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L'esperimento dei SIMEC

Un ponte da intitolare a Auriti

Auriti e Ratzinger

La nuova piazza a Guardiagrele
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Enrico Mattei
Contro l'arrembaggio
al petrolio
e al metano
a cura di
Claudio Moffa
Aracne editore 2006
€ 8
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Conduce
Carlo
de Blasio
5 Maggio
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Enrico Mattei: l'Italia del petrolio
In studio Claudio Moffa, direttore del Master "Enrico Mattei" in Medio Oriente, Università di Teramo
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ENRICO
MATTEI
CENTENARIO
(1906 - 2006)
Intervista
della Radio Svizzera
a Claudio Moffa
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Un "rientro" simbolico, una pagina UNITERAMO in piazza,
dedicata alle teorie di un suo già docente, professore ordinario,
co-fondatore e Preside della Facoltà di Giurisprudenza.
CRISI ECONOMICA
E SOVRANITA' MONETARIA: ATTUALITA' DELLE TEORIE
DEL PROF. GIACINTO AURITI
Intervengono
Bruno TARQUINI
già P.G. presso la Corte d'Appello dell'Aquila e autore di "La banca, la moneta e l'usura - La Costituzione tradita"
Ezio SCIARRA
Professore ordinario di Sociologia,
Università di Chieti
Maurizio DONATO
docente di Economia dell'Università di Teramo
avv. Antonio PIMPINI
difensore e collaboratore di Auriti; Bruno TARQUINI
Bruno AMOROSO
Professore emerito di Economia dell'Università di Roskilde, presidente del'Associazione Federico Caffé
Introduce
Claudio MOFFA
Professore
ordinario di Storia delle Relazioni Internazionali e coordinatore del Master Enrico Mattei in Vicino e Medio Oriente dell'Università di Teramo
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Speciale Auriti
PENSIERO E ATTUALITA'
DI GIACINTO AURITI
Il Centro, quotidiano d’Abruzzo
Claudio Moffa
Giacinto Auriti (1923-2006), professore ordinario di Diritto all’Università di Teramo, Preside e tra i fondatori della quarantennale Facoltà di Giurisprudenza, “maestro” di una scuola di pensiero che in Italia ha ormai moltissimi seguaci tanto da fargli intitolare di una Piazza nel suo paese di nascita, Guardiagrele: a lui è dedicata, il 23 settembre prossimo a Piazza dei Martiri in Teramo, una “pagina” nell’ambito del progetto IRESA curato dall’Ateneo cittadino, che vedrà tra i relatori l’ex Procuratore generale della Corte d’Appello dell’Aquila Bruno Tarquini, il professor Ezio Sciarra dell’Università di Chieti, già docente della locale Scienze politiche e il prof. Bruno Amoroso, professore emerito di Economia all’Università di Roskilde. E’ una iniziativa controcorrente per almeno due motivi. Il primo, banale ma non troppo è che l’Università di Teramo sembra avere scarsa attenzione per la propria storia e i propri docenti: leggete la Guida cartacea annuale, e non troverete nemmeno il nome di uno dei professori che vi insegnano, una stranezza che dura dal 2002; aprite il sito, e non troverete nelle pagine delle Facoltà nemmeno la data della loro fondazione, per non parlare dei tanti illustri colleghi che vi hanno insegnato. Tra i quali appunto, Auriti, un docente che amava ripetere che gli studenti possono certo criticare i professori, ma dopo averli ascoltati, e che osava dire cose apparentemente “indicibili” e invece, anche quando non condivisibili, oggi diventate di straordinaria attualità.
Ed ecco il secondo motivo: Auriti, che nasce giurista, nel corso della sua intensa vita di studioso e docente, ha affrontato con onestà intellettuale e rigore metodologico temi economici scottanti come il “signoraggio” e la critica del sistema bancario vigente. Alle spalle la sua ammirazione per il filosofo “radicale” di destra Ezra Pound, un grande del Novecento, nemico dichiarato dell’ “usurocrazia”, dalla vita travagliata e oggetto di “attenzioni” penalizzanti – carcere e ospedale psichiatrico - che secondo i tanti suoi estimatori in Italia e nel mondo, sono state un prodotto dei cosiddetti “poteri forti” che criticava. Auriti subì attenzioni da parte della magistratura per il suo straordinario esperimento Simec, durato quattro mesi nel 2000, in quel di Guardiagrele: una moneta locale accettata dalla popolazione, con la quale era riuscito a dimezzare i prezzi delle merci, ma che venne bloccata dalla Guardia di finanza per “raccolta abusiva di risparmio”. Eppure Auriti avrebbe vinto nel 2005 in prima istanza una causa contro la Banca d’Italia, la richiesta di 87 euro a un giudice di pace di Lecce come risarcimento individuale per l’abuso di signoraggio, la quota cioè che Palazzo Koch aveva guadagnato da ogni singolo cittadino italiano, grazie alla stampa-emissione di moneta.
Per queste idee, e con questa storia di battaglie alle spalle, Auriti merita sicuramente attenzione e “memoria”. Non si tratta di una santificazione, ci sono opinioni che personalmente non condivido e che sono smentite dai suoi stessi sostenitori: ad esempio il richiamo a una utopica-inesistente “società organica tradizionale” - secondo un lessico tipico del pensiero ultraconservatore – contrapposta non solo alla “Stato socialista” ma anche al nostrano “Stato costituzionale”. Eppure sono proprio i seguaci del “maestro” a richiamarsi alla Costituzione (l’art. 2, in particolare) per rivendicare la legittimità di una “sovranità popolare” sulla moneta quale da lui rivendicata: peraltro, quando Auriti iniziò la sua riflessione sulle tematiche del signoraggio, la Banca d’Italia era controllata maggioritariamente in base all’articolo 3 dello Statuto, dallo Stato e da Enti pubblici. Oggi invece – basta leggere in rete le diciture sul biglietto delle vecchie 500 lire e confrontarle con quelle degli euro - abbiamo una Banca d’Italia che al 95 per cento è proprietà di un pool di banche private, e che è sottomessa inoltre alla BCE, un organismo europeo che sfugge a qualsiasi controllo da parte degli Stati dell’Unione. Una situazione assai opinabile definita da un DPR del 2006, che rende legittimo e sensato – come ormai molti politici di tutte le tendenze accennano a proporre – discutere il ritorno ad una sovranità, se non “popolare”, di nuovo “statale” sull’emissione di moneta, quale è stata per mezzo secolo di storia della Repubblica italiana.
E’ questo il primo aspetto che rende attuale la criticità delle teorie di Auriti. Il secondo è ancora più evidente: la cosiddetta “usurocrazia” poundiana è fenomeno antichissimo, le sue origini sono rintracciabili persino nel Deuteronomio, ha attraversato tutta la storia del Medioevo con i banchieri Templari eccezione “interna” ad una Chiesa all’epoca sua nemica dichiarata, e ha avuto uno sviluppo pratico-istituzionale a partire almeno dalla fondazione della Banca d’Inghilterra (1694) . Il tema è stato oggetto di dibattiti e riflessioni critiche e non di illustri personalità: dalla difesa di Bentham in età illuminista, alle critiche pungenti di pensatori e politici non solo di destra (come l’industriale Henry Ford e il poeta Ezra Pound) ma anche liberali come il presidente americano Thomas Jefferson, o di sinistra come Brecht e lo stesso Marx, in qualche passo de il Capitale ma soprattutto nel suo Le lotte di classe dal 1848 al 1850.
Ma alle diverse epoche di questi autori il fenomeno – interno a quello che il filosofo di Treviri ebbe a definire creazione del denaro tramite denaro – era ancora di portata definibile “ridotta” rispetto ad oggi. Nel XXI secolo, nell’epoca della “globalizzazione”, la crisi economica internazionale ha portato alla luce un meccanismo e una realtà inquietanti, che sono stati criticati da tutte le scuole di pensiero economico: un rapporto 20 a 1 tra capitale produttivo e capitale finanziario come ricordava lo stesso Tremonti da Santoro nella primavera scorsa, e uno tsunami di “derivati” che ha inquinato il mercato borsistico fino alla sua implosione più o meno manovrata.
Su questi scenari cosiddetti virtuali – i derivati sono “beni” inesistenti e futuribili, ad esempio raccolti agricoli a venire, per cui il denaro che viene su di essi accumulato è privo di base materiale, anche se non per questo è inesistente – si sviluppano poi eventi problematici che ricadono sulla vita quotidiana di tutti, attraverso le finanziarie annuali per pareggiare un “indebitamento” dello Stato di cui non si vede mai la fine. Questioni dunque non meramente teoriche, quelle che richiama la vicenda Auriti, ma anche pratiche: da affrontare con la criticità necessaria, con metodologia rigorosa, senza mitizzazioni e demonizzazioni, come si fa per qualsiasi disciplina scientifica, come la Fisica, la Genetica, la Storia... Conoscere e documentarsi prima di tutto: appuntamento dunque al 23 settembre prossimo, per tutti i cittadini interessati di qualsiasi professione e attività, oltre che ovviamente per gli studenti universitari.
Claudio Moffa
Professore ordinario di Storia delle Relazioni Internazionali dell’Università di Teramo, Coordinatore del Master Enrico Mattei in Vicino e Medio Oriente, VII° edizione
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Speciale Auriti
BRUNO TARQUINI:
UN INTERVENTO
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Da un convegno di Sete di giustizia a Pescara, 2010
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Speciale Auriti
RELAZIONI INTERNAZIONALI:
ISLANDA, UN CASO
DA SEGUIRE E CONOSCERE
“ ( …) Il premier Johanna Siguroardottir ha annunciato attraverso una conferenza stampa nei giorni scorsi che il FMI non intaccherà il laborioso processo di “resurrezione”, dopo lo tsunami finanziario a livello globale che non ha certo risparmiato l’isola scandinava nel biennio 2008-2009. Processo che, a dispetto del resto d’Europa (dove i vari stati si barcamenano tra menzogne raccatta-voti e impietosi diktat internazionali) si è sviluppato valorizzando quel concetto di Stato Sociale che ormai altrove sta diventando un miraggio, strozzato dalle folli direttive anticrisi volute dagli stessi uomini che questa crisi l’hanno provocata.
La rivoluzione islandese, l’unica rivoluzione taciuta e nascosta ai e dai canali d’informazione. Una rivoluzione che non ha previsto scontri in piazza (all’infuori di qualche uovo e qualche fragore di casseruola davanti al Parlamento), una rivoluzione senza manipoli di ribelli a caccia del tiranno da destituire. Un movimento pacifico e coeso, una collaborazione tra popolo e istituzioni che ha portato alle dimissioni dell’intero governo, all’arresto dei top manager e dei dirigenti responsabili della bancarotta del 2008-2009 (l’ex presidente della Kaupthing, Sigurdur Einarsson, ad esempio), a una consultazione popolare per eliminare il pesante fiato sul collo dell’FMI, alla nazionalizzazione delle banche e a una Costituzione nuova di zecca, pronta per difendere i valori nazionali dall’attacco dei banditi che vogliono riversare sulla massa i gravi errori di pochi. Un’azione senza precedenti, che ha portato gli abitanti del piccolo stato scandinavo a rifiutare il debito imposto dagli stanziamenti internazionali, quegli stanziamenti obbligatori e degni del peggior strozzino, che stanno soffocando identità e umanità di popolo un po’ dappertutto, nel vecchio continente.
«Noi la Crisi non la paghiamo», recitava uno slogan dell’Onda, all’inizio del periodo di recessione. Non sarà facile sfuggire alle grinfie del FMI, che si riproporrà a suo modo, come aguzzino travestito da consolatore, scottato dalla fuga.
I valori di questa reazione, esplosa dalla drammaticità degli eventi, hanno comportato nell’islandese un radicale cambiamento di coscienza che ha partorito, insieme al rigetto verso il capitalismo neoliberista, anche un’esigenza di trasparenza. Questa consapevolezza si è subito tradotta nell’ “Icelandic Modern Media Initiative”, un progetto teso a creare una cornice legale per la protezione della libertà di stampa e di espressione. Un’Assemblea Costituente innovativa, quella di Reykjavik, dove la diffusione e la trasparenza han giocato ruoli fondamentali. Un organismo che chiede ai propri cittadini di redigere la nuova Costituzione attraverso i mezzi che questi tempi offrono, come i social network, ad esempio. Un messaggio unico, che fa crollare il divario gerarchico tra lo Stato e il cittadino. Insomma, una vera svolta a trecentosessanta gradi, che ci pone davanti al consueto dubbio: come mai la situazione islandese è stata così offuscata? Perché si preferisce parlare di stati al collasso (vedi Grecia) o di teatri cruenti (vedi primavere arabe), piuttosto che far luce su questo esempio possibile di partecipazione diretta di un popolo che ha avuto il coraggio di dichiarare l’insolvenza del proprio debito? ( ...)
Fonte: mirorenzaglia [scheda fonte]Islanda.Esercizi di democrazia diretta e partecipata
di Nicola Mente - 12/09/2011(Tante altre notizie su www.ariannaeditrice.it)
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Speciale Auriti
IL VALORE DEL DIRITTO
Giacinto Auriti
PREMESSA
Quando un professore si avvia alla fase conclusiva della propria esperienza, sente il bisogno di trasmettere agli studenti un messaggio essenziale in cui sintetizzare le proprie convinzioni, così come lentamente si sono maturate e consolidate nella sua opera di riflessione e di ricerca.
Abbiamo scelto quindi, come tema del corso, il valore del diritto per evidenziare come sul presupposto di una convinzione filosofica e di teoria generale si possa elaborare una legge scientifica del diritto che travalichi il momento puramente empirico del diritto positivo.
L'indagine muove dalla definizione del valore come rapporto tra fasi di tempo e conseguentemente del diritto come strumento, con la successiva distinzione tra fisiologia e patologia del diritto e della società, a seconda che sia normale o meno il giudizio di valore che le condiziona.
Su queste premesse si considerano varie problematiche che, pur se fra loro apparentemente estranee, sono tutte analizzate nella medesima ottica del giudizio di valore.
In breve, questo corso si propone di dimostrare la validità del teorema iniziale in base alla sua idoneità a risolvere i vari problemi presi in considerazione. La conferma delle tesi svolte con metodo deduttivo va poi data risalendo con metodo induttivo dal problema particolare ai principi.
Data la novità delle premesse, alcune considerazioni conclusive possono apparire sorprendenti, se non addirittura utopistiche. La cosa non ci preoccupa, perché siamo convinti che nella ricerca scientifica l'utopia non esiste. A ben pensare anche Icaro era un utopista solo perché non è vissuto nel nostro tempo. Il mio augurio è che gli studenti possano recepire questo messaggio non solo come informazione, ma anche come convinzione culturale.
A conclusione di queste poche parole introduttive tengo a ringraziare sentitamente la dott.ssa Gabriella Esposito, ricercatrice presso la nostra Facoltà, per la sua generosa disponibilità e la preziosa e valida collaborazione.
CAPITOLO I
DEFINIZIONE DEL DIRITTO
SOMMARIO: 1. Il diritto come strumento. ‑ 2. La forma come elemento essenziale dellostrumento giuridico. ‑ 3. Il diritto sociale.
1. Il diritto come strumento
Il diritto è uno strumento perché è il risultato di una attività creatrice dello spirito. Ogni attività umana è naturalmente e normalmente volta al soddisfacimento di un'esigenza. Ecco perché il diritto è un fenomeno strettamente attinente all'attività pratica della vita sociale.
Poiché "strumento" significa oggetto che ha valore, non è possibile definire il diritto se non si precisa lo stesso concetto di valore. L'attenta definizione delle premesse serve a prevenire ed escludere errori concettuali, che altrimenti sarebbero gravemente devianti e preclusivi di una valida ricerca. A nostro avviso, il valore è un rapporto tra fasi di tempo. Così, ad esempio, possiamo dire che una penna ha valore perché prevediamo lo scrivere. Quindi ilvalore è il rapporto necessario e funzionale (rispetto al conseguimento dello scopo edonistico) tra il momento della previsione e il momento previsto. Nella prima fase il valore è il giudizio di strumentalità che attiene all'oggetto; nella seconda fase il valore si realizza nel momento edonistico che attiene al soggetto. Questa definizione presuppone, dunque, sul piano della filosofia della conoscenza la distinzione tra soggetto e oggetto in una visione dualistica della realtà. Su tale premessa si comprende come la realtà spirituale del diritto si realizzi in un rapporto tra fasi di tempo intersoggettivo. Così, ad esempio, il credito è il rapporto tra il momento ricordato della sua instaurazione e quello previsto del suo adempimento che lega creditore e debitore.
Ci soffermeremo innanzitutto a considerare l'ipotesi della normalità dei giudizi di valore. Questa si realizza quando la realtà spirituale del diritto consente la tipica utilità di questo strumento che consiste nel soddisfare il bisogno di giustizia, il bisogno di certezza giuridica. In questo senso ci si spiega la forza cogente del diritto come dover essere del comportamento degli individui e dei gruppi sociali, nell'ambito della società che utilizza il sistema normativo. Diceva esattamente Kant che "il tempo è l'io che si pone come realtà", in quanto capacità in atto di memoria, e di previsione, e consapevolezza simultanea della propria continuità vitale (passato, presente, futuro). Ci si spiega così la circostanza per cui il soggetto che gode di questo strumento che è fatto di tempo, si confonda con esso, perché si immerge in una particolare dimensione temporale (previsione): così ad esempio credito e creditore coincidono. Potrebbe a questo punto sembrare dimostrata la validità della filosofia idealista ed immanentista, che riduce la realtà all'io pensante, ossia la realtà all'idea della realtà: il soggetto titolare sarebbe immanente nell'oggetto credito.
E’ però da rilevare che, anche nel momento della titolarità del diritto, il soggetto conserva la consapevolezza della oggettività di questo strumento, di cui egli gode, mediante un atto di riflessione sulla dimensione temporale. (...)
Proposto da Gianluca Monaco
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Speciale Auriti
IL VALORE INDOTTO
DELLA MONETA
Giacinto Auriti
La moneta è una fattispecie giuridica. Due sono state infatti le definizioni date della moneta: valore creditizio e valore convenzionale. Poiché convenzione e credito sono fattispecie giuridiche, non vi è dubbio che la moneta costituisca oggetto della scienza del diritto.
Da tale premessa discende che non si può dare la definizione di moneta se non si dà la definizione del diritto. Il diritto è uno strumento, perché è il risultato di una attività creatrice dello spirito.
Poiché lo strumento è un oggetto che ha valore, non si può definire il diritto (e quindi la moneta) se non si definisce il valore.
Il valore è un rapporto tra fasi di tempo. Così ad esempio una penna ha valore perché prevediamo di scrivere; quindi il valore è un rapporto fra il momento della previsione ed il momento previsto. La prima fase di tempo è il momento strumentale, che attiene all'oggetto, la seconda fase di tempo del valore è il momento edonistico ( di godimento del bene), che attiene al soggetto.
Questo significa che il giudizio di valore è normale o fisiologico, quando si basa sul presupposto della concezione dualistica di filosofia della conoscenza, che distingue l'oggetto dal soggetto.
Su tali premesse si può comprendere come la stessa“realtà spirituale” del diritto sia “tempo intersoggettivo”. Così ad esempio la convenzione monetaria consiste nel rapporto tra il momento previsto del comportamento altrui e quello della previsione che realizza e causa il comportamento proprio. Ognuno è disposto infatti ad accettare moneta contro merce se prevede di poter dare a sua volta moneta contro merce. Lo strumento della convenzione consiste dunque in un fascio di rapporti tra fasi di tempo intersoggettivo, capace di determinare per induzione giuridica il valore indotto ed oggettivarlo come res nova nella moneta, causando la nascita di un bene reale oggetto di diritto di proprietà. Da ciò discende che, essendo la strumentalità prerogativa dell'oggetto, si verifica, in questa fattispecie, la “oggettivazione del tempo”.
La strumentalità del diritto ha vari modi di essere, a seconda delle differenti previsioni edonistiche, ossia del diverso scopo cui lo strumento giuridico è destinato.
Ci si spiega così perché i romani definivano il giudizio di valore corrispondente alla titolarità di un diritto con la parola “animus”: animus domini, animus possidendi, animus detinendi, animus credenti,ecc.
Definita infatti la realtà spirituale del diritto come dimensione del tempo poiché il tempo è l' “Io” che si pone come realtà (secondo la formula Kantiana), esso consiste nella capacità in atto di ricordare, di prevedere, di constatare: ciò che noi
definiamo “passato”, “presente” e “futuro”.
Ecco perché, per definire il diritto si parla opportunamente di previsione normativa. Una volta evidenziata la concezione normale e fisiologica del valore in quanto basata (come abbiamo detto) su una concezione dualistica di filosofia della conoscenza, si comprende come la patologia dei giudizi di valore si verifichi quando si muove dalla premessa del monismo hegeliano.
Per Hegel la realtà altro non è che l'idea della realtà (qui impropriamente si è parlato di <<idealismo>>, mentre giustamente Carmelo Ottaviano rileva che dovrebbe parlarsi di “ideismo”). Una volta ridotta la realtà all' “io pensante” e confuso,conseguentemente, l'oggetto col soggetto, sul piano della teoria del valore si fa coincidere il momento strumentale, oggettivo, con quello edonistico, soggettivo.
Si realizza così, per l’ “immanenza” del momento edonistico con quello strumentale, la personificazione dello strumento.
Nasce la cosiddetta soggettività strumentale o strumento personificato,che è un vero e proprio fantasma giuridico:quello che noi oggi chiamiamo persona giuridica.
Ebbene tutte le scuole di diritto societario che hanno trattato della soggettività strumentale, hanno considerato tutto, tranne la cosa più importante: la società strumentalizzante.
Poiché non è concepibile uno strumento senza chi lo adoperi, la soggettività strumentale presuppone necessariamente la società strumentalizzante.Una volta ridotta ,per l'immanenza hegeliana, la società a concetto senza contenuto umano, a vuoto fantasma giuridico, cioè a strumento, si deve presupporre la società strumentalizzante. Essa ha necessariamente un'etica economicistica, perché di uno strumento ci si serve: è ridicolo pretendere di servirlo. (...)
Proposto da Gianluca Monaco
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Speciale Auriti
14 dicembre 2009
www.ilgiornale.it
venerdì 11 dicembre
PROVOCAZIONE
QUELLA SOVRANITA'DELLA MONETA
IN MANI PRIVATE
di Redazione
Abbiamo ricominciato a tremare per le banche. Abbiamo ricominciato a tremare addirittura per gli Stati, a rischio di fallimento attraverso i debiti delle banche. Si è alzata anche, in questi frangenti, la voce di Mario Draghi con il suo memento ai governanti: attenzione al debito pubblico e a quello privato; dovete a tutti i costi farli diminuire. Giusto. Ma l'unico modo efficace per farli diminuire è finalmente riappropriarsene. Non è forse giunta l'ora, dopo tutto quanto abbiamo dovuto soffrire a causa delle incredibili malversazioni dei banchieri, di sottrarci al loro macroscopico potere? Per prima cosa informando con correttezza i cittadini di ciò che in grande maggioranza non sanno, ossia che non sono gli Stati i padroni del denaro che viene messo in circolazione in quanto hanno delegato pochi privati, azionisti delle banche centrali, a crearlo. Sì, sembra perfino grottesca una cosa simile; uno scherzo surreale del quale ridere; ma è realtà. C'è stato un momento in cui alcuni ricchissimi banchieri hanno convinto gli Stati a cedere loro il diritto di fabbricare la moneta per poi prestargliela con tanto di interesse. È così che si è formato il debito pubblico: sono i soldi che ogni cittadino deve alla banca centrale del suo paese per ogni moneta che adopera. La Banca d'Italia non è per nulla la «Banca d'Italia», ossia la nostra, degli italiani, ma una banca privata, così come le altre Banche centrali inclusa quella Europea, che sono proprietà di grandi istituti di credito, pur traendo volutamente i popoli in inganno fregiandosi del nome dello Stato per il quale fabbricano il denaro. Ha cominciato la Federal Reserve (che si chiama così ma che non ha nulla di «federale»), banca centrale americana, i cui azionisti sono alcune delle più famose banche del mondo quali la Rothschild Bank di Londra, la Warburg Bank di Berlino, la Goldman Sachs di New York e poche altre. Queste a loro volta sono anche azioniste di molte delle Banche centrali degli Stati europei e queste infine, con il sistema delle scatole cinesi, sono proprietarie della Banca centrale europea. Insomma il patrimonio finanziario del mondo è nelle mani di pochissimi privati ai quali è stato conferito per legge un potere sovranazionale, cosa di per sé illegittima negli Stati democratici ove la Costituzione afferma, come in quella italiana, che la sovranità appartiene al popolo.
Niente è segreto di quanto detto finora, anzi: è sufficiente cercare le voci adatte in internet per ottenere senza difficoltà le informazioni fondamentali sulla fabbricazione bancaria delle monete, sul cosiddetto «signoraggio», ossia sull'interesse che gli Stati pagano per avere «in prestito» dalle banche il denaro che adoperiamo e sulla sua assurda conseguenza: l'accumulo sempre crescente del debito pubblico dei singoli Stati. Anche la bibliografia è abbastanza nutrita e sono facilmente reperibili sia le traduzioni in italiano che i volumi specialistici di nostri autori. Tuttavia queste informazioni non circolano e sembra quasi che si sia formata, senza uno specifico divieto, una specie di congiura del silenzio. È vero che le decisioni dei banchieri hanno per statuto diritto alla segretezza; ma sappiamo bene quale forza pubblicitaria di diffusione la segretezza aggiunga alle notizie. Probabilmente si tratta del timore per le terribili rappresaglie cui sono andati incontro in America quegli eroici politici che hanno tentato di far saltare l'accordo con le banche e di cui si parla come dei «caduti» per la moneta. Abraham Lincoln, John F. Kennedy, Robert Kennedy sono stati uccisi, infatti (questo collegamento causale naturalmente è senza prove) subito dopo aver firmato la legge che autorizzava lo Stato a produrre il dollaro in proprio.
Oggi, però, è indispensabile che i popoli guardino con determinazione e consapevolezza alla realtà del debito pubblico nelle sue vere cause in modo da indurre i governanti a riappropriarsi della sovranità monetaria prima che esso diventi inestinguibile . È questo il momento. Proprio perché i banchieri ci avvertono che il debito pubblico è troppo alto e deve rientrare, ma non è possibile farlo senza aumentare ancora le tasse oppure eliminare alcune delle più preziose garanzie sociali; proprio perché le banche hanno ricominciato a fallire (anche se in realtà non avevano affatto smesso) e ci portano al disastro; proprio perché è evidente che il sistema, così dichiaratamente patologico, è giunto alle sue estreme conseguenze, dobbiamo mettervi fine . In Italia non sarà difficile convincerne i governanti, visto che più volte è apparso chiaramente che la loro insofferenza per la situazione è quasi pari alla nostra.
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13 gennaio 2011
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QUI LO DICO ... E NON LO NEGO (3)
UN'UNIVERSITA' DIVERSA ...
Claudio Moffa
" ... Parlo delle due conferenze-simbolo citate in quell'articolo di 10 anni fa: quella su Dolly-Frankestein – organizzata col piglio laicista che lo contraddistingueva, dall'allora rettore Russi - e quella su Finkelstein, promossa il 19 aprile dell'anno successivo dal sottoscritto , in un'epoca in cui lo studioso ebreo-americano non aveva ancora pubblicato con la Rizzoli L'industria dell'Olocausto, ed era additato come un “antisemita” – lui, figlio di deportati ebrei ad Auschwitz – da molta stampa italiana e internazionale. In quell'occasione, commosso, Finkelstein dichiarò agli studenti raccolti nell'Aula magna, addirittura che avrebbe voluto venire in pensione … a Teramo: non sapeva però che lo stesso Rettore ospite di Campbell, aveva respinto con un “no” piccolo piccolo una mia richiesta di Saluti all'evidentemente meno gradito conferenziere ebreo-americano … Simboli come i due citati, potrebbero oggi moltiplicarsi e aggiornarsi: pensiamo con riferimento alle Facoltà e ai Dipartimenti teramani, alle tante tematiche “polarizzate” di grande attualità nella crisi epocale che ci investe e investe le nuove generazioni. OGM sì o no? La diga di Assuan ha causato più problemi che benefici all'Egitto, avendo danneggiato il suo ecosistema? Nucleare, l'opzione giusta? Il “nuovo” diritto internazionale post-bipolare, rinnovamento o crisi dei principi della carta dell'ONU? Kosovo, “diritto di autodecisione” o ennesima aggressione alla sovranità e integrità di uno stato indipendente secondo la vecchia scuola internazionalista di Aranjo Ruiz? E ancora: il revisionismo storiografico sulla Resistenza, dal triangolo “della morte” alle foibe: mito o realtà? La tesi dello storico di sinistra Pavone (e di Amendola: resistenza non come movimento popolare di massa, ma come espressione di una elite politica) e quella (in chiave giornalistica) di Pansa, sono così distanti? Unità italiana: barbara annessione con decine o centinaia di migliaia di morti, o epopea nazionalista pur segnata da contraddizioni? Cooperazione decentrata (le regioni italiane con i corrispettivi dei paesi in via di sviluppo) sì o no? Immigrazione: volerla controllare equivale a negare solidarietà e a essere razzisti? Crisi economica: un'origine finanziaria e una soluzione di segno antispeculativo e anti-bancario? Signoraggio, una leggenda o una terribile realtà che danneggia i cittadini? Guerre e informazione, un confronto fra giornalisti e studiosi di relazioni internazionali? Un seminario sul caso Battisti, con i giuristi a confrontarsi sulla questione dell'estradizione, e studiosi del terrorismo a spiegare – se possibile – cosa ci sia stato di “politico” negli assassinii feroci e nelle rapine del protetto di Lula?Si potrebbe continuare a lungo ..."
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17 ottobre 2010
IL PROBLEMA DELLA DELOCALIZZAZIONE,
UN RESIDUO DEL PASSATO DA CORREGGERE

Anno 2002, un tentativo (fallito)
di invertire la tendenza
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