo Hitler" egiziano secondo la becera propaganda pro-israeliana dell'epoca. La sua ultima battaglia fu contro Israele e Eugenio Cefis, che attraverso l'ANIC aveva intessuto rapporti commerciali con Tel Aviv mettendo a repentaglio l'intersa strategia dell'ENI.

La storia non si fa con i se, ma non c'è alcun dubbio che oggi il filoarabo Mattei inorridirebbe di fronte alle guerre criminali contro l'Iraq, il Libano, la Palestina, l'Afghanistan, il Sudan e un domani forse l'Iran. Non c'è alcun dubbio che difenderebbe il sacrosanto diritto di Ahmedinejad a sviluppare il progetto nucleare iraniano, e di Hamas a essere riconosciuto come legittimo rappresentante del popolo palestinese. Non c'è alcun dubbio che Mattei si batterebbe per la creazione di uno stato palestinese indipendente.

Ma gli aspetti politicamente più significativi di Mattei rischiano di non essere ricordati oggi da una storia "ufficiale" che è sempre, purtroppo, condizionata dalle pressioni politiche contingenti: troverete dunque qui e là, un po' di modernizzazione (utile a ricordarsi, a proposito dell'estremismo ambientalista) e di ideologia produttivista (idem, contro l'immoralità del capitale finanziario che ha scatenato la crisi mondiale), un po' di antiamericanismo che fa tanto "sinistra rivoluzionaria", un po' della solita P2 che è come il prezzemolo buono per tutti i piatti delle polemiche della sinistra contro la destra. Ma sarà difficile trovare - tranne piacevole smentita - qualcuno che spieghi e ragioni su queste parole di Mattei scritte un mese prima di espellere Cefis dall'ENI e 10 mesi prima di essere assassinato: "L'E.N.I non tratta e non intende trattare in alcun modo con Israele" (13 dicembre 1961: vedi la lettera pubblicata più in basso).

RAI-News 24
5 maggio 2006



Enrico Mattei:
l'Italia del petrolio

In studio
Claudio Moffa
dire
ttore del
Master "Enrico Mattei" in Medio Oriente
,
Università di Teramo

Conduce Carlo De Blasio

PLAY

Nel video sono inclusi:
L’aneddoto del gattino raccontato da Mattei
alla TV italiana (1962)
Intervista a Ettore Bernabei (Pino Finocchiaro)
Intervista Emanuele Macaluso (Pino Finocchiaro)
Il viaggio di Gronchi e Mattei in Iran (1957)
Il mondo dell’epoca: 1961, Gagarin nello spazio
(filmato RAI).


Claudio Moffa

 

L'attualità di Mattei

Testo scritto in occasione dell'inaugurazione
del Master Enrico Mattei in Vicino e Medio Oriente

27 ottobre 2008



1962 - Mattei visita la centrale nucleare di Latina:
mezzo secolo fa aveva intuito i problemi di cui si discite oggi

clicca sul titolo

 


Claudio Moffa

Il “caso Mattei” e il conflitto arabo-israeliano (1961-1962)


clicca sul titolo e sull'icona



25 aprile:
Enrico Mattei, 50 anni fa

Nel segno della Resistenza ...


Mattei, Longo, Cadorna, Parri, Pertini,
Lombardi, Solari, La Malfa


...una politica di amicizia e collaborazione con tutto il mondo arabo


Mattei e Nasser (1961)


Mattei e il re del Marocco (1958)


La straordinaria vicenda Mattei fra oblio e occultamento

Auditorium della
Associazione Nazionale Partigiani Cristiani
27 ottobre 2008

On. Gerardo Agostini
Presidente Associazioni
Naz. Partigiani Cristiani
I miei anni
Enrico Mattei

Pubblico Ministero
Vincenzo Calia
Procura di Pavia
L'inchiesta giudiziaria
sul "caso Mattei"
Prof. Claudio Moffa
Università di Teramo
Dimenticare Mattei:
chi, cosa, perché
Prof. Nico Perrone
Università di Bari
L'imbarazzante
delitto Mattei

Vai al sito www.mastermatteimedioriente.it


 

25 aprile 2009

25 APRILE: ENRICO MATTEI,
50 ANNI FA


 

Mezzo secolo fa, in un mondo e un'Italia diversissimi da quelli di oggi e veramente spaccati in due, in Enrico Mattei c'era già tutto quel di cui si va discutendo – fra revisionismi e contrasti - in questa ricorrenza del 25 aprile 2009: era stato dirigente del CLNAI, ma fu subito pronto a difendere la sopravvivenza dell'AGIP fascista e a collaborare con le maestranze ex repubblichine; stava con i governi centristi, ma non esitò a sostenere nel ‘58 il milazzismo fascio-comunista in Sicilia; fu filo atlantico ma siglò il primo contratto rivoluzionario con l'URSS dopo essersi battuto come un leone per difendere il petrolio e il metano della valle padana dalle compagnie angloamericane.

Tutto questo non era frutto né di stravaganze né di equilibrismi tattici, ma di una spregiudicatezza geniale volta alla costruzione di una politica di sviluppo nazionale attenta allo stesso tempo ai diritti delle classi lavoratrici. Mattei era datore di lavoro, ma illuminato e generoso come pochi; era manager, ma veniva dal popolo; credeva nel mercato, ma fu difensore strenuo dell'industria di stato nei settori chiave dell'economia; aveva conosciuto la povertà dell'Italia contadina, e divenne modernizzatore e nuclearista convinto; maneggiava miliardi ma per produrre ricchezza materiale e non per speculare come un parassita usuraio. Un esempio per la crisi di oggi.

Mattei era un “padrone”, ma viveva senza lussi; aveva uno stipendio da dirigente che donava in beneficenza; non si era laureato ma fu ingegnere e costruttore geniale della più grande azienda italiana; era democristiano ma propositore di una politica economica e sociale che faceva concorrenza ai comunisti; fu l'artefice principale del boom italiano grazie alla metanizzazione dell'economia, ma anche uno straordinario sostenitore dell'emancipazione economica dell'allora Terzo mondo; fu patriota convinto (un residuo della sua giovanile adesione al fascismo?) ma nemico attivo del colonialismo e fautore di una politica estera di fatto internazionalista che persino Cina e URSS se la sognavano.

Per questo, probabilmente, egli ricorse anche a “fondi neri” per ben indirizzare la politica estera italiana. Per questo fu decisamente filoarabo, fino a sostenere la guerra di liberazione algerina e a stringere con Nasser un'amicizia profonda che non è spiegabile solo in termini di petrolio. Mattei credeva in Nasser come leader emancipatore del mondo arabo: come JFK Kennedy, che ebbe una corrispondenza cordiale col rais egiziano almeno fino alla crisi yemenita del 62.

Come Kennedy, un anno prima di Dallas, Mattei finì assassinato. La sua ultima battaglia era stata contro Israele, con la cui arroganza si era già scontrato dopo la guerra di Suez: nel dicembre del 1961 Mattei aveva scoperto che il suo vice Cefis aveva intessuto rapporti con lo Stato ebraico, mettendo a repentaglio l'intera strategia ENI. A gennaio Cefis fu espulso dall'ENI. A giugno Montanelli – il miserrimo giornalista dei poteri forti oggi conteso dal centrodestra e dal centrosinistra – gli sparò contro paginate di attacchi sul Corriere della Sera. Il 27 ottobre 1962 ci fu l'attentato aereo di Bascapé e Cefis tornò alla guida dell'ENI frenando sul troppo filoarabismo del suo precedessore.

Cefis era stato partigiano, come Mattei: ma fra i due c'era un abisso di linea politica, di umanità, di carattere. La loro diversità è l'emblema di una guerra di liberazione dalle diverse facce che solo la faziosità può ridurre a una marcetta unitaria di tutti eroici combattenti, o a un evento senza pagine negative e in cui quel che solo conta sarebbero l'affiliazione partitico ideologica e le battaglie contro i nazisti. Esistono pagine oscure di una storia che come sempre è a più livelli. Cattolici, socialisti o comunisti, forse non erano solo queste le differenze di una guerra di liberazione “vista dall'alto”, e questo nonostante la spaccatura del vecchio CLN nel ‘48: fondamentale è che un Mattei fu combattente ben diverso da certi partigiani per fede tribale e con strategia neo-totalitaria; o da un Cefis, l'uomo dei servizi segreti inglesi con le loro trame oscure e determinanti.

Si parla tanto di “rifondazione” della festa di liberazione come momento di unità e pacificazione nazionale: la ricerca storica libera è una cosa, il suo uso o semplice sbocco “politico” è altra cosa. Ma nei fatti un revisionismo non fondato soltanto sul rimbeccarsi fra destra e sinistra le atrocità vere o presunte dei due campi, ma attento a individuare le possibili strumentalizzazioni della guerra civile per finalità che avevano poco a che fare con gli interessi dell'Italia e delle stesse cause “di parte”, potrebbe aprire prospettive interessanti.

Claudio Moffa

 

ENRICO MATTEI E IL NODO ISRAELE:
LA SCOPERTA DI CONTATTI DELL'ANIC
DI CEFIS CON ISRAELE, UN PERICOLO PER TUTTA LA STRATEGIA DELL'ENI
(la contestualizzazione dei documenti nei miei saggi)


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versione inglese


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Nell'estate 1961 un bollettino tedesco, ripreso dalla stampa libanese, rivela che l'ENI fa affari con Israele. I paesi arabi si allarmano e protestano, Mattei smentisce.

A dicembre Mattei svolge una inchiesta interna all'ormai mastondontica ENI. L'incaricato chiede: come si concilia il documento che segue con le smentite?
Il documento attesta di contatti fra l'ANIC di Cefis e tre israeliani, uno dei quali è definito "ns. agente", Nel gennaio 1962, Cefis è espulso dall'ENI, l'estate successiva il Corriere pubblica i velenosi articoli di Montanelli contro Mattei, che muore pochi mesi dopo, il 27 ottobre 1962.

I documenti e la vicenda sono pubblicati sul libro Enrico Mattei, il coraggio e la storia, a cura di Claudio Moffa con saggi di Giulio Andreotti, Umberto Bartocci, Felice Di Nubila, Enrico Gandolfi, Benito Livigni, Emanuele Macaluso, Nico Perrone, Andrea Ricciardi e altri.




Re-Post
L'OCCULTAMENTO DELLA STORIA

(per il testo completo, con documenti originali e link, vai alla schermata del 29 luglio 2011)

29 luglio 2011

CASO NORVEGIA: LA DISINFORMAZIONE
TRA DIFFUSIONE DI NOTIZIE FALSE
E OCCULTAMENTO DI NOTIZIE VERE

Claudio Moffa

… un dato è certo: i grandi mass media e i “grandi” opinionisti non hanno solo offerto interpretazioni diverse sull'attentato da quelle sopra citate, rincorrendo tutte le piste immaginabili altre che quella israeliana, ma – attenzione, questo è il punto chiave – hanno celato a milioni di lettori, telespettatori, ascoltatori le stesse unità di notizia, base per qualsiasi commento, impedendo così ai non addetti ai lavori di farsi una propria opinione su quanto accaduto.

Occorre considerare in effetti due diverse tecniche di disinformazione:

I°) Quella più nota e ovvia à la disinformazione consistente nella diffusione di notizie false , come nel caso delle armi di distruzione di massa di Saddam, dei 10.000 morti ad opera di Gheddafi nei primi giorni della ribellione bengasina, dei morti di Timisoara, o anche dell'attribuzione della strage di Oslo, nelle prime ore, con tanto di barbuto islamico sugli schermi televisivi, alla solita “Al Qaeda”. Questo tipo di disinformazione potrebbe essere contestualizzata in una logica, come dire, di breve durata, perché finalizzata alla svolta politico-militare – sempre o quasi segnata da violenza – perseguita: la guerra del 2003 contro l'Iraq, la guerra NATO contro la Libia, la fucilazione di Ceausescu, l'impatto mediatico della tragedia norvegese. I falsi vengono alla fine scoperti, ma quasi sempre a obbiettivo politico raggiunto.

II°) Ma c'è anche una seconda tecnica di disinformazione, collocabile in una prospettiva di lungo periodo, più profonda, e che consiste nell' omissione di notizie vere, di dati di fatto indubitabili e utili a farsi un'opinione diversa da quella-e dominante-i. Nel caso di Israele e del sionismo questo tipo di disinformazione è molto più diffuso di quanto si creda. Ecco alcuni esempi:

1) Il 20 marzo 2003 (o forse il giorno dopo) Saddam Hussein in video conferenza commenta l'attacco anglo-americano con le seguenti parole, trasmesse in traduzione simultanea dal TG1: “gli americani, gli inglesi e dietro di loro il maledetto sionismo …”. Quest'ultima unità di notizia (non dell'interpretazione di Saddam della guerra, ma del fatto che aveva pronunciato quelle parole) sfugge alla censura perché la traduzione dell'interprete arabo è in simultanea, ma nessun organo di informazione il giorno dopo – nonostante la sua utilità a fini di demonizzazione ulteriore di Saddam, l' “antisemita”, il “folle” etc. – l'ha pubblicata ... "



TECNICHE DI OCCULTAMENTO: Leo Goldschmied, Storia delle Banche, Garzanti, Milano 1954.
Il volumetto parte da Hammurabi e arriva al secondo dopoguerra,
ma non cita nemmeno i nomi dei Fugger e dei Rotschilds. Credibilmente "incredibile" ...

(dalla presentazione di un libro di Cardini all'Università di Teramo)

7 marzo 2012

"IL TURCO A VIENNA": a Scienze Politiche
Università di Teramo, la presentazione
del libro di Franco Cardini

clicca sulle immagini per aprire la rassegna stampa e i video



25 febbraio 2012

ANCHE IN ITALIA SI SEGUE LA DERIVA BELLICISTA. MA LA PROSSIMA GUERRA IN MEDIO ORIENTE SARA', SE NON MONDIALE, MOLTO PIU' ESTESA E GRAVE. IL CETO POLITICO TUTTO STIA ATTENTO A NON SEGUIRE - ALMENO QUESTA VOLTA - LE SIRENE DEGLI ANONIMI DISPACCI E ARTICOLI DELLA "GRANDE STAMPA"


Ieri su FB commentavo questo dispaccio dell'Ansa così:
"Le menzogne dell'ANSA: il 20 % di arricchimento dell'uranio è insufficiente per il nucleare a fini militari. Secondo gli esperti bisogna arrivare attorno al 90%"

ANSA - Aiea, Iran avanza in arricchimento uranio
Nuovo rapporto Agenzia internazionale

24 febbraio, 19:56

(ANSA) - BERLINO, 24 FEB - L'Iran sta chiaramente facendo dei passi avanti sul fronte dell'arricchimento dell'uranio. Il Paese avrebbe triplicato le sua capacità di arricchire l'uranio, secondo il nuovo rapporto dell'Aiea, l'agenzia internazionale per l'energia atomica, di cui riferisce l'Apa. La capacità dell'Iran di arricchire l'uranio fino al 20 per cento fa temere all'occidente che Teheran abbia in programma una dimensione militare del nucleare.

Il Corriere della Sera lo stesso giorno confermava la soglia critica del 90%, ma imbrogliava ancora le carte. Leggete l'articolo del Corriere e poi il mio commento a seguire

http://www.corriere.it/esteri/12_febbraio_24/nucleare-aiea-iran-scopi-militari_6cf046a6-5f2d-11e1-9f4b-893d7a56e4a4.shtml

ECCO LA MENZOGNA DI "REDAZIONE ON LINE" DEL CORRIERE. LEGGETE BENE. "Da novembre a oggi la capacità di produrre uranio arricchito al 20% da parte di Teheran sarebbe stata triplicata, per un totale di 14 kg al mese. Lo stock sarebbe di circa 105 kg. Una bomba ha un nocciolo di materiale arricchito a oltre il 90%." LA FRASE E' INGANNEVOLE. A UNA ATTENTA LETTURA SI CAPISCE BENE CHE 105 KG DI URANIO IRANIANO SOnO STATI ARRICHITI AL 20%, E CHE SONO I 105 KG AD ESSERE IL RISULTATO DELLA TRIPLICAZIONE! NON IL 20%, CHE E' UN LIVELLO MIINIMO, UTILE SOLO PER UN PROGETTO NUCLEARE A FINI CIVILI! INVECE L'ANONIMA REDAZIONE ON LINE COSTRUISCE IL PERIODO IN MODO CHE NELL'ISTERIA MEDIATICA GENERALE, SI POSSA DEDURRE CHE LA TRIPLICAZIONE RIGUARDA IL 20%, E CHE DUNQUE L'IRAN SI STA AVVICINANDO ALLA SOGLIA DEL 90% (che come dicevo ieri è la soglia critica del potenziale passaggio all'uso militare del nucleare: e il Corriere conferna questa verità) PERCHE' ORMAI SAREBBE ATTESTATA AL 20% PER 3=60%. IL CORRIERE DUNQUE CON L'ANONIMA REDAZIONE ONLINE SI ALLINEA ALLA CAMPAGNA BELLICISTA DI CHI VUOLE SCATENARE L'ENNESIMA GUERRA IN MEDIO ORIENTE, QUESTA VOLTA DI DIMENSIONI PALNETARIE. COME NEL 1910-1911, QUANDO IMPROVVISAMENTE IL CORRIERE CAMBIO' LINEA SULL'INTERVENTO CONTRO LA LIBIA. COME NEL 2003, CON LA MENZOGNA DELLE ARMI DI DISTRUZIONE DI MASSA!


23 FEBBRAIO 2012
GIUSTIZIA DI LOGGIA
A TERAMO, CHE DELIZIA ...


(SE NON LEGGETE I JPG, APRITE IL PDF)



ED ECCO CHE SUCCEDE ...

 




In alto. Lettera di Claudio Moffa al Rettore in occasione della visita di Ciampi a Teramo (che alla fine non mise piede nell'Ateneo).

A destra, lettere del revisore dei Conti, il dr. Grasso, magistrato della Corte dei conti del Molise, ma su carta intestata della Corte dei Conti.




Chi semina vento raccoglie tempesta (clicca sul jpg)

Apri la lettera
cliccando sul jpg

Memoria Gip Cirillo
8-2-2006

Docenti Unite


Richiesta archiviazione
del falso in atto pubblico: questione amministr. e civile

Apri la lettera
cliccando sul jpg

Memoria Gip Cirillo
8-2-2006

Docenti Unite

18 gennaio 2012
MONETA AL POPOLO

INTERVENTO AL DIBATTITO DI CHIETI PROMOSSO
DA FORZA NUOVA CON CUCULLO, FIORE, PIMPINI, VALENTINI. LA TESI DI CLAUDIO MOFFA E' QUESTA:
SE
I POTERI FORTI CHE OGGI SI OPPONGONO ALLA SOVRANITA' MONETARIA STATALE SONO IL PRECIPITATO ATTUALE DELLO SCENARIO STORICO DIPINTO DA POUND IN LAVORO E USURA - UN ORRIBILE E POTENTISSIMO LEVIATANO PRONTO A 'FAGOCITARE' PRESIDENTI SCOMODI COME LINCOLN E A OCCULTARE LA STORIA, COME NON LAVORARE AD UNA VASTA ALLEANZA TRASVERSALE CHE SUPERI LA DICOTOMIA FASCISMO-ANTIFASCISMO E CONVERGA SULL'OBBIETTIVO DELLA SOVRANITA' MONETARIA
COME QUARTO POTERE COSTITUZIONALE DEL POPOLO?

CLICCA SULLE IMMAGINI


10 gennaio 2012

IRAN ANCORA SOTTO ATTACCO:
MA "MENO MALE CHE
AHMADINEJAD C'E'"

Claudio Moffa

In Siria, base navale di Tartus, arriva la flotta russa; in Turchia, finisce agli arresti l’ex capo di stato maggiore turco Ilker Basbug, accusato di aver tramato un colpo di stato kemalista contro Erdogan; in Iran, Al Qaida va all’attacco di Ahmadinejad, mentre circola l’ennesima petizione internazionale anti Teheran, a favore questa volta di una terrorista secessionista curda. Notizie buone dunque – Putin che stoppa i furori della lobby USA e di Israele contro Damasco; Erdogan che sconfigge i finti laici eredi di Kemal Ataturk, i più fedeli alleati dell’integralismo ebraico-sionista in Medio Oriente dai massacri degli armeni in poi – ma anche degne di riflessione, e nel caso di Teheran da monitorare con attenzione e da “condividere”, nel senso di cogliere le responsabilità anche di noi occidentali nella formidabile campagna di demonizzazione della democrazia iraniana e dei suoi vertici legittimi consacrati dal voto popolare.

Per quel che riguarda la Turchia, ancora una volta è da chiedersi quanto nelle più recenti prese di posizione del premier Erdogan, di condanna a volte frontale della Siria di Assad, o di attendismo e complicità-Nato con la guerra di aggressione alla Libia, ci sia stato del “suo” – un islàm moderato e democratico schierato contro due “dittature” invise all’Occidente pro israeliano – e quanto di logiche di alleanza; ovvero di considerazione della fase di transizione ancora inconclusa vissuta dalla Turchia postkemalista. Un regime forte, duro a morire, sedimentato in decenni cultura finto-laica e anti islamica che ha conformato quadri dirigenti e medi delle più alte istituzioni dello Stato, a cominciare dalle Forze Armate e dalla Magistratura. E i colpi di coda potrebbero essere non ancora finiti.
La questione Iran è diversa ....

apri il pdf, oppure vai su
http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=966
http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=41895



4 gennaio 2012

Dietro le quinte, ma non troppo, come sempre Israele

VENTI DI GUERRA NEL GOLFO:
CHI MINACCIA CHI?

Claudio Moffa

Nuove tensioni nel Golfo, nuovi scenari mediatici che vedono in Ahmanidejad, come al solito, la causa della crisi in atto e di tutti i mali i Medio Oriente. Sarebbe l’Iran a “minacciare” perché compie manovre militari in casa propria (...)

Qualsiasi persona però dotata di buon senso sa – appena si documenta – che questo non è vero e scopre che dietro la macchina bellica paurosamente in movimento in questi giorni c’è non solo la pochezza-nullità di un Obama alle prese con la non lontana campagna elettorale, ma – in Medio Oriente - ancora una volta lui, lo Stato di Israele, con la sua atavica ossessione del monopolio nucleare nella regione: quella che secondo molti – sulla base di dati comunque consistenti - sembra quantomeno aver lambito molte pagine della storia della regione nell’ultimo mezzo secolo, dal progetto nucleare di Mattei, probabilmente inclusivo prima della sua morte nel 1962 anche di una centrale nucleare a scopi militari, alla oscura fine di Kennedy – un presidente che tra le altre cose aveva osato chiedere al premier israeliano Levy Eskhol, pochi mesi prima il suo assassinio, un controllo sulla allora neonata centrale nucleare di Dimona - via via fino alle azioni di contrasto nei confronti di paesi arabi come l’Egitto finché fu vivo Nasser, o l’Iraq di Saddam (bombardamento israeliano della centrale di Osira, 1981), o la Libia (la vicenda delle armi chimiche) o la Siria (il raid israeliano di un paio d’anni fa). Persino all’indomani dell’11 settembre aveva fatto capolino la questione nucleare nell’agenda politico-diplomatico-militare di Tel Aviv: quando il portavoce del governo israeliano Avi Pazner ... (apri il pdf)


22 dicembre 2011

GIULIETTO CHIESA A TERAMO

a cura dello IEMASVO


Presentazione Claudio Moffa

Intervento Giulietto Chiesa 1

Intervento Giulietto Chiesa 2

Presentazione dell'incontro

Il sindaco Brucchi e il Presidente
della Provincia Catarra
Intervento Giulietto Chiesa 2

Clicca sulle immagini per aprire video e file grandi. Altri video da caricare

26 novembre 2011
PERCHE' IL "NUOVO" LEVIATANO

INTERVENTO AL CONVEGNO DI FIANO PROMOSSO
DA GIOVANNA CANZANO SUL PROCESSO DI PLURISECOLARE (E FALSA) LAICIZZAZIONE
DELL'EUROPA DAL SEICENTO AL NUOVO MILLENNIO

CLICCA SULL'IMMAGINE O VAI SUL LINK = http://www.youtube.com/watch?v=CnE2XvnxW70


26 novembre 2011
INTERVENTO AL CONVEGNO AL TEATRO QUIRINO DI ROMA PROMOSSO DALL'AVV. ALFONSO LUIGI MARRA


clicca sull'immagine per aprire il video
oppure vai su youtube: http://www.youtube.com/watch?v=FY9rzUm0N6U


5 novembre 2011
"E SE NON PAGASSIMO IL DEBITO?"
L'ON. DOMENICO SCILIPOTI A TERAMO


Un'ottantina di persone nella sala conferenze dell'Hotel Abruzzi a Teramo. Dopo l'intervento del deputato, si sviluppa un dibattito con la partecipazione di numerosi esperti abruzzesi e non, delle teorie auritiane della moneta.
 

TERAMO: a sinistra uno strano intervento, al centro Moffa sulla malainformazione.
DOPO-TERAMO: a destra l'intervento dell'on. Scilipoti alla Camera, 20 dicembre 2011. Ascoltatelo

23 settembre 2011
MONETE E BANCHE: CONVERGENZE DIFFICILI
MA NON IMPOSSIBILI. INTERVENTO DI
CLAUDIO MOFFA AL CONVEGNO SU AURITI
A TERAMO, PROMOSSO NELL'AMBITO DE
"LA NOTTE DEI RICERCATORI" *

Clicca sulle immagini per aprire i video e il programma visibile
oppure su youtube:
http://www.youtube.com/watch?v=kO4EOaoKME0
http://www.youtube.com/watch?v=E5FQVZKo0nQ&feature=related


* Manifestazione cittadina indetta dall'Università di Teramo. Il dibattito si è svolto nell'Aula Magna
del Convitto nazionale di Teramo alla presenza di circa 150 persone



6 novembre 2011

IL VOTO SULLA PALESTINA E I MISTERI DELL'UNESCO: "MAIMONIDE? UN MITO EBRAICO"

Claudio Moffa

Sentite questa. L’ho scoperta il 1 novembre scorso navigando in rete a caccia di notizie sul voto Unesco pro-Palestina. Ne ho parlato venerdì con un gruppetto di miei studenti e non solo, ampliando il discorso dal conflitto israelo-palestinese alla questione dell’occultamento della storia [1], e a quella dimensione culturale delle guerre del Medio Oriente spesso obnubilata dalle analisi petrolcentriche o comunque economiciste. Ecco di cosa parlo, è un testo che risale al 9 dicembre dello scorso anno che gira ma non troppo in rete: “Petizione alla Signora Irina Bokova, Direttore Generale dell’UNESCO” recita il titolo della pagina tratta dal sito Europe-Israel.org. E poi: “Europa Israel e Aschkel Info lanciano una petizione contro due inique decisioni dell’Unesco che hanno cancellato i siti della Tomba di Rachele e della Tomba dei Patriarchi dal patrimonio culturale ebraico allo scopo di trasformarli in luoghi di culto musulmani”. E questo è ancora poco. In fondo questa è “solo” una sorta di risposta-avvertimento allo scavo del tunnel sotto la spianata delle Moschee di Gerusalemme, inaugurato da Nethanyu nel 96 e rilanciato da Sharon dopo la sua provocazione-preludio della II Intifada. Insomma, un ennesimo capitolo di quella “guerra dei reperti” incentivata dal filone archeologico pseudoscientifico che va sotto il nome di “archeologia biblica” e che, iniziato nell’Ottocento, avrebbe conosciuto un rilancio notevole – solo in tempi recenti contestato anche da studiosi ebrei – dopo la fondazione di Israele nel 1948.
“Solo” questo, dunque, tra retrodatazioni di reperti relativamente decenti, attribuzioni false, e probabile distruzione e occultamento di resti che avrebbero potuto mettere in discussione il bestseller di Keller, La Bibbia aveva ragione, e con esso il mito del primato ebraico nella colonizzazione della Palestina. Un “industria dell’archeologia” – per mutuare il titolo di Finkelstein su quella “dell’Olocausto” – a fini di acquisizione “definitiva” dei territori arabo-palestinesi  strappati dal 48 in poi al prezzo di massicce pulizie etniche dei suoi abitanti originari, come raccontano ormai tutti gli storici revisionisti israeliani.


Incredibili dictu: Maimonide musulmano?

Ma appunto, nella petizione c’è di più, e di più sconvolgente. La lettera lamenta infatti anche una seconda decisione dell’Unesco, e cioè quella di aver sponsorizzato il convegno internazionale di filosofia di Teheran del novembre 2010, al cui interno sarebbe emerso un altro “terribile” caso di revisionismo, in particolare nella relazione del giordano Adnan Badran ‘Sullo stato della scienza negli Stati Arabi’. Chi è Adnan Badran? E cosa avrà mai detto di scandaloso? Alla prima domanda si può rispondere in parte con i dati forniti da Wikipedia: ministro dell’agricoltura e della difesa e poi primo ministro giordano nel 2005, Badran è innanzitutto un accademico e scienziato, già professore di biologia, rettore e fondatore di diversi atenei giordani privati e pubblici, e con alle spalle una serie di cariche prestigiose: presidente dell’Accademia araba delle Scienze, Segretario generale del Supremo Consiglio supremo per la Scienza e la Tecnologia. Un fratello anch’esso più volte primo ministro, Badran non poteva non farsi nemici potenti: le sue speranze riformiste alla guida del governo nel 2005, cessano così dopo gli attentati a diversi hotel di Annan nel novembre dello stesso anno, decine di morti e feriti attribuiti all’epoca dalla polizia a terroristi presunti iracheni. Nel 2010, l’attacco - in tutt’altro contesto, quello del convegno filosofico in Iran - proviene dagli israeliani.

Ma cosa aveva mai detto Badran a Teheran? Ce lo dice non Wikipedia, che non cita nemmeno un’opera dello studioso giordano [2], ma di nuovo il sito Europe.Israel.org, riportando il testo della petizione a Irina Bokova e presentandolo con queste parole: “l’appropriazione di Maimonide come un cosiddetto erudito musulmano deve essere (must be) corretta nel rapporto di Adnan Badran Sullo stato della scienza negli Stati Arabi, come un puro atto di revisionismo, visto che è provato storicamente che Mosé Maimonide fu uno dei più grandi eruditi ebrei dell’età d’oro spagnola, e rimane uno dei maestri del pensiero giudaico”.

Tono perentorio dunque? Si è proprio così, la definizione di Mosé erudito ebreo è letteralmente copiata dal testo della petizione: la quale dal canto suo, prima cita il passo incriminato del professor Badran, dove peraltro Maimonide è semplicemente citato in una lista di altri nomi:  “tra il 1100 e il 1350, durante la prima parte del Medio Evo europeo (1100-1543) – aveva scritto lo studioso giordano nella sua relazione a Teheran - i nomi di alcuni eruditi europei apparvero nella letteratura scientifica accanto a un gran numero di eruditi musulmani, compresi Ibn Rush (Averroé), Moussa Ibn, Maimoun (Maimonides), Tousi  e Ibn Nafis”.

Poi, dopo aver denunciato lo “scandalo”, la petizione minaccia l’Unesco, comunque colpevole di aver sponsorizzato un simposio organizzato da un “regime totalitario”, e inoltre, nello specifico, di aver permesso che le “blasfeme” parole dell’accademico giordano venissero anche solo pronunciate: “Questo tentativo di riscrivere la storia azzerando 4000 (??) anni di Giudaismo e Cristianesimo è simile al revisionismo. Se l’Unesco continua su questa strada, il mondo occidentale capirà che questa istituzione è sotto l’influenza esclusiva dell’Organizzazione della Conferenza islamica. L’Unesco perderà allora tutta la sua credibilità e non avrà più alcuna ragione di esistere. Questo è il motivo per il quale il popolo europeo (??) vi chiede in particolare di ritirare queste diverse decisioni, e di correggere l’errore volontario fatto su Maimonide”.

La richiesta è dunque la censura dell’Unesco sul testo del prof. Adnan Badran. Una richiesta assurda, e un segnale allarmante di dove oggi risiedano le pulsioni totalitarie, se in Iran e in tutti coloro che chiedono che venga rispettata la libertà di parola, di ricerca, di insegnamento su quale che sia tema storiografico e non, oppure nella nuova Inquisizione ebraica, che manda in galera i cosiddetti negazionisti in Francia e Germania, scatena la caccia giornalistica ai loro presunti  emuli in Italia e altrove, e chiede ovunque leggi liberticide, minacciando anche l’uso della forza e della violenza fisica. Ma a parte queste considerazioni di principio ci sono due altre ragioni valide per contrastare la richiesta perentoria degli autori della petizione del 2009 contro l’Unesco: la prima è che bisognerebbe sapere per quali motivi Badran sostenga questa sua tesi, e se sia solo sua, o non appartenga invece a gran parte dell’intellghentzia e degli storici e filosofi arabi e islamici.

 

Le querelle culturali, tra conflitto identitario e plagio

La seconda è che l’accusa sostanziale di plagio nella storia dell’ebraismo e del sionismo non è nuova: a parte l’effimero (una canzone palestinese trasformata in ebraica, secondo l’accusa dei palestinesi stessi), a parte la controversia su Cristoforo Colombo (ebreo o cristiano? o ebreo cristiano?), cito per brevità due casi con cui mi sono imbattuto, quello di Einstein, la cui paternità effettiva della teoria della relatività è stata rimessa in discussione da più parti – ne ha scritto tra gli altri Umberto Bartocci dell’Università di Perugia, ricordando la vicenda dello scienziato italiano Pretto. E, secondo esempio, quello dello Shekel, la moneta che sostituì negli anni Ottanta la Lira israeliana, e che venne all’epoca presentata da Tel Aviv come di origine biblica. La reazione nell’Iraq baathista non si lasciò attendere: Hassan Al-Najafi, un ex direttore della Banca centrale irachena, scrisse infatti Le shekel et son utilisation dans l’Iraq ancien, vantando dunque un primato mesopotamico nella storia di questa moneta, e allargando peraltro il campo della polemica ad altri settori cruciali della storia antica,  prebiblica in particolare: dal diluvio universale al mito di Gilgamesh e Enkidu (i Caino e Abele della Mesopotamia), alla legge del taglione, al Codice di Hammurabi e  così via.

Ergo, perché mai nel contesto della Spagna arabo-cristiano-ebraica medievale – una terra caratterizzata da un formidabile incrocio di culture – sarebbe così strano un Maimonide musulmano, un erudito peraltro criticato aspramente da diversi rabbini? Problemi complessi che spiegano ancheperché l’Unesco non abbia mai risposto al diktat di Europe-Israel, e anzi ha rilanciato con lo strappo giudiziario dell’ammissione della Palestina tra i suoi membri.

Poche telegrafiche considerazioni per concludere, temi indotti da quanto qui raccontato e che meriterebbero di essere sviluppati:

1)     La prima riguarda il cuore, il contenuto del contenzioso politico-storiografico. Maimonide fu veramente un musulmano? E se sì, come si concilia questa affiliazione religiosa con l’attribuzione di terribili pagine del Talmud alla sua figura, come fa Israel Shaak? Nel mare di letteratura che lo riguarda appaiono accenni che vanno nel senso della revisione, ad esempio quelli dello studioso ebreo Joel Kramer che scrive  del modo di vivere musulmano di Maimonide, nel suo libro Maimonides: The Life and the World of One of Civilisation’s Greatest Mind, uscito un anno prima il convegno di Teheran e nel cui titolo appena citato non compare l’attributo “ebreo”. Kramer cita l’esistenza di un dibattito sul rapporto tra l’erudito e l’Islam che va oltre la tesi ebraica ortodossa di una sua conversione forzata sotto la minaccia del regime Almoade, ma ricorda anche l’assenza nelle fonti ebraiche di supporti alla sua interpretazione. D’altro canto, altri autori sottolineano le contraddizioni e incoerenze tra due delle principali opere di Maimonide, la Misneh Torah e la Guida dei Perplessi: questo ha qualche significato rispetto al cuore del contenzioso Unesco? Il plagio potrebbe perciò essere stato anche inverso?

2)   La dimensione culturale delle guerre mediorientali, ed in particolare di quelle che ruotano attorno al “caso Israele”: che si tratti della Shoah (Iran), o dei richiami di Saddam Hussein a Nabucodonosor in risposta alla speculare pretesa degli israeliani di essere ancora il “piccolo Davide” in lotta contro i suoi nemici; o ancora di Maimonide, questa dimensione viene spesso dimenticata dagli analisti occidentali: eppure la distruzione di siti e musei iracheni dopo l’invasione angloamericana del 2003 o il tunnell sotto al Moschea di Omar alla ricerca dei resti del Tempio dovrebbero far riflettere sulla non esaustività delle analisi economiciste. C’è qualcos’altro che aleggia nella terribile storia del Medioriente postbipolare, ventate di fanatismo che alimentano l’odio perpetuo tra popoli e da cui – per usare una espressione soft – anche l’ebraismo non è esente.

3)   Gli interventi burocratici e amministrativi nei dibattiti storiografici sono sempre negativi: tuttavia, nel caso dell’Unesco, esiste un problema che induce a ipotizzare delle eccezioni. L’Unesco cioè è incaricata per programma e/o per statuto di definire quali siano i siti classificabili come patrimonio per l’umanità, e dunque è possibile che sia costretta a esprimersi in caso di contenziosi: legittima dunque – fatta salva ovviamente un’analisi corretta – la presa di posizione sulle tombe di Rachele e dei Patriarchi, tanto più che la prassi israeliana nei confronti della memoria storica degli autoctoni arabi si è rilevata spesso – vedi alcuni villaggi rasi al suolo durante e dopo le pulizie etniche del 1948 – come mero annientamento del “diverso”.

4)   L’Unesco ha risposto picche alla petizione di Europe-Israel e questa non ha avuto alcuna forte eco vera sui mass media. Digitate il titolo del rapporto di Badran su google, compaiono solo tre strisce; andate alla pagina face book su il caso Maimonide all’Unesco, e troverete solo una decina di commenti critici sulla mancata censura ONU del report di Adnan Badran. Un po’ pochino per sostenere il duro attacco contro Irina Bokova. E un segnale, sempre che questa scarsità di sottoscrizioni non sia il voluto segnale di  sganciamento e trasmissione dell’erudito Maimonide ad altro campo identitario, così da azzerarne in un sol colpo la negativa immagine talmudista, della debolezza della posizione israeliana nel caso. Una debolezza che però non esclude affatto – è la terribile cronaca di questi giorni – una via d’uscita militare al dilagare dei negazionismo e delle revisioni storiografiche

 

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22 ottobre 2011

IL LINCIAGGIO DI GHEDDAFI
E L’ETICA TRIBALE DELL’OCCIDENTE

Claudio Moffa

«Non c'è guerra, rivoluzione, assassinio anarchico, o qualsiasi altro fatto che impressiona
l'opinione pubblica che non sia utile per questi uomini; sono arpie che succhiano
i loro guadagni da ogni nuova spesa forzosa e da ogni improvviso disturbo del credito
pubblico. Per i finanzieri “che sanno, la spedizione di Jameson fu un colpo
molto vantaggioso, come si può accertare da un confronto dei titoli tenuti....
»
John Atkinson Hobson, Imperialism: a Study¸1902

 

Gheddafi e Antonio Cassese: un accostamento forse scomodo,
ma simbolicamente rappresentativo della doppia morte del Diritto Internazionale

La morte di Gheddafi segna l’apoteosi del peggiore Occidente e della sua etica tribale: una “etica” criminale, usuraia e scristianizzata, alimentata dal mainstream mediatico e dai direttori di tutte le grandi testate internazionali “progressiste” e non. Prima di essere orribilmente linciato da un gruppo

(% segue dopo la finestra su Sarkozy)

SARKOZY, UNA CARRIERA ALL'OMBRA DELLE LOBBIES FRANCESE E AMERICANA. UNA CARRIERA OCCULTATA DAI MASS MEDIA E DALL'ESTREMISMO ANTIAMERICANISTA IN RETE




IL CASO SARKOZY: "Avevamo avuto Léon Blum e Mendès France Primi ministri, ma non si era mai avuto un Ebreo eletto a suffragio universale, è un grande successo! E inoltre con Kouchner ministro degli affari esteri, cosa volete di più? Allora vado a chiedere al mio amico Kouchner: “Quand'è che riconoscerai Gerusalemme capitale di Israele?”" : così salutava la vittoria di Sarkozy alle elezioni presidenziali il vicepresidente dell'Associazione Francia Israele George Freche, un ex deputato espulso dal PS per certi suoi “eccessi” verbali.  Come documenta con riferimenti precisi a articoli di giornali francesi e altre fonti, Paul-Eric Blanrue, Sarkozy, Israel et les Juifs, Belgio 2009, TUTTA LA CARRIERA DI SARKOZY SI SVILUPPA DAL 1983 IN POI GRAZIE AI SUOI STRETTISSIMI LEGAMI CON LA COMUNITA' EBRAICA FRANCESE PRIMA E QUELLA AMERICANA POI. A Neuilly “il  giovane sindaco strinse molto presto dei legami con le famiglie influenti e celebri, di cui sollecitava i doni e che elogiavano le sue prese di posizioni coraggiose da lui esternate in occasione delle feste della comunità locale – Pesach, Purim, Kippur. “ Il legame tra i Loubavitch di Neuilly (la corrente messianica maggioritaria nella cittadina) e Nicolas Sarkozy è molto forte , avrebbe detto il capo della sinagoga locale David Zouai. Il sindaco fa così il grande salto, e nel 1993 diventa ministro degli interni. Zouai  “gli regala una scultura  con le sette leggi di Noe' ricevute da Mose' e un libro di preghiere in francese  in ebraico risalente a Napoleone III ”, dicendogli: “ ve l'offro a condizione che voi diveniate un giorno presidente ”. Così fu: e i media tacquero del passato di rabbi Sarkozy, anzi ne parlarono come di un nuovo De Gaulle, il presidente francese artefice della svolta di pace con la cruenta guerra di liberazione algerina. Professionalità del ceto giornalistico? Zero.
LA VICENDA SARKOZY CI INSEGNA UN LEITMOTIV DELL'INFORMAZIONE SU ISRAELE E DINTORNI: le unità di notizia ci sono, ma nessuno le assembla e ne deduce - nel caso specifico - l'indubitabile quadro di un presidente francese legato mani e piedi a Israele. Il tentativo di Gheddafi di comprarlo finanziandone la campagna elettorale, non cambia questo dato di fatto, semmai dimostra con quanta intelligenza si è sempre mosso il leader libico per ostacolare il suo nemico di sempre, con "piccole" regalie - l'aiuto elettorale a Sarkozy - e con i grandi capitali della ricca Libia piazzati in Italia, in Africa e nel mondo. Ma torniamo al punto, e passiamo dai commenti e articoli alle immagini: AVETE MAI VISTO PUBBLICATA SU UN GIORNALE ITALIANO, LE FOTO QUI ALLEGATE? NO, nemmeno (anzi soprattutto) quando Sarkozy ha aggredito, assieme alla Libia, anche gli interessi nazionali italiani. L'IMMAGINE NEGATIVA DI ISRAELE VA SEMPRE EVITATA, OCCULTATA


Il presidente francese, onnipresente a tutte le cerimonie ebraiche, dal 1983 ad oggi

 

«Non c'è guerra, rivoluzione, assassinio anarchico, o qualsiasi altro fatto che impressiona
l'opinione pubblica che non sia utile per questi uomini; sono arpie che succhiano
i loro guadagni da ogni nuova spesa forzosa e da ogni improvviso disturbo del credito
pubblico. Per i finanzieri “che sanno, la spedizione di Jameson fu un colpo
molto vantaggioso, come si può accertare da un confronto dei titoli tenuti....
»
John Atkinson Hobson, Imperialism: a Study¸1902

 

Gheddafi e Antonio Cassese: un accostamento forse scomodo,
ma simbolicamente rappresentativo della doppia morte del Diritto Internazionale

La morte di Gheddafi segna l’apoteosi del peggiore Occidente e della sua etica tribale: una “etica” criminale, usuraia e scristianizzata, alimentata dal mainstream mediatico e dai direttori di tutte le grandi testate internazionali “progressiste” e non. Prima di essere orribilmente linciato da un gruppo di ribelli-fantoccio (1) imbeccati dall’ “ultimo” e risolutivo bombardamento NATO del convoglio in fuga da Sirte, Gheddafi è stato linciato giorno dopo giorno dai mass media che hanno condotto per mesi una accurata campagna di disinformazione e destabilizzazione della Jamahiriya libica: nessuno è sfuggito a questa regola, nemmeno la stampa pro-Berlusconi, artefice dell’accordo del 2008 e ospite di Gheddafi a Roma appena un anno fa. Non basta certo la pubblicazione di un articolo postmortem sull’ “onore delle armi” alla Guida, o un “cosiddetti ribelli” colto al pur migliore TG 1, o la distribuzione da parte de il Giornale del Libro Verde di Gheddafi – l’estate scorsa - a rendere questo fronte migliore dell’altro. La specifica contraddizione, plateale e primaria, di tutta la stampa di centrodestra non è solo quella pur sussistente del “tradimento”, ma alla radice, da un punto di vista fattuale e logico, il non aver mai ragionato e fatto ragionare i lettori – già bombardati dal veleno fallaciano profuso per anni dall’ala antislamica-per-principio del suo giornalismo – in termini di garantismo giuridico-internazionalista. Sacrosanta la protesta contro i difetti e le parzialità del sistema giudiziario italiano, e verità incontrovertibile la spudorata “attenzione” di certi PM contro il premier: autolesionista e schizofrenico il silenzio sui “difetti” del sistema giudiziario ONU sul piano delle relazioni internazionali, mai rotto nemmeno per contrastare intelligentemente la concorrenza quotidiana e a tutto campo (oltre cioè lo specifico capitolo Gheddafi) del Presidente Napolitano. La guerra di Libia – dalla rapina dei beni statali alla delega del comando militare a una organizzazione di parte; dalla no-fly-zone in difesa di una rivolta armata, ai bombardamenti NATO sulle popolazioni civili (2)- non ha avuto nemmeno un barlume di legittimità: è stata un atto di banditismo internazionale malcelato dal silenzio omertoso della stragrande maggioranza dei giuristi internazionalisti, e di cui si deve essere probabilmente accorto anche Antonio Cassese, in punto di sua morte avvenuta poche ore dopo la diffusione planetaria del video-horror della Sirte. Né possono oggi – a assassinio compiuto - farsi vanto di “proteste” e puntualizzazioni fittizie, Ban Ki Moon e la Corte Penale Internazionale: al primo Gheddafi aveva ripetutamente richiesto una commissione di inchiesta per verificare la situazione sul terreno: la risposta fu il silenzio (3) . La seconda (denunciata da Gheddafi nel 2009 per la sua parzialità in Africa: sostanziale inazione di fronte alle stragi degli invasori tutsi di Paul Kagame ai danni di centinaia di migliaia di Hutu e alleati “etnici” del Congo orientale; e dall’altra parte, il mandato di cattura per Al Bashir, per una guerra civile nel Darfur sostenuta da Israele) è stata attiva solo nel richiedere un altro mandato di cattura internazionale contro il leader libico, già nel giugno scorso, e sulla base dei “de relata” mediatici (4): pazzesco, i magistrati della giustizia internazionale che rinunciano a una indagine cognitiva autonoma e si affidano alle patacche del New York Times, dell’Economist e di Al Jazira (5).

Il segno sionista della guerra di Libia, dal colpo di mano Sarkozy al linciaggio di Gheddafi

Questo detto, una sommaria puntualizzazione sul prima e dopo la fine di Gheddafi è opportuna: come è stato ripetuto da più parti, la guerra di Libia è scoppiata e il regime di Tripoli rovesciato, non perché il reddito della popolazione fosse mediamente basso, come nel caso di altri paesi sconvolti dalla “primavera araba”, ma al contrario perché la Jamahiriya era un paese mediamente benestante, ricco di petrolio da esportazione, caratterizzato da una struttura economica satisfattiva delle esigenze di base dei suoi cittadini – dai servizi alla proprietà della casa, ai redditi più che sufficienti (6) – sorretta dal gigantismo degli interventi strutturali messi in opera dalla genialità del rais – primo fra tutti il grandioso acquedotto “manmade-river” (7) - e capace di una politica estera sia politica che economico-commerciale dinamica e per molti versi vincente. In Africa innanzitutto – attenzionata e coltivata da Gheddafi dopo la sua rottura con i “fratelli arabi”: fu lui a fondare l’Unione Africana (8) – ma anche in Europa, con massicci investimenti probabilmente mirati. Una presenza libica che in Italia risale addirittura al 1976 – le azioni della Fiat, una Fiat in cui non si era ancora risolto, o forse non era ancora emerso, il conflitto tra pro-cattolici, pro-musulmani (Edoardo Agnelli e la sua oscura morte (9) ) e pro-ebrei , oggi stravincenti – e che sicuramente ha dato molto fastidio ai soliti poteri forti occidentali.

Per questo la Jamahiriya è stata aggredita, facendo leva come da classica guerra imperialista sull’antica contrapposizione - di cui parlavano già Sallustio (10) - tra Cirenaica e Tripolitania, megaregioni di un paese nel quale, sotto la bandiera verde della rivoluzione pan-nazionale gheddafista permanevano peraltro anche altre sedimentate divisioni etno-regionali, quelle oggi sempre più evidenti.La struttura bancaria statale libica, in una fase di scatenamento selvaggio della finanza “laica” mondiale e di sopravvivenza di una finanza islamica ancora in parte memore dei versetti del Corano di condanna dell’usura; la politica di (media) potenza di Tripoli tale da dar fastidio persino alla Cina in terra d’Africa; e il risveglio antisionista di Gheddafi dopo il lungo tunnel del caso Lockerbie, con le dichiarazioni di fuoco contro Israele e la “sua” CPI dell’agosto del 2009, di fronte agli ospiti stranieri riuniti per festeggiare il quarantennale della rivoluzione: questi sono i tre momenti simbolo che spiegano più di ogni altra cosa – più del petrolio, fattore logicamente e “cronologicamente” secondario- l’aggressione alla Libia. Una guerra, dunque, in cui il sionismo internazionale – quello a-territoriale, la grande finanza mondialista; e quello territoriale, lo stato ebraico “offeso” dalle parole “antisemite” del rais, e alla ricerca di una rivalsa dopo le sconfitte della guerra del Libano del 2006 e della invasione di Gaza due anni dopo – ha avuto sicuramente un ruolo centrale, tanto centrale quanto occultato dal mainstream mediatico, “autorevoli “siti in rete compresi. Sì, sì, è vero, non c’è il solo sionismo a opprimere i popoli del mondo: i finanzieri e i razzisti sono anche sauditi, indiani, cristiani, musulmani, americani wasp e francesi doc.E poi ci sono i padroncini di Barletta a 3 e 95 euro l’ora, lo “sfruttamento dell’uomo sull’uomo” è binario.

Ma la centralità e la supremazia della capacità di fuoco sionista rimane: trovate una altra combinazione-convergenza dentro uno stesso gruppo di potere lobbistico di finanza, mass media, comunità diasporiche. Non c’è: non esistono direttori di giornali sauditi in Occidente o se esistono sono rari come le mosche bianche. Al massimo ti infilano un bravo e simpatico professionista nero in qualche TG, uno solo per piazzarne altri dieci di affiliazione diversa e più affine. Il potere delle lobbies islamiche in Europa o nel mondo è poi minore, anche laddove esistono forti comunità di immigrazione: di immigrazione recente, non plurisecolare e plurimillenaria, con i suoi effetti a cascata grazie alla capacità, capillare, sorretta da una “base di massa” , di insinuarsi in ogni dove se vuole, persino in rete, persino tra i cosiddetti “rivoluzionari” di destra, di sinistra e rossobruni; persino tra i siti di “analisi” geopolitica, che abdicano all’abc della professionalità occultando sistematicamente il fenomeno e nel caso specifico – la Libia - il segno sionista dell’aggressione della NATO e dei suoi ribelli-fantoccio.

Segno dimostrato per finire – anche questo aspetto è stato taciuto da quasi tutti, fino all’invenzione-patacca di una preminenza degli USA nella guerra a Gheddafi da parte della solita coglioneria marxista e postmarxista - dal ruolo trainante e centrale nel conflitto dei due leader più sionisti dell’Unione Europea: Sarkozy, il “primo presidente ebreo della Repubblica francese” (11), e Cameron, anche lui scopritore di vere o presunte sue radici ebraiche e protagonista di una campagna elettorale all’insegna della fedeltà a Israele (12). L’inizio della guerra di Libia è stato il colpo di mano del presidente francese del 19 marzo, il via libera ai bombardamenti mentre ancora era in corso il vertice di Parigi incaricato (da lui stesso) di implementare la risoluzione dì ONU di due giorni prima. La conclusione è stata il linciaggio di Gheddafi, che stando alle cronache di stampa, sarebbe stato opera della “tribù di Misurata” “discendente dagli ebrei turchi” (13) : di Salonicco cioè, la stessa città di origine della famiglia di Sarkozy? (14) Ed è questo il motivo vero, talmudista, della violenza bestiale e criminale dei linciatori, che solo a crimine compiuto hanno attribuito a due neri - un giovane in un filmato, un adulto in un’altro: quest’ultimo sembrerebbe essere quasi stato minacciato – l'uccisione del legittimo Capo di stato libico? Il tutto comunque il 20 ottobre scorso, data fortunata per il marito di Carlà, sfortunata per i suoi molteplici nemici e le loro memorie storiche: nascite e stragi di bambini, sempre tutti innocenti per tutta l’umanità, tranne che per certi razzisti. Canaglie. Vera o non vera la storia degli “ebrei turchi”, la sua esternazione mediatica è la firma finale sulla guerra, qualcosa che ricorda la visita improvvisa - anch’essa dubbia, e a cui venne dedicato solo qualche trafiletto – di Sharon a Saddam in carcere , nel 2004 …


Il futuro della Libia e le sue incognite

Del resto, di segno sionista rischia di essere anche la prospettiva che si intravvede in questi primi giorni postgheddafiani: la paventata balcanizzazione del paese di cui si parla con tanto di richiamo al tentativo postbellico degli anglo-francesi di dividere l’ex colonia italiana in Fezzan, Cirenaica e Tripolitania – tentativo fallito grazie all’Italia democristiana di De Gasperi – è assolutamente coerente con l’ideologia sionista, tendenzialmente di acciaio al suo interno, ma ultradifferenzialista nei confronti dei popoli gentili. Le nazioni in pace invase dall’immigrazione selvaggia, se no violi i “diritti umani” (Louise Arbour, all’indomani dell’accordo italo-libico del 2008. Per inciso, la Arbour è la stessa che persegui’, anzi perseguitò Milosevic fino al suo assassinio in carcere: di nuovo emerge l’assenza di coerenza nel garantismo giuridico del centrodestra) e le guerre e le “autodeterminazioni” altrettanto selvagge per distruggere paesi uniti e sedimentare odi interetnici di lunga durata. Il modello è quello di Oded Ynon, sulla rivista Kivunim dell’Organizzazione Sionista Mondiale nel 1982 (15): la divisione del Medio Oriente secondo linee etno-religiose, come nel caso del federalismo economico in Iraq, come è stato ripetutamente tentato in Libano, come si tenta in questi mesi in Siria, e come sta emergendo con gli attentati oscuri in Egitto che scatenano l’odio tra copti e musulmani. Un dejavu, vedi l’attentato al mercato di Serajevo in Bosnia, falsamente attribuito ai Serbi e prodromo della disgregazione finale della vecchia Federazione jugoslava di Tito .

Si dirà: ma che giovamento può trarre l’Occidente dalla balcanizzazione della Libia, e dal perdurare degli odi interetnici scatenati dal conflitto? La risposta è: dipende, c’è Occidente e Occidente, come nel caso dell’Iraq. Per George Bush – proclamatosi ridicolmente vincitore ai primi di aprile del 2003 nel suo discorso “storico” sulla portaerei USA – la guerra contro Saddam si è tradotta in un disastro – circa cinquemila soldati americani morti durante l’occupazione del paese – ma per Israele, il paese che ha spinto in tutti i sensi la Casa Bianca dello psicolabile figlio di Bush senior, verso la “guerra infinita”, sfruttando l’attentato dell’11 settembre, facendo leva sui neocons ben inseriti nell’Amministrazione, e su Cheney e Rumsfeld, la questione si pone in modo diverso. Il sionismo e il suo retroterra finanziario hanno bisogno del caos altrui – di qualsiasi segno, dalle BR “comuniste” a Al Qaeda “islamica” - per sopravvivere e rafforzarsi. Non soltanto perché così indebolisce e sconfigge i suoi nemici (e l’Iraq baathista e la Libia gheddafista , lo erano), non soltanto perché dalle guerre può trarre – come ricordava già Hobson, L’imperialismo, 1902 – lauti profitti di borsa, ma anche perché grazie al caos permanente in Medio Oriente e nel mondo, lo Stato ebraico può continuare a fare quello che gli pare e piace in Palestina, all’insegna deldiritto biblico e in violazione costante delle più elementari norme di Diritto internazionale, lo jus gentium, il diritto dei popoli gentili. Più si creano nuovi terreni di attenzione operativa della “diplomazia internazionale”, più il rischio di dover alla fine cedere (ma quando mai?) alle “pretese” della comunità internazionale si allontana. Forse non ha sempre funzionato così, ma negli ultimi anni la cronologia parla chiaro: nel 2006 Hezbollah riesce ad infliggere una storica sconfitta allo esercito israeliano; due anni dopo, l’obbiettivo dell’ “annientamento” di Hamas non viene raggiunto; per intanto, fin dal 2004-2005, falliscono tutti i tentativi israeliani di trascinare gli Stati Uniti in un attacco contro l’Iran. L’assedio di Gaza suscita tra l’altro l’indignazione internazionale, e ancora più l’assalto armato alla flottilla turca. Si profila dunque il pericolo di un accerchiamento diplomatico dello Stato ebraico, soprattutto grazie a Putin (discorso di Monaco del 2008 pro-multilateralismo) e ai suoi alleati e interlocutori primari nel mondo mediorientale e in Occidente. Si paventa in particolare, a Tel Aviv, il riconoscimento unilaterale dello Stato palestinese, a favore del quale erano già stati in procinto di pronunciarsi, esattamente l’11 settembre 2001 , gli Stati Uniti, con un già programmato discorso al’ONU di Colin Powell, poi saltato a causa dell’attentato “islamico” alle Torri. Dieci anni dopo, il pericolo si ripresenta, ed ecco la reazione israeliana su due piani: l’uso delle primavere arabe per colpire mortalmente i suoi nemici dall’interno, a cominciare dall’anello più debole, il paese più isolato di tutti nella Lega regionale, la Libia; e l’attentato di Oslo, contro eventuali impennate di una Unione europea ormai ingranditasi rispetto al vecchio nucleo storico occidentale, a rischio dunque di cosiddetto “antisemitismo”, e al cui interno la Norvegia laburista era la diventata la punta di diamante della battaglia per la difesa dei diritti del popolo palestinese.


Primo dovere, il parlar chiaro

Tutto questo non vuol dire che la tendenza messa in moto dalla guerra di Libia sia irreversibile: in Libia, la manifestazione di ieri di “gioia popolare” sulla Piazza verde e l’annuncio dellasvolta “democratica” ha palesato sullo schermo televisivo molti spazi vuoti, una folla ogni tanto rada e chissà se di veri tripolini e veri libici, oppure anche e soprattutto di falsi arabi dei servizi anglo-francesi e di libici di altre regioni. Sul piano internazionale, i paesi che ostacolano la peraltro impossibile normalizzazione sionista sono ancora molti, e non c’è bisogno di elencarli. Anche coloro che hanno taciuto e hanno tradito Gheddafi. La partita è dunque ancora aperta, i diritti del popolo palestinese e di tutti i paesi del mondo a sviluppare le loro economie, industria nucleare a scopi civili inclusa, ancora sul terreno di battaglia. Così come, a fronte dell’aggressione finanziaria ai paesi europei, un nodo su cui riflettere è quello dell’ autonomia della Politica dai poteri bancari e monetari, che coinvolge tutte le tendenze e che non dovrebbe risolversi però in un anatema contro tutto e tutti.

Nella difficile fase segnata da forti incertezze, quel che è sicuro è che chi segue solo dall’esterno, come osservatore, giornalista o politologo o storico che sia, gli sviluppi geopolitici dello scacchiere mediorientale e delle sue proiezioni nelle altre regioni del mondo, dovrebbe mantenere un profilo di professionalità il più alto possibile: non si tratta di pretendere ovviamente l’ “infallibilità” – tutti possono sbagliare nelle valutazioni, a partire il sottoscritto – ma di esigere l’onestà nel parlar chiaro sul chi è contro chi nelle guerre e nelle crisi internazionali, battendosi contro l’ “occultamento della storia” e abbandonando schemini consunti e auto gratificanti – a cominciare dall’americocentrismo: Wall Street ha aggredito anche Obama – che non possono che produrre danno e confusione. Su questo terreno, il tatticismo è solo autolesionista, e solo la scelta della chiarezza è all’altezza della fase storica che stiamo attraversando.

 

1) Secondo dottrina, gli Stati-fantoccio - così definiti per essere totalmente dipendenti da un altro Stato al momento della loro presa in considerazione – non possono godere di uno status internazionale. Credo che analogo attributo sia applicabile, nell’ambito della giuridico-internazionalista teoria degli insorti, anche ai ribelli libici, insorti vincitori della guerra civile senza alcuna autonomia dalla NATO e da questa – come dai servizi segreti francesi e britannici – completamente dipendente. Ovviamente, quanto appena detto, riguarda gli otto mesi di guerra di Libia e non, per forza di cose, il futuro. Nella lunga durata della storia, il diritto è sempre espressione di rapporti di forza, come ricordava Marx, e finisce per negare se stesso riesumandosi come legge della giungla, edulcorata e rappresentata dai cortigiani farisei dei nuovi potere come nuovo, appunto “diritto”.

2) Le violazioni specifiche del Diritto internazionale nella guerra di Libia riguardano principalmente1) l’interferenza negli affari interni di uno Stato – vietata dalla Carta dell’ONU, art. 2 – ovvero l’uso della forza dell’ONU come forza di interposizione in guerre tra Stati e non tra parti di uno stesso Stato (come avviene ad es. in Libano); 2) la non gestione diretta dell’azione militare da parte del Consiglio di Sicurezza e dei Caschi Blu, con tanto di delega addirittura a una organizzazione per statuto di parte come la NATO (Capitolo VII della Carta). Il fatto che la guerra di Libia abbia avuto in questo senso dei significativi precedenti nell’ultimo ventennio posibipolare non cambia la sua antiteticità rispetto ai principi codificati dall’ONU nel 1945. Di più, la stessa no-fly-zone – misura ultronea rispetto al diritto internazionale quale praticato dalle Nazioni Unite dal 1945 al 1990 - è innovativa e illegittima anche rispetto a quella inventata per la prima volta dagli anglo-americani per l’Iraq postguerra del 1991, alle prese con le insorgenze curde e sciite contro il governo centrale: lì, in Iraq, la no fly-zone riguardò infatti solo le zone di effettiva insorgenza – dunque non la regione centrale di Bagdad, saldamente sotto controllo del regime baathista. In Libia invece è stata estesa fin da subito anche alla Tripolitania e alla capitale, nonostante il consenso della popolazione locale a Gheddafi. Una “protezione di civili” che mirava fin da subito e direttamente – non indirettamente come nel caso iracheno del 1991-2 -alla destabilizzazione e all’aggressione diretta del governo legittimo libico. 3) il bombardamento anche di civili, che rende teoricamente imputabili di crimini di guerra la NATO e il segretario generale dell’ONU Ban Ki Moon.

3) Già il 7 marzo 2011: http://www.tradingonlinefree.it/crisi-libica-gheddafi-favorevole-ad-una-commissione-dinchiesta-delle-nazioni-unite-1355.html. Diverse anche successivamente le profferte di dialogo da parte di Gheddafi stando alle cronache: http://www.asianews.it/notizie-it/Gheddafi-accetta-il-piano-di-pace-

4) 27 giugno 2011: http://www.asianews.it/notizie-it/Libia,-il-tribunale-dell%E2%80%99Aja-emette-l%E2%80%99ordine-di-arresto-per-Gheddafi-e-i-suoi-fedelissimi-21950.html

5) La più grande patacca mediatica della guerra di Libia è forse quella della manifestazione di un partito indiano rubricata da Al Jazira del 20 o 21 agosto 2011 come “Tripoli” – il popolo festeggia la liberazione di Tripoli. Vedi www.iemasvo.it., l’intervento di Pino Cabras al convegno “La Libia allo scanner. Economia, mass media, legittimità dell’intervento”, Assisi, 12 ottobre 2011.ì

6) Tra i tanti interventi, ricordo quello recente di Bruno Amoroso al già citato convegno di Assisi “La Libia allo scanner …” del 12 ottobre 2011, E prima ancora, dello stesso Professore emerito dell’Università di Roskilde, Capitali congelati, un furto «umanitario», su il manifesto 26/3/11

7) http://www.iemasvo.it/index_iemasvo/index%20-%20libia_allo_scanner.html, fornisce una sommaria visione delle caratteristiche e delle strutture dell’opera.

8) Istituita formalmente nel 2002, l’Unione africana nacque con la Dichiarazione di Sirte in Libia, il 9 settembre 1999. Gheddafi ebbe un ruolo centrale, ma su Wikipedia italiana nemmeno viene citato e la fondazione a Sirte dell’Unione Africana viene relegata in secondordine rispetto alla fondazione ufficiale dell’UA nel 2002.

9) Ho appreso di questa lotta intestina alla Fiat, e del caso Agnelli in particolare, in Iran, durante un colloquio con un iraniano all’epoca – inizi anni Ottanta – studente a Roma.

10) In Sallustio, De bello Iugurthino, 19, 79, il racconto della gara dei Fileni, due fratelli che parteciparono alla corsa per stabilire il confine tra la regione orbitante attorno a Cartagine, e quella posseduta da Cirene.

11) Così il presidente dell’Alliance franco-israélienne Georges Frêche,all’indomani dell’elezione di Sarkozy alla Presidenza della Repubblica : « je suis ravi que les Français aient élu un juif président de la République au suffrage universel direct. […] On avait déjà eu Léon Blum et Mendès France premiers ministres, mais on n’avait jamais eu un juif élu au suffrage universel.  Et en plus, avec Kouchner comme ministre des Affaires étrangères, qu’est-ce qu’on veut de plus ?"« Et je vais dire à mon ami Kouchner : et quand c’est que tu reconnais Jérusalem, capitale d'Israël ? » Discorso tenuto a Montpellier il 24 giugno 2007, in occasione  della « Journée de Jérusalem », nel quadro del gemellaggio tra la sua città e Tiberiade. Sulla collocazione di Sarkozy, Le Figaro avrebbe scritto che il presidente francese era stato “un espion du Mossad!: Press TV, citée par Salem-News.com, 17 mars 2011 Sarkozy Was a Mossad Agent? Le Figaro prétend que les fonctionnaires français de police ont réussi à garder secrète une lettre qui exposait les activités d’espionnage pour le Mossad de Sarkozy

12) Rimando ai miei precedenti scritti in rete e sui miei siti, sulla guerra di Libia.

13)http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=305&ID_articolo=118&ID_sezione=693: “Gheddafi ucciso dalla trubù di Misurata”:

14) Sulla biografia e carriera politica di Sarkozy, vedi Eric Blanrue, Sarkozy, les Juifs, Israel, Paris 2009

15) Il saggio di Oded Ynon è citato tra l’altro in Claudio Moffa (a cura di), Quaderni Internazionali, 3, La questione nazionale dopo la decolonizzazione. Per una rilettura del 'principio di autodecisione dei popoli', Quaderni Internazionali, 2-3, 1988. [6] In realtà l’articolo non conteneva riferimenti alla Libia, ma lo schema era lo stesso: dividere gli stati esistenti secondo linee etniche, regionali, religiose.



PAGINA SPECIALE


Un "rientro" simbolico, una pagina UNITERAMO in piazza,
dedicata alle teorie di un suo già docente, professore ordinario,
co-fondatore e Preside della Facoltà di Giurisprudenza.


CRISI ECONOMICA E SOVRANITA' MONETARIA: ATTUALITA' DELLE TEORIE
DEL PROF. GIACINTO AURITI

Intervengono il prof. Maurizio DONATO, docente di Economia dell'Università di Teramo; l'avv. Antonio PIMPINI, difensore e collaboratore di Auriti, il prof. Ezio SCIARRA, Università di Chieti; Bruno TARQUINI, già P.G. presso la Corte d'Appello dell'Aquila e autore di "La banca, la moneta e l'usura - La Costituzione tradita" e l'economista Bruno AMOROSO, professore emerito dell'Università di Roskilde. Introduce il prof. Claudio MOFFA, ordinario di Storia delle Relazioni Internazionali e coordinatore del MASTER ENRICO MATTEI IN VICINO E MEDIO ORIENTE dell'Università di Teramo

IL COMMENTO DOPO L'EVENTO

SE GIACINTO AURITI
ARRIVASSE A "TEHERAN" ...

pubblicata da Claudio Moffa il giorno lunedì 26 settembre 2011 alle ore 7.42 su FB

Evento Auriti, subito “i piedi nel piatto”. Le divergenze – ovvie agli inizi di un percorso che sarà sicuramente fruttuoso – nulla tolgono all’ enorme successo e alla positività assoluta del dibattito che abbiamo svolto il 23 settembre scorso all’Aula Magna del Convitto Nazionale con la partecipazione di circa 150 presenti. Primo perché il convegno, incastonato nel ciclo di eventi dell’Università di Teramo “La notte dei ricercatori” – una “notte” ben riconducibile ai problemi che solleva la teoria monetaria  di Auriti – è stato il più seguito anche rispetto a quelli di altri corsi di studio: non male per una Facoltà di Scienze Politiche che dagli anni Novanta certe massonerie locali , accademiche e non - esattamente le stesse che Auriti ha combattuto e di cui ha parlato Tarquini - hanno  cercato se non di affossare, quanto meno di destrutturare, di indebolire attraverso una politica dissennata di delocalizzazione territoriale, e di utilizzare come bacino di fondi per progetti altri, forse non solo universitari. 

Secondo, perché esso è servito non solo a creare un dibattito tra potenziali interlocutori diversi, che tutti sentono il peso della crisi economica in corso, ma soprattutto a far scoprire a chi “non sapeva”, il meccanismo “autonomo” dell’ invenzione della moneta quale svelato con rigore metodologico dal “controinventore” del Simec, e riproposto in modo brillante nel dibattito dal collega Sciarra. Per me, come ho detto nella mia conclusione, si è trattato di una sorta di saracinesca che si è aperta per un fiume di riflessioni, l’apertura di una finestra su un mondo finanziario che in parte già conoscevo in chiave storica o giornalistica in quanto segnato e contiguo alla truffa – vedi i “futures”, o due secoli fa, la speculazione borsistica dei Rotschilds inglesi sulla battaglia di Waterloo grazie alle false voci messe in giro su una inesistente vittoria di Napoleone, a informazione già ricevuta dai veloci corrieri privati, provenienti d’oltre Manica – e di cui la moneta e la sua invenzione appaiono come il “prius” assoluto.

La moneta è  “l’impensato radicale” della scienza economica: come è stato detto giustamente nel seminario, gli economisti di quasi tutte le scuole (bisogna riconoscere che almeno Tremonti, ha parlato talvolta di “signoraggio” e di “illuminati”) partono dall’assunto che la moneta “è”, senza interrogarsi sulle sue origini storiche e sociologiche, che chiamano in causa anche aspetti giuridici fondamentali concernenti il problema della sua “proprietà”.

Qui interviene il discorso relativo al possibile incontro tra culture diverse, e il richiamo che ho fatto a Marx: taglio corto su questo aspetto, dicendo innanzitutto che alla fin fine non mi cale nulla se questo incontro ci sarà o no (il problema sono come sempre i contenuti da portare comunque avanti, anche se il terrore di certi Poteri forti nei confronti delle cosiddette “alleanze rosso-brune” dovrebbe o potrebbe costituire un deterrente contro le chiusure settarie); pubblicando di poi qui a fianco, in forma jpg, un estratto di Marx “corporativista” antifinanziario, che potrebbe costituire un documento utile per tutti; e dicendo infine che la migliore sintesi della discussione che si è svolta al Convitto nazionale l’ha espressa ancora una volta Sciarra, quando ha ricordato che il sottolineare e svelare la truffa della moneta, e dunque lo “sfruttamento (finanziario) dell’uomo sull’uomo” non vuol dire negare l’altro “sfruttamento …” marxiano doc, quello del capitalista ai danni del salariato. E’ proprio la dimensione storica e sociologica che aiuta a capire o forse obbliga, al doppio percorso di indagine critica: sia della figura del capitalista industriale che, come descritto da Marx ne Il Capitale, sfruttava fino a 12 ore al giorno anche donne e bambini a fini di profitto, sia di quella del capitalista finanziario che ponendosi al di sopra della contraddizione capitalista (produttivo)-operaio, sfrutta entrambi attraverso il controllo-emissione della moneta e l‘ “usura”,  danneggiando ovviamente soprattutto i salariati e i “proletari”, le persone cioè prive di altra proprietà che la propria prole.

Questo detto, mi sembra anche giusto sottolineare il rischio di un possibile limite emerso da alcuni accenni del convegno: quello di una visione localistica e abruzzocentrica del messaggio auritiano, che invece ha diritto a cimentarsi non solo a livello nazionale, ma addirittura a livello internazionale. L’ “aristocratico abruzzese” Auriti è portatore di un messaggio che può valere  per tutta l’umanità perché centra il nocciolo della storia universale della Moneta e della Banca. Eccolo dunque immerso come una barca di salvataggio nell’oceano della crisi internazionale che sta colpendo tutto il pianeta. Come dice giustamente Savino Frigiola, che ho avuto il piacere  di vedere e conoscere a margine del seminario, la crisi internazionale moltiplica la potenzialità riparatrice della teoria monetaria di Giacinto Auriti. Ma allora, il problema è guardare a quel che si muove nel mondo, e individuare chi sono  potenziali interlocutori  del progetto “sovranità popolare della moneta” in una fase storica caratterizzata da una conflittualità molto alta.

Metto di nuovo subito i piedi nel piatto, avviandomi alla conclusione. Tra gli altri possibili, lo sguardo dovrebbe essere rivolto innanzitutto all’Islam, o per meglio dire, non può essere rivolto ai nemici del mondo arabo e islamico che dal 1991 hanno provocato guerre e distruzioni nella regione vicino e mediorientale. Per almeno tre motivi:

 

1) il primo è che è l’Islam ad essere portatore di una cultura antiusuraria che ricorda quella ormai in crisi – almeno dall’illuminismo e Bentham in poi: ma si potrebbe risalire fino ai banchieri Templari – del cristianesimo e della Chiesa cattolica. Ovviamente la guerra è in atto, una guerra che vede il mondo arabo e islamico sotto minaccia costante: molti analisti hanno ricordato che la guerra di Libia ha riguardato e riguarda non tanto o non solo il solito petrolio, ma anche e forse soprattutto la struttura bancaria della Jamahirya, e una strategia gheddafiana di interventi mirati in settori e gangli economici occidentali i quali, pure appartenenti alla stessa “logica”-“ratio” dei paesi ospiti, sono stati conflittuali con la strategia della grande “finanza laica” che domina il pianeta e le grandi Borse occidentali.

Ma se questo è vero, è comunque nella resistenza arabo-islamica all’oltranzismo occidentale la sponda utile per cambiare gli equilibri anche nel mondo cosiddetto libero, e questo grazie allo “statuto” originario dell’islamismo. Alcuni mettono l’uno a fianco dell’altro alcuni passi del Deuteronomio e i versetti del Corano pretendendo di equiparare le due precetttistiche sotto lo stesso segno antiusurario: non è così, nell’Antico testamento il “fratello” e il “prossimo” sono tali in senso tribale, e ai goym può benissimo essere applicato il prestito a interesse. La tradizione antiusuraria del Corano – una tradizione che rifletteva la contraddizione materiale tra l’economia mercantile delle carovane del deserto, e quella “proto-bancaria” dei bottegai ebrei prestatori di danaro a Medina o a La Mecca -  è permeata invece dalle caratteristiche universaliste dell’Islam, in questo simile al cristianesimo, e come questo diverso dall’ebraismo;

2) Sarebbe dunque pericoloso accentuare, nelle scuole auritiane, l’identità cristiana fino a posizioni lepantine e fallaciane: vorrebbe dire solo fare dell’autolesionismo e danneggiare la stessa causa del giurista teramano. La Fallaci, presunta “esule” dall’Italia nonostante i miliardi guadagnati in patria, ha coltivato il suo odio verso l’Islam in quel di Manhattan, il cuore dell’America ebraico-sionista. Come hanno ricordato Walt e Meirsheimer nel loro saggio sulla “lobby israeliana” e in Italia Christian Rocca de Il Foglio nel suo libro sui neocons (tutti ebrei sionisti, ha scritto Rocca), chi ha trascinato gli Stati Uniti e dunque l’Occidente intero allo scontro di civiltà con il mondo arabo-islamico è il mondo che ruota attorno all’oltranzismo ultranazionalista sionista: questo mondo è di molto differente da quello che ha mostrato ostilità a Auriti finché è rimasto in vita? E’ difficile affermarlo, è difficile non aprire gli occhi su certe pur utili aperture mediatiche alla figura del giurista abruzzese: invero non si capisce, o forse non capisco, come Oriana Fallaci e la stampa laicista e finto-progressista  possano essere un riferimento per chi intenea battersi per un Occidente diverso, capace di sviluppo grazie a una economia diversa caratterizzata tra le altre cose da una moneta “proprietà del popolo”.

3) Tutto questo conduce ad un terzo motivo, che è anche una conclusione: non è utile una riflessione  a compartimenti stagni sulla sfera monetaria-finanziaria e sul fenomeno del mondialismo, così come sarebbe perdente una battaglia “a rate” su questi terreni difficilissimi: chi si batte contro la guerra alla Libia ma nulla gli interessa di Auriti; chi si occupa della moneta ma disprezza l’islamismo come i neocons di Bush; chi insiste sulla sola Palestina, chi guarda alla Cina o alla Russia o a Chavez. Invero, pur tra contraddizioni e arretramenti sono emerse negli ultimi anni tendenze significative del chi dove come e perché si oppone al nuovo ordine postbipolare e al dualismo egemone degli ultimi venti anni, con in testa gli Stati Uniti e il suo principale alleato e concorrente mediorientale.

Il mondialismo, che attraverso gli Stati “sovrani” e le loro contraddizioni lobbistiche ha prodotto le guerre che hanno  distrutto la Jugoslavia di Milosevic e l’Iraq di Saddam, hanno aggredito la Libia di Gheddafi, e stanno minacciando adesso la Siria e l’Iran, necessita di essere contrastato innanzitutto da un’analisi organica e coerente delle forze in campo e delle strategie dei nemici dello sviluppo dei popoli e della pace.

Ovviamente, molti dei referenti possono non piacere alle identità europee e cristiane: i tempi di Mattei e La Pira – il sindaco della pace, artefice dei Dialoghi euro mediterranei in quel di Arezzo, fine anni Cinquanta – sono lontani  e oggi l’immigrazione senza freno mette oggettivamente in crisi le identità tradizionali europee, in primis quella cristiana. Da cui eventuali reazioni fallaciane e lepantiste anche tra i migliori.

Nondimeno il passo andrebbe fatto: riflettendo proprio allo stesso modo con cui alcuni hanno commentato l’evento Auriti del 23 settembre scorso - il richiamo all’importanza del Diritto nell’affrontare la questione della moneta e della sua proprietà, per opporsi a un vero o presunto dogmatismo economicista che impedirebbe di cogliere la “verità” in questo campo del sapere -  riflettendo cioè anche in questo caso in punto di diritto attraverso la fuoriuscita dall’autorappresentazione identitaria cristiana o europea, la soluzione non sta nel trovare “i nostri” in questo o quello scacchiere di crisi internazionale attuale, ma semplicemente nel ragionare in termini di diritto internazionale e di sovranità nazionali-statuali da difendere. Il mondialismo lievita sulla distruzione, balcanizzazione e asservimento degli Stati sovrani, quelli – sì, proprio quelli – sortiti dalla II guerra mondiale e dalla decolonizzazione, ormai inutili ai suoi disegni.

Se questo è vero, può non piacere Ahmadinejad o Hamas o Hezbollah o Gheddafi, perché si è fieri sostenitori dell’identità cristiana occidentale. Ma, se non si vuole finire nella deriva del criminale Breivik, gli stati sovrani del Medio e Vicino Oriente vanno difesi dall’assalto mondialista che si basa - secondo prima facie giuridica - sulla distruzione del Diritto internazionale, sull’assenza cioè di qualsiasi regola nella convivenza tra Stati che non sia quella della giungla. Non bisogna dunque solo ricordare l “aristocratico abruzzese” Auriti: bisogna “portare a Teheran” e nel mondo arabo Auriti, per rafforzarne il messaggio e renderlo il più operativo possibile: senza dogmi “religiosi” ma con la convinzione - a me pare condivisibile da tutti -che esso costituisce un primario avvio di risposta alla crisi economica e agli assalti borsistici della nostra difficilissima fase storica.

 

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29 luglio 2011
CASO NORVEGIA: LA DISINFORMAZIONE
TRA DIFFUSIONE DI NOTIZIE FALSE
E OCCULTAMENTO DI NOTIZIE VERE

Claudio Moffa

Nessun ottimismo è possibile, anzi: siamo comunque solo in rete e siamo pochi, sotto avvisaglie terroristiche che inducono spesso ciascuno a prendere le distanze dal “vicino di interpretazione”. E' un fatto comunque che Moffa, Blondet, Atzmon, Megachip, Infopal e adesso anche Gabellini, hanno messo insieme i tasselli certi della strage di Oslo e hanno offerto ai rispettivi lettori l'interpretazione più plausibile per spiegare l'attentato del “folle solitario”: primo, comunque, Breivik è un sionista, ammiratore e sostenitore nero su bianco nel suo dossier sulla cosiddetta “indipendenza europea”, di Israele. Secondo, tante voci della Norvegia, dai giovani assassinati alle alte sfere governative, avevano espresso nei giorni precedenti il massacro di Utoya e le bombe di Oslo delle posizioni duramente ostili a Israele, annunciando - dopo iniziative radicali datate come il boicottaggio di due ditte israeliane interessate allo sfruttamento dei giacimenti petroliferi: gesto inaudito per un paese europeo - due drastiche misure in sfida allo Stato ebraico: il riconoscimento dello Stato palestinese e un embargo economico contro quella che i paesi arabi chiamano talvolta, ancora, l' “entità sionista”. Dire che queste misure non rappresentano un pericolo per Israele vuol dire semplicemente ignorare la storia del conflitto israelo-palestinese, marcata sempre dall'ossessione sionista di imporre la propria legge della giungla non solo ai paesi arabi, ma a tutto il mondo. Opporre alla posizione coraggiosa e determinata della Norvegia vs. Israele che essa non è credibile perché la Norvegia è nella NATO, vuol dire fare della NATO un feticcio e azzerare la positività delle posizioni della Turchia dal 2009 in poi – fermo restando che lo stallo oggi di Ankara è analogo a quello di paesi che non fanno parte della NATO, ad es. l'Iran e la Russia – e azzerare anche la rilevanza del caso Mattei di mezzo secolo fa. La NATO non è un monolite senza possibilità di contraddizioni interne, anche se non soprattutto sulla questione sionismo.

La situazione è fluida. Vedremo come andranno le indagini – il vertice europeo dell'altroieri è stato probabilmente luogo di pressioni anche per “ben” indirizzare la polizia di Oslo, ma non è detto che l'imbavagliamento riesca. Vedremo se a settembre ci sarà o no uno scatto di dignità-reazione non solo della Norvegia ma di tutta l'Assemblea generale dell'ONU, che dovrebbe votare sì o no sul riconoscimento dello Stato palestinese. Vedremo anche se oltre a Megachip anche Giulietto Chiesa e altri commentatori esprimeranno la loro posizione sulla vicenda norvegese, e quale, tenuto conto del terrorismo psicologico in fieri contro chi osa ragionare e far circolare dati di fatto indubitabili tra i suoi lettori.

Vedremo tutte queste cose, epperò un dato è certo: i grandi mass media e i “grandi” opinionisti non hanno solo offerto interpretazioni diverse sull'attentato da quelle sopra citate, rincorrendo tutte le piste immaginabili altre che quella israeliana, ma – attenzione, questo è il punto chiave – hanno celato a milioni di lettori, telespettatori, ascoltatori le stesse unità di notizia, base per qualsiasi commento, impedendo così ai non addetti ai lavori di farsi una propria opinione su quanto accaduto.

Occorre considerare in effetti due diverse tecniche di disinformazione:

I°) Quella più nota e ovvia à la disinformazione consistente nella diffusione di notizie false , come nel caso delle armi di distruzione di massa di Saddam, dei 10.000 morti ad opera di Gheddafi nei primi giorni della ribellione bengasina, dei morti di Timisoara, o anche dell'attribuzione della strage di Oslo, nelle prime ore, con tanto di barbuto islamico sugli schermi televisivi, alla solita “Al Qaeda”. Questo tipo di disinformazione potrebbe essere contestualizzata in una logica, come dire, di breve durata, perché finalizzata alla svolta politico-militare – sempre o quasi segnata da violenza – perseguita: la guerra del 2003 contro l'Iraq, la guerra NATO contro la Libia, la fucilazione di Ceausescu, l'impatto mediatico della tragedia norvegese. I falsi vengono alla fine scoperti, ma quasi sempre a obbiettivo politico raggiunto.

II°) Ma c'è anche una seconda tecnica di disinformazione, collocabile in una prospettiva di lungo periodo, più profonda, e che consiste nell' omissione di notizie vere, di dati di fatto indubitabili e utili a farsi un'opinione diversa da quella-e dominante-i. Nel caso di Israele e del sionismo questo tipo di disinformazione è molto più diffuso di quanto si creda. Ecco alcuni esempi:

1)    Il 20 marzo 2003 (o forse il giorno dopo) Saddam Hussein in video conferenza commenta l'attacco anglo-americano con le seguenti parole, trasmesse in traduzione simultanea dal TG1: “gli americani, gli inglesi e dietro di loro il maledetto sionismo …”.   Quest'ultima unità di notizia (non dell'interpretazione di Saddam della guerra, ma del fatto che aveva pronunciato quelle parole) sfugge alla censura perché la traduzione dell'interprete arabo è in simultanea, ma nessun organo di informazione il giorno dopo – nonostante la sua utilità a fini di demonizzazione ulteriore di Saddam, l' “antisemita”, il “folle” etc. – l'ha pubblicata. Giammai che qualcuno potesse sospettare che Saddam aveva ragione, o che potesse spiegarsi perché nel 1991, di fronte al primo intervento anglo-americano, Saddam – fosse giusta o sbagliata la sua percezione del potere del sionismo sulle politiche estere di Washington e Londra – avesse lanciato dei missili contro lo Stato ebraico. Tutti zitti: ed è impensabile che nelle ore drammatiche dell'avvio della guerra, non ci fossero all'ascolto del discorso teletrasmesso dal TG1 almeno uno delle centinaia di giornalisti di qualche testata grande o piccola esistente in Italia.

2)  Pochi giorni prima lo scoppio della guerra del 2003, anche il congressista americano Jim Moran aveva espresso un'opinione simile a quella di Saddam: “perché, presidente Bush, dai il via a una guerra che fa gli interessi non degli Stati Uniti ma di Israele?” era stata più o meno la domanda.  Ma questa unità di notizia viene censurata dalla rete mediatica, almeno in Italia. Moran, subito accusato di “antisemitismo” dalla lobby israeliana, avrebbe poi prontamente ritrattato le sue parole e più tardi sarebbe finito tra i nomi dei politici, attori, etc. USA pronti a denunciare l'inesistente “genocidio” del Darfur, campagna mediatica poi dilagata anche in Europa e che avrebbe costituito la premessa del mandato di cattura internazionale  della CPI contro il presidente sudanese Al Bashir del 2009, per fortuna andato a vuoto per la reazione pronta del Sudafrica e di altri paesi africani. Si ricordi che Elie Wiesel, intervenendo all'ONU nel 2005, aveva citato come più grave “genocidio” della nostra epoca, proprio il Darfur. Con buona pace degli americocentristi, era ed è Israele il principale nemico del Sudan, secondo tradizione storica che risale alla guerriglia Anya-Nya degli anni Sessanta, e secondo le notizie rintracciabili anche sulla stampa israeliana, relative al sostegno aperto di Israele alla guerriglia del Darfur, e ai sudanesi vittime della repressione governativa.

LA STORIA OCCULTATA

PARAGRAFO 2: INFORMAZIONI E LINK

fonte: http://en.wikipedia.org/wiki/Jim_Moran

AIPAC and the Iraq War

[ edit ] Comments prior to the Invasion of Iraq

Prior to the 2003 invasion of Iraq , Moran told an antiwar audience in Reston, Virginia , that if "it were not for the strong support of the Jewish community for this war with Iraq, we would not be doing this. The leaders of the Jewish community are influential enough that they could change the direction of where this is going, and I think they should" . This brought criticism from many of his own party, including, among others, Senate Democratic Leader Tom Daschle and Senator Joe Lieberman . Nancy Pelosi , who was House Minority Leader at the time, remarked that "Moran's comments have no place in the Democratic Party." [59]

3)  Ma andiamo a leggere due intere pagine del Corriere della Sera sul Darfur appunto (Corriere della Sera del 13 3 2007). La firma è Bernard Henry Lewy, uno di quegli intellettuali ebrei e proisraeliani attivissimo ogni volta che bisogna colpire e demonizzare i veri o presunti  nemici dello Stao ebraico: ebbene, Lewy non cita le notizie di cui sopra – né cita il fatto che la campagna sul “genocidio” del Darfur è stata attivamente lanciata e sostenuta dal sito del Museo dell'Olocausto ancor prima il discorso citato di Elie Wiesel. Tace semplicemente l'unità di notizia. E' un conflitto, quello tra Kartum e i guerriglieri, tra il cattivo arabo e i suoi crimini, e i purissimi guerriglieri aiutati da nessuno se non dalle campagne di solidarietà della grande stampa (ovviamente neutra quanto a indirizzi, e molto sensibile ai “diritti umani”, almeno in Sudan) e della rete mediatica mondiale.

LA STORIA OCCULTATA

PARAGRAFO 3: INFORMAZIONI E LINK

Darfur: in ben due pagine di reportage sul Corriere della sera del 13 3 2007 Bernard Henry-Levy evita di citare (archiviostorico.corriere.it/2007/marzo/13/Nel_Darfur_terrorizzato_ difendere_con_co_9_070313050.shtml) semplicemente il sostegno di Israele, del Museo dell'Olocausto e della lobby americana, alla guerriglia antigovernativa. Eppure le notizie ci sono, negli USA e in Israele in particolare.Il caso Darfur - una guerriglia islamica appoggiata da Israele - non è unico: anche gli islamisti ceceni, i musulmani bosniaci, i kosovari albanesi, alcune fazione curde, sono sostenuti o da singoli magnati sionisti (Berezovsky e Soros) o direttamente da Israele. Attenzione, ne hanno parlato e scritto anche il Corriere della sera , o altra stampa aiutorevole, ma quando poi si va ai riepiloghi o ai commenti, questo aspetto - l'esistenza di un islamismo proisraeliano alleato del sionismo - viene cancellato.

Ad es.

1) DARFUR COME AUSCHWITZ (vedi qui accanto le foto del servizio di cui al link tra parentesi http://globalvoicesonline.org/2007/08/01/israel-sudanese-refugees-like-darfur-as-auschwitz/

2) http://www.jpost.com/JewishWorld/JewishNews/Article.aspx?id=20232 US Jews leading Darfur rally planning
GAL BECKERMAN 04/27/2006 23:09.

3) Demonstrators hope to pressure Bush administration to help end conflict


4) Il filmato è visibile nella successiva finestra (2 bis)

5) (http://blockyourid.com/~gbpprorg/judicial-inc/op_darfur_snow.htm)
The Mysterious Israeli Connection Israel reportedly provides military training to Darfur rebels from bases in Eritrea, and has strengthened ties with the regime in Chad, from which more weapons and troops penetrate Darfur. The refugee camps have become increasingly militarized. There are reports that Israeli military intelligence operates from within the camps, as does U.S intelligence. Eritrea is about to explode into yet another war with Ethiopia



Guerriglia darfuriana e Israele: una alleanza consolidata, anche ricorrendo
- come in Bosnia - alla politica di accoglienza dei rifugiati, prodotto della guerra

4)  Proseguiamo con la la Libia. All'inizio della crisi libica – quella trasformatasi poi in guerra – mentre alcuni mass media israeliani scrivevano che Gheddafi sarebbe di origine ebraica – nessuno dei grandi media in Italia ha parlato del durissimo attacco a Israele e alla CPI di Gheddafi nel 2009, notizia riportata all'epoca dalla stessa Repubblica con tanto di replica di Tel Aviv (“Gheddafi è un bulletto da circo”). In tal modo, il segno sionista o quanto meno anche sionista della guerra di aggressione alla Libia – ben simboleggiato dai due falchi dell'aggressione: Cameron e soprattutto Sarkozy - è rimasto occultato.

LA STORIA OCCULTATA

PARAGRAFO 4: INFORMAZIONI E LINK

"Quel circo equestre itinerante che è Gheddafi - dice il portavoce del ministero degli Esteri israeliano, Yigal Palmor - è divenuto da tempo uno show tragicomico che imbarazza chi lo ospita e la nazione libica che ne paga il conto. Mi chiedo se vi sia ancora qualcuno al mondo che prende seriamente ciò che dice quest'uomo. Noi comunque siamo certi che nessuno stato darà peso alle azioni teppistiche di questo bulletto". Aprite il pdf qui sotto, e leggete: così scriveva Repubblica appena nell'agosto 2009. Una polemica violentissima quella tra Libia e Israele, scatenata esattamente 10 giorni dopo il rientro a Tripoli da Londra di uno degli accusati del crimine di Lockerbie, da Gheddafi stesso.
Ebbene, meno di due anni dopo, fonti di Tel Aviv - in particolare citando un servizio di una TV israliana - diffondono la leggenda di un Gheddafi ebreo, figlio - un po' come Totò nel famoso film - di una ebrea fuggita da Israele nientedimeno perché il marito la picchiava (!!) e andata in sposa a uno sceicco che - beninteso - viveva in una tenda nel deserto della Sirte. Una balla incredibile, in cui casca persino Blondet manifestando un discreto odio e disprezzo verso Gheddafi, l'artefice odierno della strabiliante resistenza libica che pure lui stesso - Blondet - ha elogiato in un suo recente articolo. MA QUESTO E' NIENTE: L'OCCULTAMENTO DEL SEGNO FONDAMENTALE DELLA GUERRA D'AGGRESSIONE ALLA LIBIA PASSA PER IL SILENZIO TOTALE ATTORNO A DUE NOTIZIE: la prima è appunto il durissimo attacco di Gheddafi a Israele nel 2009, appena citato. Nessuno in Italia lo ricorda, nessun giornalista, nessun commentatore. Come dire, dal Figlio dello sceicco - per restare a Totò - allo Smemorato di Collegno. Professionalità del ceto giornalistico, zero assoluto.
La seconda è la vera natura politica di Sarkozy, filosionista come nessun altro leader occidentale (vedi la finestra 5). Così l'analisi della guerra viene mondata dal peccato di parlar male di Israele, e su questo tutti concordano: destra, centro e sinistra, ivi compresa certa intelligente coglioneria estrema, che ciancia di sicari europei al soldo di Obama, e accusano il solito "imperialismo americano" per una guerra da cui - è evidente anche ai ciechi - Obama sta cercando in tutti i modi di svicolare, esattamente come Berlusconi.


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5)  Le foto di Sarkozy “l'israeliano” – sono in questa pagina fb, alla sezione foto – circondato da rabbini, o da striscioni dell'AIPAC – emblema di una carriera politica del presidente francese fatta tutta , dal 1983 ad oggi, col supporto attivo della lobby prima solo francese poi anche americana - non sono mai state pubblicate da nessun importante organo di informazione italiano. In tal modo, non solo alcuni commentatori hanno potuto liberamente paragonare nel 2007 l'elezione di Sarkozy  a quella del pro-arabo De Gaulle, ma, di nuovo, la guerra di Libia è stata espunta di un dato di fatto atto a darne una interpretazione corretta, o quanto meno altamente probabile;

LA STORIA OCCULTATA

PARAGRAFO 5: INFORMAZIONI E LINK


SARKOZY, UNA CARRIERA ALL'OMBRA DELLE LOBBIES FRANCESE E AMERICANA. UNA CARRIERA OCCULTATA DAI MASS MEDIA E DALL'ESTREMISMO ANTIAMERICANISTA IN RETE



IL CASO SARKOZY: "Avevamo avuto Léon Blum e Mendès France Primi ministri, ma non si era mai avuto un Ebreo eletto a suffragio universale, è un grande successo! E inoltre con Kouchner ministro degli affari esteri, cosa volete di più? Allora vado a chiedere al mio amico Kouchner: “Quand'è che riconoscerai Gerusalemme capitale di Israele?”" : così salutava la vittoria di Sarkozy alle elezioni presidenziali il vicepresidente dell'Associazione Francia Israele George Freche, un ex deputato espulso dal PS per certi suoi “eccessi” verbali.  Come documenta con riferimenti precisi a articoli di giornali francesi e altre fonti, Paul-Eric Blanrue, Sarkozy, Israel et les Juifs, Belgio 2009, TUTTA LA CARRIERA DI SARKOZY SI SVILUPPA DAL 1983 IN POI GRAZIE AI SUOI STRETTISSIMI LEGAMI CON LA COMUNITA' EBRAICA FRANCESE PRIMA E QUELLA AMERICANA POI. A Neuilly “il  giovane sindaco strinse molto presto dei legami con le famiglie influenti e celebri, di cui sollecitava i doni e che elogiavano le sue prese di posizioni coraggiose da lui esternate in occasione delle feste della comunità locale – Pesach, Purim, Kippur. “ Il legame tra i Loubavitch di Neuilly (la corrente messianica maggioritaria nella cittadina) e Nicolas Sarkozy è molto forte , avrebbe detto il capo della sinagoga locale David Zouai. Il sindaco fa così il grande salto, e nel 1993 diventa ministro degli interni. Zouai  “gli regala una scultura  con le sette leggi di Noe' ricevute da Mose' e un libro di preghiere in francese  in ebraico risalente a Napoleone III ”, dicendogli: “ ve l'offro a condizione che voi diveniate un giorno presidente ”. Così fu: e i media tacquero del passato di rabbi Sarkozy, anzi ne parlarono come di un nuovo De Gaulle, il presidente francese artefice della svolta di pace con la cruenta guerra di liberazione algerina. Professionalità del ceto giornalistico? Zero.
LA VICENDA SARKOZY CI INSEGNA UN LEITMOTIV DELL'INFORMAZIONE SU ISRAELE E DINTORNI: le unità di notizia ci sono, ma nessuno le assembla e ne deduce - nel caso specifico - l'indubitabile quadro di un presidente francese legato mani e piedi a Israele. Il tentativo di Gheddafi di comprarlo finanziandone la campagna elettorale, non cambia questo dato di fatto, semmai dimostra con quanta intelligenza si è sempre mosso il leader libico per ostacolare il suo nemico di sempre, con "piccole" regalie - l'aiuto elettorale a Sarkozy - e con i grandi capitali della ricca Libia piazzati in Italia, in Africa e nel mondo. Ma torniamo al punto, e passiamo dai commenti e articoli alle immagini: AVETE MAI VISTO PUBBLICATA SU UN GIORNALE ITALIANO, LE FOTO QUI ALLEGATE? NO, nemmeno (anzi soprattutto) quando Sarkozy ha aggredito, assieme alla Libia, anche gli interessi nazionali italiani. L'IMMAGINE NEGATIVA DI ISRAELE VA SEMPRE EVITATA, OCCULTATA


Il presidente francese, onnipresente a tutte le cerimonie ebraiche, dal 1983 ad oggi

6)  A proposito di foto: la foto del cartello BR nelle mani dell'ingegnere dell'Alfa Romeo Michele Mincuzzi, vittima di un sequestro lampo da parte di Mario Moretti, foto che comparve all'epoca sulla stampa italiana e che suscitò le ire di Franceschini e Curcio all'epoca in carcere, perché – questa l'accusa dei due leaders storici delle BR al neo-capo – la stella raffigurata nel cartello in mano al rapito aveva 6 punte e non 5, NON COMPARE OGGI SU INTERNET: digitate “michele mincuzzi” su google-immagini e troverete centinaia di immagini, alcune delle quali riferite alle BR, ma non appunto quella del sequestro Mincuzzi. Diversi i rapiti, tra cui Sossi di Genova, e molte le stelle sempre a cinque punte. Potrebbe essere un tassello minimale, ma il problema è che poter vedere e far circolare quella foto vuol dire aprire una finestra di dubbio sul caso Moro: se cioè non avesse ragione il Presidente della Commissione Stragi Giovanni Pellegrino a sostenere pubblicamente nel 1999, durante la guerra di Jugoslavia, la possibilità-legittimità della pista Mossad nel rapimento dello statista proarabo e nemico di Henry Kissinger, Aldo Moro appunto.

LA STORIA OCCULTATA

PARAGRAFO 6: INFORMAZIONI E LINK

Nella foto, una rarissima foto del sequestro Mincuzzi, attuato da Mario Moretti, l'assassino del filoarabo e nemico di Kissinger Aldo Moro. Al 28-29 luglio, cliccando Michele Mincuzzi su google-immagini, la foto non compariva: ce ne erano-sono altre con il sequestro Sossi e con volantini vari, tutti rigorosamente con stelle a 5 punte. Nell'interpretazione di Franceschini, audito dalla Commissione Stragi, Moretti era una spia del Mossad e quella foto era un segnale che adesso (anno 1974) era lui a controllare l'organizzazione "comunista". Del caso Moretti ha scritto, con tre paginate su la Padania, persino il Dimitri Buffa prima di passare all'altro e più proficuo campo. Franceschini aveva raccontato che lui e Curcio erano statiavvicinati dal Mossad: in pratica Israele dava via libera alle BR: "fate quel che volete" noi vi appoggiamo, era stato il messaggio. L'OBBIETTIVO EVIDENTE ERA DESTABILIZZARE L'ITALIA, COERENTEMENTE CON LA STRATEGIA DI SEMPRE DI ISRAELE: VIVERE DI CAOS E DI GUERRE CONTRO E TRA I GENTILI, PER CONTINUARE INDISTURBATO L'OCCUPAZIONE DELLA PALESTINA.
Curcio e Franceschini rifiutarono e poco dopo vennero arrestati. Entra dunque in scena Moretti, l'ing. Borghi nel cui covo di via Gradoli venne scoperta la chiave di un' "auto rubata", di proprietà di una importante famiglia ebraica romana.

"E' consuetudine del Mossad lasciare un'ombra di mistero intorno
a tutte le operazioni che gli vengono attribuite. Non conferma né smentisce”

Eric Salerno, Mossad, base Italia. Le azioni, gli intrighi, le verità nascoste , Il Saggiatore, Milano 2010 p. 162

7) Caso Moro bis: nel gennaio 2002, tra l'altro in coincidenza delle prime interpretazioni cosiddette “complottiste” sull'11 settembre, Paolo Mieli, che allora curava la pagina delle Lettere al Corriere della sera , pubblica in apertura una domanda di un lettore che gli chiede lumi sul caso Moro: chi lo ha ucciso? E' vero che si è trattato di un complotto internazionale? Mieli risponde citando uno storico americano collaboratore della rivista di Perfetti, del quale riprende la teoria che la tesi complottista era infondata, ed era stata divulgata dagli ex comunisti pro-BR che all'epoca avevano inneggiato all'assassinio di Moro, e che poi, pentiti e rinsavitisi dal punto di vista etico, si erano rifugiati nell'idea di un complotto esterno che li salvasse.  
Attenzione, non è da entrare qui nel merito di questa teoria pseudopsicologica abbastanza strampalata: il fatto da sottolineare è invece che il giornalsita e storico Mieli, elenca sì le piste complottiste più note di cui si era parlato a proposito del Caso Moro - Cia, Kgb e  P2 di Licio Gelli – ma omette di citare (dicesi semplicemente citare) il termine Mossad: la pista cioè di cui avevano riferito in decine di articoli per diverse settimane – su input come già detto, dell'on. Pellegrino – i giornali e i media italiani nel non lontano 1999.
Come dire: il complottismo è comunque sbagliato, ma vada per parlare a destra di KGB e a sinistra di CIA e P2: giammai invece parlare, anzi citare, l'ipotesi Mossad. Proibito, come da “lezione” data all'on. Pellegrino – parlamentare italiano eletto dal popolo – da Galli Della Loggia a “sinistra” e da Ferrara a destra sul Corriere e su Il Foglio . Un attacco violentissimo e contestuale, che indusse il Presidente della Commissione Stragi a ritirarsi e a tacere per sempre sulla questione.

8)  Caso Spatuzza: nel dicembre 2009 il pentito Spatuzza accusa Berlusconi delle bombe del 2003 a Roma, Firenze e Milano. Si sviluppa un dibattito politico-giornalistico che dura mesi, assurdo non solo per il credito che a sinistra riceve il pluriassassino “testimone”, pur di dare addosso a Berlusconi, ma anche perché nessuna ricorda, pare, una notiziola interessante diffusa dall'allora ministro Mancino in parlamento, in risposta da alcune interrogazioni parlamentari appunto sugli attentati di quell'anno: “la rivendicazione – disse più o meno il futuro relatore e promotore della famigerata legge Mancino – è stata fatta da una organizzazione islamica, attraverso un cellulare di un cittadino israeliano ”. La notizia era stata riferita, con serietà professionale, proprio da Paolo Mieli, e se io cito questo suo merito è anche per far capire che la questione che sto sollevando, non è ad personam, ma comunque è tale e va posta all'attenzione di tutti.
Tutti zitti comunque, nelle controrepliche e nei successivi interventi, i parlamentari di destra, di centro e di sinistra. Tutti zitti i giornalisti. Ovviamente, quella rivelazione in atto pubblico non sembra aver interessato minimamente nemmeno la magistratura: chissà se è mai stato aperto un fascicolo sul caso, e chissà se qualcuno ha pensato di interrogare il proprietario del cellulare del cui nome evidentemente Mancino era venuto a conoscenza.

LA STORIA OCCULTATA

PARAGRAFO 8: INFORMAZIONI E LINK

Dicembre 2009, il pentito Spatuzza accusa Berlusconi di essere il mandante delle bombe del 1993 a Roma, Milano, Firenze: una tesi incredibile, di un pluriassassino usato da magistrati disinvolti come fonte di "verità". Ma il punto qui da considerare non è questo: è invece da sottolineare che dopo quelle dichiarazioni, si sviluppa un dibattito per circa sei mesi, tra giornalisti e politici, tutto incentrato su Berlusconi sì-Berlusconi no. Nessuno ricorda - NEPPURE PER SMENTIRLA - l'unità di notizia pubblicata dal Corriere della Sera di Mieli su una rivendicazione "islamica" degli attentati proveniente da un cellulare "di proprietà di un cittadino israeliano". In sé, la notizia - che non è solo giornalistica: era stato il ministro Mancino a rivelare il fatto in Parlamento rispondendo alle interrogazioni parlamentari sugli attentati - potrebbe sembrare secondaria: ma assommate questo specifico occultamento, o se volete questa smemoratezza,  ai tantissimi altri relativi ad altri eventi piccoli o grandi della storia recente e passata riguardanti Israele, e emergerà una tecnica di disinformazione costante e reiterata nel tempo a danno della verità e della ricerca della verità, a danno delle corrette investigazioni da svolgere (venne aperto un fascicolo dalla Procura di Roma dopo la dichiarazione del ministro Mancino?) e ovviamente, a vantaggio di Israele


L'estratto dagli Atti parlamentari con la dichiarazione di Mancino sulla rivendicazione finto-islamica delle bombe del 1993 e il trafiletto del Corriere della Sera che riporta l'unità di notizia


Si potrebbe continuare con numerosi altri esempi. Quello che va sottolineato, di nuovo, non è la questione dell'interpretazione di fatti: uno può essere d'accordo o no sulla pista Mossad in questo o quel caso , può essere o no un negatore assoluto dell'esistenza di complotti e di servizi segreti che complottano. Il problema è a monte, sul terreno dell'informazione secca, della notizia che viene nascosta o che finisce comunque occultata, magari anche solo per pigrizia mentale, una “pigrizia” che a sua volta però indotta dal clima terroristico che regna ogni volta che si parla di Israele in modo negativo.

Riflettiamo ancora: abbiamo parlato di eventi di cronaca sì, ma di valenza sicuramente storica. La questione dell'occultamento scivola in effetti anche sul terreno storiografico, e investe altri aspetti inquietanti: per fare un primo esempio, prima di concludere qui questo articolo, nel suo libro “Mossad base italia”, il giornalista e storico Eric Salerno – uno dei partecipanti al convegno del Master Enrico Mattei sul terrorismo del giugno 2010 – non solo ha disvelato un incredibile attivismo e una fortissima e diffusa presenza del Mossad nell'Italia negli anni Cinquanta – all'epoca del proarabo e pronasseriano Mattei – ma inoltre cita episodi e dichiarazioni che dovrebbero far riflettere tutti, a cominciare dagli storici interessati a difendere l'accessibilità e la trasparenza degli Archivi e che sono spesso ancora fermi all'epoca del fascismo-antifascismo e dei tentati golpe militari in Italia: p. 115:  si riferisce di fascicoli scomparsi all'Archivio di Stato, e in particolare uno titolato “ Israeliani in Italia ” (“ Il contenuto è stato distrutto ” è scritto sulla copertina)  e si accenna a “ archivi … ripuliti e molte storie sepolte “; p. 162: “è consuetudine del Mossad lasciare un'ombra di mistero intorno a tutte le operazioni che gli vengono attribuite. Non conferma né smentisce”; p. 191 (una sorta modalità “massonica” di informazione, rivolta alle elites che devono sapere, ma di cui non devono diffondere i contenuti specifici alle opinioni pubbliche): “quelli che devono sapere, sanno. E quelli che devono sapere, sanno che non c'è posto al mondo dove Israele non può agire” (Ehud Olmert).

La Norvegia è un'eccezione a questa “regola”? Difficile a credersi. E se sì, comunque, perché allora i grandi media non hanno riferito e non riferiscono tranquillamente e professionalmente tutte quelle unità di notizia su cui abbiamo sin qui ragionato e scritto in pochi?


26 luglio 2011
"LO TSUNAMI
DI NETANYAHU ...": RISPOSTA
AL PROF. ARIEL TOAFF

"Boikott Israel":
la foto che nessun organo di informazione italiano ha pubblicato

Sull'isola della strage nessun agente. E' a 30-40 km da Oslo, ma la polizia arriva solo dopo 80 minuti.

articolo pubblicato da Claudio Moffa su fb il giorno martedì 26 luglio 2011 alle ore 9.17

In un breve commento pubblicato sulla bacheca di una comune amica fb, il prof. Ariel Toaff scrive che mi sarei “affrettato senza alcuna prova ad attribuire la strage a Netanyahu, al Mossad e a Israele” con l'articolo “Lo tsunami di Netanyahu è arrivato: a Oslo” circolato in rete negli ultimi due giorni. In realtà ho fatto di peggio, rispetto alla vulgata mediatica seguita all'orribile strage di Utoya: ho parlato di fatti , li ho messi in fila e ho dedotto l' ipotesi più seria e credibile per capire le ragioni e le dinamiche profonde dell'eccidio. Altro che islamista, neonazista, cattolico fondamentalista e attentatore solitario:  Anders Behring Breivik è un massone, nemico accanito dell' “Eurabia”, sionista sostenitore di Israele e del suo “diritto a difendersi dal Jihad” (p. 1365 del suo dossier “2083 - Una dichiarazione d'indipendenza europea” ): e – secondo quanto ha dichiarato al giudice - ha agito con l'aiuto di due cellule. Vero o non vero – potrebbe anche trattarsi di una invenzione a fini propagandistici – di certo la sua esternazione è una prima smentita all'estremo tentativo – cadute una dopo l'altro tutte le superficiali invenzioni delle prime ore - di occultare la dimensione e la pericolosità della tragedia norvegese, attraverso una sua “spoliticizzazione” e riduzione a un'azione criminale di un folle (questo è sicuro) “solitario” (questo è assai difficile per un massone).

I fatti dunque. Ariel Toaff, che stimo profondamente e per il quale ho trepidato nei giorni in cui, nel 2007, veniva sottoposto a un linciaggio criminale in Israele (e non solo) per aver raccontato, sulla base di fonti accuratamente citate, alcune vicende terribili relative ai “riti di sangue” degli Ebrei nei confronti di bambini cristiani, converrà sicuramente che la verifica e lo studio dei fatti sono la base  fondante sia il mestiere di storico che quello di giornalista. E converra'  anche che sempre – come dimostra il suo eroico sforzo per la verità, che mi indusse all'epoca a chiedere a Israel Shamir di parlare della sua vicenda al convegno La storia imbavagliata di Teramo – la ricerca e la divulgazione di fatti richiede anch'essa, e non solo la loro successiva interpretazione, un impegno e uno sforzo notevole: oggi forse più che in passato, perché lo storico ha da fare i conti appunto con l'assedio mediatico che ha eroso qualsiasi potere e autonomia alla vera ricerca e alla vera accademia, decidendo lor signori, i grandi padroni multimediali e le loro proiezioni politico-giudiziarie (compreso il signor Gayssot), quale sia la “verità storica” su questo o quell'evento, e quale la verità giornalistica preludio alle “necessarie” guerre che hanno insanguinato il pianeta almeno dalla fine del bipolarismo. Le “armi di distruzione di massa” di Saddam, ad esempio.

E allora ecco i fatti che io ho elencato nel mio articolo, e quelli che continuano ad accumularsi – nel silenzio assordante di tutti i mass media – giorno dopo giorno, ora dopo ora: primo, la vigilia della strage, i giovani laburisti sull'isola di Utoya avevano organizzato un meeting pro-palestinese.

Secondo, nella stessa occasione il ministro degli esteri norvegese aveva ribadito con forza l'imminente riconoscimento dello Stato palestinese da parte di Oslo - quel riconoscimento richiesto anche da Obama e che aveva provocato la pronta reazione di Netanyahu,  “ci sarà uno tsunami”.

Terzo, l'annuncio definitivo del ritiro di Oslo dalla guerra della NATO contro la Libia.

Quarto, l'accusa alla Norvegia del ministro degli esteri israeliano di « promuovere l ' antisemitismo » a causa delle sue posizioni pro-palestinesi.

Quinto, il rifiuto due anni fa della Norvegia di accettare la cooperazione di Israele nello sfruttamento di alcuni giacimenti petroliferi nel mar del Nord: uno schiaffo fortissimo, che ricorda altri tempi, e al sottoscritto in particolare la fiera e decisa risposta di Mattei alla campagna di stampa sui rapporti tra ENI e Israele, poi scoperti esistere veramente per responsabilità di Cefis. Dicembre 1961, un mese prima dell'espulsione di questi dall'ENI, 10 mesi prima l'attentato mortale di Bascapé. All'epoca il rifiuto di Mattei, comunque atipico e prova di grande coraggio, aveva un suo retroterra storico comprensibile, il “rifiuto” di Israele da parte di tutto il mondo arabo, Nasser in testa. Oggi, un niet di questo tipo, ha qualcosa di ancor più eroico: è un messaggio di rigore etico-politico fortissimo, un segnale di coraggio per un ceto politico europeo ridotto al nulla assoluto quanto a autonomia dei propri valori e della propria ideologia presuntamente democratici.

Sesto, l'antiisraelismo diffuso – diffuso anche perché condiviso dalla leadership laburista norvegese – tra intellettuali, giovani, scienziati: come nel caso dei medici Mads Gilbert e Erik Fosse testimoni della guerra di Gaza.

Settimo, la recente minaccia di Tel Aviv – seguita alle condoglianze ufficiali – di rinnegare addirittura gli accordi di Oslo, quegli accordi che Rabin pagò con la vita nel 1994: una minaccia come dire, inopportuna dato il momento, a meno che il “momento” non sia assolutamente funzionale, come è, agli interessi della leadership israeliana che continua come sempre, sempre, sempre, a boicottare e rifiutare qualsiasi accordo di pace con i palestinesi diverso dal suo diktat.

Infine, ci sono le nuove notizie in progressione e combinate , ovvero da combinarsi , da una parte sull'identikit dell'assassino, quello prima accennato e confortato da altre unità di notizia circolate recentemente, e dall'altra sulla dinamica degli eventi del 22 luglio, dinamica che fa sempre più emergere la probabilità di forti connivenze interne alla Norvegia, a protezione della mano assassina di Brievik.

Ecco dunque da una parte le ulteriori prove che indicano l'ideologia non “antisemita” e “neonazista” - come scrive il prof. Toaff - ma razzista antiaraba e pro sionista dell'attentatore (la sua ammirazione per il blogger Fjordman, sostenitore di una Europa “giudaico-cristiana” decisamente filoisraeliana; e per il filoisraeliano razzista olandese Geert Wilders), e che dunque confermano il segno pro sionista, comunque , anche cioè fossero opera di un folle solitario, degli attentati di Oslo e Utoya.

Ed ecco dall'altra parte, a smentita della tesi dello stragista solitario che ha “copiato Unabomber” (!), e dunque del fatto che quegli eventi, con quel loro segno prosionista comunque indubitabile, siano riconducibili a una scheggia impazzita di una Norvegia in crisi, le notizie sulle carenze delle misure di sicurezza (a due giorni da una esercitazione antiterrorismo svoltasi in pompa magna!) e sui ritardi dell'intervento della polizia per bloccare e arrestare Anders Behring Breivik: nemmeno un agente sull'isola (solo un poliziotto in funzione di volontario del sevizio civile), e i tempi lunghissimi - a fronte della breve distanza tra l'isola e Oslo, una trentina di chilometri, pochi minuti di elicottero - con cui si sono mosse le forze dell'ordine: 80 minuti dopo l'inizio della strage.

Da questi fatti deduco che l'ipotesi Israele, Mossad, sionismo è assolutamente la più credibile. Forse sbaglio, ma assai meno di tutti coloro che sui grandi mezzi di comunicazione hanno disinvoltamente fatto incredibili figuracce professionali, inseguendo di volta in volta tutte le fantasie possibili – asserendole con convinzione, senza alcun dubbio – pur di non offrire al lettore, attenzione, non solo l'interpretazione che io do alla sequela di fatti prima elencati, ma addirittura i fatti stessi che di quale che sia interpretazione sono il fondamento primario.

Perché questo va sottolineato: l'occultamento della verità non riguarda solo l'editoriale e il commento, investe anche le unità di notizie sopra ricordate che sono assolutamente vere ma, che almeno nei primi due giorni dopo l'attentato, nessun mezzo di informazione ha diffuso. Persino la foto con lo striscione "Boycott Israel" è stata nascosta, almeno in Italia. Non mi dilungo, e concludo subito: è un meccanismo che ormai conosco a menadito, e sul quale mi impegno a  riprodurre prossimamente alcuni esempi precisi.

PS. Per inciso: il suo commento, caro Toaff, non compare dal mio account sulla bacheca della amica fb, contrariamente a tutti gli altri. Una stranezza che non so spiegarmi. Per fortuna, comunque, ieri sera tardi me lo ha trasmesso. Da qui un certo ritardo nel risponderle. Cordiali saluti, CM

IL COMMENTO DEL PROF. ARIEL TOAFF

Gli attentati e il massacro di decine di ragazzi a Oslo, perpetrato da un neonazista norvegese, fondamentalista cattolico, hanno scosso il mondo. La societa' occidentale ha dimostrato una volta di piu' di non essere immune da quelle malattie contagiose, che non sempre riescono a rimanere celate sotto la falsa immagine della modernita' e del progresso: razzismo, xenofobia, antisemitismo , intolleranza ideologica, estremismo religioso. Ma per combattere il morbo e' indispensabile diagnosticarlo senza preconcetti e analizzarne i sintomi senza deviare da un'impostazione corretta, rispettosa della verita' e non inquinata da interessi di parte. Cosi' purtroppo in molti casi non avviene. E mentre da una parte (vedi l'articolo sull'argomento del prof. Claudio Moffa su facebook) c'e' chi si e' affrettato senza alcuna prova ad attribuire la strage a Netanyahu, al Mossad e a Israele, intenzionati a colpire crudelmente la Norvegia, rea di appoggiare la causa degli arabi e pronta a riconoscere la proclamazione unilaterale dello Stato palestinese all'ONU, dall'altra i circoli sionisti piu' reazionari e faziosi anche in Italia (vedi l'on. Fiamma Nirenstein e il sito internet Informazione Corretta) non hanno avuto alcuna esitazione ad attribuirne la responsabilita', anche in questo caso senza alcuna prova, al terrorismo e fondamentalismo islamico, un cancro che divorerebbe l'indifesa societa' europea dall'interno. E' deprimente constatare che, anche di fronte ad avvenimenti tragici come quello che ha colpito la Norvegia, in molti casi la verita' viene piegata agli interessi dell'ideologia. Amica veritas, sed magis amicus Plato.



16 aprile 2011

CINQ THESES
SUR LA GUERRE DE LIBYE (*)

Claudio Moffa

"La guerre de Libye marque une inversion de tendance par rapport aux dernières années, durant lesquelles (à partir de 2006) les relations internationales se sont progressivement dirigées vers un multilatéralisme renaissant, symbolisé par le discours du Président russe Poutine au sommet de Munich de 2007.
La guerre de Libye est aussi un évenement complexe et pleine de questions ouvertes qui appellent une réponse. Je vais en proposer ici quelques-unes, sous forme de cinq thèses.

1) La guerre de Libye de 2011 est illégitime selon le Droit International

Au premier coup d'œil, la question de la légitimité ou de l'illegitimité de la guerre de Libye peut sembler posée. A partir de la fin du bipolarisme, au debut des années 90, les principes et les règles des Nations Unies telles qu'elles sont fixées par la Charte de San Francisco, ont été violés à plusieures reprises, notamment lors des guerres du Moyen Orient et des Balkans. Monique Chemillier-Gendrau a parlé de “catégories” du Droit International « écrasées » par le nouveau monopolarisme occidental consécutif à la disparition du bloc soviétique.
Le “domaine réservé” des Etats souverains, principe clé du nouvel ordre international issu de la Deuxième Guerre mondiale et de la Décolonisation — principe appliqué à tous les états membres à l'exclusion des pays racistes telles que l'Afrique du Sud et la Rhodésie, et qui avait toujours empêché les Nations Unies d'intervenir dans les guerres civiles internes des états membres des Nations Unies (pour mémoire, la guerre civile du Congo et la guerre du Biafra au Nigéria dans les années soixante) – a eté abandonné au profit d'un nouveau principe, le prétendu « droit d'ingérence humanitaire », élaboré à l'origine pour les catastrophes naturelles et plus tard « bellicisé », pour ainsi dire, en tant que devoir-droit de « protéger les populations civiles » (le prétendu R2P, « Responsibility to Protect »).
Ce principe au but typiquement colonial a pu devenir droit effectif, grace à la réinterpretation et à la reprise de deux autres principes : l'autodétermination des peuples ... "- Pour lire le pdf

(*) Paper for the II International Conference «World history and actual problems of international relations» , April 12 – 13, 2011 - The Ministry of Education and Science - A.Yu. Krymsky Institute of Oriental Studies of the National Academy of Sciences of Ukraine - Luhansk National Taras Shevchenko University - Lugansk, Ukraine

Les cinq thèses

1) La guerre de Libye de 2011 est illégitime selon le Droit International

2) La Libye est en conflit avec les intérêts israéliens et le système bancaire occidental : la guerre contre la Libye est donc, sans aucun doute, pro-israélienne et pro-sioniste.

3) Ce n'est ni la « communauté internationale » nì l'Occident, ni même les Etats-Unis qui ont attaqué la Libye, mais l'extrémisme occidental représenté par la France de Sarkozy et l'Angleterre de Cameron

 4) La guerre de Sarkozy est aussi contre l'Italie

5) Plus qu'une thèse, une question ouverte : le «mystère» des abstentions aux Nations Unies dans le vote sur la Résolution 1973

 Conclusions : il faut relancer le discours de Poutine à Munich en 2007 : dans ses paroles il y a les principes pour eviter la curieuse derive neo- mondialiste  du 17 mars passé, c'est-à-dire l'entrange « monopolarisme multilateral » fondé sur la soumission de tous le Etas souvraines au « Pouvoir fortes » transnationales



7 marzo 2011

GHEDDAFI E IL MOSSAD:
UN' OPERAZIONE DI DEBUNKING?

Claudio Moffa

GHEDDAFI E IL MOSSAD : UN' OPERAZIONE DI DEBUNKING ?
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Verità vera, quella diffusa dalla stampa israeliana sul Mossad che aiuterebbe Gheddafi, o disinformazione – debunking, nello stile Wikileaks – in un momento in cui Gheddafi è in ripresa e sta riconquistando pezzi importanti di territorio libico e guadagna consensi in alcuni paesi del “Terzo mondo”? Perché questa notizia non è stata pubblicata dai media di Israele prima, nei primi giorni della rivolta, quando Gheddafi sembrava prossimo a essere rovesciato? Non sarebbe stata utile a calmare i bollori bellicisti della Rodham Clinton e di Cameron?

E' la prima domanda da porsi per capire quel che sta succedendo. Premetto di assumere come ipotesi di lavoro che tutto è possibile, anche una alleanza contingente fra Mossad e Gheddafi (o forse tra una agenzia mercenaria israeliana e Gheddafi), e inoltre che concordo con chi insiste sulla necessità, rintuzzata la ribellione con interventi militari assai meno drammatici di quello che la solita stampa vuole far credere – non a caso Gheddafi ha invitato l'ONU domenica scorsa, ad indagare sui fatti – di una politica di recupero delle due Libie che sono nei fatti emerse in queste settimane di guerra, a una pacificazione reciproca. Il figlio maggiore del rais, che nei primi giorni della crisi parlò della necessità di una apertura democratica e poi si fece filmare con il mitra su un carro armato, simboleggia bene questa eventuale prospettiva.

Questo detto, credo che bisogna tener presente la complessità generale della situazione. Può sembrare una battuta scontata, ma in realtà penso che esistano due diverse visioni generali dei due campi che si stanno scontrando, non certo da oggi, ma, se non dal ‘48, almeno dal 2001, nei diversi teatri mediorientali: una attenta ai fenomeni di superficie e una più profonda. Sic ... (Leggi tutto)

ALLEGATI

Due delle questioni accennate nell'articolo qui sopra: a destra, il saggio di un ex dirigente della Banca centrale irachena negli anni Ottanta (ai tempi di Saddam, cioè) che dimostra la coscienza profonda della questione Israele da parte della leadership baathista. A sinistra, un articolo illuminante, sul lavorio nelle Nazioni Unite da parte di Israele, già nei primi anni Sessanta: se lo avesse scritto un "gentile" sarebbe stato accusato subito di "antisemitismo" e "complottismo". In realtà sono fatti storici. Il giornalista David Horovitz riassume l'intensa azione di intellettuali, politici e giuristi ebrei - ebrei innanzitutto, prima ancora della nazionalità "formale" di appartenenza - e termina con un richiamo storico a ... Mosé. Questo è il sionismo, che non può essere ridotto all'occupazione della Palestina, pure fatto cruciale e prima linea per il popolo palestinese (CM)

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IRAQ - IL "CASO SHEKEL"

Hassan Al-Najafi
LE SHEKEL ET SON UTILISATION
DANS L'IRAQ ANCIEN


 

IRAN - UN CONVEGNO SULL'HOLLYWOODISMO
Febbraio 2011


Indiana Jones, Evita, il Codice da Vinci, Lutero: quando il bel cinema
è anche propaganda

A Teheran il seminario sull'hollywoodismo ha visto la partecipazione di una ricca pattuglia di intellettuali e registi francesi, alcuni italiani e rappresentanti da tutto il mondo, dal Sudan a Ceylon, dalla Norvegia alla Polonia e altri paesi dell'est Europa, all'America latina. Un successo, e un segnale della serietà della politica culturale iraniana. Non esperto-cultore di cinema, personalmente ho parlato di Indiana Jones , un serial avviato nel 1981 con un film di Spielberg sugli “Avventurieri dell'Arca perduta”, ottimamente fatto, e che mescolando finzione e realtà storica – Indiana Jones, impersonato da Harrison Ford incontra personaggi veri da Lawrence d'Arabia a Charles De Gaulle – veicola tre idee guida che diverranno egemoni, sulla base di mutati rapporti di forza internazionali, dieci anni dopo in età postbipolare: la prima idea è la centralità-intoccabilità della questione ebraica ben simboleggiata dall'Arca perduta, trafugata nel film dai nazisti tedeschi alleati degli arabi; la seconda, connessa alla prima, è una sorta di “diritto di ingerenza archeologica” – l'Arca! E Indiana Jones fa quello che vuole, imponendo la sua legge ai “selvaggi” autoctoni – che anticipa quello di “ingerenza umanitaria” reinventato dai giuristi internazionalisti dalla norma elastica, e utilizzato come grimaldello per l'aggressione agli Stati sovrani dagli anni Novanta in poi; infine, l'amplificazione del dogma della inferiorità militare degli Arabi, tanto gonfi di retorica quanto impotenti di fronte a Israele: è la scena dei due Arabi, eleganti in vestiti alla derviscio neri con cintura rossa, che dopo aver roteato minacciosamente ma con vuota retorica le loro scimitarre contro l'esploratore bianco, vengono uccisi da Indiana Jones con due pratici e vincenti colpi di pistola. Simbolizzazione di una realtà ...
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7 febbraio 2009

Cinema negazionista

A PROPOSITO DEL FILM “LUTHER”

La rivisitazione di Martin Lutero
in chiave solo anticattolica

Claudio Moffa 

 

Il famoso, classico ritratto di Martin Lutero ha ben poco a che vedere col bell'aspetto di Joseph Fiennes, l'attore che impersona il fondatore della riforma protestante nel film di Eric Till. Ma fosse solo questo il difetto dell'opera, sarebbe poca cosa. Ci sono gli errori denunciati da alcuni commentatori – la divisione in versetti del Vangelo e il vocabolario greco-tedesco, che “non esistevano all'inizio del XVI secolo” - e soprattutto c'è la grande e usuale censura: non si parla di Ebrei, e dell'atteggiamento di Lutero nei confronti degli Ebrei. Nessun accenno alle lezioni di Wittenberg sulle lettere paoline che più si caratterizzano per la rottura con la tradizione monoetnica del Vecchio Testamento – ai Galati, Romani ed Ebrei . Nemmeno una parola su Anche Cristo è nato ebreo del 1523, scritto sotto gli effetti della rivolta contadina di Tommaso Muntzer, quando Lutero sperava ancora di recuperare al dialogo le comunità ebraiche della Germania. Oblio altrettanto totale sul dissacrante Degli ebrei e delle loro menzogne terminato da Lutero nel 1543, tre anni prima della sua morte, e attraversato da ben altro spirito: una rottura frontale ... leggi tutto

 


IRAQ - IL "CASO SHEKEL"

Hassan Al-Najafi
LE SHEKEL ET SON UTILISATION
DANS L'IRAQ ANCIEN




12 febbraio 2011

Claudio Moffa a Radio Italia:
la rivoluzione egiziana e' un monito a Israele

(....)

" Si riferisce a Nasser e al colpo di stato antimonarchico degli “Ufficiali liberi” del 1952?

Sicuramente sì, ma dentro un fenomeno generale nel mondo arabo che ha avuto diversi capitoli importanti, ad esempio, nella Siria di Assad, nell'Iraq di Kassem e al-Bakr, o nella Libia di Gheddafi. Preso a modello dal leader libico artefice del colpo di stato del 1969, Nasser è forse stato il più grande leader del mondo arabo fino ad oggi, e sembra impossibile che quanto sta accadendo oggi in Egitto non conservi la memoria delle sue politiche riformatrici e della sua ferma posizione anticolonialista e antisionista. In 18 anni di governo, Nasser rivoluzionò l'economia egiziana con la riforma agraria, con politiche sociali a favore degli strati più poveri della popolazione, con la diga di Assuan che permise la triplicazione della produzione agricola nazionale. Animato dal panarabismo, sostenne attivamente la rivoluzione algerina e ebbe una ferma posizione antisionista, ripagata da Israele con un odio frontale, irriducibile. Nasser fu odiato da Israele come il nuovo Hitler, esattamente come oggi accade per Ahmadinejad. Due governi e paesi diversi l'Egitto e l'Iran, anche perché operanti in epoche storiche diverse – sarebbe impossibile e letale oggi una politica rivoluzionaria in Egitto che non comprendesse al suo interno i Fratelli musulmani, al contrario di quanto fece Nasser - ma entrambi animati da un profondo sentimento di unità del mondo islamico e di difesa dei diritti dei palestinesi. Ora, come dicevo è impossibile che tutto questo non sia presente nei fatti che ricordavo prima: il “corteggiamento” dei militari da parte dei manifestanti di Piazza Tahir, la neutralità delle forze armate nel braccio di ferro fra il popolo egiziano e coloro che teoricamente ne sarebbero i vertici, cioè il vice presidente Omar Soleiman e i ministri nominati da Mubarak. Pare però evidente che chi garantisce spazio alla rivolta pacifica non controlli tutto l'apparato militare, altrimenti il governo fantoccio sarebbe stato già eliminato. Un tentativo fallito di attentato contro il vicepresidente – il vero uomo forte del regime – già c'è stato, ed è ovvio attendersi una resa di conti finale. Proprio oggi il governo ha ammonito le forze armate che teoricamente sono sottoposte alla sua autorità a non lanciarsi in colpi di stato. Tutto può accadere, un bagno di sangue, l'emergere di un terzo polo fra il regime in crisi e le forze più radicali, o la vittoria di queste ultime. Ma lo scontro si deciderà dentro le Forze armate, anche nel caso di uno sbocco civile della crisi" (....)

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