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di Monique
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28 settembre 2007

LE NOSTRE LIBERTA'
IN PERICOLO


Un libro on line e
un articolo per riflettere

IL MANDATO DI CATTURA EUROPEO
di Carlo Alberto Agnoli
Magistrato

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UN PASSO AVANTI DUE INDIETRO?
Perplessità sul disegno
di legge Mastella 1694

di Claudio Moffa

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UN APPELLO

CONTRO IL PROCESSO
A SADDAM HUSSEIN

(21 gennaio 2004)

"Dal punto di vista del diritto internazionale, Saddam Hussein è tuttora il Presidente dell'Iraq. La sua cattura da parte delle truppe americane è successiva e conseguente ad una guerra frutto di una decisione unilaterale e illegale di Stati Uniti e 'Inghilterra, rottura drammatica nella storia delle relazioni internazionali dalla nascita dell'ONU ad oggi ..."

Il testo completo
e le firme nella pagina

Processo
Saddam Hussein


Claudio Moffa

ENRICO MATTEI,
IL CORAGGIO
E LA STORIA


CLICCA SULL'ICONA
PER IL FORMATO NORMALE

con saggi di

Giuseppe Accorinti, Umberto Bartocci,
Felice Di Nubila, Giovanni Galloni,
Vincenzo Gandolfi, Francesco Licheri,
Benito Li Vigni, Emanuele Macaluso,
Simone Misiani, Claudio Moffa,
Nico Perrone, Andrea Ricciardi
e
GIULIO ANDREOTTI

INDICE



Enrico Mattei
Contro l'arrembaggio
al petrolio
e al metano

a cura di
Claudio Moffa
Aracne editore 2006
€ 8





Conduce
Carlo
de Blasio


5 Maggio

Enrico Mattei: l'Italia del petrolio
In studio Claudio Moffa, dire
ttore del Master "Enrico Mattei" in Medio Oriente, Università di Teramo






 

 

 



15 aprile 2009

CONFERENZE E LEZIONI
DI DIRITTO INTERNAZIONALE



Diritto di ingerenza umanitaria1_
28 03 2010


Diritto di ingerenza umanitaria2_
28 03 2010

Diritto di ingerenza umanitaria3_
28 03 2010
Università di Teramo

http://www.giustiziagiusta.info/index.php?option=com_frontpage&Itemid=1

Editoriale

15 aprile 2009

CHI NEGA  IL NEGAZIONISMO
E' INUTILE CHE QUERELI?


di Mauro Mellini


Sono note le vicende del “Master Enrico Mattei” all'Università di Teramo o, almeno, ne è noto quel tanto che la stampa ne ha consentito che noto divenisse. In sostanza il polverone sollevato contro l'iniziativa promossa dal Prof. Claudio Moffa si concreta (ammesso che i polveroni abbiano una concretezza) nello scandalo per essere stato oggetto di esso il fenomeno della criminalizzazione (in senso tecnico: riduzione ad oggetto di fattispecie penale) del c.d. negazionismo, dell'atteggiamento, cioè, di quegli scrittori e pubblicisti che negano che l'Olocausto degli Ebrei sia stato consumato dalla Germania Nazista o ne negano l'entità, alcune delle modalità etc.

Leggi tutto



2 aprile 2009

La degenerazione del diritto internazionale non fa eccezioni e coinvolge anche il Tribunale penale
internazionale che avrebbe dovuto risolvere i problemi di emergenzialismo e illegittimità riscontrati
in dottrina nei casi dei Tribunali ad hoc degli anni Novanta. L’accusa di Gheddafi contro la Corte è
condivisibile: un processo a chi faziosamente processa solo i nemici di Israele?


LA “GIUSTIZIA INTERNAZIONALE” POSTBIPOLARE:
UNO STRUMENTO
NELLE MANI DI ISRAELE
E DEI
SUOI ALLEATI NEGLI USA E IN EUROPA

Gheddafi ha ragione, la Corte Penale Internazionale è un’organizzazione terrorista a fini di dominio planetario. Del resto in tempi recenti, chi scrive ha denunciato la assoluta parzialità della CPI in un paio di convegni internazionali. Dominio di chi? Non so cosa pensino i leaders della nuova “internazionale” che si va affermando giorno dopo giorno sulle rovine del vecchio campo socialista, e che solo la iperlaica sinistra marxleninista occidentale sembra - a forza di distinguo scolastici - rifiutarsi di vedere, ma il sottoscritto, da semplice osservatore di fatti internazionali, un’idea se l’è fatta da anni: primo, contrariamente alle belle speranze di tanti giuristi internazionalisti, e nonostante la non presenza di Israele e Stati Uniti fra i sottoscrittori del Tribunale fattivamente fondato nel 2002, sono proprio questi due paesi, o per meglio dire il primo di questi due paesi, se non a indirizzare i magistrati che ne fanno parte, quanto meno a giovarsi dal loro operato fazioso (1).
Secondo, nessuna sostanziale differenza esiste, almeno fino ad oggi, fra l’iniziativa giudiziaria della CPI e quella dei famigerati Tribunali ad hoc degli anni Novanta: Il TPI contro la Jugoslavia, culminato con la morte in carcere di Milosevic; quello contro il popolo ruandese hutu, un obbrobrio su cui persino Carla Del Ponte ha sollevato dubbi fino ad essere licenziata dal suo incarico di Procuratore da Kofi Annan (2); e quello sulla Sierra Leone, che a fronte delle indubitabili efferatezze della guerra civile, ha portato alla condanna dei soli oppositori all’odierno regime anglo-americano di Freetown.


22-23-24 febbraio 2008

TRIBUNALE INTERNAZIONALE
DEI CITTADINI PER IL LIBANO



PROCEDIMENTO

(2008)

promosso dalla Società civile libanese contro Israele
per gli atti da esso compiuti durante la guerra del luglio-agosto 2006
e per i danni per essa subiti dalla nazione libanese

Bruxelles
Maison des Associations Internationales

GIURIA

Lilia Solano (presidente),
Adolfo Abascal,
Claudio Moffa (relatore),
Rajindar Sachar

VERDETTO FINALE

PREMESSO

- che la Società civile libanese, attraverso le sue organizzazioni e rappresentanti, ha nominato una giuria internazionale per giudicare gli atti compiuti da Israele durante la guerra del luglio-agosto 2006 secondo diritto internazionale e in particolare ai sensi della Carta delle Nazioni Unite, delle quattro Convenzioni di Ginevra del 1949, e dello Statuto della Corte Penale Internazionale del 1998;
- che la Società civile libanese ha altresì nominato i propri avvocati difensori nelle persone di Issam Naaman, Albert Fahrat, Hassan Jouny, Mohamed Tay contestualmente avanzando formale richiesta di nomina di avvocato difensore a Israele, parte accusata;
- che nei giorni 22-23-24 febbraio 2008 la giuria si è riunita, stabilendo preliminarmente le sue competenze ratione materiae, loci e temporis: materiae, gli atti compiuti dall’esercito israeliano durante la guerra contro il Libano; loci, il territorio libanese occupato o bombardato dall’esercito israeliano; temporis, con riferimento agli atti e non alle loro conseguenze, il periodo che va dal 12 luglio 2006 data di inizio della guerra al 24 agosto del 2006 data della cessazione del fuoco;
- che subito dopo la Giuria ha nominato al suo interno come Presidente la prof.ssa Lilia Solano;
- che venerdì 22 febbraio alle ore 21 la Giuria ha aperto il procedimento, comunicando alle parti la propria competenza giurisdizionale e le finalità etiche dell’ormai costituitosi Tribunale internazionale dei Cittadini per il Libano;
- che sabato 23 febbraio la Giuria:
- ha preliminarmente preso atto dell’assenza sia di esponenti di Israele sia dei loro difensori;
- ha ascoltato l’Atto d’Accusa pronunciato dagli avvocati delle vittime della guerra e della Società civile libanese, contenente le accuse di crimini di guerra e crimini contro l’umanità contro Israele, acquisendone il testo agli atti;
- ha escusso la prima serie di testimoni secondo lista qui allegata, permettendo alla parte civile di porre ad essi domande, ponendo essa stessa domande e acquisendo agli atti l’eventuale documentazione e le eventuali prove proposte durante le deposizioni, come da allegati;
- che domenica 24 febbraio alle ore la Giuria ha escusso secondo identica procedura gli ultimi testimoni, concludendo il dibattimento, con una dichiarazione della PresidentaLilia Solano;

 

CONSIDERATO

1.IN FATTO

Il 12 luglio 2006 le forze armate israeliane invadevano il Libano, oltrepassando la linea blu stabilita nel 1982 dall’UNIFIL per demarcare i territori sotto regolare giurisdizione del governo di Beirut, e i territori occupati da Israele durante l’invasione di quell’anno.

Le autorità israeliane giustificavano l’avvio dell’aggressione come una “rappresaglia” per il rapimento di due suoi soldati compiuto nel territorio sotto il suo controllo da forze libanesi irregolari da tempo operanti nel sud del paese col fine di ripristinare, oltre la linea blu, la piena sovranità del Libano sui territori ancora sotto occupazione straniera.

La “rappresaglia” assunse in realtà fin da subito la formaprima di un’invasione terrestre da parte dell’esercito israeliano, poi, dopo la vincente resistenza delle forze armate volontarie libanesi operanti in prossimità del confine, di un’aggressione compiuta con sistematici bombardamenti aerei, non solo sulle regioni frontaliere o del sud, ma anche sulla valle del Bekaa e sui più popolosi quartieri di Beirut.

Le testimonianze e la documentazioneacquisite durante il dibattimento, confermando quanto già rilevato dalla Commissione di inchiesta dell’ONU del novembre 2006, hanno potuto accertare che durante gli eventi bellici occorsi dal 12 luglio 2006 all’ 24 agosto 2006 le forze d’invasione israeliane:

hanno compiuto 7000 attacchi aerei su un territorio sostanzialmente privo – tranne qualche aereo e una piccola flottadi elicotteri – di difesa aerea;

hanno ucciso più di 1100 persone, fra cui molti bambini, donne, vecchi;

hanno bombardato, con una sistematicità che non lascia dubbi sull’intenzionalità degli attacchi, una gran parte delle infrastrutture del paese, quali strade, ponti, aereoporti, bacini di approvvigionamento dell’acqua, centrali elettriche, depositi di carburante, nonché campi agricoli e di allevamento;

hanno bombardato abitazioni civili, ospedali, colonne di automobili civili in fuga col chiaro intento di uccidere quanti più civili possibile;

hanno bombardato musei, luoghi religiosi e momenti di raccoglimento religioso, come nel caso di un corteo funebre per una vittima dei bombardamenti;

hanno bombardato piccoli supermercati di piccoli villaggi;

hanno attaccato villaggi e quartieri senza difesa militare e operato punizioni collettive e rappresaglie contro i civili delle zone occupate;

hanno attaccato il personale medico e sanitario libanese impegnato in operazioni di soccorso alla popolazione civile;

hanno utilizzato, nell’operare questi bombardamenti, armi proibite e volte a causare danni permanenti o differiti alla popolazione civile, ivi compresi i bambini: bombe giocattolo, bombe a frammentazione, bombe all’elio e secondo la testimonianza resa da uno dei testimoni, bombe all’uranio impoverito: su quest’ultimo tipo di bombe il parere degli esperti non è unanime, perché le verifiche con contatore geiger operate dal teste stesso e dalla sua equipe di tecnici, non sono state confermate né dalla Commissione di inchiesta delle Nazioni Unite del settembre-ottobre 2006 – che ha invece accertato l’uso degli altri tipi di bombe - né dall’inchiesta svolta nello stesso periodo dall’Associazione dei Giuristi Americani;

Tutti gli atti sopra riferiti evidenziano per la loro sistematicità, costanza e continuità, che la popolazione civile ha costituito l’obbiettivo principale se non esclusivo degli attacchi israeliani;

Le testimonianze e la documentazione acquisite durante il dibattimento, hanno potuto altresì accertare l’entità, approssimativa ma comunque ingente, dei danni sia immediati sia differiti nel tempo di natura economica, ambientale e psicologica subiti dal popolo libanese a causa delle azioni di guerra israeliane:

A) Danni alle persone :

- i massicci bombardamenti hanno causato più di 1100 morti, fra i quali centinaia di bambini, donne, vecchi ; circa 4350 feriti, e decine di portatori di handicap permanenti, con danni per il loro lavoro o professione ;
- distruzione di migliaia di abitazioni, comme accertato dalla FINUL nei seguenti villaggi: Taïbeh, 80 % des résidences civils detruit ; Markaba, 50 % ; Qantara 50 %; Maïs-el-Jabal 30 %; Houla 20 %; Talloussa 15 %; Ghandourieh 80 %; Zibqin 60 % ; Jibal-el-botm 50 % ; el-Bayadah50 % ; Bayt-Lif 30 % ; Kafra 20 % ;
- nuvole di idrocarburi polimeritici di diossina e di particelle cancerogene che possono provocare distrubi respiratori e ormonali, a causa del bombardamento della centrale di Jiyyeh.
- diffusione di prodotti chimici così come di cloro nell’atmosfera, il che è suscettibile di minare la salute di circa 2 milioni di persone, a causa dei bombardamenti contro le fabbriche del vetro, alimentari e di materie plastiche ;
- a parte cifre e dati precisi, quel che colpisce della documentazione addotta e delle testimonianze rese è la sistematicità, la costanza e la continuità con cui le forze armate israeliane hanno preso a obbiettivo dei loro attacchi e bombardamenti la popolazione civile in quanto tale e le infrastrutture civili, sia per gli episodi specifici riferiti dai testimoni, sia con gli attacchi ai convogli di auto civili descritti durante il dibattimento, fra cui i due qui di seguito riportati:
1. « Le 16 juillet, autorisation a été donnée à un convoi de la FINUL- composé de 4 bus, 7 camions, dont 2 blindés et 2 véhicules militaires de Police- de quitter Naqoura à 7h15, atteignant Marwaheen à 9h. A 11 heures, la population locale, qui voulait partir, était prête et la FINUL de Naqoura avait approuvé l'évacuation supplémentaire des habitants du village d'Um al Tut, près de Marwaheen. Vers 11h15, une fois atteint le Poste d’observation militaire de la FINUL, le convoi a été informé que l’autorisation d’évacuer les civils était annulée. Il lui a été suggéré de retourner à Marwaheen. Vers 14 heures, la FINUL a obtenu une nouvelle autorisation des responsables militaires israéliens. Le premier véhicule ayant atteint une maison située dans la rue menant à la mosquée, une roquette à écran de fumée est tombée sur le toit de cette maison, ricochant et tombant juste devant le véhicule. Les civils ont quitté les véhicules et se sont regroupés sur la place centrale du village. Un émissaire a été envoyé pour demander l'arrêt immédiat de l’attaque. Mais une deuxième attaque a eu lieu, 6 autres roquettes à écran de fumée ont touché la même maison. Vers 17h30, le convoi a enfin pu repartir vers Tyr. L’attaque était destinée à semer la panique et la terreur parmi la population civile » ;
2. « Le 11 août 2006, environ 600 véhicules quittaient le village de Marjayoun - occupé depuis le 10 août 2006- en direction de la vallée de Bekaa. Vers 15h30, le convoi -comprenant des patients et le personnel médical de l’hôpital- avait quitté le village pour atteindre la partie orientale de la Vallée de Bekaa vers 21h30. Jusqu'à Hasbaya, le convoi a été escorté et entouré par 2 véhicules blindés de la FINUL. Vers 22h, quinze véhicules ont été touchés par les bombardements de l’armée israélienne, provoquant la mort de huit personnes, parmi lesquelles un ingénieur de l’hôpital et un volontaire de la Croix Rouge du Liban qui tentaient de porter secours à une des personnes blessées. Pendant ce temps, une autre attaque a eu lieu sur Marwaheen. Pourtant, dès le 15 juillet, la FINUL avait obtenu l’autorisation des responsables militaires israéliens de procéder à l’évacuation de la population civile. Les forces armées israéliennes ont attaqué intentionnellement ce convoi en sachant que celui-ci n’était pas une cible militaire. Il s’agit d’une attaque qui a ignoré le principe de distinction entre cibles militaires et cibles civiles »

B) Danni economici:

- all’industria alimentare, a seguito della distruzione totale della Liban Lait a Balbek, la fabbrica di latte e derivati più importante del paese, che produceva circa il 90% della produzione libanese di latte pastorizzato ;
- all’industria in generale, a causa della distruzionetotale e parziale di almeno altre 29 fabbriche per un totale di circa il 5% del settore industriale libanese, e di altri importanti danni a più di 700 stabilimenti industriali (fra i quali la vetreria Maliban nella Bekaa; quello farmaceutico Safieddin di Bazouriye nel sud del Libano; lo stabilimento di fazzoletti di carta di Kafr Jara, vicino Saïda ; la fabbrica di materiale edile di Moussaoui, presso Baalbek ; lo stabilimento per la costruzione di case prefabbricate di Dalal;
- al turismo e alla pesca, per un valore di diversi milioni di dollari, a seguito del bombardamento della centrale di Jiyyeh;
- ai trasporti civili, come nel caso di 450 camions attaccati sulle strade del Libano;
- all’infrastruttura civile: porto (distruzione dei radar per la navigazione civile) e aereoporto (piste di atterraggio e depositi di carburante) di Beirut ; 137 strade; 109 ponti fra cui il ponte Quasmieh, asse vitale di collegamento fra Tyr e Saïda ; ponte di Zahrani, che congiunge il Libano meridionale con il Monte-Libano e Beirut; ponte di Mdeirej; ponte di Madfoun che congiunge il Lbano settentrionale al Monte-Libano e a Beirut; pontedi Mouamaltaïn che congiunge Jbeil e il Libano settentrionale con Beirut; tutti i ponti della Bekaa e soprattutto il ponte di El-Assi (l'Oronte) rdi collegamento tra il Caza d'el-Hermel e il resto del Liban.

Si deve sottolineare che spesso, come nel caso del ponte di Qana che non serviva che al passaggio degli allevatori di montoni e non aveva alcuna importanza militare, la distruzione dei ponti ha impedito la fuga della popolazione dalla zona di guerra;

C) Danni sociali :
I danni economici hanno a loro volta provocato una crisi sociale, caratterizzata da una accresciuta vulnerabilità della classe media e dall’impoverimento ulteriore di strati sociali già disagiati; la disoccupazione è aumentata fino al 15%, contro l’8% del 2004, l’inflazione si è quadruplicata.

D)Danni ambientali:
- a seguito dei bombardamenti della centrale di Jiyyeh (25 chilometri a sud di Beirut) e dei suoi depositi di carburante un incendio durato 3 giorni ha ricoperto la regione circostante con una nuvola bianca di calcestruzzo polverizzato e un’altra di fuliggine nera, e inoltre 15.000 tonnellate di carburante si sono riversate in mare generando una macchia di 150 per 220 chilometri che ha inquinato il litorale libanese e danneggiato la fauna marina;
- il bombardamento dei trasformatori elettrici di Saida ha provocato una nuvola di policlorobifenili (PCB) che, secondo Greenpeace, sono prodotti chimici biocumulabili e persistanti che inalati possono provocare il cancro.

E) Danni psicologici e culturali:
- il bombardamento della centrale di Jiyyeh ha danneggiato il sito archéologico di Byblos, classificato dall’UNESCO come componente il Patrimonio mondiale dell’umanità. I blocchi di pietra costituenti la base di 2 torri medievali – nord e sud – all’ingresso del port, sono stati ricoperti da uno spesso strato di idrocarburi. Le vestigia di epoca antics (fenicia, ellenisticae romana) situate più in basso, sono state anch’esse ricoperte della stessa sostanza;
– distruzione totale e diretta – secondo la Commissione di inchiesta del Consiglio dei Diritti dell’Uomo dell’ONU – di 16 scuole, e parziale di altre 157;
- distruzione della stazione televisiva Al-Manar TV. A proposito di questo tipo di attacchi il Consiglio di Sicurezza, Protezione dei civili nei conflitti armati, S/RES/1738, 23 dicembre2006, § 3.10 ha scritto :  “il materiale e le istallazioni dei media sono beni di natura civile, e non devono essere oggetto né di attacco né di rappresaglia, poiché non costituiscono obbiettivi militari”

2. IN DIRITTO

A) Sull’avvio dell’attacco israeliano e la giustificazione per esso addotta dal governo di Tel Aviv, la giuria ritiene corrette e dunque assumibili ai fini della definizione dell’attacco medesimo come aggressione ingiustificata e illegale, le seguenti tre considerazioni:
1) “innanzitutto questa linea blu non costituisce una frontiera internazionale fra Libano e Israele, ma semplicemente una linea di demarcazione tracciata dall’UNIFIL, contestata in diversi punti dalle autorità libanesi”: occorre ricordare al riguarda che l’esercito israeliano occupava al momento dell’invasione la zona delle cosiddette “fattorie …”;
2) “la Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di Guerra pone, all’art. 4, le i movimenti di liberazione nazionale (e dunque, nel caso specifico, la resistenza libanese) sotto la protezione internazionale. Questa protezione resta valida sia quando queste formazioni operanoall’interno del proprio territorio nazionale sia quando agiscono nel territorio della potenza occupante: il loro raggio di azione si estende a tutto lo spazio territoriale sotto controllo di quest’ultima;
3) Inoltre, queste convenzioni permettono a ogni movimento di resistenza di effettuare le proprie operazioni anche su territori di terze parti che siano sotto controllo della potenza occupante ;

Questo vuol dire che, a parte la sproporzione evidente fra l’azione di rapimento di due soldati, e la “reazione” concretizzatasi nell’elenco catastrofico delle azioni di “rappresaglia” israeliana prima riferite, l’invasione del 12 luglio 2006 non aveva alcuna giustificazione e legittimità ai sensi ai sensi della Carta delle Nazioni Unite. Essa ha costituito un atto di guerra non dichiarato e come tale contrario al diritto internazionale, secondo la reiterata recidività dello Stato di Israele dal 1948 ad oggi.

B) gli atti compiuti dalle forze armate israelianedurante gli eventi bellici occorsi dal 12 luglio 2006 al 24 agosto 2006, quali accertati durante il dibattimento e sopra riferiti, costituiscono chiaramente, secondo quanto proposto dall’Atto di accusa, dei crimini contro l’umanità e crimini di guerra in violazione delle Convenzioni di Ginevra del 1949, dello Statuto della Corte Penale internazionale del 1998, e del Protocollo A del 1977.
In particolare, è evidente che essi atti hanno costituito un “esteso” e “sistematico attacco contro popolazioni civili” quale vietato dall’art. 7 dello Statuto della Corte penale internazionale (“crimini contro l’umanità”), con particolare riferimento al comma 1, punti a, b, d ee(questi ultimi due ravvisabili prima nella costrizione alla fuga sotto bombardamento della popolazione civile, e poi negli attacchi ai convogli di auto civili attraverso cui tale fuga si stava realizzando).
E’ altresì evidente che i medesimi atti costituiscono una violazione dell’art. 8 dello stesso Statuto (“crimini di guerra”) e delle Convenzioni di Ginevra cui esso si richiama, per aver essi
- “cagionato volontariamente grandi sofferenze o gravi lesioni all’integrità fisica o alla salute” della popolazione civile (comma 2, a, III)
- per aver operato la “distruzione di beni non giustificata da necessità militari e compiute su larga scala illegalmente ed arbitrariamente” (2, a, IV);
- per aver diretto “deliberatamente attacchi contro popolazioni civili in quanto tali o contro civili che non prendano direttamente parte alle ostilità” (2, b, I);
- per aver diretto “deliberatamente attacchi contro proprietà civili e cioè proprietà che non siano obiettivi militari (2, b, II);
- per aver diretto “deliberatamente attacchi contro personale, installazione materiale, unità o veicoli utilizzati nell’ambito di una missione di soccorso umanitario” (2, b, III);
- per aver lanciato “deliberatamente attacchi nella consapevolezza che gli stessi avranno come conseguenza la perdita di vite umane tra la popolazione civile, e lesioni a civili o danni a proprietà civili ovvero danni diffusi duraturi e gravi all’ambiente naturale che siano manifestamente eccessivi rispetto all’insieme dei concreti e diretti vantaggi militari previsti” (2, b, IV);
- per avere bombardato “città abitazioni o costruzioni che non siano difesi e che non costituiscano obbiettivo militare” (2, b, V);
- per aver diretto “intenzionalmente attacchi contro edifici dedicati al culto all’educazione all’arte alla scienza … a monumenti storici a ospedali …”(2, b, IX);
- per averutilizzato “proiettili che si espandono o si appiattiscono facilmente all’interno del corpo umano” (2, b, XIX), ovvero “armi, proiettili, materiali … con caratteristiche tali da cagionare… sofferenze non necessarie, o che colpiscano per loro natura in modo indiscriminato in violazione del diritto internazionale” (2, b, XX);

C) Gli atti compiuti dalle forze armate israelianedurante gli eventi bellici occorsi dal 12 luglio 2006 al 24 agosto 2006, quali accertati durante il dibattimento e sopra riferiti, costituiscono altresì una violazione evidente dell’art. 6 dello Statuto della Corte Penale internazionale (“crimine di genocidio”) e dell’art. 2 della Convenzione internazionale del 1948 per la prevenzione del genocidio. Non è corretto infatti lasciarsi intimidire dalla gravità dell’accusa, ove di essa ricorrano gli elementi fondanti nei fatti accertati.
Invero, le considerazioni che spingono a giudicare Israele colpevole non solo di crimini di guerra e contro l’umanità con riferimento alla guerra d’aggressione contro il Libano del 2006, ma anche del crimine di genocidio sono le seguenti:
1) la codificazione di tale reato nello Statuto della Corte Penale Internazionale, direttamente mutuata dalla Convenzione di Ginevra e dunque dal Tribunale di Norimberga, finisce per permetterne l’attribuzione a molti se non tutti i conflitti della nostra epoca, caratterizzati da un altissimo livello di tecnologizzazione degli armamenti bellici, tale da coinvolgere giocoforza ormai più le popolazioni civili che le forze armate: infatti, l’art. 6 del citato Statuto recita che una serie di atti tipici dell’attività bellica, quali “uccidere membri del gruppo” o “cagionare gravi lesioni all’integrità fisica o psichica di persone appartenenti al gruppo”, diventano crimini di genocidio, se compiuti “nell’intento di distruggere in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”: definizione quest’ultima, nella quale l’ “intento” diventa comunque facilmente sempre dimostrabile nel caso di distruzione di una “parte” del gruppo nazionale etc. (e non di tutto, come richiederebbe il termine assolutizzante utilizzato: genocidio, i.e, sterminio di un popolo fino alla sua scomparsa).
2) Nel caso de quo, la guerra di aggressione di Israele al Libano del 2006. l’ “intento” di Israele di distruggere “in parte” il “gruppo nazionale” libanese è stato ampiamente dimostrato nel corso dei dibattimento da tutti i testimoni e da tutte le documentazionie prove fornite: onde per cui, in un’epoca in cui il genocidio è una facile accusa non solo mediatica ma anche potenzialmente fondata sulla sopra ricordata codificazione di tale reato ex art. 6 dello Statuto della CPI, al fine di demonizzare secondo i rapporti di forza internazionali del momento, quale che sia paese non“politically correct” e non conforme al nuovo ordine internazionale postbipolare israelo-americano: nella appena citata congiuntura e per l’appena citata codificazione, questo caso, il Libano, e questa guerra, l’aggressione israeliana del luglio-agosto 2006, ricadono senza ombra di dubbio nella fattispecie penale del “crimine di genocidio”: cosicché esso crimine è invero assumibile da questa giuria come da attribuirsi a Israele, in ragione proprio della sistematicità con cui le forze armate israeliane hanno rivolto i loro attacchi essenzialmente contro i civili, uccidendoli (“a”), cagionando loro “gravi lesioni all’integrotà fisica o psichica” (“b”), e sottoponendoli “deliberatamente …a condizioni di vita tali da comportare la distruzione fisica, totrale o parziale, del gruppo stesso” (“c”): le bombe proibite, in ispecial modo quelle a frammentazione e le bombe-giocattolo, sono la prova evidente anche se non la sola, del genocidio perpetrato da Israele contro la nazione libanese. L’impressionante documentazione fotografica mostrata durante il dibattimento è ictu oculi la prova più schiacciante di questo crimine.

PER TUTTI QUESTI MOTIVI

la Giuria del Tribunale dei Cittadini per il Libano, secondo Diritto internazionale convenzionale , e secondo le norme imperative contenute nelle Convenzioni di Ginevra del 1948 e del 1949, nel Protocollo A del 1977 e nello Statuto della Corte Penale Internazionale del 1998; preso atto degli enormi crimini compiuti da Israele nella guerra 2006 (bombardamenti e distruzioni indiscriminati, uccisione di più di 1100 persone fra le quali centinaia di bambini, donne, vecchi; attacchi contro convogli civili in fuga; enormi danni all’economia del Libano; danni ambientali; utilizzazione di armi proibite etc.) dichiara le autorità israeliane responsabili per la guerra contro il Libano del 2006 e colpevoli dei seguenti crimini internazionali:

Crimini di guerra
Crimini contro l’umanità
Crimine di genocidio

Bruxelles 24 febbraio 2008

PDF ITALIANO
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PDF FRANCAIS


24 settembre 2007

UN APPUNTAMENTO
PER CHIUNQUE INTENDA DIFENDERE
GLI ARTICOLI 21 & 33
DELLA COSTITUZIONE

Per documenti, interventi e interviste (Borzone, Bricmont, Fragale, Moffa, Santelli, Scotuzzi, Sinagra e altri) vai a: blog www.21e33.blogspot.com e sito www.mastermatteimedioriente.it


28 giugno 2007

PERMESSO DI LAVORO A PRIEBKE REVOCATO INGIUSTAMENTE

Uscito su "Il gazzettino" il 22/06/2007

Massimo Fini

"Vergogna! Vergogna! Assassino!" gridavano le donne del rione Monti al passaggio di Erich Priebke condannato all'ergastolo per l'eccidio delle Fosse Ardeatine del 1944, che, dopo 11 anni di carcere e di arresti domiciliari, usufruiva a 93 anni, del suo primo giorno di 'permesso di lavoro' concessogli dal giudice di sorveglianza militare. Riecheggiavano, quelle donne, gli insulti ancor più pesanti ("Tu devi fare la fine di Eichmann", "Devi finire impiccato") che a Priebke erano stati rivolti alla sua uscita di casa, la mattina presto, da un centinaio di giovani ebrei romani. Sino a che, alla fine di quell'unica giornata di semilibertà, i magistrati hanno revocato, con un cavillo, il 'permesso di lavoro '. Di vergogna, in questo caso, non si è coperto Priebke.

Dal momento in cui si era saputo che il giudice di sorveglianza militare Fulvio Salvatori aveva concesso il 'permesso di lavoro ' a Priebke la Comunità ebraica romana si era mossa e il suo legale Oreste Bisazza Terracini aveva fatto pressioni sull'altro giudice di sorveglianza, Isacco Giorgio Giustiniani, perché il provvedimento fosse revocato. Il ministro della Difesa Arturo Parisi si è immediatamente calato le braghe e ha fatto a sua volta pressioni sul Procuratore generale militare della Cassazione. Così è uscito un provvedimento d'urgenza che non ha precedenti nella storia della lentissima giustizia italiana. Insomma Governo e Magistratura hanno ceduto alle pressioni della piazza. Anzi di una mini-piazza perché gli ebrei non sono le sole vittime della rappresaglia delle Ardeatine, ma ne rappresentano una minoranza.

Non è la prima volta che accade nella vicenda Priebke. Nel 1998 l'ex capitano delle SS fu condannato all'ergastolo dalla Corte d'Appello militare, e quindi riconosciuto responsabile del massacro delle Ardeatine, ma lasciato in libertà per intervenuta prescrizione (erano passati 55 anni dai fatti). In Tribunale una cinquantina di ebrei inscenarono una gazzarra contro la sentenza e il Governo, con un intervento inaudito che violava il fondamentale principio della separazione dei Poteri, la cancellò d'autorità. E Priebke restò in galera.

Il fatto curioso, ma nient'affatto casuale, è che l'accanimento nei confronti di questo ectoplasma del nazismo cresce, invece di di minuire, col passare degli anni. E si può capire perché. Nel 1948 quando iniziò il processo a Herbert Kappler, il comandante del reggimento a cui Hitler in persona aveva ordinato di eseguire la rappresaglia dopo l'attentato terroristico dei Gap a via Rasella dove erano rimasti uccisi 33 riservisti austriaci, la guerra era un fatto ancora molto recente e se ne conoscevano le dure leggi. Il diritto di rappresaglia contro formazioni partigiane era ammesso dalla Convenzione di Ginevra. Tanto che quando gli Alleati occuparono la Germania lo fissarono in questo modo: 20 a uno gli inglesi, 50 a uno i russi e 200 a uno gli americani. Questi editti non furono applicati solo perché nella Germania completamente distrutta non ci fu alcuna resistenza. Kappler, insieme ad altri suoi cinque subordinati, poté essere condannato nel 1953 solo perché, per eccesso di zelo nella sua macabra conta, superò il limite della rappresaglia del dieci ad uno, facendo fucilare 335 persone invece di 330. E fu condannato per "concorso in violenza con omicidio continuato" perché allora l'ambiguo reato di 'crimini di guerra' non esisteva nel costume giuridico (era appena stato inventato dagli americani, con effetto retroattivo, a Norimberga).

Kappler e gli altri cinque vennero quindi condannati non per la rappresaglia, ma per un eccesso, diciamo così, contabile di cui furono ritenuti personalmente responsabili. Tutti gli altri, soldati e ufficiali, Priebke compreso, furono mandati, sia pur implicitamente, assolti. Del resto in quel clima, in quel contesto di guerra, non era assolutamente pensabile che un ufficiale o un soldato tedesco non ubbidissero a un ordine che veniva direttamente da Hitler. Chi lo avesse fatto sarebbe stato passato per le armi e sarebbe diventato un eroe. Ma non è richiesto agli uomini, nemmeno a un soldato, quale Priebke era, di essere un eroe. E mi piacerebbe vedere quanti di coloro che oggi fanno gli eroi a buon mercato, nel 1944 si sarebbero comportati di versamente da Priebke e dai suoi commilitoni.

Quando, nel 1995, Priebke venne estradato dall'Argentina e poi giudicato e condannato in Italia fu un abuso. Perché Priebke era già stato giudicato insieme agli altri uomini che componevano il reggimento di Kappler, nel 1953, e poiché, a differenza di Kappler e degli altri cinque, non venne condannato, ma implicitamente assolto. Questo nuovo giudizio violava il basilare principio di civiltà giuridica chiamato 'ne bis in idem' per cui nessuno può essere giudicato due volte per lo stesso fatto.

Questa è la storia giuridica dell'ex capitano delle SS Erich Priebke . Accanto ad essa ne corre però un'altra, parallela. Il vicepresidente della Comunità ebraica, Riccardo Pacifici, ha dichiarato: "Non abbiamo mai cercato la vendetta... Da parte nostra non c'è stata persecuzione. Abbiamo accettato gli arresti domiciliari, che andasse a Messa e che passeggiasse nel parco. Ma questa soluzione del lavoro non era accettabile. Sono orgoglioso per i giovani che hanno protestato. E poi due giorni fa è morta Ada Anticoli. A sei mesi, nel 1944, era rimasta orfana di Lazzaro, uno dei 335 martiri delle Ardeatine. Ada stava male da tempo ma questa situazione non l'ha certo aiutata".

Pacifici parla come se la Comunità ebraica potesse di sporre a suo piacimento delle leggi e delle Istituzioni dello Stato italiano. Non spetta alla Comunità ebraica decidere se a Priebke, o a qualsiasi altro Priebke, spettino i 'domiciliari', se possa andare a Messa o passeggiare nel parco, se abbia diritto o meno a un 'permesso di lavoro'. Spetta allo Stato italiano che, con tutto il rispetto, non coincide con la Comunità ebraica.

Ed Erich Priebke è poi responsabile non solo delle vittime delle Ardeatine ma anche della morte naturale dei loro figli e dei figli dei loro figli fino all'eternità?

Mandare libero un uomo con una regolare sentenza eppoi, sotto la pressione della piazza, tenerlo ugualmente in carcere, concedergli, a 93 (novantatre) anni, un 'permesso di lavoro ' e poi, sempre su pressione della piazza, revocarglielo il giorno dopo, non è giustizia, è tortura. Inoltre nell'intera storia dell'umanità, in tutte le epoche, in tutti i popoli, in tutte le culture, non si registra un solo precedente di un uomo perseguito a sessantatre anni dai suoi crimini per quanto efferati fossero. Bisognava aspettare il 2007 per vedere questa barbarie. Che esprime proprio quello spirito di rappresaglia e di vendetta per il quale, alle Ardeatine come altrove, abbiamo condannato i nazisti.

(http://www.massimofini.it/)


22 giugno 2006

L'AVVOCATO HA RESTITUITO I 1700 EURO

Il 18 luglio 2006 l'avvocato di cui alla vicenda
qui sotto riportata ha restituito i 1700 euro a Claudio Moffa,
riconoscendo la sua scorrettezza. Ben fatto.




Avvocati cialtroni allo sbaraglio. Vorremmo occuparci sempre di cose importanti, cioè di storia dell'Africa e del Vicino Oriente, della codificazione del genocidio, della crisi mediorientale, di libri da scrivere,ma purtroppo esistono anche le incombenze quotidiane. E poi questa è proprio grossa, una delle due grosse, e non possiamo fare a meno di raccontarvela ... Fermo restando ovviamente che questa è un'eccezione nella categoria e che però
proprio per questo va denunciata: prove inoppugnabili alla mano (e all'orecchio)



“E’ UN PIACERE SENTIRLA”
LA TRAGICOMMEDIA DELL'AVVOCATO FANFARONE

Canta come un Caruso le sue lodi, l’avvocato fanfarone. Ho vinto di qua, ho stravinto di là, conosco il presidente, quella lì è anche lei siciliana come me, ci ho parlato, tutto a posto. Rimedio tutto io. Stia tranquillo. E il cliente lì per lì sta tranquillo, lo lascia fare, contento finalmente di delegare con fiducia a qualcuno che dà un sacco di fiducia. Almeno sembra. Almeno stando alle sue parole, e a un suo contatto accertato, e perché no, all’ “è un piacere sentirla” con cui t’accoglie ogni volta. Se è un piacere sentire il cliente, va tutto bene no? Anche al cliente, no? Mica per caso solo a lui, che così si sente realizzato con una semplice telefonata da dio salvatore sceso in terra a derelitto in attesa di catarsi? Ad un capo lo sperduto e frastornato suo cliente, dall’altra lui, il miracoloso tramite verso la vittoria, il padrone della vita del malcapitato, l’Avvocato, l’Avvocatone: un avvocato che vince sempre e che “tutti dicono” sia ormai un principe del foro.
Tutti chi? Principe del foro chi? La prima tranvata è la corte d’appello.

1.
Ai margini: un libro inesistente
di una casa editrice vera

Avvocato: "ho bisogno di una cortesia, ma molto morbida, siccome mia ... ha edito (sic: edito) un libro su cittadinanza attiva etc etc etc, lei ha un nominativo di uno o due professori a cui poter eventualmente inviare la quarta di copertina e da comunicare alla casa editrice, così per inviare una copia in omaggio indipendentemente e senza alcun obbligo di adozione?"
Cliente: "sì, senz'altro ..."
Avvocato: "mi dia semplicemente due o tre nomi e l'università di appartenenza, in modo che io glieli giro alla C. (cita il nome di una nota casa editrice) che mi ha scritto (ma perché la casa editrice scrive a lui e non all'autrice?): "Egregio avvocato, siamo ancora in attesa ..." "ne aveva già mandata un'altra, però non mi sembrava giusto rispondergli vaffa... e quindi vabbé, eh eh eh (ridacchia), e quindi se ha uno o due nomi ..."

Alla casa editrice C. non risulta alcun libro edito al nome indicato.
Vaffa.. a chi?


2.
L'avvocato sparaballe annuncia al cliente
un'udienza inesistente con giudice inesistente


7 GIUGNO
Cliente:
chiede quando ci sarà l'attesa udienza
Avvocato:
"27 giugno ore 9 e 30. Il giudice è ...(fa finta di leggere) la C... (dice un nome di un giudice inesistente), va bene, meno male" Poi assicura di aver mandato un email al cliente in cui annunciava la data, e alla risposta di mancata ricezione si corregge e dice: "ma ... chissà a chi l'ho mandata".
N.B.: In realtà il giudice C. non esiste al Tribunale destinatario del ricorso, e nel Tribunale in cui lavora non si occupa di famiglia.

22 GIUGNO
Avvocato: comunica al cliente lo "spostamento" della data del 27 giugno: in realtà non si trattava di spostamento perché l'avvocato aveva presentato il suo ricorso (peraltro redatto dal cliente stesso) solo in data 16 giugno, dopo cioè quello presentato autonomamente dal cliente il 7 giugno, e dunque non era stata ancora decisa alcuna data per l'udienza. Poi annuncia il nome del giudice, non più C. ma "S."
Cliente: "ma scusi il giudice non era C.?"
Avvocato: "ehh, indisponibilità della C., assegnato alla S.".
Cliente
(che si era informato): "ma la C. non sta al Tribunale ordinario?"
Avvocato (preso in contropiede da tanta scienza): "eh, sì, però si occupa anche di queste cose, per quanto riguarda il Tribunale del nostro ricorso, assieme ad altro giudice"

(continua)


3.
L'avvocato si fa dare 520 euro per una indagine
inesistente di detective inesistente


22 GIUGNO
2006

Avvocato: termina di comunicare al cliente il (falso) “cambio” giudice
Cliente: senta poi volevo sapere, siccome poi dobbiamo prepararci per la prossima puntata, che è la questione dei sold,i quella relazione sul lavoro ..
Avvocato: quella gliela faccio avere, ci sentiamo, io, consideri che ora ehhh
Cliente: però basta che me la manda anche via fax
Avvocato: va bene …

Nessun fax sarebbe mai arrivato al cliente, semplicemente perché l'indagine e relazione sul lavoro della controparte - pagata dal cliente al truffatore 520 euro, nell'ottobre 2005 - non era mai stata fatta. In data 18 luglio l'avvocato sparaballe avrebbe restituito, nei 1700 euro per un lavoro mai fatto, anche i soldi dell'indagine e relativo rapporto. Prova ulteriore della sua truffa

- Non si preoccupi aveva fatto lui, qui otteniamo uno sconticino di un centinaio d’euro, poca roba lo so, ma poi tanto torniamo in Tribunale e lì siamo a posto. Mangano poche settimane, stia tranquillo -

Un paio di mesi dopo arriva invece la bastonata, che il cliente peraltro apprende da solo, e solo perché è andato lui di persona a chiedere dell’esito del ricorso a Piazzale Clodio. Il ricorso – scopre - è stato dichiarato inammissibile, si torna con niente in mano e con altri mesi persi al tribunale di Viale Giulio Cesare.

- Ma come inammissibile? Ma avvocato, lei è andato in udienza, non mi ha detto nulla di questo rischio, anzi mi ha dato per certo che mi avrebbero fatto lo sconticino. E poi perché, se la sentenza risale al 15 novembre, non me l’ha detto subito? Perché ho dovuto scoprire da solo com’è finito il ricorso, a fine gennaio? Non doveva pensarci lei, che va tutti i giorni in Tribunale? Mbeh sì tutti i giorni, quando non sta ad Ancona, o a Napoli, o a Potenza, o … almeno penso. Insomma, comunque era suo dovere farmi sapere, senza farmi perdere tanto tempo: lo ha capito che ogni mese che passa peggiora la situazione? E poi perché non hanno fatto la normale conversione del ricorso, se abbiamo sbagliato tribunale? -

Ma il millantatore reagisce da ottimo incassatore: non accusa (lui) minimamente il colpo, ed anzi rilancia fra “è un piacere sentirla” e “è un piacere risentirla” e risentirla ancora: facciamo così, aveva fatto al cliente, mi dia altri 520 euro che vanno ad aggiungersi ai 700 e ai 480 che già mi ha scucito (mbeh, il termine non era questo, il principe del foro è un signore), così quando torniamo in Tribunale siamo già pronti: conosco un buon detective, faremo un’indagine patrimoniale sulla controparte, vada tranquillo, gente fidata, è come se trattasse con me -

- E’ un piacere trattare con lei avvocato, avrebbe dovuto a questo punto dire il cliente per spirito di reciprocità. Ma il cliente non lo fa, paga (di malavoglia, molto di malavoglia) e tace. Spera ancora, si fida ancora, la quotazione del principe è altissima, e pare che sia ammanicato con tutti, con laici e vaticano, con la destra e con la sinistra, con questo e con quello: almeno questo dice lui. Perché non credergli?

Un genio: almeno fino a che non arriva la seconda tranvata, ancora in corso. Avvocato, la relazione del detective me la fa avere? Fa il cliente una prima volta. L’ho lasciata all’altro studio, risponde il principe, ma lunedì gliela mando, mi ridia il fax. Avvocato ma la relazione del detective, chiede il cliente diverso tempo dopo il mitico lunedì della mitica trasmissione del mitico rapporto del mitico detective. Mi richiami giovedì, fa il principe, sono a Potenza adesso, dal mio studio a Roma gliela invierò sicuramente. Ora, luglio 2006, diversi mesi dopo, il cliente ha capito tutto: non esiste alcun rapporto, alcuna indagine, alcun detective. Non esistono neppure più i 520 euro: esiste solo lui, il buon incassatore, l’avvocato che non è un piacere sentirlo, è un incubo.

Nelle more del perfezionamento della delusione, però, ecco altre due sòle. Alla grande, come s’addice a un principe. Prima sòla: - non si preoccupi, ho trovato la soluzione al suo problema, fa un giorno. Ho trovato un lavoro alla controparte: un lavoro dignitoso, roba buona per laureati, in Vaticano, sì sì in Vaticano. E a questo punto loro sono con le spalle al muro: o prendi questo lavoro e riduciamo l’assegno perché ormai guadagni bene, oppure se rifiuti andiamo dal giudice, e dimostreremo che la controparte o non ha bisogno di lavorare, o non vuole lavorare contravvenendo ai suoi doveri. Insomma, in un modo o in un altro, vinciamo –

Il cliente è frastornato: fosse la volta buona? Vorrebbe fare il proprio lavoro, la propria professione, è stufo di perdere tempo nei tribunali. E poi l’idea è ottima: l’avvocato trova un lavoro alla controparte, e tutto è risolto. Oddio, rimugina silenzioso fra sé e sé il cliente, se tutti gli avvocati facessero così, avremmo risolto il problema della disoccupazione in Italia. Perché non fanno così, magari con un’ottima agenzia di collocamento gestita dalla categoria? Ma evidentemente non tutti sono in grado. Ma lui sì, dice che conosce eminenze e opus dei, la madonna i massoni e tutti i santi del paradiso. O almeno così pare.

Pare? Pareva, purtroppo. La tranvata arriva, neanche un posto di usciere ai musei vaticani, e lui la giustifica così: è un piacere sentirla, sono mortificato ma non hanno ottemperato alle promesse, sa, quella lettera di cui le avevo parlato (altra sòla? Esiste la lettera?). Il fatto è che stanno cambiando i vertici in Vaticano .. –

Accidenti, mormora fra sé e sé il cliente: anche Ratzinger ci voleva. Ma non poteva morire un po’ dopo, il Giovanni Paolo? Giusto il tempo che la controparte trovasse il lavoro, ed io mi liberassi del gravoso fardello?

La bestemmia è grave, ma agli occhi del cliente è poco rispetto a quello che intanto accadeva sul fronte del mitico ricorso in vista della riduzione dell’assegno. Tralasciamo il piacere che l’avvocato ha nel sentire il suo cliente, e andiamo al dunque: – Avvocato l’ha fatto il ricorso, c’è la legge sull’affidamento condiviso, ora siamo più forti, fa il cliente. – E’ quasi pronto, le telefono domani. E il mitico domani: - avvocato, ma il ricorso? – Va avanti così un paio di settimane, fino a che il cliente si mette a scrivere lui il ricorso con nomina a margine come da manuale, lo porta allo studio, e va in gol. E fatta, dice fra sé e sé. E’ proprio fatta, tanto che il fanfarone lo rassicura: non si preoccupi, questo lo avrà in mano un giudice della Brianza, un pezzo grosso, è amico mio. E incassata la vittoria, faremo il bis al civile per la parte economica. Mangano veramente poche settimane.

Era fine febbraio. Poi arriva marzo: niente. Poi arriva aprile: niente. L’avvocato “è un piacere sentirla” è scomparso. Fosse diventato masochista? A maggio il cliente ritelefona, e comincia a registrare tutto: avvocato, ma l’udienza l’hanno fissata? “sì, sì il 23 maggio, il 20 maggio, il 20 maggio, sentiamoci qualche giorno prima tanto lei sa che per me è un piacere sentirla”.

Ma la data era fasulla. Disperato il cliente rivede il ricorso, lo ricorregge dopo aver studiato la nuova legge sull’affido condiviso e un po’ di giurisprudenza soprattutto in tema di competenza, e lo presenta di persona al Tribunale per i Minorenni. Era il 7 giugno. Il 18 giugno, quasi per miracolo, l’avvocato fanfarone presenta lui il “suo” ricorso, quello scritto dal cliente e datato inizialmente fine febbraio. Da fine febbraio a giugno, quasi 4 mesi persi. 4 mesi durante i quali il truffatore continuava a ripetere al cliente tre cose: è un piacere sentirla; stia tranquillo penso a tutto io; abbiamo già vinto la causa.

Il cliente a questo punto che fa? Una querela per truffa, un ricorso per danni, un esposto all’Ordine? Qualcosa s’ha da fare: il caso sembrerebbe solo una truffa semplice, o magari solo una millanteria continuata, ma il panorama potrebbe essere psicologicamente più complesso: perché il fanfarone ha dato per certo che lui avrebbe ereditato lo studio vicino alla RAI, da cui invece è stato estromesso bruscamente? Perché a domanda su come vengono calcolate le spese e gli oneri da addebitare alla parte soccombente, invece di rispondere lui, è andato dal collega della stanza accanto a chiedere lumi? Ma perché lui non sa queste cose? E perché ripete sempre, “faccio solo questo”? Ma perché un principe del foro di domenica fa il lavavetri a Piazzale Clodio? Che altro deve fare, l’avvocato? La stessa cosa che faceva fino a 40 anni, quando è diventato avvocato? E’ perché ha piacere a sentire il suo cliente di turno, è per lui la gioia di realizzarsi, in quel momento si sente un vero avvocato …? Un vero avvocato? Ma perché chi è l’avvocato fanfarone … dio mio ci mancherebbe lo questo….

(1- Il serial segue con una seconda puntata)

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