Università e mercato del lavoro
IL CAVALLO NON BEVE
Maurizio Zenezini
Gli atenei italiani stanno avviando le nuove lauree triennali
previste dalla riforma universitaria. Molti docenti universitari –
come testimonia anche un appello che circola nella rete Internet dal
mese di luglio (primo firmatario: Claudio Moffa, c.moffa@iol.it) –
criticano la riforma argomentando che essa produrrà un declassamento
della qualità degli studi superiori, soprattutto a causa di un
eccessivo appiattimento degli ordinamenti didattici sulle esigenze
più immediate dei settori produttivi.
Come ha osservato Riccardo
Bellofiore (Supermarket delle conoscenze, «la rivista del
manifesto», luglio/agosto 2001), la riforma accetta di muoversi in
una logica di breve termine che aspira ad essere strettamente
funzionale alle presunte richieste delle imprese e, per questo,
inevitabilmente tenderà a sacrificare quei saperi e quelle
conoscenze che non hanno una immediata traducibilità in termini di
specifiche competenze professionali.
Questo cruciale rilievo
critico sulla logica `cortotermistica' della riforma, secondo
l'appropriata definizione di Bellofiore, individua con precisione il
significato latente della riforma, al di là delle futili chiacchiere
sui proclamati obiettivi di modernizzazione e di efficienza degli
atenei italiani.
Pur riconoscendo nella riforma gli aspetti
negativi sottolineati dai suoi critici, sarebbe fuorviante non tener
conto che essa, in qualche misura, riflette, da un lato,
orientamenti di politica culturale presenti nello stesso mondo
accademico e, dall'altro, accoglie tendenze e cambiamenti in atto da
tempo nel mercato del lavoro.
Se non si comprendono la natura e
la portata di queste spinte si corre il rischio di presentare la
riforma, in modo semplicistico e un po' caricaturale, come il frutto
del protagonismo di un ceto politico che trascura i valori dell'alta
cultura a causa di un'americanizzante infatuazione per il mercato.
Le tendenze nel mercato del lavoro
qualificato.
Se vogliamo comprendere le ragioni della
riforma dobbiamo porre l'accento sulla qualità della domanda di
lavoro qualificato nell'attuale fase di sviluppo delle economie
maggiormente industrializzate. A questo proposito, viene
frequentemente proposta nei dibattiti accademici e di politica
economica la tesi secondo la quale le economie attuali sarebbero
investite da un'ondata tecnologica che starebbe determinando
crescenti fabbisogni di capitale umano e di competenze superiori,
con la conseguente necessità di calibrare un'elevata qualità della
forza lavoro alle richieste del mondo produttivo. È lecito dubitare
di questa tesi. Com'è noto, uno degli indizi che dovrebbero provare
la tesi dell'ondata tecnologica e del crescente fabbisogno di
competenze superiori sarebbe offerto dall'allargamento dei
differenziali salariali tra lavoratori qualificati e lavoratori non
qualificati, molto vistoso, negli ultimi dieci o vent'anni,
soprattutto negli Stati Uniti. Sappiamo però che, negli ultimi anni,
la maggior parte dell'ampliamento delle diseguaglianze di reddito è
spiegata dall'aumento della diseguaglianza non tra gruppi di
lavoratori con caratteristiche osservabili diverse, ad esempio il
titolo di studio o il livello di qualificazione, bensì dall'aumento
delle diseguaglianze all'interno di gruppi di lavoratori largamente
omogenei. Considerando i salari in base al livello di istruzione,
Lester Thurow ha ricordato che negli Stati Uniti il 70% dell'aumento
della diseguaglianza salariale è spiegata dall'aumento della
diseguaglianza all'interno di gruppi con lo stesso livello di
istruzione, piuttosto che dalla diseguaglianza tra gruppi con
diversi livelli di istruzione (Wage dispersion: «Who done it?»,
«Journal of Post Keynesian Economics», 1/1998). Se i differenziali
grezzi tra laureati e diplomati sono aumentati, d'altra parte, è
semplicemente perchè, in una fase in cui entrambi i gruppi hanno
subito una perdita nei salari reali, i redditi dei laureati sono
scesi meno rapidamente. Inoltre, se si considerano da vicino gli
andamenti di specifici gruppi di lavoratori qualificati, ci
accorgiamo che i salari reali di coloro che dispongono di un PhD
sono diminuiti, che sono aumentati i salari reali dei possessori di
alcuni tipi di Master – sebbene non di tutti – e che certi gruppi di
drop-outs del sistema scolastico hanno guadagnato relativamente ai
diplomati regolari. Secondo Thurow, il quadro delle relatività
salariali è sempre più caratterizzato da crescenti ineguaglianze, ma
queste non sono interpretabili come indizio di una generale
accelerazione della domanda di lavoro con elevati livelli di
istruzione (sebbene non manchino situazioni settoriali di carenza di
alte figure professionali).1 Il modo in cui funzionano i concreti
mercati del lavoro aiuta a comprendere il processo all'origine
dell'ampliamento della dispersione salariale all'interno di gruppi
omogenei di lavoratori. Com'è noto, l'idea che lavori di equivalente
livello di qualificazione siano pagati allo stesso modo – centrale
nella teoria economica tradizionale – semplicemente non trova
riscontro nei fatti (basti pensare che il livello di scolarità
spiega generalmente non molto di più del 10% della varianza dei
salari individuali). A questo proposito, Thurow ha ricordato che
nell'industria dell'auto negli Stati Uniti, nessuno dei nuovi
impianti realizzati negli ultimi venti anni ha ridotto i salari di
fronte all'eccesso di lavoratori disposti a ricoprire quei
(relativamente) buoni posti di lavoro, ma tutti hanno rialzato gli
standard nei criteri (formali) di assunzione del personale, per cui
almeno un quarto dei nuovi occupati dispone attualmente di titoli di
studio superiori (fino alla laurea), pur essendo impiegati in
mansioni tipicamente di livello operaio che in passato richiedavano
titoli di studio inferiori o nessun titolo. Si sta dunque
determinando un processo in base al quale i laureati tendono in
misura crescente ad occupare i posti di lavoro normalmente a
disposizione dei diplomati e persino della forza lavoro priva di
istruzione formale. Fintantoché dura questo processo, persone con lo
stesso livello di istruzione formale finiscono per occupare una
gamma anche molto ampia e crescente di posizioni lavorative,
caratterizzata da un ampio, anch'esso crescente, ventaglio
salariale. L'ampliamento dei ventagli salariali per equivalenti
tipologie di istruzione formale è dunque un indizio importante del
crescente sottoutilizzo dei titoli di studio. Si tratta, peraltro,
di un fenomeno documentato anche per i paesi europei. Per la Francia
nel decennio 1985-1995 la percentuale di giovani laureati impiegati
in posti di lavoro non qualificati è passata dal 12 al 25% (D.
Clerc, Condamnés au chomage?, Syros, Parigi 1999), mentre nel Regno
Unito il 32% dei laureati svolge un'attività che non richiede la
laurea (L. Borghans, A. de Grip (a cura di) The Overeducated
Worker?, E. Elgar, Cheltenam 2000).
In un contesto come questo,
il titolo di studio superiore continua ad avere importanza, sebbene
non tanto come elemento di qualificazione e quindi come garanzia di
uno status occupazionale adeguato, bensì – secondo l'argomento
proposto da Spence un quarto di secolo fa – come uno strumento di
differenziazione della forza lavoro. Si tratta di meccanismi di
`competizione sul posto di lavoro' a causa dei quali il titolo di
studio tende sempre più ad essere utilizzato non tanto per le
`competenze' che esso implica, bensì come fattore di posizionamento
privilegiato nelle code nella ricerca del lavoro e quindi come
dispositivo per spiazzare verso il basso la posizione di coloro che
dispongono di un titolo di studio inferiore.
Il lavoro
dei laureati italiani
Nel dibattito di politica del
lavoro si insiste sull'opportunità di un innalzamento generalizzato
della qualificazione della forza lavoro quale garanzia per un più
efficace e pronto inserimento occupazionale. Si tratta di un
fenomeno già ampiamente in atto. Tra il 1993 e il 2000 in Italia la
quota di occupati laureati è aumentata di quasi tre punti
percentuali (nei dati Istat si aggira oggi sul 12%), ed è aumentata
molto di più la quota dei diplomati (oggi è pari a circa il 32%). Vi
è dunque stato un indubbio innalzamento del livello di istruzione
formale della forza lavoro occupata. Nello stesso periodo, d'altra
parte, il tasso di disoccupazione dei laureati è un poco aumentato
(dal 5,4% del 1993 al 6,3% del 2000). La qualità della domanda di
lavoro, tuttavia, non si è innalzata con la stessa progressione
(forse non si è innalzata affatto) e questo ha determinato una
tendenza al sottoutilizzo delle competenze acquisite attraverso i
canali formali di istruzione.
Le indagini Istat sugli sbocchi
professionali dei laureati italiani offrono un sostegno a questa
valutazione (Istat, Inserimento professionale dei laureati. L'ultima
edizione, riferita ai laureati del 1995 occupati nel 1998, è stata
pubblicata nel 2000).
Il primo dato da segnalare, di per sè non
molto interessante, è che tutti i laureati prima o poi trovano un
lavoro, sebbene nell'ultimo decennio sia aumentato l'intervallo tra
la laurea e il lavoro. Nel 1989, i laureati di tre anni prima con un
impiego erano pari a poco meno dell'80%, nove anni dopo la
percentuale scendeva a poco più del 70%. Nel 1989 il 38% dei
laureati di tre anni prima aveva trovato il primo impiego dopo
almeno quattro mesi dalla laurea, mentre solo sei anni dopo tale
percentuale era salita al 53%. Alcune indagini condotte sui laureati
di alcuni atenei settentrionali (ad es., l'indagine condotta nel
2000 dall'Università di Trieste) suggeriscono che ci vogliono circa
cinque anni perché il 90% dei laureati trovi un impiego (il modesto
residuo di disoccupazione involontaria è pari a circa la metà di
coloro che ancora non lavorano). Questo dato dovrebbe fare
riflettere coloro che con troppa facilità denunciano l'insufficiente
`produttività' dell'Università italiana che non produrrebbe
abbastanza laureati: quanto tempo impiegherebbero in media i
laureati a trovare un impiego se il tasso di conseguimento della
laurea fosse molto più elevato dell'attuale 30-40%? Del resto, che
vi sia un problema di assorbimento di laureati è testimoniato anche
dal fatto che i tassi di occupazione dei laureati sono molto
inferiori nelle regioni meridionali che nelle regioni settentrionali
(nel 1998, il tasso di occupazione dei laureati del nord superava
l'82%, quello dei laureati meridionali era pari al 56%: si tenga
presente che i laureati gravitano per lo più nei mercati locali del
lavoro). La riforma, com'è noto, promette di aumentare la
`produttività' dell'Università italiana, ma poggia tale promessa
sulla riduzione dei tempi ufficiali di conseguimento della laurea –
che dovrebbe favorire la riduzione dei tempi effettivi - e sullo
`snellimento' dei livelli di preparazione per la massa dei laureati
(ciò che i critici della riforma sospettano essere una mera
dequalificazione degli studi superiori), con ciò ammettendo
implicitamente che il mercato del lavoro non è attrezzato per
accogliere dosi maggiori degli attuali laureati.
Il secondo dato
importante che emerge da tutte le indagini sui laureati è che, anche
se prima o poi tutti lavorano, restano elevate le quote di
occupazioni precarie e a tempo determinato, anche dopo molti anni
dalla laurea. Dall'indagine dei laureati dell'Università di Trieste
emerge che, dopo cinque anni dalla laurea, quasi tre laureati su
dieci non hanno un'occupazione a tempo indeterminato (sebbene la
percentuale di occupazioni irregolari in senso stretto sia tutto
sommato limitata).
In terzo luogo, le rilevazioni Istat e le
ricordate indagini ad hoc mettono in luce che una crescente porzione
di laureati svolge attività che non richiedono la laurea: nel 1989,
il 18,1% dei laureati occupati svolgeva (a tre anni dalla laurea)
un'attività che non richiedeva la laurea, nel 1995 la percentuale
saliva al 26,3, nel 1998 raggiungeva il 32,9 (Abbiamo visto sopra
che questa è anche la percentuale del Regno Unito). Per alcuni tipi
di laurea – gruppo politico-sociale, letterario, linguistico - gli
occupati che svolgono attività in cui la laurea non è necessaria
sono deplorevolmente numerosi (in alcuni casi si tratta di 6
laureati su dieci). Come si può leggere nella presentazione dei
risultati Istat per l'ultima indagine «esiste per i laureati un
problema di over education che in alcuni casi raggiunge livelli
davvero preoccupanti» (Indagine 1998, p. 40).
Infine, circa la
metà degli occupati si dichiara insoddisfatta relativamente ad
aspetti importanti del lavoro svolto (trattamento economico,
possibilità di carriera), mentre quasi 4 su dieci sono insoddisfatti
per quanto riguarda la stabilità del posto di lavoro.
In sintesi:
livelli di istruzione eccessivi rispetto alla capacità di
assorbimento del mercato del lavoro, lunghi periodi di ricerca del
lavoro, qualità del lavoro spesso scadente, conseguente
insoddisfazione dei laureati.
In tale contesto, la riforma prende
atto – non senza una certa dose di cinico pragmatismo – che il
mercato del lavoro e delle professioni non è in grado di accogliere
che pochi lavoratori di elevata qualificazione superiore. Per
questo, nella logica della riforma è implicito che solo una
minoranza degli iscritti all'Università dovrebbe proseguire verso le
lauree cosiddette specialistiche (di durata quinquennale), mentre
per la maggioranza degli studenti è previsto un abbassamento del
livello degli studi allo scopo evidente di abbassare le speranze dei
laureati in relazione ad aspetti importanti dell'occupazione
(reddito, carriera, utilizzo delle competenze acquisite).
È
dunque, da questo punto di vista, corretta la valutazione dei
critici della riforma, ma non costruttivo limitarsi a contrapporvi
l'immagine dell'istruzione universitaria come di sapere critico e
momento costitutivo dell'identità culturale dei gruppi dirigenti del
paese. Così come il passaggio all'università di massa di trent'anni
fa è stato un aspetto dei cambiamenti politici e culturali
dell'Italia di allora – una conseguenza piuttosto che una causa – il
cambiamento prospettato dalla riforma riflette le tendenze attuali
dell'economia e della società italiana (si pensi, ad esempio, al
tendenziale smagrimento del peso occupazionale del settore
pubblico). Non c'è dubbio che, in questo modo, la riforma accolga
pienamente le attuali tendenze del mercato del lavoro, ma se
isoliamo gli aspetti, pur cruciali, relativi alla politica della
formazione dalla questione della `qualità' del lavoro e dei posti di
lavoro (lasciando perdere l'insulsa nozione di `occupabilità') è
forte il rischio che la pur doverosa difesa di un ruolo `alto'
dell'università si risolva in un appello autoreferenziale di una
parte del mondo accademico.
Le pressioni del mondo
accademico
Quando si critica la riforma, non si dovrebbe
dimenticare che essa non è l'isolato frutto del ceto politico che
l'ha immaginata, ma anche delle spinte provenienti dall'interno del
mondo accademico. In alcune Facoltà – per lo più, anche se non solo,
quelle scientifiche ed economico-aziendali – si assiste infatti da
tempo ad una forte espansione di un'offerta didattica solo
indirettamente e parzialmente appoggiata alle tradizionali strutture
istituzionali universitarie: master, corsi di perfezionamento,
formazione professionale post-laurea, etc. A navigare un po' in
Internet alla ricerca di master e corsi di perfezionamento ci si
trova di fronte ad una boscaglia di intersezioni di enti, soggetti
pubblici e privati e università impegnati a dar vita a una pletorica
e crescente offerta di «formazione superiore». A questo proposito,
si può stimare che quasi la metà dei laureati segua oramai qualche
corso strutturato nei tre anni dopo la laurea, e che sei o sette su
dieci seguano corsi non strutturati (peraltro di durata crescente).
Si tratta di un intreccio di opportunità formative che da un lato si
sovrappone alla tradizionale attività didattica universitaria (in un
quadro che prevede larghi margini di autonomia gestionale) e
dall'altro descrive processi di vero e proprio outsourcing (e di
tendenziale privatizzazione, anche allo scopo di acquisire
finanziamenti addizionali) dell'offerta formativa: in entrambi i
casi non è difficile scorgere un forte interesse, da parte degli
operatori coinvolti, ad un accorciamento sia dei tempi standard
della formazione universitaria di base e ad un abbassamento del
livello di preparazione offerto, dato che, proprio su questa
premessa, è possibile giustificare l'offerta di formazione
supplementare `esterna' al percorso della laurea universitaria. Una
parte di tale offerta formativa addizionale è naturalmente
fisiologica in qualsiasi ordinato percorso di acquisizione di
capitale umano, ma è indubbio che una frazione crescente di tali
attività si pone in competizione con la formazione universitaria
tradizionale, ne richiede un ridimensionamento e tende a sospingerla
verso il basso. In questo contesto, non si può escludere che la
riforma fallisca in uno dei suoi obiettivi principali,
l'accorciamento dei tempi effettivi di presentazione sul mercato del
lavoro, poiché le nuove lauree di base potrebbero indurre gli
studenti a sguinzagliarsi in una miriade di percorsi formativi
addizionali.
Quale Università?
Il segno
della riforma è la pretesa, insieme miope e velleitaria, di
calibrare troppo da vicino l'istruzione universitaria sulle attuali
mediocri esigenze dei mercati del lavoro. È evidente che per
attenuare l'impatto negativo di questa proposta sarebbe necessario
uno sforzo del mondo universitario per ristabilire il primato del
ruolo criticamente `formativo' dell'Università (come sottolineano
Riccardo Bellofiore e i firmatari dell'appello citato in apertura di
questa nota), in opposizione all'idea di Università come `esecutrice
di commesse' e per arrestare la deriva verso quel `supermarket della
cultura' che il più delle volte riflette solamente le esigenze
corporative di differenziazioni disciplinari interne all'ambiente
accademico. In questa direzione, sarebbe opportuno, per rammentare
solo alcuni possibili snodi (in ogni caso in controtendenza rispetto
agli attuali orientamenti di politica universitaria), semplificare e
irrobustire l'offerta didattica – anche, e soprattutto, sotto il
profilo dell'effettivo diritto allo studio e dell'assistenza agli
studenti – ripensare ai rapporti tra scuola secondaria e università,
dare vita ad esperienze efficaci di formazione permanente come
servizio collettivo offerto alla società civile. Ma su questo, devo
concordare con Bellofiore, non c'è da essere
ottimisti.
note:
1 È stato
peraltro sottolineato che non tutti i laureati, ma solo i più
giovani hanno conseguito vantaggi salariali rispetto ai non laureati
(D. Card, T. Lemieux, Can Falling Supply Explain the Rising Return
to College for Younger men? A Cohort-Based Analysis, «NBER Working
Paper Series», 7655, Aprile 2000). Questo fatto viene interpretato
non come evidenza di una accelerazione del ritmo della domanda di
lavoro qualificato, bensì come conseguenza di una minore crescita
dell'offerta di lavoro qualificato, conseguente ai minori tassi di
iscrizione all'università delle generazioni nate negli anni
cinquanta.