AFRICA (IN ALLESTIMENTO)

PAGINE DEL SITO
(in allestimento)

CHI SONO



GR 3 31 marzo 2007
8,45

L'ONU NEL DARFUR: IL SUDAN APRE, BLAIR E BUSH SI IRRITANO E RILANCIANO

di Claudio Moffa
(al minuto 11 e 10 sec.)


L'INVASIONE
ETIOPICA,
AL QAEDA
E L'UNIONE DELLE
CORTI ISLAMICHE


di Claudio Moffa

Gr 3 28 dicembre 2006
(subito dopo il sommario)


CORTI ISLAMICHE
IN SOMALIA:
ASSECONDARE
L'INTERVENTO
ETIOPICO?

di Claudio Moffa

Gr 3 1 dicembre 2006
(al minuto 14,40)


CONFERENZA
DEI
GRANDI LAGHI:
UNA PACE
A META
'

di Claudio Moffa

Gr 3 16 dicembre 2006
(al minuto 12,52)


RWANDA: LE RÉGIME DE KIGALI PUBLIE
UNE NOUVELLE LISTE ARBITRAIRE
DE PRÉTENDUS SUSPECTS DE GÉNOCIDE EN EXIL
POUR FAIRE DIVERSION

"... Le gouvernement rwandais ajuste régulièrement sa liste de prétendus suspects du génocide aux changements dans l’arène politique rwandaise pour supprimer toute opposition politique à sa dictature et à sa mauvaise gouvernance du pays. Le génocide des Tutsi est ainsi devenu une arme politique exploitée par le FPR pour disqualifier toute personne ou tout parti politique (allié ou de l’opposition) qui conteste ses options politiques ou son leadership.
Les massacres des populations civiles par l’armée du général Paul Kagame, commencés depuis l’invasion du Rwanda par son armée à partir de l’Ouganda le 1er octobre 1990, se sont poursuivis après sa prise du pouvoir à Kigali le 9 juillet 1994 et étendus à la République démocratique du Congo (RDC) depuis août 1996 ..."

IL DOCUMENTO COMPLETO


MOGADISCIO
COME BAGDAD?

di
Claudio Moff
a

Gr 3 25 marzo 2007
(al minuto 11,50)









7 luglio 2010

CHE BELLO VIAGGIARE FRA ARCHEOLOGIA E RIVOLUZIONI
REPORTAGES REPRINT

1984 (agosto) - NEL BURKINA FASO
DI THOMAS SANKARA':
TANTE PICCOLE RIVOLUZIONI (PM)

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Testo e foto di Claudio Moffa

Intervista di Claudio Moffa
a
THOMAS SANKARA' (1984)
(da caricare)



Una danza in un villaggio
in onore di una visita dei CDR


Donne dei Comitati
di Difesa della Rivoluzione


1987 (aprile) - MALTA: UNA PICCOLA ISOLA
DALLA GRANDE STORIA (PM)

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Testo di Claudio Moffa e Stefania Nanni

 


La sleeping lady - Tempio di Hal Saflieni


Tempio megalitico


Tempio megalitico


La venere di Malta


1998 (aprile)
LIBIA: I GRAFFITI RUPESTRI
DEL TRADART ACACUS (Archeo)


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QUANDO IL SAHARA
NON ERA UN DESERTO
...

Foto di Claudio Moffa
clicca sull'immagine per ingrandirle



mandrie al pascolo


graffiti di diverse epoche e "stili"


quando il Sahara non era un deserto ...


Una "testa rotonda"



Giraffe e ...

Elefanti


un arco naturale nel deserto




GHADAMESa

Ghadames vista dall'aereo


Un caratteristico vicolo di Gadhames


L'acqua, un bene storicamente
protetto dalle autorità locali


9 ottobre 2006
LA CAMPAGNA
SUL DARFUR CONTINUA:
CON QUALI SCOPI?

Curioso: un servizio del TG 2 dei giorni scorsi (per l’esattezza, 7 ottobre ore 20,30) ha rivelato che nel campo di Geneina-Darfur, il locale rappresentante delle Nazioni Unite aveva chiesto alla inviata della RAI di non intervistare i profughi per evitare rappresaglie nei loro confronti. Curiosa la richiesta del funzionario ONU, perché fin dallo scoppio della nuova crisi sudanese nel gennaio 2004, la “voce dei profughi” (o presunta tale) non è quasi mai mancata nei numerosi reportages dalla regione del Sudan dilaniata dalla guerra civile. Una “voce” – è bene ricordare - quasi sempre monocorde, che denunciava e denuncia a senso unico – vedi i servizi falsamente imparziali di Jonah Fisher sulla BBC - solo i crimini del governo sudanese e dei janjawid arabi, mai spendendo una parola contro quelli della guerriglia dissidente che sta boicottando armi in pugno l’accordo di pace del 5 maggio 2006 fra Khartum e il Sudan Liberation Army di Minni Arkou Minawi.

Come mai la giornalista italiana è stata indotta a privarsi di una fonte essenziale – sia pure di difficile uso per le ovvie difficoltà linguistiche - per la sua inchiesta? Come mai tanto improvviso “rispetto” dei profughi, pluriintervistati invece da tanta stampa internazionale, da tanti inviati più o meno faziosi, e da gruppi di inchiesta che hanno quasi sempre finito per esaltare cifre e dati della crisi, probabilmente ben oltre i limiti della realtà? Che cosa avrebbero potuto dire i profughi di Geneina al TG 2? E dunque quali rappresaglie, e di chi, avrebbero potuto temere?

La campagna sul Darfur, che oggi punta all’intervento “umanitario” dell’ONU nella regione nonostante il legittimo veto di Karthum – tanto legittimo, si badi bene, quanto legittimo è a sua volta, in linea di principio, l’intervento delle Nazioni Unite in Libano, guerra fra Stati e non conflitto interno - continua. Una campagna che ogni tanto si smorza per lasciare il campo alle cronache da altri teatri drammatici di crisi del pianeta, ma che è rialimentata costantemente dai settori oltranzisti massmediatici forti – si fa per dire - dell’assoluta mancanza di dati certi.

Questo è il punto fondamentale di cui occorre prender coscienza per ogni corretta informazione sul Darfur. Ragioniamo su tre fonti e unità di notizia: le foto, le accuse di bombardamenti del governo sudanese contro la popolazione civile, e le cifre del presunto genocidio denunciato fin dal gennaio 2004 da molti organi di informazione e singole personalità: come il sito del museo dell’Olocausto di New York, gli altri siti e organi di stampa americani controllati dai neocons, o il premio “Nobel della pace” Elie Wiesel nel suo discorso del 25 gennaio 2005 al Palazzo di vetro dell’ONU.

Le foto. Aprite sul sito della BBC le foto del Darfur, o cercate su google “Darfur-immagini”. Trovate delle immagini che non corrispondono alle urla di allarme della solita “comunità internazionale”, quella che con il pretesto dell’illegale “ingerenza umanitaria” ha assassinato la Jugoslavia, invaso l’Iraq e oggi vorrebbe trovare qualche altro bel paese indipendente da ridurre – a suon di bombe - alla ragione del “nuovo” ordine mondiale postbipolare. Sulla BBC le foto sono di quasi normale miseria o arretratezza africana, tranne quelle che ritraggono i guerriglieri armati di razzi o di mitra. Di segni di violenza devastante, o di battaglie, o di vere e proprie stragi, praticamente nessuno. C'è, assolutamente vera, una drammatica emergenza umanitaria causata proprio dalla guerra in atto.

Su google la scelta è ovviamente più ampia, ma anche qui le immagini di violenza e di morte riguardano quasi sempre singoli ammazzati, o le carcasse di animali che vengono date alle fiamme, o un villaggio bruciato (da chi, e perché?), o un bambino, dice la didascalia, vittima di un bombardamento del governo sudanese. Fatti orribili, che però non sono la conferma di un genocidio, ma solo di una delle tante infami guerre dei nostri tempi: siamo cinici o professionali nel sottolineare questa limitatezza di una pur odiosa violenza? Si è cinici o professionali quando si pretende il conto dei morti e delle fosse comuni, o la verifica puntuale dei mandanti e degli esecutori dei massacri nelle tante guerre postbipolari sorte e talvolta “inventate” proprio grazie alla distorsione massmediatica delle cifre e della dimensione reale degli eventi bellici? E poi, quel bambino “del Darfur” ad esempio, è stato ustionato effettivamente dalle bombe del governo sudanese, o dai razzi sparati dagli irriducibili ribelli islamici del JEM e dello SLA dissidente?

I bombardamenti. Veniamo così alla seconda notizia chiave da vagliare, quella dei presunti bombardamenti aerei del governo di Karthum sulle popolazioni islamiche del Darfur. Possibile, se la notizia è vera, che non ci sia da nessuna parte nemmeno una foto di aerei sudanesi in azione di bombardamento? Che cosa ci voleva – per gli inviati nella regione che si infiltrano dal Ciad, o per la stessa ben equipaggiata guerriglia del Darfur - a fotografare anche una sola incursione aerea, e a “sparare” quell’immagine-chiave sui siti internet di tutto il mondo? Forse domani saremo smentiti, le foto magicamente appariranno da qualche parte, ma fino ad oggi non ce n’è traccia. Dunque sembra proprio aver ragione il governo sudanese, quella notizia è una balla, serve solo a creare una drammatizzazione estrema della crisi a fini di “intervento umanitario” delle Nazioni Unite. Perché è questo che pretende Bush, dopo aver realizzato che l’obbiettivo di un intervento NATO è assolutamente impraticabile a causa dell’opposizione pro-Karthum sia della Lega Araba che dell’Unione Africana: Bush vuole comunque imporre allo stato sovrano sudanese – alle prese con una guerriglia interna foraggiata da potenze straniere, fra cui Israele – un’occupazione del suo territorio, e questo dopo che si è trovata la via di una possibile soluzione – e comunque di una tregua ormai consolidata – non solo della lunga guerra civile con il sud animista e cristiano, ma anche dello stesso conflitto del Darfur, grazie all’accordo di pace di Abuja del 5 maggio scorso.

Le cifre. La campagna mediatica ha poi un terzo punto di forza nelle presunte cifre del presunto genocidio: anche qui non c’è alcuna certezza di calcolo esatto. Le cifre iniziano “magicamente” a circolare un anno e mezzo fa – secondo lo stereotipo per cui la violenza viene tutta e solo da parte governativa o araba-janjaweed: eppure gli stessi guerriglieri hanno più volte esaltato i loro massacri (vedi su questo sito l’articolo “Darfur: pace rinviata o nuova guerra?”, nella pagina Africa) – e rimbalzano di testata in testata, da giornalista a giornalista, secondo il meccanismo già sperimentato nella leggenda nera delle “armi di distruzione di massa” di Saddam. Mai viene fornita la chiave di lettura dei numeri del dramma, il metodo utilizzato. E’ come se i dati venissero aggiornati in base ad un presunto trend statistico-cronologico (se a gennaio i morti erano x, a febbraio saranno x1, e poi x2 ..), a sua volta fondato su un presunto numero iniziale al momento dello scoppio vero e proprio della crisi nel gennaio del 2004.

I dubbi perciò sono forti, almeno per chi si vuole muovere professionalmente su questo viscido terreno a metà – come sempre in casi simili - fra inchiesta giornalistica “pura” e pressioni dei poteri forti internazionali che puntano con ogni evidenza – vedi ancora la pagina “Africa” in questo sito – alla internazionalizzazione della crisi. Certo, si potrebbe lasciar perdere a questo punto il Jonah della BBC, e fondarsi sulle fonti ONU, peraltro soggette anch’esse a discrezionalità soggettiva, visto che all’ONU c’è tutto e il contrario di tutto. Ma ecco allora la sorpresa: guardate sul sito UNICEF Italia la voce Darfur: trovate tantissime cifre relative al numero dei profughi, degli assistiti, dei malati, dei bambini profughi, ma nemmeno un dato sulle vittime dirette della guerra. E’ un caso? O non piuttosto un segnale di professionalità da parte di chi ha compreso che alla infame guerra sul terreno, si accompagna un’altrettanto infame (perché tesa ad allargare il conflitto) guerra sul piano massmediatico?

Non sappiamo proprio, ma una cosa è certa: la partita che si sta giocando in Sudan non riguarda solo la pur evidente emergenza umanitaria, provocata quanto meno da entrambe le parti, governo e ribelli. Il Sudan è in realtà una pedina geopolitica fondamentale dello “scontro di civiltà” perseguito dall’oltranzismo occidentale prima e dopo l’11 settembre, nonché un anello chiave del contenzioso emergente dal nuovo bipolarismo postbipolare, con la Cina e la Russia a far da sponda alle nuove istanze “non allineate” e oseremmo dire (se il termine non fosse abusato) “terzomondiste”, delle aree di crisi del pianeta.

I motivi che rendono importante il Sudan sono essenzialmente tre: primo, è un paese ricco di petrolio e risorse minerarie, peraltro in una fase di grande sviluppo economico, e dunque, per questo, ben dentro la grande “corsa” all’accaparramento delle risorse africane fra Cina, Europa e Stati Uniti; secondo, il Sudan è un paese islamico, e come tale ennesimo “nemico” del sionismo israeliano e del cristiano-sionismo statunitense (Bush): un paese che peraltro, potrebbe essere diventato dopo il Libano - un conflitto che ha sicuramente messo un freno all'arroganza di Israele - una sorta di pendant-contrappeso per quelle personalità e funzionari dell'ONU, come Louise Arbour e lo stesso Kofi Annan che fino all'agosto scorso si sono nei fatti dimostrati troppo spesso proni al volere dell'asse Bush-Israele in tante crisi internazionali: la presa di distanza da Israele n LIbano, deve essere insomma "ripagata" con un indurimento delle posizioni antisudanesi del segretario ONU e del magistrato internazionale Louise Arbour? Il sospetto è legittimo.

Terzo motivo, il Sudan è un paese di frontiera fra mondo arabo e mondo africano, e la guerra del Darfur – che vede scontrarsi musulmani arabi e musulmani neri – è un’ottima leva per contrastare e boicottare quella convergenza afro-araba emersa nettamente pochi giorni prima dell’11 settembre nella conferenza sul razzismo di Durban, e rivitalizzatasi in tempi recenti grazie alla rinascita del movimento dei non allineati, soprattutto dopo l’avvio del contenzioso nucleare con l’Iran e, di nuovo, dopo la guerra del Libano.

Tutto questo dovrebbe essere presente nel momento di metter mano alla penna per raccontare il Darfur: un conflitto in cui le responsabilità di conduzione pratica della crisi da parte del governo sudanese non eliminano certo quelle, pesantissime, dei guerriglieri irriducibili (sostenuti non a caso anche da Bin Laden: vedi uno degli ultimi video attribuiti al fondatore di Al Qaeda), né inficiano la correttezza giuridico-formale della posizione di Khartum, comprensibilmente contrario – ai sensi della Carta dell’ONU, e in particolare dell’art. 2 - ad ogni ingerenza esterna. Con l'eccezione forzosa dell'Unione Africana, una mediazione-compromesso fra il pieno rispetto della sovranità sudanese, e la pretesa di un intervento ONU in cui alcuni paesi occidentali molto legati a Israele - in primis gli Stati Uniti - aspirerebbero sicuramente ad avere un ruolo predominante.

 

DOCUMENTI


LA GUERRA DI JONAH
Un commento

IL DARFUR, IL MEDIO ORIENTE
E IL BRACCIO DI FERRO SULL'INTERVENTO ONU
GR 3 8 e 45, 10 settembre 2006
(al minuto 10)


LO STORICO ACCORDO DEL 5 MAGGIO 2006
FRA GOVERNO SUDANESE E SLA,
con le firme presenti (9 paesi, ONU, UA, UE, L. Araba,
oltre al governo sudanese e allo SLA) e quelle assenti (SLA dissidente e JEM)
PDF dal sito ONU


aprile-maggio 1995
RUANDA
LA STRAGE
DI KIBEHO

 

Pubblichiamo alcune foto tratte dal sito http://www.pbase.com/kleine/ cuthbert brown_kibeho&page=6 (basta cliccare su una delle immagini per accedervi), e che si riferiscono al massacro compiuto dalle milizie dell’FPR tutsi nell’aprile-maggio 1995 a Kibeho, dove era stato allestito un campo internazionale “protetto” dall’ONU e dalle sue agenzie umanitarie. In realtà, secondo Stephanie Kleine-Ahlbrandt, l’autrice di "The Protection Gap in the International Protection of Internally Displaced Persons: The Case of Rwanda," sarebbero state uccise circa 2000 persone, e proprio sotto gli occhi dei caschi blu e dei civili delle ONG che collaboravano al progetto.
Certo, l’approfondimento è necessario, le verifiche vanno fatte: ma una cosa è sicura e una riflessione è doverosa.
E’ ormai sicuro – questa riportata è l’ennesima documentazione uscita dagli orrori del Ruanda - che anche i tutsi si macchiarono di terribili crimini nel corso della guerra civile, e in questo caso peraltro, in un Ruanda a loro dire “pacificato” e “liberato” (“liberato” cioè dalla presenza di centinaia di migliaia di hutu, profughi nei campi di raccolta dello Zaire e della Tanzania). Tutto dunque va rivisto, revisionato rispetto al ritornello idiota e servile del “genocidio dei tutsi e degli hutu moderati” che sarebbe stato compiuto dagli “hutu estremisti” nel 1994, e che terminò guarda caso col trionfo del FPR tutsi e la fuga disperata di almeno 1 milione e mezzo di profughi hutu nei paesi circostanti.

La riflessione è invece questa, e cioè che nessuno probabilmente mai processerà gli autori del massacro: non certo i tribunali “popolari” ruandesi, veri e propri strumenti di dominio tutsi contro la maggioranza hutu sconfitta nella guerra civile: 700mila persone in attesa di “giudizio”. Ma neppure il Tribunale penale internazionale del Ruanda si muoverà mai: e per un semplice motivo-trucco degli autori della risoluzione ONU 955/94, e cioè che la sua competenza ratione temporis copre solo i crimini veri o presunti compiuti fra il 1 gennaio e il 31 dicembre 1994. Tutto quanto fatto prima – ad esempio i massacri del FPR ai danni della popolazione civile del nord del Ruanda fra il 1990 e il 1994 – e dopo, non conta per i giudici di Arusha. Un segnale peraltro, di quanto poco sia stata pensata in funzione di una vera pacificazione del paese la decisione del Consiglio di Sicurezza.

Ci potrebbe essere a questo punto la Corte penale internazionale, tribunale permanente altra cosa dai Tribunali ad hoc degli anni Novanta: ma qui interviene la solita asimmetria della giustizia internazionale. La CPI infatti si sta impegnando a fondo nella ben meno grave crisi del Darfur, compiendo solo passi informali di scarso rilievo nel Congo orientale e in Ruanda. I conti della giustizia così non torneranno mai: tornano però quelli della geopolitica africana, perché il Sudan islamico sta agli USA e a Israele esattamente come gli hutu stanno ai tutsi di Kagame, grande alleato – per affinità elettive, e per il traffico di diamanti – di Israele e dunque dei settori più oltranzisti dell’amministrazione USA.



Ricevo e pubblico

L'INDUSTRIA
DEL GENOCIDIO TUTSI


La favola recita che i tutsi sono tutti innocenti, che a morire nel 1994 sarebbero stati solo "tutsi e hutu moderati" (ma come si fa a distinguere un hutu moderato da uno "estremista"? I cadaveri hutu avevano l'etichetta, o sulla fronte recavano la scritta "sono - anzi ero - un moderato"?), e che giustizia "però" si sta facendo col Tribunale Penale Internazionale di Arusha e con i gachacha, i "tribunali popolari" ruandesi.
Non è così, questa è appunto una favola, una leggenda nera che vuole gli Hutu uno dei "popoli cattivi" del III millennio, come i Serbi, come i "Sunniti" iracheni, e come i Palestinesi che hanno votato Hamas. La realtà è ben altra cosa, e dentro questa realtà ci sono - oltre ai crimini compiuti dagli hutu durante la terribile guerra civile del 1994 - gli altrettanto gravi crimini compiuti dai tutsi di Paul Kagame oggi al potere, prima (guerriglia 1990-94), durante (rapporto Ghersony, 25mila hutu massacrati) e dopo la svolta del 1994. E ci sono, sul versante della cosiddetta "giustizia", i due obbrobri del caso Ruanda: un Tribunale ad hoc finanziato da George Soros e dal quale persino Carla Del Ponte si è allontanata a causa delle fortissime interferenze del regime tutsi di Kagame sulla sua attività (a cominciare dai testi per la difesa, che passano per il filtro-visto di uscita del governo di Kigali). E, secondo obbrobrio, i cosiddetti "tribunali popolari" ruandesi, con i suoi giudici tutti tutsi (tranne qualche hutu qua è la' a mo' di condimento, e di specchietto per le allodole per i visitatori stranieri), e i suoi imputati tutti hutu: 700mila persone circa, in attesa di vendetta tribale. Un genocidio?


Ecco dunque due nuovi documenti da leggere: il primo (nel primo riquadro della colonna di sinistra) è di parte, ma anche in assenza di documentazione originaria sulle liste di dirigenti hutu da assassinare, assolutamente credibile, e confortato dall'uso sfrontato che il regime di Kigali fa da più di 10 anni del cosiddetto "genocidio" che i tutsi oggi egemoni sulla maggioranza hutu, avrebbero subito: è l'industria del genocidio in salsa ruandese, su cui converrebbe a giornalisti e storici italiani riflettere. Il secondo documento invece (qui sotto) parla da solo, le foto di un massacro compiuto dai miliziani del FPR di Paul Kagame nel 1995, mentre tutta l' "opinione pubblica" internazionale cominciava a piangere il cosidetto "genocidio" del 1994.

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DARFUR
UN ARTICOLO E UN COMMENTO
PER CAPIRE IL RUOLO DI ISRAELE NELLA GUERRA CIVILE DEL DARFUR

DARFUR 1

US Jews leading Darfur rally planning

By Gal Beckerman
JPost, Apr. 27, 2006



Thousands of people will be marching this Sunday in Washington, DC under a banner that carries a simple two-word demand: "Save Darfur." This is the name of the coalition organizing the rally .... Little known, however, is that the coalition, which has presented itself as "an alliance of over 130 diverse faith-based, humanitarian, and human rights organization" was actually begun exclusively as an initiative of the American Jewish community.

il testo completo su http://www.jpost.com


DARFUR 2

“Diavoli a cavallo” e “diavoli dell’informazione”

DARFUR: PACE RINVIATA
O NUOVA GUERRA?
Il ruolo dei mass media nel futuribile
intervento “umanitario” nel Sudan

di Claudio Moffa

(1 maggio 2006) Pace rinviata, o nuova guerra? Ancora una volta i ribelli nero-islamici del Darfur sudanese puntano i piedi e respingono il piano di pace elaborato dall’Unione Africana, peraltro già accettato dal governo di Karthum. Tutto è rinviato di due giorni, dopo la scadenza dell’ultimatum dell’UA ai ribelli africani già fissata alla mezzanotte del 30 aprile, e la proroga decisa all’ultimo momento dagli stessi mediatori, appunto di 48 ore, e salvo sorprese.

Secondo fonti d’agenzia l’Esercito di liberazione del Sudan-SLA e il Movimento per la giustizia e l’eguaglianza-JEM chiedono più autonomia e una vicepresidenza, probabilmente pensando al modello di pace stabilito con gli accordi di Naivasha del 2004 fra governo centrale e guerriglia sudista, accordo che oltre a una vicepresidenza (quella inizialmente ricoperta da John Garang ed oggi, dopo la sua morte, da Salva Kir) prevede fra le altre cose la devoluzione delle risorse petrolifere anche – direttamente - al sud animista-cristiano, e, nel 2010, un referendum sull’alternativa secessione/ stato federale.

Né l’Unione africana, a cui le Nazioni Unite hanno in qualche misura “delegato” la gestione della crisi, né il governo del Sudan potrebbero accettare con leggerezza le richieste della guerriglia del Darfur ....

TESTO COMPLETO




7 giugno 2005

Perché la Corte Penale Internazionale ha scelto di agire
sul terreno della recente e meno drammatica
crisi del Sudan-Darfur, e non ha compiuto o non compie passi analoghi
per il Congo orientale, o per il Ruanda, con i loro milioni di morti?

LA CORTE PENALE INTERNAZIONALE,
IL RUANDA E IL DARFUR

La decisione della Corte penale internazionale di aprire formalmente una inchiesta nel Darfur rappresenta una svolta importante nella ormai lunga storia di questa ennesima crisi umanitaria africana. Per un anno e mezzo circa, a partire cioè dal gennaio 2004, mese di avvio dell' "offensiva finale" contro il governo centrale di Karthum della guerriglia antigovernativa, gli avvenimenti del Darfur sono stati oggetto della costante attenzione dei mass media, che hanno finito per evocare lo spettro di un possibile tribunale internazionale ad hoc sulla questione: con un unico imputato predeterminato – il regime islamico di Karthum – e un crimine già "provato", il "genocidio".

Ora lo scenario muta: il reato su cui si dovranno raccogliere prove non sembra essere – almeno stando alle agenzie – il "genocidio", ma quello giuridicamente meno pesante (anche se pur sempre orribile) di "crimini contro l'umanità"; gli imputati non sembrano debbano trovarsi solo sul fronte solo filogovernativo, ma forse anche sul versante della guerriglia; e soprattutto, per il Darfur non ci sarà alcun tribunale ad hoc, perché tutta la materia del contendere è stata deferita dall'ONU, appunto, alla CPI: un tribunale non nato – come quelli ad hoc del Ruanda e della Sierra Leone – grazie ad un colpo di mano del Consiglio di Sicurezza, e con imputati predeterminati (gli sconfitti RUF e Hutu delle due rispettive guerre civili) ma invece istituito – un po' come quello "civile" dell'Aja – al termine di un processo lungo e meditato cui ha partecipato tutta la Comunità del palazzo di vetro, con l'eccezione peraltro proprio degli Stati Uniti. Insomma, la decisione di far intervenire la CPI sembra muoversi nella direzione giusta.

Tuttavia, cullarsi nell'idea che ormai giustizia sarà "fatta" sarebbe prova di eccessivo ottimismo, e per almeno tre motivi: innanzitutto, a monte dell'ingresso in scena della Corte penale emerge quello stesso criterio di selettività del diritto internazionale che si è riscontrato in altre crisi internazionali: molti sono gli stati che hanno violato e violano le risoluzioni dell'ONU, ma solo alcuni, dagli anni Novanta ad oggi, sono stati colpiti con embarghi o addirittura guerre "umanitarie"; diversi sono i paesi che si lanciano nell'avventura nucleare, eppure solo alcuni stati diventano per questo pericolosi "stati-canaglia". Insomma, per uscire fuor di metafora: perché la Corte penale internazionale ha scelto di agire sul terreno della recente e meno drammatica crisi del Sudan-Darfur, e non ha compiuto o non compie passi analoghi per il Congo orientale, o per il Ruanda, con i loro milioni di morti?

Ecco dunque gli altri due motivi di cautela: da una parte la attivizzazione della CPI nel Darfur corrisponde troppo perfettamente al diverso atteggiamento dei mass media su questa crisi rispetto ad altre tragedie africane. E dall’altra, sullo sfondo di una iniziativa che di per sé appare encomiabile, emerge il concerto geopolitico che oggi sembra comunque influenzare il palazzo di vetro e i suoi uffici e istituzioni: il Sudan è paese islamico, e si oppone ad una guerriglia appoggiata dai falchi USA e da Israele; il Ruanda appartiene a un complesso di alleanze esattamente opposto.

E' questa, sicuramente, l'ombra più pesante che aleggia sull'inchiesta della CPI che sta per prendere il via, i cui primi passi dovranno essere misurati su un paio di questioni dirimenti: se fra i colpevoli di crimini contro l'umanità verranno inclusi anche esponenti della guerriglia antigovernativa; e se i crimini di cui sono stati ripetutamente accusate le milizie arabe janjawed, verranno automaticamente e ineluttabilmente ricollegate a responsabilità di tutto il regime di Karthum, o magari solo di qualche suo esponente militare e civile. Una partita complessa, a metà – come sempre – fra le discussioni "in punto di diritto" e la conflittualità geopolitica fra le grandi potenze.

Claudio Moffa

6 maggio 2006

DARFUR

E Bush 'risponde' alla comunità ebraica americana
International Herald Tribune
JPost, May 6, 2006

Solo i giornali italiani sembrano non accorgersi delle pesanti interferenze della lobby ebraica americana, e di Israele, nella guerra civile sudanese del Darfur. Proprio oggi, l'International Herald Tribune riferisce che giovedì scorso il presidente americano Bush ha colto l'occasione del pranzo per il centenario dell'American Jewish Committee per rivolgere un appello "alle Nazioni Unite e alla NATO perché aiutino la forza di pace africana nel Darfur, aggiungendo 'noi dobbiamo (must) comprendere che i sequestri gli assassini e le sofferenze debbono essere fermate' ". Un appello alla NATO e all'ONU da parte del presidente americano suona poco credibile, nel senso che in entrambe queste organizzazioni gli Stati Uniti, quando vogliono, sanno muoversi con ben altri strumenti e con ben più pesante linguaggio. Il significato vero del messaggio sta dunque nella sede prescelta, e cioè l'American Jewish Committee. In pratica si è di fronte ad una risposta di Bush, sia pure timida, alla manifestazione del 27 aprile scorso a Washington (vedi l'articolo del quotidiano Haaretz nella colonna di destra di questi soto), promossa e coordinata dalle organizzazioni ebraiche americane; e più in generale ai tentativi di destabilizzazione israeliani del Sudan, paese islamico cerniera fra mondo arabo e mondo africano (vedi il mio articolo nella colonna di destra). A quella manifestazione, 3 giorni prima la scadenza del primo ultimatum per un accordo fra governo e ribelli, seguirono poi 1) la richiesta di Condoleeza Rice di un intervento della NATO per pacificare la regione, e il mancato accordo alla scadenza del 30 aprile a causa dell'ostracismo della guerriglia del Darfur nei confronti di un testo di accordo già approvato dal governo sudanese. 2) L'invio ad Abuja del sottosegretario al Dipartimento di Stato Zoellick per cercare di trovare un compromesso (con la Rice che intanto faceva una parziale marcia indietro), ed infine il mezzo accordo di ieri 5 maggio, precario se non altro perché il JEM integralista e una parte dello SLA si sono rifiutati di firmarlo.

La partita dunque resta ancora aperta, con problemi che non riguardano solo i diretti protagonisti del confronto - il governo centrale e la guerriglia - ma anche la "comunità internazionale": è Israele e la comunità ebraica americana a spingere per la guerra-intervento, mentre Bush tenta, qui come in Iran, con voce assolutamente flebile, di perseguire una via negoziale - certo tutta interna agli interessi strategici degli Stati Uniti - ostacolato dagli oltranzisti dell'Amministrazione che lui presidente assai poco controlla, e dai loro referenti esterni, Israele e la sua comunità negli USA.


9 maggio 2006

DARFUR
DOPO GLI INCIDENTI NEL DARFUR. SUDAN, L'ALTERNATIVA NEOCONS ALL'IRAN?

Pace precaria ad Abujia il 4 maggio scorso fra governo sudanese e guerriglia del Darfur, visto che due organizzazioni armate su tre non hanno firmato: che è andato allora a fare ieri il vicesegretario dell’ONU Egeland fra i profughi ancora sotto controllo dei ribelli, contro la volontà del governo sudanese che già lo aveva costretto a rientrare da un'altra missione qualche settimana fa? Una donna chiede l’invio di truppe straniere, scoppiano incidenti, ci scappa un morto.Scena due: la notizia – ivi compresa la richiesta della sconosciuta donna, manco fosse un ministro degli esteri - rimbalza a Washington, e rafforza la richiesta di Bush di un intervento nel Darfur. Se non della NATO – come aveva chiesto la Rice il 28 aprile scorso – almeno dell’ONU. Ecco dunque svelato lo scenario dietro i due eventi di ieri: il braccio di ferro è fra un governo sudanese appoggiato sin qui dall’Unione Africana, dalla Lega Araba, e nelle retrovie del Palazzo di vetro da Cina e Russia, e gli Stati Uniti, a loro volta divisi fra le voci più oltranziste legate ai neocons e a Rumsfeld e Cheney – che chiedono un intervento unilaterale americano o NATO – e quelle e più moderate ma in realtà tentennanti di Bush e Rice. Il Sudan cita la carta dell’ONU e ritiene la crisi un affare interno. Gli Stati Uniti, pressati dalla potente lobby israeliana “scandalizzata” per le stragi del Darfur, puntano ad una internazionalizzazione del conflitto.
Una scelta facile per i teorici dello scontro di civiltà, ma difficile per Bush, dopo il disastro dell’avventura irachena: e fra le tante ipotesi, si profila anche un possibile “scambio” fra un freno alla rischiosissima avventura iraniana e un sì a quella, apparentemente meno pericolosa, nel Darfur sudanese.

Claudio Moffa


RUANDA - SAGGI E ARTICOLI

Claudio Moffa
(Africa, LII, 4, 1997)

Lotta politica, guerra interetnica e ricerca storiografica nella Regione dei Grandi Laghi

Claudio Moffa
(Giano, 29-30, 1998)

Il Ruanda e la responsabilità degli eccidi. Una critica alle tesi di Colette Braeckman

Da Vita Magazine (2005)
Una polemica sul genocidio

DUE TESTI PER RIFLETTERE SUL TRIBUNALE PENALE INTERNAZIONALE PER IL RUANDA (TPIR)

1. La lettera di dimissioni dello storico e politologo Filip Reyntjens da consulente del TPIR, contro le "pressioni" del governo ruandese sui giudici. E' il secondo abbandono significativo, dopo quello di Carla Del Ponte
"Dear Mr. Jallow, When discussing the need to prosecute RPF suspects ...>>"

2. La denuncia dell'ex ufficiale dei Servizi segreti del Ruanda, Aloys Ruyenzi, contro il presidente Paul Kagame
"Kagame ha commesso crimini di guerra, anche mascherandosi da hutu interhamwe ..."

LO SCRIVE UN'AGENZIA DI STAMPA NOTORIAMENTE
PRO-KAGAME: SONO PIU' DI SETTECENTOMILE GLI HUTU SOTTO PROCESSO IN RUANDA PRESUNTI RESPONSABILI DEL PRESUNTO "GENOCIDIO"

«...761.000 personnes ... seraient accusées de participation dans les massacres», indique HRW ...

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1. Congo Attualità
- Congo Attualità
- Congo Attualità supplemento

2. Una testimonianza dal Kivu Cri de détresse au Kivu.
"Les guerres en République Démocratique du Congo et la situation de la Récompte rendu.."