PRIMA PAGINA

PAGINE DEL SITO

CHI SONO
 


PAGINE


Africa
Diritto
Enrico Mattei
Iran
Palestina-Israele
Terrorismo
Università


Claudio Moffa

ENRICO MATTEI,
IL CORAGGIO
E LA STORIA


CLICCA SULL'ICONA
PER IL FORMATO NORMALE

con saggi di

Giuseppe Accorinti, Umberto Bartocci,
Felice Di Nubila, Giovanni Galloni,
Vincenzo Gandolfi, Francesco Licheri,
Benito Li Vigni, Emanuele Macaluso,
Simone Misiani, Claudio Moffa,
Nico Perrone, Andrea Ricciardi
e
GIULIO ANDREOTTI

INDICE



Enrico Mattei
Contro l'arrembaggio
al petrolio
e al metano

a cura di
Claudio Moffa
Aracne editore 2006
€ 8





Conduce
Carlo
de Blasio


5 Maggio

Enrico Mattei: l'Italia del petrolio
In studio Claudio Moffa, dire
ttore del Master "Enrico Mattei" in Medio Oriente, Università di Teramo


ENRICO
MATTEI

CENTENARIO

(1906 - 2006)

Intervista
della Radio Svizzera
a Claudio Moffa



Oriente
e
Occidente

Una trasmissione di
SET
settimanale di Teleponte

a cura di

Antonio D'Amore

con
Giovanni Giorgio
Claudio Moffa Mustapha Ratztami

il video
20 aprile 07


19 dicembre 1998

"L'obbiettivo
è rovesciare
Saddam Hussein"

intervista a
Claudio Moff
a

da L'Avvenire
del 19 dicembre 1998



 

 

 



5 febbraio 2010

L’orgoglio nazionale di Ahemdinejad e il cedimento di Berlusconi
0

LA VISITA IN ISRAELE INIZIA CON FURBIZIE VERBALI-DIPLOMATICHE E TERMINA CON UN DISASTRO:
L’ALLINEAMENTO DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO ALL’ASSEDIO A AHMEDINEJAD, MENTRE LE BORSE CROLLANO E SI RIACCENDONO LE VOCI DI UNA GUERRA DI ISRAELE CONTRO L’IRAN

Frattini coglie al volo l’occasione, si libera del bavaglio e spinge in prima persona verso maggiori sanzioni. L’ENI forse si allinea. Dure reazioni palestinesi e soprattutto di Teheran alle parole infauste di Berlusconi, mentre l’ineffabile bundo-marxista Forum Palestina, da sempre schierato contro Hamas e silenzioso sui diritti di Teheran al nucleare, adesso fa il duro e scopre – i miracoli dell’antiberlusconismo per principio! -che Hamas va difeso e che Ahmedinejad ha ragione.

di Claudio Moffa

Annunciata per gennaio fin dall’autunno scorso, slittata di qualche giorno o settimana probabilmente a seguito dell’aggressione di Piazza del Duomo, la visita di Berlusconi in Israele sembrava iniziata bene, con una serie di esternazioni del Presidente del Consiglio che erano state probabilmente calcolate parola su parola..... Leggi tutto

 

 

15 giugno 2009

L’antigheddafismo della sinistra, travestito da difesa dei deboli, è l’ennesimo segnale di una  sinistra che non c’è più e che ha accettato una mutazione genetica dei suoi principi “internazionalisti“ e di rispetto del diritto internazionale.
LA LIBIA E LA SINISTRA :
ECCO S’AVANZA
UNO STRANO "BUNDO-MARXISTA"

di Claudio Moffa

Grandi affari, forti segnali simbolici fra gli ex colonizzati e l ’ex colonizzatrice, discorsi sensatissimi, qualche battuta in eccesso e infine uno sgarbo forse reciproco ma forse no fra il ritardatario Gheddafi e l’annullatore ex post di un incontro ufficiale, Gianfranco Fini: sembra essere questa la sintesi della due giorni del leader libico in Italia. Eppure a ben vedere c’è qualcosa di più: la storica visita a Roma di colui che a soli 27 anni, ammiratore di Nasser e già studente ribelle contro la monarchia, rovesciò re Idris con un colpo di stato assolutamente incruento, avviando il paese sulla strada del riscatto anticolonialista e di uno sviluppo economico poderoso, ha portato anche a una chiarificazione definitiva non solo su cosa si sia ridotta oggi la sinistra, ma anche su dove in realtà sia la sinistra oggi in Italia. E forse non solo in politica estera.    Leggi tutto

 


29 gennaio 2010

0
LE BASTONATE CINESI A GOOGLE FANNO EMERGERE LA FALSA IDEOLOGIA "LIBERALE"
E IL FALSO AUTOMATISMO
DEL MOTORE DI RICERCA DI PAGE&BRIN.
ANCHE GOOGLE CENSURA, DICE FORBES.COM, CHE RICORDA
I "NEGAZIONISTI" DI AAARGH

di Claudio Moffa

Forbes ha ragione, ma compie un errore non secondario sostenendo che Google censurerebbe solo "su richiesta dei governi". In realtà non è così, la censura Google è più articolata e sottile, e anche e soprattutto autonoma:
1) Page & Brin possono accettare, se effettivamente esistono, le richieste dei governi che si confanno o non si oppongono alla loro ideologia estremista ebraica: sì alla censura del revisionismo olocaustico in Francia e di quello in Turchia sul massone antimusulmano Kemal Ataturk fondatore della Turchia laica e prosionista oggi in crisi; no alla censura del Dalai Lama - grande amico del sionismo, che ha sempre sostenuto le balcanizzazioni degli Stati multinazionali - in Cina;
2) richieste o non richieste, Google censura e discrimina comunque anche di propria esclusiva iniziativa - violando la sovranità degli Stati in cui si infiltra o è ospitato - quei siti e persone che non rispettano i suoi "gusti" di grande Sacerdote del Tempio Internet.
3) Torna dunque solo in parte l'analisi di Tarpley postata su Comedonchisciotte di ieri .... Leggi tutto

Leggi anche sul 21e33 gli articoli di Global news (in pdf leggi tutto) e della rivista americana Forbes, "Where Google still censors sul sito" (http://www.forbes.com/forbes/2010/0208/outfront-technology-china-where-google-stcensors.html o qui in pdf)


25 gennaio 2010

Il terremoto di Haiti è stato creato artificiosamente ?

COMPLOTTISMO
SCHIACCIA
COMPLOTTISMO

di Claudio Moffa

Ormai è in rete, ed è difficile fermare l’onda. Ma questa storia del terremoto di Haiti creato dagli Stati Uniti mi sembra proprio una grande balla: sia in sé – prima di affermarlo bisogna verificare tecniche, possibilità e circostanze - sia per il presunto responsabile additato: gli Stati Uniti, magari Obama in prima persona?
Bene, se si vuole accettare veramente la deriva complottista, bisogna essere conseguenti fino in fondo. E allora: da un punto di vista cronologico, il primo complotto vero o presunto di cui si è parlato a proposito della tragedia di Haiti è stato quello sui bambini sequestrati, con tre piste possibili: pedofilia, mercato delle adozioni e traffico di organi. Alle spalle fatti noti e indagini consolidate: per quel che riguarda il traffico di organi, si è parlato spesso di un coinvolgimento ebraico, ipotesi confortata per ora dall’arresto negli Stati Uniti di alcuni rabbini e cittadini ebrei fra cui un reo confesso, rimproverato dal padre perché avrebbe tradito l’ “etica” del Talmud, non spifferare ai “gentili” fatti riguardanti la comunità di appartenenza. Fosse anche l’orribile traffico di organi umani.
Ed ecco che nella tragedia di Haiti un nuovo “complotto” schiaccia questo gossip complottista pericoloso perché a rischio del solito “antisemitismo”: è il terremoto in sé ad esser frutto di una diabolica invenzione. Ma degli USA. Israele scompare. La notizia è diffusa da Voltaire.net, un sito noto che ha svolto un lavoro intenso di controinformazione dal 2001 ad oggi.
Qualche dubbio però resta. Già nel lontano gennaio 2002 notai come nel puntuale lavoro di Thierry Messian sull’areo “mai caduto” sul Pentagono, compariva una noticina stonata, nella quale lo stesso Meyssan si scagliava inopinatamente contro un giornalista di Al Jazira che aveva osato imputare al Mossad l’attentato delle Torri Gemelle. Era l’avvio del “politically correct” del complottismo post 11 settembre, che in Italia sarebbe dilagato soprattutto fra i bundo-marxisti e dintorni: tutta la colpa è sempre degli Stati Uniti, i politici italiani nemici sono tutti e solo “filoamericani”, a morte l’imperialismo USA. Di più non si riesce e non si può vedere. Fiumi di notizie, di articoli dove la controinformazione coraggiosa si mescola ad una settoriale ma cruciale (per capire gli eventi, per capire la storia, e dunque per agire) disinformazione vigliacca.
Il complottismo del complottismo: che peraltro deve fare i conti con i dati di fatto, le unità di notizia precise, le tecniche possibili, prima di generare una teoria del complotto veramente credibile, sia per l’11 settembre, sia per le guerre mediorientali, sia per il caso Moro o il caso Mattei, sia per i terremoti: la cui eventuale provocazione artificiale sarebbe comunque possibile non solo agli Stati Uniti, ma a qualsiasi paese dotato di armamenti nucleari o di una tecnologia molto sviluppata.

Non si tratta, come fanno certi insopportabili disinformatori, di negare aprioristicamente i complotti – che sono uno dei fattori costituenti del divenire storico – ma semplicemente di ipotizzarli su basi fondate e con alle spalle un lavoro di inchiesta a 360 gradi, e non ossessivamente puntato sulla solita CIA.


22 gennaio 2010

FILTRI INTERNET: A CIASCUNO I SUOI “GUSTI”


Bipolarismo made in USA? Mentre Obama, sconfitto nelle elezioni del Massachussets e sulla riforma sanitaria, rilancia con un attacco alle Banche cui Wall Street reagisce con il crollo dei titoli, il suo ministro degli esteri, Hillary Rodham Clinton, difende Google dai “filtri” del governo cinese. Che replica: “Le imprese straniere devono rispettare le leggi cinesi”. Principio generale sacrosanto, che dovrebbe essere seguito da tutti i paesi, perché il colosso totalitario Google non ha alcun titolo per dettare leggi di democrazia e di corretta informazione né alla Cina né a nessun altro paese del mondo. Anche Google ha i suoi filtri, i suoi “gusti” secondo la stessa autoregolamentazione del motore di ricerca inventato da Page e Brin che disinvoltamente e con censure arbitrarie vengono applicate in tutto il pianeta, in barba alle sensibilità degli utenti e ai codici dei paesi “invasi” dal colosso USA. Sul contenzioso Google-Cina, posto un articolo tre giorni fa, cambiato solo nel titolo

LA CINA E’ VICINA: LA LEZIONE
DEL CASO GOOGLE-PECHINO
PER IL “POPOLO DI INTERNET”

di Claudio Moffa

Leggi tutto

 


Radiografia dei colossi internet: il rischio dell’omologazione dei “gusti”
(o vai al pdf)


15 dicembre 2009

DOPO L'AGRESSIONE A BERLUSCONI
IL “POPOLO DI INTERNET”
E LE SUE LIBERTA':
E' L'ORA DELL'AUTOCOSCIENZA
E DELLA TRASPARENZA

di Claudio Moffa
(dal sito 21 e 33.it)

Prevedibile l'attentato di Milano, dopo il clima di “odio preventivo” alimentato dal partito trasversale golpista contro il governo e il Presidente del Consiglio. Prevedibile la reazione del ministro Maroni che dichiara di voler oscurare i siti che quest'odio seminano quotidianamente e a tutto campo. Il problema è però stabilire i confini dell' “odio” , che non possono essere che quelli indicati dal Codice penale, al quale nessun “popolo di internet” (e nessun governo) può né deve sfuggire.

Per il governo di centrodestra il rischio è tornare indietro rispetto alla legge 85/2006 (per il testo della legge vai sul sito 21e33.it) da esso stesso varata, che ha depenalizzato o ridotto significativamente le sanzioni per tutta una serie di reati di opinione e “vilipendi” ereditati dalle precedenti legislazioni e, in alcuni casi, addirittura dal codice Rocco. E ci sarà, questo è sicuro, qualche “potere forte” che approfitterà dell'attentato di Milano di cui esso stesso potrebbe aver gioito e beneficiato, per trascinare il centrodestra in questa direzione, vale a dire l'imbavagliamento a tutto campo del libero dissenso in rete.

Per il cosiddetto “popolo di internet” (che non esiste, perché internet è campo di azione di tantissimi cittadini onesti dalle diversissime opinioni, ma anche di criminali che nascosti quasi sempre nell'anonimato, e facendo leva su una strumentale “libertà di opinione” diffamano, istigano a delinquere e esaltano gesti criminali), il rischio è l'arroccamento sullo status quo, che è assolutamente insostenibile, inaccettabile ed è anzi l'altra faccia, speculare, delle minacce contro la libertà di opinione in rete. Per il cosiddetto “popolo di internet”, insomma, è sempre più urgente un'operazione di autocoscienza che divida ciò che è lecito, giusto e va difeso, e ciò che è inaccettabile .
E dunque:

1) Al di là delle difficoltà tecnico procedurali da risolvere, i siti web non possono sfuggire a quanto previsto dai codici penale e civile: la battaglia per la libertà di opinione va condotta, in ogni paese, su questo terreno e non rivendicando una “libertà” senza limiti e senza regole in rete, che pretende di mescolare, per fare alcuni esempi limite, pedofilia e pornografia, revisionismo storiografico e razzismo, critica radicale e diffamazione, polemica politica e istigazione a delinquere o addirittura minacce di aggressione e di morte.

2) Il vero pericolo per internet – come tutti i veri dissidenti sanno – non viene affatto da una sacrosanta regolazione del fenomeno da parte di quale che sia governo, ma dai grandi gruppi privati che esercitano – secondo una sorta di “diritto feudale” – una loro arbitraria e illegittima “giustizia privata”: forme di ricatto indiretto, improvviso oscuramento di pagine web non gradite ma assolutamente lecite in base alla legislazione del paese in cui vengono redatte, atti di “hackerismo” “dall'alto” che trasformano il presunto automatismo di server e provider in vera e propria politica di repressione e di diminutio delle “voci fuori dal coro”. La chiusura nemmeno annunciata da parte di Facebook di diversi siti che si occupano di Medio Oriente è uno dei tanti esempi possibili, che quanto meno induce all'autocensura chi volesse riaffacciarsi, post censura subita, su questa piattaforma frutto di una geniale invenzione di Zuckerman & C.. I governi non solo hanno il diritto di applicare a internet i codici vigenti nei paesi di cui sono alla guida (e se tali codici sono illiberali, su questo terreno va combattuta la battaglia), ma devono imporre ai grandi gruppi privati transnazionali – esattamente come si sta tentando di fare con i “paradisi fiscali” sul terreno finanziario - il rispetto della libertà di opinione e, peraltro, il rispetto della stessa autorità giudiziaria che sola, sulla base di leggi varate dall'autonomo potere legislativo, ha facoltà di distinguere fra quel che è dissenso politico, ideologico, storiografico e quel che è reato. E' da notare al proposito che lo stesso Facebook che chiude siti invisi al signor Zuckerman, fa circolare spesso in forma anonima diffamazioni, istigazioni a, o esaltazioni di, gesti criminali.

3) Nella rete bisogna promuovere la trasparenza: bisogna insomma applicare anche a internet le leggi sulla stampa , possibilmente abbassando l'età richiesta per la responsabilità legale di siti e pagine web, in modo da favorire il pieno uso della rete da parte dei più giovani. Comunque ogni sito deve avere un responsabile ai sensi della legge sulla stampa . Se questa fosse in un determinato paese troppo restrittiva, è su questo terreno che va combattuta la battaglia per la sua liberalizzazione. Terreno che in Italia è comunque ampiamente praticabile da tutti.

4) I commenti anonimi vanno aboliti o quanto meno scoraggiati e ridotti al minimo. Chi accettasse dentro il suo sito ospiti anonimi – i cui “commenti” consistono spesso in frasette e battute demenziali, che sviliscono l'autorevolezza e la professionalità dello stesso sito - deve assumersene la responsabilità. La locuzione “non siamo responsabili …” è una affermazione forse valida nella giungla di Tarzan, ma senza senso e offensiva in un paese civile. Alle volte peraltro, alcuni siti utilizzano i commenti anonimi come una forma di riequilibrio e di compromesso per ospiti “troppo” fuori del coro, che abbandonano al linciaggio gratuito di gruppi organizzati, forse prezzolati da poteri forti, comunque pericolosi e ostativi per la vera libertà di opinione in rete.
La deriva che si è sviluppata su questo specifico terreno dell'anonimato in internet è molto pericolosa: le minacce di morte contro Berlusconi sono circolate a migliaia proprio grazie a questo meccanismo terroristico. Ma la domanda è questa: se anziché di “migliaia” di persone, si trattasse di gruppi molto più piccoli e agguerriti che utilizzano più nicknames per diventare virtuale “maggioranza” su internet, e dunque così facendo creare progressivamente una effettiva maggioranza nelle piazze? Questo è il punto, questo è l'aspetto assolutamente negativo di uno strumento - internet – che resta un formidabile strumento di libertà e di liberazione per tutti i cittadini. Scrollarsi di dosso la pidocchieria anonima è passo necessario e consustanziale alla difesa della vera libertà in rete: non sarebbe male, ed anzi sarebbe auspicabile che l'autorità giudiziaria incaricasse la Polizia postale di svolgere accurate e sistematiche indagini per individuare chi si nasconde vigliaccamente nell'anonimato non per difendere la propria libertà (non siamo nel Cile di Pinochet!) ma per aggredire quella degli altri, parlamentari di opposizione e di governo compresi.

Claudio Moffa

www.21e33.it


14 dicembre 2009

AVANTI O POPOLO ALLA RISCOSSA
1) Una vera rivoluzione

www.ilgiornale.it
venerdì 11 dicembre

PROVOCAZIONE
QUELLA SOVRANITA'DELLA MONETA
IN MANI PRIVATE

di Redazione

Abbiamo ricominciato a tremare per le banche. Abbiamo ricominciato a tremare addirittura per gli Stati, a rischio di fallimento attraverso i debiti delle banche. Si è alzata anche, in questi frangenti, la voce di Mario Draghi con il suo memento ai governanti: attenzione al debito pubblico e a quello privato; dovete a tutti i costi farli diminuire. Giusto. Ma l'unico modo efficace per farli diminuire è finalmente riappropriarsene. Non è forse giunta l'ora, dopo tutto quanto abbiamo dovuto soffrire a causa delle incredibili malversazioni dei banchieri, di sottrarci al loro macroscopico potere? Per prima cosa informando con correttezza i cittadini di ciò che in grande maggioranza non sanno, ossia che non sono gli Stati i padroni del denaro che viene messo in circolazione in quanto hanno delegato pochi privati, azionisti delle banche centrali, a crearlo. Sì, sembra perfino grottesca una cosa simile; uno scherzo surreale del quale ridere; ma è realtà. C'è stato un momento in cui alcuni ricchissimi banchieri hanno convinto gli Stati a cedere loro il diritto di fabbricare la moneta per poi prestargliela con tanto di interesse. È così che si è formato il debito pubblico: sono i soldi che ogni cittadino deve alla banca centrale del suo paese per ogni moneta che adopera. La Banca d'Italia non è per nulla la «Banca d'Italia», ossia la nostra, degli italiani, ma una banca privata, così come le altre Banche centrali inclusa quella Europea, che sono proprietà di grandi istituti di credito, pur traendo volutamente i popoli in inganno fregiandosi del nome dello Stato per il quale fabbricano il denaro. Ha cominciato la Federal Reserve (che si chiama così ma che non ha nulla di «federale»), banca centrale americana, i cui azionisti sono alcune delle più famose banche del mondo quali la Rothschild Bank di Londra, la Warburg Bank di Berlino, la Goldman Sachs di New York e poche altre. Queste a loro volta sono anche azioniste di molte delle Banche centrali degli Stati europei e queste infine, con il sistema delle scatole cinesi, sono proprietarie della Banca centrale europea. Insomma il patrimonio finanziario del mondo è nelle mani di pochissimi privati ai quali è stato conferito per legge un potere sovranazionale, cosa di per sé illegittima negli Stati democratici ove la Costituzione afferma, come in quella italiana, che la sovranità appartiene al popolo.
Niente è segreto di quanto detto finora, anzi: è sufficiente cercare le voci adatte in internet per ottenere senza difficoltà le informazioni fondamentali sulla fabbricazione bancaria delle monete, sul cosiddetto «signoraggio», ossia sull'interesse che gli Stati pagano per avere «in prestito» dalle banche il denaro che adoperiamo e sulla sua assurda conseguenza: l'accumulo sempre crescente del debito pubblico dei singoli Stati. Anche la bibliografia è abbastanza nutrita e sono facilmente reperibili sia le traduzioni in italiano che i volumi specialistici di nostri autori. Tuttavia queste informazioni non circolano e sembra quasi che si sia formata, senza uno specifico divieto, una specie di congiura del silenzio. È vero che le decisioni dei banchieri hanno per statuto diritto alla segretezza; ma sappiamo bene quale forza pubblicitaria di diffusione la segretezza aggiunga alle notizie. Probabilmente si tratta del timore per le terribili rappresaglie cui sono andati incontro in America quegli eroici politici che hanno tentato di far saltare l'accordo con le banche e di cui si parla come dei «caduti» per la moneta. Abraham Lincoln, John F. Kennedy, Robert Kennedy sono stati uccisi, infatti (questo collegamento causale naturalmente è senza prove) subito dopo aver firmato la legge che autorizzava lo Stato a produrre il dollaro in proprio.

Oggi, però, è indispensabile che i popoli guardino con determinazione e consapevolezza alla realtà del debito pubblico nelle sue vere cause in modo da indurre i governanti a riappropriarsi della sovranità monetaria prima che esso diventi inestinguibile . È questo il momento. Proprio perché i banchieri ci avvertono che il debito pubblico è troppo alto e deve rientrare, ma non è possibile farlo senza aumentare ancora le tasse oppure eliminare alcune delle più preziose garanzie sociali; proprio perché le banche hanno ricominciato a fallire (anche se in realtà non avevano affatto smesso) e ci portano al disastro; proprio perché è evidente che il sistema, così dichiaratamente patologico, è giunto alle sue estreme conseguenze, dobbiamo mettervi fine . In Italia non sarà difficile convincerne i governanti, visto che più volte è apparso chiaramente che la loro insofferenza per la situazione è quasi pari alla nostra.

Leggi i commenti

AVANTI O POPOLO ALLA RISCOSSA
2) REPRINT: ENRICO MATTEI E BERLUSCONI di Claudio Moffa



Milano, 25 aprile 1945, Mattei sfila con Longo e altri leaders del CLN:
la Resistenza come fu,
fra Poteri Forti e Rivoluzione
Mattei e Nasser: anche
John Kennedy dialogava con il leader egiziano
Enrico Mattei alla centrale di Latina: il coraggio e la genialità della sfida nucleare
clicca su Mattei-Nasser per aprire l'articolo

2 dicembre 2009

Appunti rapidi su Berlusconi, l'antiberlusconismo, Fini

MA FINI E' VERAMENTE L'UOMO DEGLI STATI UNITI? E COMUNQUE, DI QUALI STATI UNITI?

di Claudio Moffa

Luttwak tifa Fini alla trasmissione di Rai 3 di Floris. Berlusconi visita la Bielorussia e ricorda che Lukashenko è capo di governo eletto dal popolo. La Bindi tuona contro il premier, che sosterrebbe a suo dire i peggiori "comunisti" della nostra epoca. Queste tre notizie confermano sostanzialmente la superficialità con cui la sinistra, soprattutto quella estrema, guarda al caso Berlusconi: parla di fascismo (Di Pietro: ma è sinistra, nonostante l'imbarco di ex deputati del PRC?), di imperialismo e di subalternità agli USA, di rivolta popolare a Berlusconi, ma intanto sono loro al rimorchio del partito "americano" che vuole rovesciare il legittimo governo scelto dal popolo italiano.
Partito "americano"? Questo è il punto, il solito punto. C'è tutta un'area opinionista di sinistra, anche quella apparentemente più radicale e disincantata, che fa finta di non capire che i giochi sono più complessi, e che gli Stati Uniti sono almeno "due", così come in tutto il mondo è centrale e dirimente un altro conflitto che non quello ml-doc fra l' "imperialismo americano" e i "popoli" del mondo. Oltretutto, con quella perla di "rappresentante" del "popolo afghano rimediato a Chianciano dal Campo antiimperialista, stanno freschi: si profila alla grande il bis della patacca irachena di Al Kubaysi, aperitivo rivoluzionario della criminale impiccagione di Saddam Hussein.
Ma torniamo al problema: Luttwak è forse americano? Parla la voce dell'America Wasp,dell'America ispanoamericano (i Lozano a parte), dell'America di Bush padre e persino di Colin Powell, dell'America dell'ex segretario di Stato James Baker, protagonista di scontri durissimi con la lobby filoisraeliana? Nossignore, Luttwak rappresenta l'America a strisce e stelle a sei punte, l'America israeliana. Questo è corretto ragionare: il resto sono solo fughe dalla realtà. Dunque riflettano, se non la piccola nomenklatura "comunista" post-sovietica ormai ingabbiata e senza via d'uscite dai condizionamenti del centrosinistra ufficiale (con qualche eccezione autorevole, ma non certo nell'area radicale), almeno i loro elettori: dove vanno a parare le loro fiducia e speranza?

PS. Fra quelli che schermano-censurano quanto appeno detto ci sono ovviamente anche e soprattutto i soliti ignoti di internet, nascosti nel loro squallido anonimato a fini di controllo delle voci di vero dissenso in rete. Ne parlerò altra volta.


30 novembre 2009

IN POLONIA ARRIVA LA POLIZIA DEL PENSIERO.
PROIBITA LA "GLORIFICAZIONE DEL COMUNISMO"
E QUELLE DEL FASCISMO E DEL "TOTALITARISMO"

IL COMUNISTA GRIDA AL FASCISMO, L'ANTICOMUNISTA BRINDA E CHIEDE IL BIS. MA ENTRAMBI SBAGLIANO.
ECCO PERCHE'


di Claudio Moffa

Kaczynski in visita al Memoriale dell'Olocausto in Israele (12 settembre 2006). Ebreo, Kaczynsky secondo alcune fonti avrebbe vinto con i voti "antisemiti"

MIsraeli President Sh. Peres and Polish President Lech Kaczynski attend a memorial service at the site of the Treblinka death camp on April 14, 2008 , Poland.
Lech Kaczynsky è stato il primo Presidente della Polonia a visitare una sinagoga, nello specifico quella principale di Varsavia (21 dicembre 2008)


Che il ministro polacco Elzbieta Radziszewska sia un'ebrea o comunque, secondo cognomistica razziale (razzista?) coltivata e rimarcata dai siti pro-sionisti europei, di origine ebraica, è questione secondaria. Certo questo dato, occultato dai grandi mezzi di informazione, può far ipotizzare un calcolo preciso, un machiavellico do ut des – a ciascuno la sua polizia del pensiero, i suoi reati di opinione, i suoi perseguitati – in una fase storica in cui il dogma dell'Olocausto si sta incrinando un po' ovunque. Come dire: voi prendetevi quei comunisti che hanno coperto i responsabili del massacro della foresta di Katyn (migliaia di militari polacchi uccisi) attribuendolo ai nazisti. Noi ci prendiamo i “negazionisti” e gli "antisemiti", nascosti dietro le sembianze cattoliche, nazionaliste e financo comuniste.

Tutto questo potrebbe apparire vero. Ma non è così, e comunque il punto non è questo: il punto è invece l'incoscienza con la quale rischiano di reagire sinistra e destra alla nuova triste notizia di questa Europa tanto “democratica” tanto “anticomunista” tanto “antifascista” da essere alla fine totalitaria: gli anticomunisti o restano indifferenti o addirittura sono entusiasti perché finalmente i rossi verranno messi in galera se proveranno a “glorificare” il comunismo (ma cosa vuol dire questo termine? Se uno dice che nei regimi comunisti tutti avevano un lavoro, e che esistono fasce notevoli di popolazione dei paesi dell'Est Europa che rimpiangono la politica sociale dei regimi del “blocco di Varsavia”, glorifica il comunismo?). A sinistra si grida al fascismo, e si diffonde il ritornello un po' vetusto del toro anticomunista che ha paura del rosso. Entrambe le reazioni sono di corto respiro, settarie, autolesioniste e dunque sbagliate. Perché?

Innanzitutto il provvedimento mette fuori legge non solo le idee comuniste ma più in generale «la produzione, la distribuzione, la vendita, il possesso... la stampa, la registrazione e altre rappresentazioni di simboli del comunismo, del fascismo o del totalitarismo». Dunque la Radziszewska ha servito il piattino liberticida a tutti, fascisti e "totalitari" compresi: anche a coloro cioè che sognando non Stalin ma Mussolini e Hitler, e coltivando ancora un "anticomunismo" che non ha quasi più ragione di essere, stanno in queste ore col bicchiere di champagne in mano brindando alla agognata fine, per imbavagliamento e arresto, dei loro storici nemici: senza sapere che a loro toccherà analoga sorte.

In secondo luogo, e visto quanto appena detto, si tratta di capire se il comunismo e quale, sia veramente un pericolo oggi a Varsavia e sia l'obbiettivo principale del governo polacco: paese di frontiera dell'Europa cristiana, infatti, la Polonia ha sempre avuto forti radici cattoliche ed è stata tradizionalmente segnata da periodiche conflittualità fra masse cattoliche, soprattutto contadine, e comunità ebraiche locali. Da cui non solo fatti orribili come il pogrom di Kielce del 4 luglio 1946, subito dopo cioè la fine della guerra e connessa chiusura dei lager nazisti, ma anche una marcata tradizione antisionista nello stesso regime comunista: i fatti del 1968, il ruolo all''epoca di Gomulka, già condannato come deviazionista "di destra" e "nazionalista" dall'entourage staliniano e riabilitato dopo il rapporto Kruscev, indicano che come in ogni paese (vedi il "catto-comunismo" e compromesso storico in Italia, o la questione contadina in Mao), anche in Polonia il movimento comunista si plasmo' tenendo conto della specificità storica del paese. Quella tradizione è stata oggi cancellata completamente, per quel che riguarda certo "nazionalismo" e "antisionismo" del vecchio PC polacco? Oppure, in un'epoca storica di profonda crisi economica e di diffusi sentimenti antisionisti ("antisemiti" secondo la traduzione politically correct) in tutto il mondo, e in un'Europa orientale contrassegnata dal risveglio putiniano contro la banda finanziaria di Eltsin e contro l'assedio sorosiano dei paesi ex satelliti, esso sopravvive nell'opposizione di sinistra al governo del presidente Lech Kaczysnki?

Quale che sia la risposta a questa domanda, e all'altra connessa relativa a chi saranno i primi ad essere colpiti dalla legge Radziszewska, una cosa è certa: il provvedimento liberticida costituisce una minaccia per tutti. Certe destra e sinistra ferme ai conflitti del passato - ovvero: che leggono i conflitti di oggi con le chiavi interpretative di venti anni fa - non hanno capito che la questione della libertà di opinione riguarda entrambi gli schieramenti, e che dovrebbe essere interesse di tutti convergere verso posizioni liberali su questo specifico terreno: le più difficili ad essere perseguite con coerenza, perchè ben più rivoluzionarie e rischiose che l'attardarsi - sul piano della libertà d'opinione per il nemico - sull'amarcord ideologico del tempo che fu, i manganelli da una parte e la pregiudiziale antifascista dall'altra.
Questo discorso riguarda chi assalta a Villa Ada in Roma un gruppo musicale "comunista" noto per le sue canzoni e il suo impegno propalestinese; ma anche chi fa la stessa cosa nei confronti dei gruppi di Casapound. E' il già ricordato "antifascismo fascista" di cui a una intervista un paio di anni di Silvia Cattori a Jean Bricmont. Un problema, nella sinistra "radicale", è quello della fase storica in cui ritiene di operare: "la transizione al socialismo" o quella verso la democrazia? I grandi temi di oggi - la crisi economica e il ruolo in essa della finanza internazionale e connessi paradisi fiscali; i poteri di casta cooptativa che ledono la sovranità popolare e le sue rappresentanze elettive; il monopolio massmediatico che viene ridicolmente e ipocritamente ridotto al conflitto di interessi di Berlusconi; le guerre "umanitarie" postbipolari contro paesi arabi islamici o già neutralisti e non alllineati fino all'antisovietismo (la Jugoslavia di Milosevic, l'Iran di Ahmedinejad): tutto questo è questione di "socialismo" classista (fino alla ricerca tragicomica di "rappresentanti" gruppettari rigorosamente di sinistra in Palestina, Iraq e Afghanistan, tanto per fare il "pendant" marxleninista alle politiche stragiste e antidemocratiche di Stati Uniti e Israele nella regione) o è questione di democrazia trasversale e interclassista? E in questo quadro come comportarsi quando un nazista, peraltro spesso presunto, viene arrestato e vessato perchè sostiene che le camere a gas non esistevano a fini di genocidio, o che le vittime ebree del nazismo non sono 6 milioni, e neppure 7 come da provocatorio servizio di Rai News 24 dell'ineffabile "compagno" Mineo, nel gennaio 2009, ma al massimo un milione?

Pensare al "socialismo" in termini astratti e ideologici, ha portato la sinistra a snobbare come battaglie borghesi o peggio ancora "filofasciste" quelle per il riconoscimento del diritto di parola per tutti. Ed ecco il risultato: aver taciuto sui cosiddetti negazionisti, accusando il revisionismo olocaustico di essere in sé, indipendentemente dai suoi attori, un filone "nazista", non aver fatto nulla di fronte allo scempio dell'inprigionamento di Irving e dell'avvocato Stolz in Germania perchè "di destra", ha portato la sinistra nel vicolo cieco della Polonia di Kaczynsky e Radziszewska. Sarebbe ora di cambiare rotta. Ma dubitiamo che ciò avvenga: anzi la reazione prevalente sarà probabilmente quella pura e molle (sic: perchè subalterna ai poteri forti da cui dipende la sinistra finanziaria tutta, ivi comprese le sue componenti "radicali") della condanna della nuova legge polacca come misura essenzialmente anticomunista, e del plauso-indifferenza "antifascista" alla prossima persecuzione di qualche "negazionista" di destra. In tutti e due i casi un abbaglio pauroso, e un atto di opportunistica codardia intellettuale e politica: i partigiani combattevano col mitra, questa sinistra di oggi è pronta a comportarsi da aguzzina nei confronti di un marginalissimo militante o intellettuale di destra estrema, per un reato di opinione, ma all'occorrenza, se invita un (lui sì) coraggioso storico israeliano di nome Ilan Pappé, è capace di fare un caporalesco occhiolino persino al "bundismo" (Cararo, commento scritto ai margini dell'iniziativa romana con l'autore de La pulizia etnica in Palestina). Un modo furbo di far capire ai propri sponsor economici e, in senso lato, anche mediatici che sì, chi ha invitato Pappé ha fatto un passo troppo osè dando voce a quell'intellettuale odiato in Israele, ma è sempre del giro doc, del giro bundista, quello stesso permeato di razzismo esclusivista, contro cui ha sempre polemizzato duramente la tradizione di sinistra marxista.


20 novembre 2009

NO ALLE DIRETTIVE CAPESTRO
DELL'UNIONE EUROPEA.
L'ACQUA, UN BENE DI TUTTI
DA NON PRIVATIZZARE.


Acqua, fra diritto e mercato. Modelli
di democrazia e privatizzazioni
di Giovanni Paletta

Il Senato ha approvato, il 4 novembre u.s, il DL 135/091, in cui, dopo aver rilevato che i servizi pubblici locali, tra cui l’acqua, sono di “rilevanza economica” vieta ai Comuni di detenere quote di maggioranza nella gestione del servizio. 
La Camera ha approvato questa norma ­ su cui ieri 18 novembre il Governo aveva posto la fiducia ­ inserita nel Decreto Legge salva­infrazioni comunitarie. Comunque è bene sottolineare che in questo tipo di liberalizzazioni, volute dal governo berlusconi, è ingannevole invocare i diritti comunitari poiché l’Europa, senza dire nulla sulle aziende pubbliche, afferma solo che i gestori vanno scelti con procedure, senza distinzione fra pubblico e privato.

leggi tutto


16 novembre 2009

Berlusconi sotto tiro come Craxi ...

LA MINACCIA DI AL QAEDA
FRA MITO E REALTA'

di Claudio Moffa


(16 novembre) - Il Giornale a tutta pagina con le minacce di Al Qaeda contro Berlusconi. Vero o non vero? Attentato islamico o no? Letta smentisce, Fini intervistato da Lucia Annunziata dice che lui non ci crede, anche se aggiunge che probabilmente il Premier ha fonti più sicure delle sue. In effetti entrambe le letture hanno le loro ragioni: o una invenzione di un Berlusconi in difficoltà, che “fa la vittima” per incassare consenso e per deviare l'attenzione dalle polemiche sul DDL Gasparri si processi brevi. Oppure una vera minaccia, nonostante la smentita ufficiale dei servizi segreti, e come si potrebbe pensare in base a alcune considerazioni: 1) l'attentato di Milano prova che il pericolo di un terrorismo più o meno “islamico” esiste, eccome ...

leggi tutto

10 novembre 2009

ENRICO MATTEI E SILVIO BERLUSCONI
DIFFERENZE E ANALOGIE DI DUE VICENDE CHE HANNO SEGNATO LA STORIA DELL'ITALIA E DELLE SUE PROIEZIONI INTERNAZIONALI


di Claudio Moffa

"... Dunque, bisogna azzerare il problema? Non esiste un “caso Berlusconi” come all'epoca ci fu un “caso Mattei”? Sarebbe segnale di ottimismo incosciente pensarlo: in realtà il tasso di conflittualità non lo si misura in termini di radicalità della linea politica perseguita giudicata secondo criteri astratti e astorici, senza considerare cioè i mutamenti degli equilibri generali dagli anni Cinquanta ad oggi fra poteri eversivi e poteri costituzionali in tutti i paesi dell'Occidente. Tutta la storia della repubblica italiana è segnata da casi oscuri e minacce contro chiunque abbia sfidato il mondo della finanza pura e il potere bancario e le loro proiezioni politiche. Tutta la strategia della tensione degli anni Sessanta e Settanta porta il segno-indizio dell'oltranzismo israeliano. Il “caso” Berlusconi non fuoriesce da questo quadro ..."

leggi tutto


5 novembre 2009

Giorni densi di notizie significative per i due paesi.
Come al solito demonizzate o semioscurate

AHMEDINEJAD E BERLUSCONI BIS

di Claudio Moffa


Due immagini di un incontro durante la guerra di Gaza
del gennaio 2009: a sinistra Ronchi a Pacifici, a destra la
foto di gruppo con Gattegna, Ronchi, l'ambasciatore
d'Israele Gideon Mair, Fassino, Pacifici


(5 novembre) - Ripropongo un mio articolo di qualche giorno fa. Le ultime notizie dall'Iran e dall'Italia per me sono una conferma sostanziale di quanto sostengo: paesi diversissimi, da “fronti” diversi, l'Italia di Berlusconi e l'Iran di Ahmedinead soffrono una identica aggressione da parte di consimili poteri forti mascherati da difensori della “democrazia”. In Iran Ahmedinejad è stato sconfitto dal Parlamento su una legge a favore degli strati “proletari” della popolazione, il che la dice lunga sulla natura dello scontro in atto anche dal punto di vista interno. Ma il consenso popolare attorno alla sua persona è fortissimo: secondo il filmato Youtube di cui al link qui sotto pubblicato, in centinaia di migliaia sono scesi in corteo a favore del governo, in occasione dell'anniversario dell'occupazione dell'ambasciata americana nel 1979. Ma pressoché nessuno ne parla e scrive, tutti hanno “visto” solo le poche migliaia di sostenitori di Mousawi in piazza anche loro e riportati con correttezza professionale in coda al servizio nel filmato youtube. Tutto questo, in Italia, è censura, parte essenziale della campagna mediatica antiraniana.

E attenzione però, quando su youtube qualcuno riesce a sfondare il muro del silenzio ecco lo scherzetto dei gestori del sito: alla conclusione del filmato qualcuno ha appiccicato le icone-link di altri due video, in uno dei quali un tipo tutto vestito in nero dice che lui è conservatore (e maschio) e gli stanno bene i conservatori e maschi come Ratzinger e Ahmedinead. Non è da prendersela con questo signore, che beve la terminologia giornalistica di Repubblica e compagnia (una origine molto lontana, per la prima volta il termine "conservatore" fu applicato in modo rovesciato rispetto al significato tradizionale del termine, agli avversari interni della perestroika di Gorbaciov) come fosse la verità. La responsabilità del fattaccio è di chi gestisce Youtube, la “dittatura dall'alto” che è capace di stravolgere lo strumento di liberazione di internet in propaganda martellante contro il nemico di turno: infatti, se separiamo i due filmati, essi evidenziano come la rete possa essere liberatoria, nel primo caso perché riesce a far filtrare notizie controcorrente che i grandi mass media non diffondono, nel secondo perché danno possibilità anche al normale cittadino di dire comunque la sua, bestialità o genialità che sia. Ma è la somma dei due filmati, che trasforma entrambi in disinformatio pura: lo sciagurato che ha abbinato i due video vorrebbe far credere che Ahemdinejad è, primo, un conservatore – e non è vero, perchè è nuclearista e “populista” – e secondo, gode della ammirazione significativa dei maschi maschilisti italiani. Un vero imbroglione, l'autore dello scherzetto: questo anche è internet. Ritorna il discorso sui falsi dibattiti con nicknames, sulle censure e chiusure di pagine scomode su Facebook, a “schedatura” Mossad-Cia ultimata, sulla mancanza di trasparenza e di regolazione della rete, sullo strapotere dei grandi server e motori di ricerca (vedi sul sito 21e33.it, l'articolo “questo sito”). Ci vuole una regolamentazione, a difesa dei singoli utenti, del diritto di autore, del rispetto dell'integrità e correttezza della notizia. Assurdo? No, necessario.

E Berlusconi, quali gli aggiornamenti del suo complotto? Fra le tante, almeno tre notizie sono utili: il Presidente del Consiglio ha annunciato che si recherà in visita in Israele nel gennaio 2010 riconfermando la sua grande e plateale amicizia con lo Stato ebraico. Come i suoi grandi nemici Montanelli e Travaglio. Sostiene nello stesso tempo D'Alema come ministro degli esteri europeo - cosa che fa inorridire i proisraeliani doc - e attacca frontalmente le "colombe” finiane, e cioè Ronchi, di cui alla foto sopra riprodotta. No comment: la situazione è complessa, sentire il Diliberto che quello di Berlusconi è un governo “reazionario” fa un po' piangere e un po' ridere. Comunque, il centrodestra così va forte, fortissimo, la sinistra cola a picco. O per meglio dire, la nomenclatura della sinistra, allo sbando completo. Perché poi, nella nostra epoca “complessa”, le categorie destra e sinistra, per chi ci crede, vai a sapere dove stanno veramente …

Qui di seguito il link del video sull'Iran su youtube (segnalato da Hosseyn Morelli):
Iran Tehran 4/11/2009: Centinaia di migliaia di iraniani sconfiggono l'allenza verde-USA http://www.youtube.com/watch?v=fCaPzMUSXUg

Qui sotto la finestra con l'articolo su I due complotti

19 ottobre 2009

Due paesi e due leaders diversi, entrambi sotto attacco sul piano interno e internazionale
AHMEDINEJAD E BERLUSCONI:
I DUE COMPLOTTI

di Claudio Moffa

Uno strano destino sembra accomunare due personalità e due paesi così diversi fra loro: è dal giugno scorso che l'Italia di Berlusconi e l'Iran di Ahmedinejad sono teatro di eventi che solo uno sguardo molto ingenuo potrebbe percepire come casuali o come frutto esclusivo delle “intemperanze” o delle “aberrazioni” dei due leaders. In realtà, è evidente che si è di fronte a due complotti tesi a destabilizzare i governi di Roma e di Teheran, consacrati dal voto popolare e protesi a cambiamenti capaci di incidere non solo sugli equilibri interni ma anche su quelli internazionali. Le due derive sono, fatte salve le differenze storiche e istituzionali fra i due paesi, molto simili: prima l'aggressione sul piano elettorale, poi la mobilitazione di piazza, infine – falliti i due tentativi, e a fronte della consimile determinazione di Ahmedinejad e Berlusconi a non “mollare” alle pressioni delle rispettive cosiddette “opinioni pubbliche” – l'escalation violenta: alle voci sulla morte di Khamenei, alle violenze di piazza contro Ahmedinejad, e all'attentato stragista del Belucistan, ben corrispondono - tenuto conto delle diversità storiche fra i due paesi - da una parte la diffamazione permanente via internet, tv e “stampa progressista” contro il Presidente del Consiglio italiano, e dall'altra le minacce dirette contro la sua persona. Alcuni, mezzo loffi e mezzo superficialii, minimizzano, ma in realtà quell'istigazione a delinquere via internet di un dirigente del PD di De Benedetti “sparate a Berlusconi”, e il volantino “comunista” che promette la “rivoluzione” contro la maggioranza liberamente eletta dal popolo e dal proletariato italiani, non sono da sottovalutare ....

leggi tutto


3 novembre 2009

GUERRE VERE
E SCHERMAGLIE MEDIATICHE

(AGI) - Roma, 1 nov. - Non e' solo Benjamin Netanyahu a volere che l'Italia resti al comando dell'Unifil, la forza di pace incaricata di monitorare il confine tra il Libano e Israele e alla cui guida dovrebbe subentrare la Spagna. "La base e la dirigenza di Hezbollah la pensano, cosa singolare, allo stesso modo del premier israeliano", spiega all'AGI Talal Khrais, Segretario generale di Assadakah, il Centro italo-arabo e del Mediterraneo che ha sede a Roma. "Questo e' un momento molto delicato -sottolinea Khrais, giornalista libanese- e l'Italia conosce bene il Medio Oriente dai tempi di Mattei e il Libano,
in particolare, dal 1982. Per gli spagnoli, che hanno sempre concentrato l'attenzione sull'America Latina, il Libano non e' mai stato una priorita'".     Unifil, ragiona Talal Khrais, opera in "una vasta area di maggioranza sciita che ha avuto sempre ottimi rapporti con gli italiani" e "tutti i libanesi, malgrado le divergenze politiche concordano che il Paese del vecchio continente e' un vero amico che si presenta nei momenti piu' difficili". Con gli spagnoli, invece, "la situazione e' molto differente, loro si affacciano al martoriato Paese da poco, sono meno integrati e meno amati".
E in questo momento, conclude Talal Khrais sulla base di contatti e incontri avuti con la dirigenza di Hezbollah, "la collaborazione tra il generale Graziano (comandante di Unifil, ndr.) con Hezbollah e' fondamentale e fa bene a tutti, sia agli stessi sciiti sia ad Israele". (AGI)


30 settembre 2009

VIA DALL'AFGHANISTAN
TRATTANDO CON I TALEBANI
E INDAGANDO (ANCHE) A "NEW YORK"

di Claudio Moffa

(30 settembre) Napolitano corregge Berlusconi, Berlusconi alza i toni in una logica di compattamento “patriottico” contro gli assalti golpisti cui è sottoposto dal giugno scorso, qualcuno nella sinistra estrema aggiorna e ripete l'indecente e idiota slogan del 2003 “una due trecento Nassirya”. Oggi poi, due altri articoli, quello di Lucia Annunziata che – ovviamente “da sinistra” – punta il dito sul "coraggio" e l'esposizione americani contrapposti alle furbizie e "codardie" degli europei; e l'altro di Furio Colombo che – dimentico del suo libello Israele passato e futuro pubblicato ai tempi della prima guerra contro l'Iraq, in cui manifestava fremiti bellicisti nei confronti dell'odiato Saddam Hussein – da tempo, pur di dar addosso a Berlusconi, è diventato un pacifista e strenuo difensore dei Talebani. Nessuno però dei grandi mass media e degli opinionisti più o meno autorevoli mi sembra abbia detto dal 17 settembre scorso ad oggi, le tre cose essenziali della sempre più drammatica situazione afghana.

La prima è ricordarsi e ricordare che l‘obbiettivo dichiarato dell'attacco americano del 7 ottobre 2009 non fu l' “esportazione della democrazia” – alibi successivo a consolidamento dell' invasione, secondo una filosofia interventista oggi cassata da Obama come una delle aberrazioni dell'era Bush – ma la sconfitta di Al Qaeda e la cattura di Bin Laden, al quale era stato attribuito (senza vere prove e in assenza di alcuna rivendicazione fino al 2004) la paternità del massacro delle Torri Gemelle. Ovviamente i motivi veri all'epoca furono altri, ed uno soprattutto: la calcolata isteria neocons e di Donald Rumsfeld finalizzata a trascinare gli Stati Uniti del debole Bush nello scontro di civiltà con il mondo islamico.

La seconda è che se si volesse veramente mantener fede a quell'obbiettivo dichiarato, bisognerebbe ammettere che, dopo 8 lunghi anni di guerra, c'è una sola cosa da fare per uscire dalla palude: abbandonare il corrotto e inconsistente Karzai e trattare con i Talebani. I motivi sono due: primo, tuttoggi mancano certezze non solo che Al Qaeda abbia la sua centrale operativa in Afghanistan ma anche che i collegamenti fra Talebani e Bin Laden fossero nel 2001 altro che uno scambio di favori dettato da esigenze di reciproca sopravvivenza, uno scambio cioè fra finanziamenti e ospitalità ad Al Qaeda nelle imprendibili montagne afghane.
Secondo, l'esperienza di “lotta al terrorismo internazionale” dal 2001 ad oggi ci dice con ogni evidenza che il modo migliore per far vincere e diffondere lo stragismo transnazionale di Al Qaeda è abbattere governi e regimi legittimi dopo averli fantasiosamente bollati come alleati di Bin Laden: così è accaduto in Iraq con le tragico-farsesche accuse al laicissimo Saddam di essere alleato di Bin Laden; così in Somalia, a causa dell'invasione etiopica del 2006 tesa a bloccare il processo di pacificazione e di costruzione di un vero Stato radicato nel territorio – dopo 15 anni di guerra civile – ad opera delle Corti islamiche; così nel Darfur, la cui guerriglia islamica è sostenuta non solo da Israele ma anche da Al Qaeda; così, appunto, in Afghanistan.
Il meccanismo è semplice: le guerre d'invasione, presentate alla stregua della guerra di Libia del 1911, come facili passeggiate per ripristinare la “libertà” e sconfiggere i “terroristi”, si scontrano con una realtà ben diversa: producono in effetti da una parte la resistenza in forma di guerriglia dei regimi rovesciati, e dall'altra una situazione di interregno e di disseminazione di “terre di nessuno” su tutto il territorio dello Stato aggredito. Ed è in queste “terre di nessuno” che si radicano con facilità gli “stranieri” di Al Qaeda, che ancora una volta la becera propaganda occidentale pretende di presentare come alleati delle guerre di liberazione nazionali, favorendo una spirale di guerra e di destabilizzazione locale e internazionale senza fine. In Afghanistan poi, questo processo è favorito dalla geografia particolare del territorio – il terreno montuoso mai “territorializzato” dalla plurisecolare colonizzazione umana se non come transumanza nomade – che ha sempre impedito l'edificazione di un vero e proprio Stato. Peculiarità del sistema-paese Afghanistan che però non elimina la questione “politica”: infatti solo un governo centrale forte a Kabul (forte nelle condizioni storico-geografiche date) può creare le basi per la soluzione del problema Al Qaeda. Questo non vuol dire far proprio l'integralismo islamico che un tale regime esprimerebbe, con tutto quello che la cronaca degli ultimi anni - più o meno esagerando - ci ha consegnato: dalle statue di Budda al burka, alla sharia. Vuol dire solo fare i conti con la realtà, puntare all'obbiettivo principale dell'isolamento e della sconfitta dello stragismo transnazionale qaedista, confidando peraltro che lo stesso superamento delle forme più retrive dell'espressione religiosa islamica – che come tutte le religioni del mondo presenta più facce – può verificarsi solo in un clima di pace e di cooperazione internazionale. O l'Occidente - quale? – vuole che – rovesciando i regimi laici o laicheggianti islamici - tutto il mondo musulmano diventi integralista?

Ma tutto questo non basta. C'è un altro binario ....
leggi tutto


11 settembre 2009

La sinistra che non c'è

IL "COMPAGNO TREMONTI"
E LA "SINISTRA FINANZIARIA"

di Claudio Moffa

IL MITO DEL LUGLIO 60
... Tranquilli, compagni: posto che fosse prossimo qualcosa che possa assomigliare al luglio 60 (cosa assai improbabile) esso non avrebbe alle spalle il PCI di Togliatti e il PSI di Nenni, né avrebbe come sbocco le nazionalizzazioni del centrosinistra DC-PSI di mezzo secolo fa. Alle spalle della vostra “rivoluzione” ci sarebbe il capitalista De Benedetti: con le sue profezie recenti sulle “spese proletarie” nei supermarket, con i suoi passati licenziamenti all'Olivetti, 2-3000 operai in un sol colpo, e con la vicenda SME emblema della svendita del patrimonio pubblico al capitale privato. Alle spalle questo, e in prospettiva nessuna, nessunissima rivoluzione ma l'esatto opposto: il secondo colpo di stato nella storia della Repubblica dopo quello di Tangentopoli, e dopo quelli falliti, dello stesso sostanziale segno quanto a politica sociale e economica, degli anni Sessanta e Settanta. La prima Tangentopoli è stata esaltata dalla sinistra estrema (tranne piccole, marginali, inutili eccezioni) poi è arrivata la riflessione e il quasi pentimento vista la macchina delle privatizzazioni e del maggioritario messe in moto dalla “rivoluzione” dipietrista. Adesso si ricomincia, tutti appresso alle dieci domande. Perché non fermarsi un attimo, riflettere, cambiare rotta?

I DUE MARX: IL CAPITALE (1867)
... La breve citazione di Marx prima riportata ha delle conseguenze paradossali
... Ed ecco che anche banchieri e finanzieri – “il capitale per il commercio di denaro” – assumono una funzione solo “tecnica”, completamente subalterna a quella del capitale industriale sia dal punto di vista economico sia da quello storico. Nella quarta sezione del III Libro de Il Capitale , Marx descrive il “ capitale per il commercio di denaro ” come mera “ parte del capitale industriale ” che da questo “ si stacca ” per eseguire “ operazioni monetarie per tutta la classe dei capitalisti industriali ”: il capitale finanziario è cioè solo “ capitale industriale … che esce dal processo di produzione ”: esso perciò “ rappresenta un costo di circolazione, ma non crea valore ” ed è manovrato da una “ categoria speciale di agenti o di capitalisti ” che agisce “ per tutta la classe di capitalisti ”. Nessuna autonomia vera , dunque, nell'imposizione dei tassi bancari e usurari ...

I DUE MARX: LE LOTTE DI CLASSE IN FRANCIA (1848)
... Al contrario, nelle Lotte di classe … emerge un Marx giovane, che non gioca ancora in Borsa come più tardi a Londra: un intellettuale ribelle alla sua tribus di appartenenza (si ricordi la Questione ebraica del 1843), e che – sia pure nella fugace brevità di una cronaca della rivoluzione – vede un'alleanza di fatto fra classi produttrici, operai e industriali, contro la rapace e sanguisuga aristocrazia della finanza “francese” con il suo regime autoritario e la sua stampa falsamente “libera” e ingannevole. Questa era la lettura della rivoluzione del 1848 di Marx.
Un Marx che faceva del capitale finanziario il protagonista della Politica e della Storia della Francia di Luigi Filippo ...

MARX NELL'EPOCA DELLA FINANZIARIZZAZIONE DELL'ECONOMIA
... proviamo invece ad applicare il Marx del 1848 a fatti, problemi, fenomeni degli ultimi vent'anni. La prima domanda è: chi determina oggi gli eventi cruciali del pianeta? Quale capitale pretende di fare e in buona parte fa la Storia all'alba del nuovo secolo? Quale capitale è protagonista delle terribili guerre che hanno assassinato la Jugoslavia e l‘Iraq?
La risposta dei maghi zurlì dell' economia “marxista” è che capitale finanziario, bancario e industriale sono fusi in un unicum inscindibile, alibi per disinteressarsi (e restare al servizio sia pure indiretto) del capitale finanziario e bancario ...

... nel 1996 scrissi un intervento su L'Ernesto uno dei cui paragrafi, dedicato appunto a questo problema (avevo un paio di anni prima partecipato a un convegno all'Università di Teramo, in occasione del centenario del III Libro: 1994, con una relazione su “Il III Libro alla verifica empirica della storia”) proponeva la questione oggi cruciale degli statarelli e dei paradisi fiscali: “ Chi mai oserà violare le “indipendenze” delle Bahamas e del Liechtenstein, per difendere il potere d'acquisto dei redditi fissi di operai e impiegati? ” . Ora la risposta ce l'ho ...

GEORGE SOROS E LA A.S. ROMA
... quale significato attribuire agli assalti periodici di Soros alla Roma? E' solo uno “sfizio” personale dello straricco magnate, di guidare una ottima squadra di calcio, o anche il desiderio di acquistare quella squadra, nel cuore della Roma cristiana? L'interrogativo probabilmente è eccessivo: è certo comunque che il filantropo Soros fa sempre investimenti “politico-ideologici”, così come è certo che oggi il calcio è diventato, nel bene e nel male, il vettore ideologico di alcune grandi e cruciali tematiche dei nostri tempi: razzismo e antirazzismo ad esempio, con i loro impropri e continui scivolamenti in campi altri, in cui l'antirazzismo è alibi per parlare di tutt'altro e per diffamare religioni, ideologie e politiche diverse dalla propria.


DOCUMENTI ATTINENTI ALL'ARTICOLO




30 agosto 2009

Nel giorno dell'ennesimo no di Israele allo Stato palestinese

TEL AVIV INSULTA IL PRESIDENTE DELL'UNIONE AFRICANA GHEDDAFI.
LA COLPA DEL LEADER LIBICO?
AVER DETTO LA VERITA': CHE ISRAELE E' IL PRINCIPALE PROVOCATORE DELLE GUERRE POSTBIPOLARI AFRICANE. FATTI CHE QUALSIASI SERIO PROFESSIONISTA DELL'INFORMAZIONE CONOSCE, MA CHE NESSUNO VI RACCONTA. ECCO PERCHE'

La notizia (www.repubblica.it)

l leader libico all'Unione Africana. "Gerusalemme alimenta le guerre in Africa. Via le ambasciate"
La risposta del ministero degli Esteri: "Non c'è più nessuno che lo prende sul serio"

Scontro Gheddafi-Israele
"Il Colonnello? Bulletto da circo"

TRIPOLI - Gheddafi accusa Israele di essere "dietro tutti i conflitti in Africa". Israele replica: "Il Colonnello? Un bulletto da circo". Davanti ai leader dell'Unione Africana riunita a Tripoli, il presidente libico non usa giri di parole: "E' Israele che alimenta le crisi in Darfur, nel Sud del Sudan e in Ciad", tuona davanti a venti capi di Stato africani. "E' Israele che alimenta le guerre per sfruttare le ricchezze di quelle aree. Via le ambasciate israeliane dall'Africa".
Nel giorno dei festeggiamenti per il 40esimo anniversario della Rivoluzione verde, Muammar Gheddafi prende la parola sotto la tensostruttura allestita sul lungomare della capitale. Ad ascoltarlo c'è anche il presidente sudanese Omar Al-Bachir , ricercato dal Tribunale penale internazionale dell'Aja per crimini di guerra e contro l'umanità.
Non usa giri di parole Gheddafi, ma da Israele non tarda la risposta, altrettanto dura ed esplicita. "Quel circo equestre itinerante che è Gheddafi - dice il portavoce del ministero degli Esteri israeliano, Yigal Palmor - è divenuto da tempo uno show tragicomico che imbarazza chi lo ospita e la nazione libica che ne paga il conto. Mi chiedo se vi sia ancora qualcuno al mondo che prende seriamente ciò che dice quest'uomo. Noi comunque siamo certi che nessuno stato darà peso alle azioni teppistiche di questo bulletto".
Israele ha dieci ambasciate in Africa e nei prossimi giorni il ministro degli Esteri, Avigdor Lieberman, ha in programma di cominciare un viaggio in diversi stati africani - il primo di un capo della diplomazia israeliana dopo molti anni - con l'intento di rafforzare le relazioni sul continente.
L'agenzia di stampa libica Jana ha intanto pubblicato il discorso integrale di Gheddafi durante la cena con Silvio Berlusconi per l'anniversario del Trattato di amicizia italo-libica. Il presidente libico ha annunciato che le celebrazioni si ripeteranno tra un anno in Italia "in modo da consolidare l'amicizia" tra i due Paesi. Nel suo discorso, Gheddafi è tornato più volte a lodare "il coraggio" mostrato dall'"amico" Berlusconi.

Riproponiamo qui sotto un articolo dedicato quasi per intero all'analisi delle guerre di Israele in Africa.
Una verità sempre taciuta (probabilmente anche oggi: verificare se "la notizia" odierna per i grandi mass media è il bullesco insulto al leader libico, o la verifica professionale delle accuse di Gheddafi), perchè Israele è il vero tabù dell'informazione in Italia e in tutto il mondo occidentale

 

L’accusa di Gheddafi contro la Corte Penale Internazionale è condivisibile: un processo a chi faziosamente processa solo i nemici di Israele?

LA “GIUSTIZIA INTERNAZIONALE” POSTBIPOLARE: UNO STRUMENTO NELLE MANI DI ISRAELE
E DEI
SUOI ALLEATI NEGLI USA E IN EUROPA

Gheddafi ha ragione, la Corte Penale Internazionale è un’organizzazione terrorista a fini di dominio planetario. Del resto in tempi recenti, chi scrive ha denunciato la assoluta parzialità della CPI in un paio di convegni internazionali. Dominio di chi? Non so cosa pensino i leaders della nuova “internazionale” che si va affermando giorno dopo giorno sulle rovine del vecchio campo socialista, e che solo la iperlaica sinistra marxleninista occidentale sembra - a forza di distinguo scolastici - rifiutarsi di vedere, ma il sottoscritto, da semplice osservatore di fatti internazionali, un’idea se l’è fatta da anni: primo, contrariamente alle belle speranze di tanti giuristi internazionalisti, e nonostante la non presenza di Israele e Stati Uniti fra i sottoscrittori del Tribunale fattivamente fondato nel 2002, sono proprio questi due paesi, o per meglio dire il primo di questi due paesi, se non a indirizzare i magistrati che ne fanno parte, quanto meno a giovarsi dal loro operato fazioso (1).
Secondo, nessuna sostanziale differenza esiste, almeno fino ad oggi, fra l’iniziativa giudiziaria della CPI e quella dei famigerati Tribunali ad hoc degli anni Novanta: Il TPI contro la Jugoslavia, culminato con la morte in carcere di Milosevic; quello contro il popolo ruandese hutu, un obbrobrio su cui persino Carla Del Ponte ha sollevato dubbi fino ad essere licenziata dal suo incarico di Procuratore da Kofi Annan (2); e quello sulla Sierra Leone, che a fronte delle indubitabili efferatezze della guerra civile, ha portato alla condanna dei soli oppositori all’odierno regime anglo-americano di Freetown.

LEGGI TUTTO L'ARTICOLO



NOTE GR, DOCUMENTI E MICRONOTIZIE SUL RUOLO DI ISRAELE IN SUDAN

Claudio Moffa
GR3_ore_0845_10/09/2006 (min.10,10)

Claudio Moffa GR3_ore_0845_del_31/03/2007
(min 11,15)

darfur_laguerradijonah


www.sudan.net
sudan_darfur_israel

sudan ribelli no a pace

 

 

E INOLTRE
 

www.rai.it

Il Terzo Anello :

di Claudio Moffa
regia di Attilio Fortunato

Dopo la scomparsa dell'URSS e la fine del bipolarismo Est Ovest, l'Africa sembrava avviarsi verso una epoca felice di pace e di sviluppo. Purtroppo i fatti hanno smentito questa previsione, e negli ultimi quindici anni il continente ha subito sia un ulteriore impoverimento e indebitamento sia un aumento drammatico delle guerre. Certo, non bisogna cadere in un "afropessimismo" senza speranze, né dimenticare che esiste anche un'altra Africa, quella della pacifica vita quotidiana fatta di antiche tradizioni e di sfide difficili alla globalizzazione. Ma è un fatto che "l'Africa dei conflitti", a cui è dedicato questo breve ciclo di trasmissioni, rischia di fagocitare anche gli aspetti positivi della realtà del continente. Le quattro puntate - 11, 12, 18 e 19 dicembre, ore 10,50, Radio3 - affronteranno alcune delle più significative guerre degli anni Novanta, senza la pretesa di aver chiuso il discorso, ma con la certezza di aver fornito spunti di riflessione e interrogativi utili sui tanti punti oscuri delle vicende raccontate.

 

27 agosto 2009

La sinistra che non c'è


IMMIGRAZIONE, IL SUICIDIO DELLA SINISTRA


di Claudio Moffa

Non è bastata alla sinistra ufficiale l'ennesima batosta elettorale del giugno scorso; non le è bastato lo snaturamento della propria identità sociale, la perdita fino alla mutazione genetica del proprio tradizionale elettorato operaio e “proletario”. Alemanno ha vinto due anni fa nei quartieri popolari della capitale, non ai Parioli dove l'ha spuntata il PD; nel Nord la classe operaia vota da più di dieci anni Lega, nella Torino della Fiat come a Milano, ma pare che nessuno a sinistra voglia riflettere su questa tragica deriva che sta trasformando tutte le anime dell'ex PCI nel partito dei corifei del multiculturalismo e dei neo-salsicciari delle feste dell'Unità, tanto tragicamente neo-liberals quanto entusiasticamente “antirazzisti”. Non le è bastato tutto questo alla sinistra ufficiale, perché alla prima occasione pur di dare addosso a Berlusconi e di assecondare il patron De Benedetti e i suoi giornali, ricomincia il coro. Anche i suoi leaders più responsabili: Bersani alla festa genovese del PD accusa il centrodestra di ideologismi a proposito delle ultime vicende di Lampedusa: il candidato principale alla successione a Franceschini pensa alle pagliuzze altrui ma non vede le travi che hanno impalato la leadership ex piccista alla croce dell'autodistruzione. Idem Fini che – da destra - parla di emotività con riferimento alla questione sicurezza, ma non guarda con la stessa lente alla questione immigrazione, dove chi vuole un controllo del fenomeno è immediatamente tacciato di razzismo e di violazione dei “diritti umani”.

Che è successo a Lampedusa nei giorni scorsi, tanto per cominciare? Sembrò a ingenui e furbi che il gommone dei 5 eritrei fosse carico di un'ottantina di persone ....

leggi tutto

Leggi anche l'estratto dal libro

La favola multietnica:
per una critica della sociologia dell'immigrazione "facile"

I quattro cardini metodologici della mistificazione sociologica dominante
(da C.M., La favola multietnica. Per una critica della sociologia dell’immigrazione “facile”, 2002, pp. 16-20)

Il libro riunisce una serie di analisi e saggi scritti in occasione di due ricerche internazionali: la prima è l'Osservatorio contro le discriminazioni etniche e di genere (Odeg), progetto finanziato dall'Unione europea e diretto da Claudio Moffa, al quale hanno partecipato università e centri studi di 4 paesi europei: l'Italia (Università di Teramo), la Danimarca, il Portogallo, la Spagna. Il secondo è il progetto Intemigra coordinato dalla Regione Abruzzo e diretto da Ercole Causi e Francesco Carchedi.

 

Due trasmissioni sull'11 settembre, a Matrix e a La 7, ripropongono una annosa questione della sinistra e del movimento pacifista: si può essere antiisraeliani, o bisogna rifugiarsi nel solito, superficiale e tutto sommato comodo antiamericanismo?

IL "POLITICALLY CORRECT"
DEL "COMPLOTTISMO"

Prima Matrix di Enrico Mentana, ospiti Marco Taradash e Giulietto Chiesa; poi La 7 conduttore Enrico Vaime, ospiti da una parte due ricercatori pacifisti - Montesano e Bosco - e dall'altra Carlo Panella. Il tema era lo stesso: la versione ufficiale dell'11 settembre - l'attentato fu fatto da Bin Laden - è attendibile o no? Taradash e Panella a difendere l'ortodossia massmediatica, nonostante l'ormai certa evidenza delle grandi bufale propinate sulla guerra a Saddam Hussein dall'amministrazione Bush e dalle solite autorevolissime firme della stampa nazionale e internazionale. Chiesa e i due ospiti di La 7 che rispondono, più o meno, di non avere controverità da proporre ma di esser certi per abbondanza di fatti e prove che la versione ufficiale degli attentati alle Torri gemelle non torna.

Tutto sembra a posto dunque, due reti televisive importanti dànno mostra di grande democrazia e pluralismo e nell'arena si combatte: da una parte i difensori di Bush, dall'altra i nemici di Bush, da una parte i filoamericani, dall'altra gli antiamericani. Uno scontro leale e par condicio, ad uso del telespettatore chiamato a confrontare fatti ed argomenti battuta dopo battuta.
In realtà le cose non stanno così...
massmediatica ... Chiesa e i due ospiti di La 7 che rispondono, più o meno ....

TESTO COMPLETO

DOSSIER 11 SETTEMBRE

11 SETTEMBRE, PALESTINA RADICE DELLA GUERRA
LA CO-REGIA ISRAELIANA DELLO "SCONTRO DI CIVILTA'" (gennaio 2002)


NORMAN FINKELSTEIN
L' "Olocausto" fra Storia e Politica


Conferenza alla Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Teramo

E' stata la prima visita di Norman Finkelstein in Italia. Una iniziativa promossa dalla cattedra di Storia e istituzioni dei paesi afroasiatici, nell'ambito di una ricca giornata seminariale a cui avrebbero dovuto partecipare tanti storici e intellettuali italiani. Qualcuno assente per motivi veri, molti altri non si sa perché, alla fine solo tre parteciparono oltre a Moffa: Ferdinando Cordova, Claudio Lojacono e Aldo Bernardini. L'allora rettore negò nero su bianco i suoi saluti ufficiali al grande storico ebreo americano (tranne far aderire all'iniziativa la rivista Trimestre) anche se sul programma poi diffuso - pubblicato prima della sua risposta scritta alla richiesta di chi aveva organizzato la Conferenza - i saluti ufficiali ufficialmente comparvero.

In realtà, ad onta di tali disguidi - che merita citare per denunciare il clima che, quando si tocca Israele, circonda spesso la libertà di pensiero, di espressione e di stampa nel nostro "libero" Occidente - la conferenza e il dibattito successivo ebbero un buon successo, così come ebbero successo le iniziative collaterali durante la visita di Finkelstein in Italia. Una sua conferenza stampa alla libreria Odradek, cui assistettero anche due giovani ebrei romani critici nei confronti dello storico ebreo americano; alcuni articoli apparsi sulla stampa e sulle agenzie, alcuni servizi televisivi; e tutto sommato, una intervista già rilasciata da Finkelstein al Corriere della Sera, e che non uscì solo perché quel pomeriggio stesso a Milano un piccolo aereo privato andò a schiantarsi contro il Pirellone, e questa tragica curiosa notizia - una sorta di Twin Towers in formato micro, dal punto di vista tecnico - rubò spazio alle parole di verità e di coraggio di Finkelstein.
Il quale avrebbe poi visto finalmente pubblicato anche in Italia il suo Industria dell'Olocausto
, per i tipi della Rizzoli, e sarebbe stato invitato (a fine anno 2002) da 8 e mezzo (il solito dibattito 4 a 1 di Giuliano Ferrara, presenti fra gli altri Pierluigi Battista) ma in quest'ultimo caso con contradditorio successo, perché purtroppo per un errore tecnico, l'audio della voce dello storico e quello del suo traduttore si sovrapponevano a quasi pari volume, impedendo agli ascoltatori di capire bene sia l'inglese che l'italiano. "Persi" i 2 milioni di ascoltatori italiani de La 7, restavano al 2002 i 200 di Teramo. Pochissimi, ma "buoni": la conferenza del prestigioso intellettuale ebreo americano, avrebbe suscitato un buon dibattito nell'aula tesi di Giurisprudenza di Teramo, e della prima domanda (sulla apparentemente impossibile funzionalità dell'antisemitismo alla strategia dell'industria dell'Olocausto) Finkelstein non mancò di sottolineare l'intelligenza e opportunità. Così iniziava la lezione:

1967, “nasce” l’industria dell’Olocausto

"Prima di tutto vi ringrazio per avermi invitato, questo è il mio primo viaggio in Italia e fra le tante città che ho visitato, Roma è stata la prima nella quale ho provato la sensazione di voler restare e vivere, perché è una città davvero speciale. E penso che mi piacerebbe anche ritirarmi a Teramo.
L’argomento di cui vorrei parlare oggi è l’industria dell’olocausto, un termine col quale intendo quelle organizzazioni, istituzioni o singole persone ebree americane, che hannosfruttato la terribile sofferenza degli Ebrei durante la seconda guerra mondiale per scopi politici ed economici. La mia esposizione è divisa in due o forse tre parti: vorrei parlare delle origini dell’industria dell’olocausto, dell’ideologia dell’industria dell’olocausto, e dell’uso dell’industria dell’olocausto per sottrarre denaro all’Europa...."

IL TESTO INTEGRALE DELLA CONFERENZA DI TERAMO

L'INDUSTRIA DELL'OLOCAUSTO. LA PREFAZIONE ALL'EDIZIONE TEDESCA