numero  23  dicembre 2001 Sommario

Università e mercato del lavoro

IL CAVALLO NON BEVE
Maurizio Zenezini  

Gli atenei italiani stanno avviando le nuove lauree triennali previste dalla riforma universitaria. Molti docenti universitari – come testimonia anche un appello che circola nella rete Internet dal mese di luglio (primo firmatario: Claudio Moffa, c.moffa@iol.it) – criticano la riforma argomentando che essa produrrà un declassamento della qualità degli studi superiori, soprattutto a causa di un eccessivo appiattimento degli ordinamenti didattici sulle esigenze più immediate dei settori produttivi.
Come ha osservato Riccardo Bellofiore (Supermarket delle conoscenze, «la rivista del manifesto», luglio/agosto 2001), la riforma accetta di muoversi in una logica di breve termine che aspira ad essere strettamente funzionale alle presunte richieste delle imprese e, per questo, inevitabilmente tenderà a sacrificare quei saperi e quelle conoscenze che non hanno una immediata traducibilità in termini di specifiche competenze professionali.
Questo cruciale rilievo critico sulla logica `cortotermistica' della riforma, secondo l'appropriata definizione di Bellofiore, individua con precisione il significato latente della riforma, al di là delle futili chiacchiere sui proclamati obiettivi di modernizzazione e di efficienza degli atenei italiani.
Pur riconoscendo nella riforma gli aspetti negativi sottolineati dai suoi critici, sarebbe fuorviante non tener conto che essa, in qualche misura, riflette, da un lato, orientamenti di politica culturale presenti nello stesso mondo accademico e, dall'altro, accoglie tendenze e cambiamenti in atto da tempo nel mercato del lavoro.
Se non si comprendono la natura e la portata di queste spinte si corre il rischio di presentare la riforma, in modo semplicistico e un po' caricaturale, come il frutto del protagonismo di un ceto politico che trascura i valori dell'alta cultura a causa di un'americanizzante infatuazione per il mercato.

Le tendenze nel mercato del lavoro qualificato.

Se vogliamo comprendere le ragioni della riforma dobbiamo porre l'accento sulla qualità della domanda di lavoro qualificato nell'attuale fase di sviluppo delle economie maggiormente industrializzate. A questo proposito, viene frequentemente proposta nei dibattiti accademici e di politica economica la tesi secondo la quale le economie attuali sarebbero investite da un'ondata tecnologica che starebbe determinando crescenti fabbisogni di capitale umano e di competenze superiori, con la conseguente necessità di calibrare un'elevata qualità della forza lavoro alle richieste del mondo produttivo. È lecito dubitare di questa tesi. Com'è noto, uno degli indizi che dovrebbero provare la tesi dell'ondata tecnologica e del crescente fabbisogno di competenze superiori sarebbe offerto dall'allargamento dei differenziali salariali tra lavoratori qualificati e lavoratori non qualificati, molto vistoso, negli ultimi dieci o vent'anni, soprattutto negli Stati Uniti. Sappiamo però che, negli ultimi anni, la maggior parte dell'ampliamento delle diseguaglianze di reddito è spiegata dall'aumento della diseguaglianza non tra gruppi di lavoratori con caratteristiche osservabili diverse, ad esempio il titolo di studio o il livello di qualificazione, bensì dall'aumento delle diseguaglianze all'interno di gruppi di lavoratori largamente omogenei. Considerando i salari in base al livello di istruzione, Lester Thurow ha ricordato che negli Stati Uniti il 70% dell'aumento della diseguaglianza salariale è spiegata dall'aumento della diseguaglianza all'interno di gruppi con lo stesso livello di istruzione, piuttosto che dalla diseguaglianza tra gruppi con diversi livelli di istruzione (Wage dispersion: «Who done it?», «Journal of Post Keynesian Economics», 1/1998). Se i differenziali grezzi tra laureati e diplomati sono aumentati, d'altra parte, è semplicemente perchè, in una fase in cui entrambi i gruppi hanno subito una perdita nei salari reali, i redditi dei laureati sono scesi meno rapidamente. Inoltre, se si considerano da vicino gli andamenti di specifici gruppi di lavoratori qualificati, ci accorgiamo che i salari reali di coloro che dispongono di un PhD sono diminuiti, che sono aumentati i salari reali dei possessori di alcuni tipi di Master – sebbene non di tutti – e che certi gruppi di drop-outs del sistema scolastico hanno guadagnato relativamente ai diplomati regolari. Secondo Thurow, il quadro delle relatività salariali è sempre più caratterizzato da crescenti ineguaglianze, ma queste non sono interpretabili come indizio di una generale accelerazione della domanda di lavoro con elevati livelli di istruzione (sebbene non manchino situazioni settoriali di carenza di alte figure professionali).1 Il modo in cui funzionano i concreti mercati del lavoro aiuta a comprendere il processo all'origine dell'ampliamento della dispersione salariale all'interno di gruppi omogenei di lavoratori. Com'è noto, l'idea che lavori di equivalente livello di qualificazione siano pagati allo stesso modo – centrale nella teoria economica tradizionale – semplicemente non trova riscontro nei fatti (basti pensare che il livello di scolarità spiega generalmente non molto di più del 10% della varianza dei salari individuali). A questo proposito, Thurow ha ricordato che nell'industria dell'auto negli Stati Uniti, nessuno dei nuovi impianti realizzati negli ultimi venti anni ha ridotto i salari di fronte all'eccesso di lavoratori disposti a ricoprire quei (relativamente) buoni posti di lavoro, ma tutti hanno rialzato gli standard nei criteri (formali) di assunzione del personale, per cui almeno un quarto dei nuovi occupati dispone attualmente di titoli di studio superiori (fino alla laurea), pur essendo impiegati in mansioni tipicamente di livello operaio che in passato richiedavano titoli di studio inferiori o nessun titolo. Si sta dunque determinando un processo in base al quale i laureati tendono in misura crescente ad occupare i posti di lavoro normalmente a disposizione dei diplomati e persino della forza lavoro priva di istruzione formale. Fintantoché dura questo processo, persone con lo stesso livello di istruzione formale finiscono per occupare una gamma anche molto ampia e crescente di posizioni lavorative, caratterizzata da un ampio, anch'esso crescente, ventaglio salariale. L'ampliamento dei ventagli salariali per equivalenti tipologie di istruzione formale è dunque un indizio importante del crescente sottoutilizzo dei titoli di studio. Si tratta, peraltro, di un fenomeno documentato anche per i paesi europei. Per la Francia nel decennio 1985-1995 la percentuale di giovani laureati impiegati in posti di lavoro non qualificati è passata dal 12 al 25% (D. Clerc, Condamnés au chomage?, Syros, Parigi 1999), mentre nel Regno Unito il 32% dei laureati svolge un'attività che non richiede la laurea (L. Borghans, A. de Grip (a cura di) The Overeducated Worker?, E. Elgar, Cheltenam 2000).
In un contesto come questo, il titolo di studio superiore continua ad avere importanza, sebbene non tanto come elemento di qualificazione e quindi come garanzia di uno status occupazionale adeguato, bensì – secondo l'argomento proposto da Spence un quarto di secolo fa – come uno strumento di differenziazione della forza lavoro. Si tratta di meccanismi di `competizione sul posto di lavoro' a causa dei quali il titolo di studio tende sempre più ad essere utilizzato non tanto per le `competenze' che esso implica, bensì come fattore di posizionamento privilegiato nelle code nella ricerca del lavoro e quindi come dispositivo per spiazzare verso il basso la posizione di coloro che dispongono di un titolo di studio inferiore.


Il lavoro dei laureati italiani

Nel dibattito di politica del lavoro si insiste sull'opportunità di un innalzamento generalizzato della qualificazione della forza lavoro quale garanzia per un più efficace e pronto inserimento occupazionale. Si tratta di un fenomeno già ampiamente in atto. Tra il 1993 e il 2000 in Italia la quota di occupati laureati è aumentata di quasi tre punti percentuali (nei dati Istat si aggira oggi sul 12%), ed è aumentata molto di più la quota dei diplomati (oggi è pari a circa il 32%). Vi è dunque stato un indubbio innalzamento del livello di istruzione formale della forza lavoro occupata. Nello stesso periodo, d'altra parte, il tasso di disoccupazione dei laureati è un poco aumentato (dal 5,4% del 1993 al 6,3% del 2000). La qualità della domanda di lavoro, tuttavia, non si è innalzata con la stessa progressione (forse non si è innalzata affatto) e questo ha determinato una tendenza al sottoutilizzo delle competenze acquisite attraverso i canali formali di istruzione.
Le indagini Istat sugli sbocchi professionali dei laureati italiani offrono un sostegno a questa valutazione (Istat, Inserimento professionale dei laureati. L'ultima edizione, riferita ai laureati del 1995 occupati nel 1998, è stata pubblicata nel 2000).
Il primo dato da segnalare, di per sè non molto interessante, è che tutti i laureati prima o poi trovano un lavoro, sebbene nell'ultimo decennio sia aumentato l'intervallo tra la laurea e il lavoro. Nel 1989, i laureati di tre anni prima con un impiego erano pari a poco meno dell'80%, nove anni dopo la percentuale scendeva a poco più del 70%. Nel 1989 il 38% dei laureati di tre anni prima aveva trovato il primo impiego dopo almeno quattro mesi dalla laurea, mentre solo sei anni dopo tale percentuale era salita al 53%. Alcune indagini condotte sui laureati di alcuni atenei settentrionali (ad es., l'indagine condotta nel 2000 dall'Università di Trieste) suggeriscono che ci vogliono circa cinque anni perché il 90% dei laureati trovi un impiego (il modesto residuo di disoccupazione involontaria è pari a circa la metà di coloro che ancora non lavorano). Questo dato dovrebbe fare riflettere coloro che con troppa facilità denunciano l'insufficiente `produttività' dell'Università italiana che non produrrebbe abbastanza laureati: quanto tempo impiegherebbero in media i laureati a trovare un impiego se il tasso di conseguimento della laurea fosse molto più elevato dell'attuale 30-40%? Del resto, che vi sia un problema di assorbimento di laureati è testimoniato anche dal fatto che i tassi di occupazione dei laureati sono molto inferiori nelle regioni meridionali che nelle regioni settentrionali (nel 1998, il tasso di occupazione dei laureati del nord superava l'82%, quello dei laureati meridionali era pari al 56%: si tenga presente che i laureati gravitano per lo più nei mercati locali del lavoro). La riforma, com'è noto, promette di aumentare la `produttività' dell'Università italiana, ma poggia tale promessa sulla riduzione dei tempi ufficiali di conseguimento della laurea – che dovrebbe favorire la riduzione dei tempi effettivi - e sullo `snellimento' dei livelli di preparazione per la massa dei laureati (ciò che i critici della riforma sospettano essere una mera dequalificazione degli studi superiori), con ciò ammettendo implicitamente che il mercato del lavoro non è attrezzato per accogliere dosi maggiori degli attuali laureati.
Il secondo dato importante che emerge da tutte le indagini sui laureati è che, anche se prima o poi tutti lavorano, restano elevate le quote di occupazioni precarie e a tempo determinato, anche dopo molti anni dalla laurea. Dall'indagine dei laureati dell'Università di Trieste emerge che, dopo cinque anni dalla laurea, quasi tre laureati su dieci non hanno un'occupazione a tempo indeterminato (sebbene la percentuale di occupazioni irregolari in senso stretto sia tutto sommato limitata).
In terzo luogo, le rilevazioni Istat e le ricordate indagini ad hoc mettono in luce che una crescente porzione di laureati svolge attività che non richiedono la laurea: nel 1989, il 18,1% dei laureati occupati svolgeva (a tre anni dalla laurea) un'attività che non richiedeva la laurea, nel 1995 la percentuale saliva al 26,3, nel 1998 raggiungeva il 32,9 (Abbiamo visto sopra che questa è anche la percentuale del Regno Unito). Per alcuni tipi di laurea – gruppo politico-sociale, letterario, linguistico - gli occupati che svolgono attività in cui la laurea non è necessaria sono deplorevolmente numerosi (in alcuni casi si tratta di 6 laureati su dieci). Come si può leggere nella presentazione dei risultati Istat per l'ultima indagine «esiste per i laureati un problema di over education che in alcuni casi raggiunge livelli davvero preoccupanti» (Indagine 1998, p. 40).
Infine, circa la metà degli occupati si dichiara insoddisfatta relativamente ad aspetti importanti del lavoro svolto (trattamento economico, possibilità di carriera), mentre quasi 4 su dieci sono insoddisfatti per quanto riguarda la stabilità del posto di lavoro.
In sintesi: livelli di istruzione eccessivi rispetto alla capacità di assorbimento del mercato del lavoro, lunghi periodi di ricerca del lavoro, qualità del lavoro spesso scadente, conseguente insoddisfazione dei laureati.
In tale contesto, la riforma prende atto – non senza una certa dose di cinico pragmatismo – che il mercato del lavoro e delle professioni non è in grado di accogliere che pochi lavoratori di elevata qualificazione superiore. Per questo, nella logica della riforma è implicito che solo una minoranza degli iscritti all'Università dovrebbe proseguire verso le lauree cosiddette specialistiche (di durata quinquennale), mentre per la maggioranza degli studenti è previsto un abbassamento del livello degli studi allo scopo evidente di abbassare le speranze dei laureati in relazione ad aspetti importanti dell'occupazione (reddito, carriera, utilizzo delle competenze acquisite).
È dunque, da questo punto di vista, corretta la valutazione dei critici della riforma, ma non costruttivo limitarsi a contrapporvi l'immagine dell'istruzione universitaria come di sapere critico e momento costitutivo dell'identità culturale dei gruppi dirigenti del paese. Così come il passaggio all'università di massa di trent'anni fa è stato un aspetto dei cambiamenti politici e culturali dell'Italia di allora – una conseguenza piuttosto che una causa – il cambiamento prospettato dalla riforma riflette le tendenze attuali dell'economia e della società italiana (si pensi, ad esempio, al tendenziale smagrimento del peso occupazionale del settore pubblico). Non c'è dubbio che, in questo modo, la riforma accolga pienamente le attuali tendenze del mercato del lavoro, ma se isoliamo gli aspetti, pur cruciali, relativi alla politica della formazione dalla questione della `qualità' del lavoro e dei posti di lavoro (lasciando perdere l'insulsa nozione di `occupabilità') è forte il rischio che la pur doverosa difesa di un ruolo `alto' dell'università si risolva in un appello autoreferenziale di una parte del mondo accademico.


Le pressioni del mondo accademico

Quando si critica la riforma, non si dovrebbe dimenticare che essa non è l'isolato frutto del ceto politico che l'ha immaginata, ma anche delle spinte provenienti dall'interno del mondo accademico. In alcune Facoltà – per lo più, anche se non solo, quelle scientifiche ed economico-aziendali – si assiste infatti da tempo ad una forte espansione di un'offerta didattica solo indirettamente e parzialmente appoggiata alle tradizionali strutture istituzionali universitarie: master, corsi di perfezionamento, formazione professionale post-laurea, etc. A navigare un po' in Internet alla ricerca di master e corsi di perfezionamento ci si trova di fronte ad una boscaglia di intersezioni di enti, soggetti pubblici e privati e università impegnati a dar vita a una pletorica e crescente offerta di «formazione superiore». A questo proposito, si può stimare che quasi la metà dei laureati segua oramai qualche corso strutturato nei tre anni dopo la laurea, e che sei o sette su dieci seguano corsi non strutturati (peraltro di durata crescente). Si tratta di un intreccio di opportunità formative che da un lato si sovrappone alla tradizionale attività didattica universitaria (in un quadro che prevede larghi margini di autonomia gestionale) e dall'altro descrive processi di vero e proprio outsourcing (e di tendenziale privatizzazione, anche allo scopo di acquisire finanziamenti addizionali) dell'offerta formativa: in entrambi i casi non è difficile scorgere un forte interesse, da parte degli operatori coinvolti, ad un accorciamento sia dei tempi standard della formazione universitaria di base e ad un abbassamento del livello di preparazione offerto, dato che, proprio su questa premessa, è possibile giustificare l'offerta di formazione supplementare `esterna' al percorso della laurea universitaria. Una parte di tale offerta formativa addizionale è naturalmente fisiologica in qualsiasi ordinato percorso di acquisizione di capitale umano, ma è indubbio che una frazione crescente di tali attività si pone in competizione con la formazione universitaria tradizionale, ne richiede un ridimensionamento e tende a sospingerla verso il basso. In questo contesto, non si può escludere che la riforma fallisca in uno dei suoi obiettivi principali, l'accorciamento dei tempi effettivi di presentazione sul mercato del lavoro, poiché le nuove lauree di base potrebbero indurre gli studenti a sguinzagliarsi in una miriade di percorsi formativi addizionali.


Quale Università?

Il segno della riforma è la pretesa, insieme miope e velleitaria, di calibrare troppo da vicino l'istruzione universitaria sulle attuali mediocri esigenze dei mercati del lavoro. È evidente che per attenuare l'impatto negativo di questa proposta sarebbe necessario uno sforzo del mondo universitario per ristabilire il primato del ruolo criticamente `formativo' dell'Università (come sottolineano Riccardo Bellofiore e i firmatari dell'appello citato in apertura di questa nota), in opposizione all'idea di Università come `esecutrice di commesse' e per arrestare la deriva verso quel `supermarket della cultura' che il più delle volte riflette solamente le esigenze corporative di differenziazioni disciplinari interne all'ambiente accademico. In questa direzione, sarebbe opportuno, per rammentare solo alcuni possibili snodi (in ogni caso in controtendenza rispetto agli attuali orientamenti di politica universitaria), semplificare e irrobustire l'offerta didattica – anche, e soprattutto, sotto il profilo dell'effettivo diritto allo studio e dell'assistenza agli studenti – ripensare ai rapporti tra scuola secondaria e università, dare vita ad esperienze efficaci di formazione permanente come servizio collettivo offerto alla società civile. Ma su questo, devo concordare con Bellofiore, non c'è da essere ottimisti.


note:
1  È stato peraltro sottolineato che non tutti i laureati, ma solo i più giovani hanno conseguito vantaggi salariali rispetto ai non laureati (D. Card, T. Lemieux, Can Falling Supply Explain the Rising Return to College for Younger men? A Cohort-Based Analysis, «NBER Working Paper Series», 7655, Aprile 2000). Questo fatto viene interpretato non come evidenza di una accelerazione del ritmo della domanda di lavoro qualificato, bensì come conseguenza di una minore crescita dell'offerta di lavoro qualificato, conseguente ai minori tassi di iscrizione all'università delle generazioni nate negli anni cinquanta.


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