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E DUE ARTICOLI


IL GR 3
del 16 luglio 8,45
anticipa
Il Corriere della Sera

L'escalation israeliana: diritto internazionale
e diritto biblico.
L'Iran il principale
obbiettivo
di Claudio Moffa
(al minuto 5 e 50 sec.)

Il 17 luglio, il Corriere della Sera avrebbe ripetuto che l'Iran era l'obbiettivo "finale" di Israele


Bush jr. e
e il partito della guerra all'Iran

di Claudio Moffa

Gr 3 27 febbraio 8,45 (al minuto 10,56)


OBBIETTIVO IRAN

Intervista di Mila Pernice (Radio Città Aperta)
a Claudio Moffa
(7 maggio 2006)


il testo


 

 

 



23 aprile 2009

AHMEDINEJAD, LA GRANDE CENSURA

di Claudio Moffa

Ahmedinejad è su tutti i giornali e le tv italiane, tutti raccontano, tutti commentano, ma ci fosse stato qualcuno che ha approfondito il casus belli dell'apparente “indignazione” generale: Israele è uno stato razzista? Provate a cercare sulla stampa una scheda informativa, anche solo per smentire il giudizio del presidente iraniano documentando alla radice la sua presunta eresia.

Non c'è, e sapete perché? Perché se si cominciasse a verificare come stanno le cose, si dovrebbe ammettere che in Israele il razzismo è ideologia dominante e che il sionismo – come asseriva nel 1975 la risoluzione 3379 dell'Assemblea generale dell'ONU – è una forma di razzismo. Cos'altro era il “lavoro ebraico” per il quale era proibito ai fellah arabi di lavorare nei mitici kibbutz “socialisti”? Quale altro significato ha oggi la classificazione di serie B dei cittadini israeliani di origine araba?

Pubblichiamo qui di seguito alcuni documenti tratti da un dossier sul sionismo – il titolo, mutuato da “Italiani, brava gente” era “Ebrei, brava gente”: come dire, nessun popolo è buono per natura – che una quindicina d'anni fa ebbe più che buona diffusione nelle file della “sinistra di classe” e nel quale comparivano una serie di esempi di razzismo ebraico: del tipo di quello ben illustrato in Storia ebraica e Giudaismo: il peso di 3 millenni da Israel Shaak, per il quale un ebreo di sabato non deve fare nemmeno una telefonata all'ambulanza, nemmeno per salvare la vita di un moribondo: arabo, perché fosse stato ebreo, nota Shaak, sarebbe stato lecito in base ai precetti del Talmud violare la regola del riposo settimanale.

Non è razzismo questo? E non è razzismo quello che vede all'opera in Israele squadre di picchiatori – a proposito del multiculturalismo e dell'immigrazione senza regole difesa da certa intellettualità ebraica “di sinistra” in Italia sol per opporsi alla Bossi-Fini – che devono dar la caccia ai clandestini di provenienza asiatica, manodopera a bassissimo costo da utilizzare al posto dei troppo riottosi palestinesi? Non è razzista una religione che pretende di trasmettere la propria identità non attraverso il proselitismo – come nel caso del cristianesimo e dell'islamismo – ma per discendenza materna?

In quel dossier del 1994 compaiono esempi utili per ragionare sul giudizio di Ahmedinejad, prima di stracciarsi le vesti per ipocrita “indignazione”: il caso Donato Manduzio del Gargano, un povero cristo dell'Italia fascista che leggendo la Bibbia si era convertito da solo all'ebraismo e che, avendo scoperto che gli ebrei già esistevano e scritto alla Comunità di Napoli per farsi accogliere come neofita, era stato ripudiato dal rabbino campano perché “non vero ebreo”. L'eugenetica fra gli Ebrei degli anni Trenta, l'invenzione dei cognomi ebrei da parte di Samuel Schaerf, il discorso del rabbino viennese Zevì sull' “imperialismo giudaico”, la rivoluzione paolina che segnò la rottura definitiva con il giudaismo ortodosso, o la vicenda dell'ebreo francese Robert Binisti, i cui figli erano stati respinti dal rabbino di Parigi perché nati da una non ebrea: altro caso simbolo del carattere monoetnico di una religione, quella ebraica, nella cui storia le conversioni sono una rarità, in genere funzionali all'espansione economica delle sue comunità mercantili (vedi i Kazhari del Mar Nero, sulla strategica via della seta).

E poi ancora alcuni brevi passaggi de Il marxismo e la questione ebraica di Abraham Leon, morto in un lager nazista, che spiegano in chiave marxista le vicende anche persecutorie contro il popolo ebraico; e le critiche petulanti di Tatiana Schucht ad Antonio Gramsci il quale, in carcere, doveva anche sorbirsi le accuse di antisemitismo della cognata, accuse a cui il leader comunista rispondeva stigmatizzando i toni da rabbino sionista della rompiballe di turno. Infine alcuni segnali della deriva in atto, già allora, fra i “rivoluzionari” italiani, verso una acquiescenza di fronte alle pressioni di Israele e delle sue lobbies …

Un discorso molto attuale che ci riporta dritti dritti a Ahmedinejad e alle cronache del suo intervento a Durban II da parte dell'informazione “di classe” in Italia. Prendiamo due esempi: il primo è Liberazione che ieri ha dedicato alla conferenza una cronaca politically correct, nella quale il discorso applauditissimo a Ginevra e osannato a Teheran di Ahmedinejad è definito uno “show”; l'intervento sensato di Vittorio Craxi contrario all'uscita degli europei una “nota stonata”; e un eventuale “processo contro lo Stato ebraico” – che a dei “comunisti” sensibili alla causa internazionalista dovrebbe apparire come una scontata conseguenza del grande massacro di Gaza - un “rischio” (sic). Ma c'è altro: se si gira il foglio si trovano due paginate su Ascanio Celestini, quello che fa l'antirazzista in Italia e il razzista in Israele visto che come il Travaglio, ne è grande ammiratore. “Lotta di classe” è il titolo del megaservizio: lotta di classe? Ma no, le due paginate su Celestini sono il classico “segnale” a chi di dovere: che sì, un quotidiano “comunista” non può per tradizionale terzomondismo maltrattare troppo Ahmedinejad, ma alla fin fine è fedele alla causa: quella di Repubblica e del megacarro debenedettiano a cui Rifondazione, di mediazione in mediazione e di silenzio in silenzio è da anni, con o senza Bertinotti o Vendola, organicamente legata.

Stessa solfa a Radio Citta' Aperta di Roma, che non ascolto mai ma che ieri mattina l'ho accesa per curiosità, e ho sentito bene: prima la battuta contro Frattini “che vada a far il ministro in Israele”, poi un buon segnale come da esempio precedente: una “eroica” critica a Franco Cardini colpevole, dall'alto dei suoi anni e dei suoi ricordi di gioventù, di aver voluto simbolicamente salutare con la mano tesa Giano Accame. Fra tante notizie, di fronte a “tanta” Ginevra, perché perder tempo con questa quisquilia che ha grande e comprensibile significato solo per chi l'ha dichiarata? Per “antifascismo” e connessa dichiarazione di fede eterna? Peccato che il fascismo non esiste più e che oggi i poteri forti pericolosi sono ben altri, più volte negli ultimi anni criticati da Cardini: come quelli che senza alcun “dubbio” hanno distrutto la Jugoslavia di Milosevic, hanno aggredito l'Iraq di Saddam Hussein, e vogliono distruggere l'Iran di Ahmedinejad, il “nuovo Hitler” di turno secondo i guerrafondai israeliani e i loro giornalisti in Occidente.

L' “antifascismo” diventa così la foglia di fico di un opportunismo diffuso nella sinistra di classe sulla mai risolta questione sionismo: lo svicolamento di Radio città aperta dal problema rilanciato dalle parole del presidente iraniano a Ginevra (nell'approfondimento di mezzogiorno, la Radio romana ha preferito parlare non di Durban II, un evento centrale per qualsiasi professionista dell'informazione, soprattutto critica, e per qualsiasi militante internazionalista, ma della Bolivia) è stato un modo elegante di censurare Ahmedinejad, nelle stesse ore attaccato frontalmente da tutta la stampa italiana. Un modo “di sinistra” per contribuire all'isolamento dell'Iran in Occidente, mentre non cessano le provocazioni e le minacce di Israele nei suoi confronti, e mentre nella capitale iraniana proseguono le iniziative per trascinare Israele davanti all CPI, l'ultima un incontro di Procuratori di paesi islamici per elaborare una strategia comune. Un atto di coraggio che viene da Ahmedinejad – il quale a Ginevra ha parlato di cose assolutamente congruenti ed anzi prioritarie per l'evento Durban II: come si fa a dire che l'accusa di razzismo a Israele non c'entra con una conferenza sul razzismo? - e rispetto a cui i giochetti e le piccole furbizie né-né dei “rivoluzionari” italiani appaiono atteggiamenti francamente assai poco edificanti.

Claudio Moffa

PS. Carico in ritardo questo articolo e leggo su Liberazione di oggi 23 aprile un articolo in prima pagina a firma Daniele Zaccaria: sono sinceramente allibito, non pensavo che si potesse arrivare a tanto. Chi vuole lo legga, e dica se sbaglio.

LA LENTE DI MARX (1994)
PER ACQUISTARE TUTTO IL DOSSIER SCRIVERE A
claudio.moffa@fastwebnet.it

IL DISCORSO DI AMEDHINEJAD A GINEVRA


18 settembre 2008

IL DOPO OLMERT
E IL PERICOLO DI AGGRESSIONE
DI ISRAELE ALL'IRAN

Per Rabin una pallottola mortale, per Sharon un ictus, per Olmert una inchiesta giudiziaria: è un dato di fatto che ogni volta che negli ultimi vent’anni è emersa in Israele una tendenza "realista" – sia pure quasi sempre preceduta da opzioni belliciste degli stessi personaggi: lo Sharon di Sabra-Shatila e della provocazione della spianata delle moschee; l’Olmert dell’aggressione al Libano nel 2006 - è capitato qualcosa che ha fatto riprecipitare lo Stato ebraico verso nuove avventure militari.

Beninteso, i tre casi sono differenti: nell’assassinio di Rabin è possibile intravvedere un vero e proprio complotto dei settori ultras dell’establishment israeliano contro il firmatario della “pace di Oslo”; la malattia di Sharon è stata invece una coincidenza fatale, tranne forse per l’ebraismo estremista che vi potrebbe aver visto una sorta di punizione divina contro un traditore del dell’aberrante “sogno” del “Grande israele”; quanto all’inchiesta contro Olmert, qualcuno potrebbe parlare - come spesso si fa in Occidente quando la magistratura si occupa dei politici - di giustizia ad orologeria. Ma si tratta solo di congetture senza prove.

Nel dubbio, una cosa è certa: l’immobilismo e poi le dimissioni di Olmert hanno “liberato” e stanno liberando il mai sopito attivismo dell’inossidabile partito della guerra israeliano: un primo forte segnale lo si è avuto con la crisi della Georgia, dove analisti faziosi o distratti hanno fatto finta di non sapere che il ministro della Difesa di Tblisi è un ebreo (anche) israeliano: da cui la verosimile ipotesi che la guerra scatenata dal presidente Shakasvili, al di là degli inquietanti risvolti psicologici della sua persona, era finalizzata a minacciare non solo a nord la Russia, ma anche, a sud, l’Iran (1). La sconfitta o l’arretramento della prima sarebbero stati – in base ad un accordo fra Tblisi e Tel Aviv - l’anticamera dell’accerchiamento del secondo, attraverso una batteria di missili puntati contro Teheran in vista dell’attacco “finale” a Ahmedinejad.

Gli è andata nuovamente male a Israele, come in Libano, e questa volta non per la forza "nuova" di un movimento di liberazione come gli Hezbollah, ma per quella ritrovata di uno stato, la Russia: Putin ha infatti reagito con fermezza, da cui il suo ennesimo successo – la statura di statista di altissimo profilo del primo ministro russo è ormai negata solo dai circoli mediatici-intellettuali filoisraeliani presenti trasversalmente in tutto l’Occidente (2) – e una nuova déblacle per Israele e la sua dirigenza. La sconfitta in Georgia è un nuovo, "storico", colpo inflitto all'arroganza di Israele.

Ma pensare per questo che il mostro bellicista sionista lievitato in modo abnorme dopo la fine del bipolarismo e soprattutto dopo l’11 settembre, sia debellato, e che la difficile transizione post-Olmert sia sicuramente indirizzata verso una politica non dicesi di pace, ma di rinuncia alle minacce costanti contro palestinesi e iraniani, sarebbe ingenuo. La Livny ha vinto le elezioni primarie, e viene dipinta come l’Obama israeliana: ma posto che ciò sia vero, e posto che Obama sia quel fior di pacifista che viene talvolta descritto, la strada di un definitivo stop ai piani di aggressione all’Iran è ancora lastricata di ostacoli.

I segnali e i dubbi sono in effetti molteplici: nel maggio scorso il discorso per metà utopico e per metà mistificatorio tenuto dal ministro degli esteri di Tel Aviv a Doha andava comunque nel senso di un accerchiamento e isolamento dell’Iran – “uniamoci, arabi e israeliani” contro il “comune” nemico persiano, dichiarava in quella sede la Livny. Quanto al governo da formare, non è detto che l’erede di Olmert ci riesca, e già si parla della possibilità di elezioni anticipate. Basterebbe poi - con o senza nuove elezioni - un qualche evento-bomba opportunamente amplificato dai media occidentali per dare via libera effettiva – oltre quella formale data dallo stesso Bush qualche mese fa a Israele – all’aggressione dello Stato ebraico contro Teheran. Le diplomazie europee dunque non possono accontentarsi del primo round delle primarie del partito Kadima: a meno di voler chiudere gli occhi come hanno fatto quasi sempre nelle crisi mediorientali, a tutto danno della pace e degli interessi non solo del Medio Oriente ma degli stessi popoli europei.

Claudio Moffa

PS: Leggo un articolo del Jerusalem Post del 14 agosto, in cui - a commento della débacle georgiana - si invita Israele a difendere i propri interessi utilizzando il proprio esercito, senza far affidamento su possibili alleati. Questo vuol dire che a Tel Aviv c'è ormai coscienza che non solo la scalcinata Georgia, ma anche la superpotenza americana non accetta più volentieri di far guerre - come in Iraq 1991 e 2003 - per conto e negli interessi dello Stato ebraico. Ma vuol dire anche che, nonostante la Georgia e il Libano, nonostante le difficoltà con la Turchia, c'è ancora qualche Dottor Stranamore che sogna in un modo o in un altro una qualche "soluzione" bellica per il bene della patria: "Georgia only made one mistake ... it forgot to build an army. Israel has an army. It has just forgotten why its survival depends on our willingness to use it.
If we are unwilling to use our military to defeat our enemies, we will lose everything. This is the basic, enduring truth of international affairs that we have ignored at our peril..." ( caroline@carolineglick.com, JP, 14 agosto 2008)

(1) Vedi il dossier sulla Georgia pubblicato qui sotto.
(2) Senza considerare il ruolo interno di Putin - sconfitta dell’oligarchia finanziaria dei tempi di Eltsin, opposizione ferma contro il terrorismo ceceno sostenuto da Berezovsky - basta leggersi il discorso di Monaco del maggio 2007 per capire quanto illuminata sia la politica del primo ministro russo (Il testo del discorso, e un mio commento in Eurasia 2, 2007).

 


IL RUOLO DI ISRAELE
NELLA GUERRA DI GEORGIA

Sono dati di fatto documentati da questa breve rassegna; il ministro della difesa israeliano e altri due ministri non sono solo ebrei, ma anche israeliani o ex israeliani; esisteva un patto Israele-Georgia, il primo aiutava il secondo in Ossezia, la seconda garantiva allo Stato Ebraico basi aeree e missilistiche per l'attacco all'Iran; l'interscambio economico fra i due paesi è notevolissimo, anche in campo turistico, rafforzato dall'origine georgiana di molti ebrei israeliani ... E così via. La conclusione sembrerebbe ovvia: in questa guerra il ruolo di Israele è stato determinante: come nella guerra d'Iraq 1991, come in quella del 2003, come nei propositi di aggressione all'Iran. E invece, quasi tutti a sminuire e occultare, e a parlare sempre e solo di Bush e degli Stati Uniti: sulla grande stampa, ma anche nei siti e sui fogli della sinistra "radicale". L' "antiamericanismo" è la foglia di fico della codardia intellettuale e giornalistica diffusa un po' ovunque quando l'oggetto del discutere dovrebbe essere Israele? Argomento complesso, che non si può affrontare in poche righe.

ARTICOLI

 

 


14 luglio 2008

MENO MALE
CHE BASHAR C'E'

Il presidente arabo a Parigi da Sarkozy
non tradisce l'iraniano Ahmedinejad

“Con Assad bisogna trattare, è un dittatore ma sta cambiando” dice al Corriere della Sera di oggi 14 luglio André Glucksman intervistato da Montefiori. Ma a giudicare dal dispaccio Reuters delle 9 e 40 di questa stessa mattina sull’intervista a Radio France International rilasciata dal presidente siriano, il cambiamento non è certo quello sperato dal filosofo consigliere di Sarkozy: Assad infatti ha ammonito Stati e Uniti e Israele a non compiere il passo irresponsabile di un attacco all’Iran , perché l’aggressione “avrebbe gravi conseguenze per gli Stati Uniti, Israele e il mondo intero”. Non solo. Ma dopo aver sottolineato che "Israele pagherà direttamente il prezzo della guerra. L'Iran lo ha detto chiaramente”, e dopo essersi dichiarato disponibile a parlare con “gli amici iraniani” sulla questione nucleare – “è la prima volta che me lo chiedono” - Assad ha aggiunto che l’amministrazione Bush “è un'amministrazione che applica una dottrina guerrafondaia. Non usa la nostra logica e quella della maggior parte dei paesi europei e di tutto il mondo".

Parole sacrosante, che speriamo servano a bloccare la gravissima manovra di accerchiamento e di acutizzazione della crisi con l’Iran in atto nelle ultime ore attorno a due eventi chiave della partita mediorientale: il primo è la dichiarazione di George W. Bush, il via libera a Israele per un attacco “preventivo” a Teheran. Dichiarazione “furba”, resa non a caso poche ore dopo la conclusione del G8, e scarsamente commentata dalla stampa italiana, quasi si trattasse di una inezia: addirittura un’agenzia aveva commentato la sortita del presidente americano come un “semaforo giallo”, e non – come è nei fatti – “verde”. Tutti oggi dedicano grande attenzione al megaconvegno parigino, ma si fa fatica a rintracciare sui grandi quotidiani nazionali un accenno ai pericoli insiti nella dichiarazione di Washington – la prima dopo tentennamenti durati anni, e resa mentre si avvicina i cambio di guardia alla Casa Bianca - come se fosse una battuta da bar di un ubriaco.

Il secondo evento, è il convegno euromediterraneo di Parigi: la manovra di Sarkozy, il primo presidente ebreo dopo De Gaulle, e il cui ministro degli esteri Kouchner, si ricorderà, minacciò in prima persona Ahmedinejad di attacco militare se l’Iran non avesse sospeso il suo programma di sviluppo nucleare, è anch’essa estremamente chiara: 1) Sarkozy si muove in perfetta sintonia con Israele, che almeno dal Forum di Doha del maggio scorso si sforza di proporsi come “alleato” degli Arabi contro il “comune nemico” iraniano, e che oggi dà segnali di disponibilità alla “pace” con Siria, Hezbolllah e nientemeno Palestina. 2) Con la scusa di rilanciare il dialogo fra le due sponde miseramente fallito per il mancato compimento dei buoni propositi dell’ormai lontana conferenza di Madrid del 1991, Sarkozy sta così cercando di ritagliare uno scacchiere politico-diplomatico separato da quello iraniano e mesopotamico, come se l’Iran di Ahmedinejad non fosse indissolubilmente connesso da un punto di vista geopolitico al teatro di tutti i conflitti mediorientali, a cominciare – lungo le sponde del Mediterraneo - dal Libano e dalla Palestina. 3) In altri termini, Sarkozy sta anche lui spianando la strada all’attacco di Israele, sia pure in modo meno rozzo del suo collega d’oltreoceano..

E’ guerra certa dunque? No, ma la catastrofica ipotesi è sempre più possibile: su di essa pesano ormai quasi solo i fattori e le dinamiche interne allo Stato ebraico, dal ricatto giudiziario su Olmert sotto inchiesta per presunti reati finanziari, al peso dell’esercito, a quello dell’ideologia biblica-talmudica cui è stato formato per decenni l’intero popolo israeliano, e per la quale non valgono certo principi e regole del diritto internazionale dei “popoli gentili”, ma il mito del “popolo eletto” che tutto può in Medio Oriente e fuori, perché così “Javhe vuole”.

Un pericolo evidente, di fronte a cui come al solito l’Europa tace, Italia compresa. Chi scrive non è mai stato malato di antiberlusconismo preconcetto come la sinistra radicale sconfitta nelle ultime elezioni, o come i neoqualunquisti al seguito di Di Pietro; né pensa che l’attacco di Louise Arbour alla sovranità italiana in tema di immigrazione sia privo di un segno preciso e allo stesso tempo inquietante: ma, questo premesso, non basta certo l’ editoriale de Il Giornale di oggi a frenare la deriva in atto, il commento cioè di R.A. Segre contro gli “illusi” e “irresponsabili” che predicano la guerra all’Iran, in un articolo in cui peraltro si parla con leggerezza della pace fra palestinesi e israeliani come di una “ossessione”. Non basta, e non c’erabisogno della presa di posizione del presidente del Parlamento di Teheran Larjani a ricordarcelo: occorrerebbe una presa di posizione chiara, e una presa di distanza netta dalle dichiarazioni di Bush, una vis polemica come quella che lo stesso Berlusconi attivò versus l’alleato di Washington dopo l’assassinio di Calipari da parte di un militare israeliano a Bagdad. Manca in queste ore – saremmo ingenui, ma così la pensiamo – il “presidente” della canzoncina elettorale di Forza Italia. Meno male, comunque che “Bashar c’è”. Forse (ma solo forse) sarà lui a salvarci da una nuova catastrofica guerra in Medio Oriente, con effetti tragici a livello planetario.

Claudio Moffa


13 novembre 2007

LE MINACCE ALL'IRAN
Chi vuole la guerra?

 

Da una parte l e minacce non solo di sanzioni ma anche di guerra, e dall’altra il pressing interno di quelli che oggi il Giornale chiama chissà perché i “riformisti” di Teheran: l’Iran di Ahmedinejad è, o si vuole in Occidente, accerchiato, con il contenzioso nucleare come motivo discriminante fondamentale. Dove la ragione, e dove il torto nella rivendicazione di Teheran di sviluppare a fini pacifici il nucleare? E chi spinge alla guerra e all’isolamento dell’Iran, un Iran che resiste alle pressioni diplomatiche, alle minacce, fino a voler ridimensionare i cosiddetti “moderati” pronti ad accettare il diktat dell’Occidente?

E’ impossibile girarci attorno, la ragione sta tutta dalla parte dell’Iran: lo dice lo statuto dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, che recita addirittura il dovere della comunità internazionale di aiutare i paesi privi di energia nucleare a svilupparla; lo dicono i rapporti di El Baradei sulla assoluta assenza di prove certe circa l’ uso anche militare delle centrali nucleari in costruzione; e lo conferma la geopolitica regionale: con Israele e Pakistan che, dotati da tempo di armi atomiche, non possono pretendere – quand’anche a Teheran spuntasse all’improvviso l’idea di costruire la bomba – di avere il monopolio militare nucleare in Medio Oriente. Se l’Iran non deve avere la atomica, come è auspicabile, allora si disarmi anche Israele, come è auspicabile e giusto: altrimenti continuerà a crescere quella asimmetria dei rapporti militari che è alla base dell’irriducibile arroganza dello Stato Ebraico, e del suo rifiuto ad accettare le regole del diritto internazionale in Palestina e nel resto del Medio Oriente.

Ed ecco dunque “chi” spinge alla ennesima guerra contro uno stato sovrano del Medio oriente, membro delle Nazioni Unite: con buona pace dei sempre più assurdi e menzogneri critici del “complottismo”, è Israele, che con le sue lobbies in Occidente, e con la stampa ad esse asservita, complotta da almeno un anno e mezzo per scatenare una nuova disastrosa guerra nella regione mediorientale. Risale infatti al 24 giugno 2006 l’articolo di Jonathan Ariel sulla Israel News Agency che riferiva con ricchezza di particolari del disegno di Tel Aviv di dare un “colpo nucleare preventivo contro l’Iran”, nel caso in cui l’Occidente non fosse riuscito a bloccare la nascita di una industria nucleare in Iran: toni arroganti, minacciosi, con i soliti insopportabili riferimenti “storici” a Monaco e a Hitler, da allora ad oggi mai dismessi. La stessa guerra del luglio 2006 contro il Libano, si è detto a ragione, rientrava e rientra in una marcia di accerchiamento di Teheran da parte di Israele, così come utili al progetto di aggressione sono stati e sono i travisamenti oculati delle dichiarazioni di Ahmedinejad sulla fine dell’apartheid israeliano, trasformate in volontà di “distruggere lo Stato d’Israele”; o le grida di sdegno per il convegno “negazionista” a Teheran, con cui l’Iran dei Pasdaran ha dimostrato di essere mille volte più liberale, in tema di libertà di ricerca storica, del nostro “libero” Occidente.

Si ripresenta così lo scenario classico di tutte le guerre postbipolari in Medio Oriente e forse – se si dà retta a “il dubbio” di un giornalista di Radio Città aperta, Sergio Cararo, pubblicato però, peccato, non in Italia ma su una rivista palestinese – nei Balcani: quello di un pressing israeliano e lobbistico sulle cancellerie e i governi occidentali perché o facciano la guerra in prima persona (Iraq 1991 e 2003) o accettino comunque che Israele le faccia per conto proprio (Libano 2006, incursione in Siria 2007). Gli Stati Uniti, con buona pace degli antimericanisti e antimperialisti doc, stanno dentro questo schema fino in fondo, perché in tutto il contenzioso con l’Iran – sarà magari per il ruolo degli sciiti in Iraq – Bush e la Rice si sono dimostrati titubanti e fin qui restii a subire le pressioni di Tel Aviv.

Ma non si sa mai: già sull’Iraq la Casa Bianca si oppose nel 2001, per poi cedere progressivamente agli assalti di Rumsfeld, dei neocons, e della grande stampa controllata dalla lobby. Oggi il lavorìo proviene non solo dal cuore degli Stati Uniti, ma anche da oltreatlantico: la visita di Sarkozy a Washington lo dimostra, perché che sia o no un “agente del Mossad” secondo rivelazione della stampa, il presidente francese ha costruito una equipe di governo allo stesso tempo “bipartisan” e “monoethnical” da far paura: vedi la cosiddetta gaffe del ministro degli esteri Kouchner che secondo volere di Israele – la sua seconda “patria” – minacciò tempo fa un attacco a Teheran. Questo in Francia. In Italia, sono di ieri le pur moderate dichiarazioni di Veltroni da … Auschwitz (toh! un stranissimo caso di strumentalizzazione della “memoria” dei lager a fini politici tutti attuali), a favore di un atteggiamento più “fermo” verso l’Iran. Quale fermezza, e per cosa, se l’Iran rifiuta, come suo legittimo diritto ai sensi della Carta delle Nazioni Unite e dello Statuto dell’AIEA di bloccare il suo programma nucleare? Parole ambigue, che fanno solo il gioco del partito della guerra: come i silenzi degli analisti internazionali sul determinante ruolo di pushing di Israele nelle minacce all’Iran. Ma si sa, parlar male di Bush si può, e dà spazi; criticare Israele potrebbe essere rischioso.

 


ISRAELE PRONTO AD ATTACCARE L'IRAN.
UN RICATTO A USA E EUROPA




Evidence of Iran building nuclear weapons.
After Iran stated that it will "wipe Israel off the map"
Israel must now act to defend herself


By Jonathan Ariel
Israel News Agency

Jerusalem, June 24. 2006. "One of the best ways .... "
http://www.israelnewsagency.com/iranisraelnuclearariel3890624.html

leggi l'articolo

 


6 novembre 2007

Riceviamo e pubblichiamo

ISRAELE, I ‘CRISTIANI' SIONISTI E GLI EBREI IRANIANI

di
Mauro Manno

La stampa 'libera' d'Occidente cerca di convincerci ogni giorno che la Repubblica Islamica dell'Iran non vuole altro che dotarsi dell'arma nucleare per poter distruggere Israele e compiere un nuovo 'Olocausto'. Batti e ribatti, i Signori del Discorso stanno facendo un gioco sporco per preparare una nuova guerra americano-sionista in Medio Oriente: la guerra contro l'Iran. Dopo le menzogne diffuse per preparare l'opinione pubblica ad accettare la catastrofica invasione dell'Iraq, ecco che ci ritroviamo davanti gli stessi giornalisti, gli stessi giornali o network televisivi che cercano di convincere i cittadini d'America e d'Europa, stanchi di guerre che servono solo gli interessi di Israele e infiammano le organizzazioni terroristiche, che sono sotto la minaccia missilistica dell'Iran. Un paese che ha le testate nucleari israeliane puntate contro, che è circondato dalle truppe e dalle basi americane in Iraq, Kuwait, Afghanistan, ecc, che ha la flotta USA quasi nelle sue acque territoriali, che è a portata dei bombardieri strategici americani dell'isola di Diego Garcia, che viene definito stato canaglia o terrorista, definizione che costituisce la base ideologica ed il preludio ad un attacco americano (Iraq docet). In queste condizioni l'Iran si permette di 'minacciare' tutto l'Occidente o come dice Bush di prepararsi a scatenare la 'Terza Guerra Mondiale'. Sarebbero dei pazzi. 'Sono dei pazzi', dicono i Signori del Discorso e per questo vanno distrutti prima che riescano a costruire l'arma atomica. Una logica ineccepibile.

L'Iran non ha mai attaccato nessuno, non in questo secolo o quello appena trascorso, ma almeno negli ultimi cinquecento anni. Anzi è stato attaccato e vilmente da Saddam Hussein nel 1980, su istigazione americana e saudita. Per controllare il suo petrolio, gli americani e i britannici hanno prima rovesciato un suo governo legittimo (Mossadeq) nel 1952, poi gli hanno imposto la terribile, sfarzosa e dispendiosa monarchia di Reza Pahlavi, una dittatura che si reggeva sulla repressione micidiale della Savak.

L'Iran ha un programma nucleare, ma è pacifico ed è sotto il controllo dell'agenzia nucleare dell'ONU, l'AIEA in quanto il paese aderisce al trattato di non proliferazione. Israele invece non ha mai aderito al programma di non proliferazione nucleare, si rifiuta di far parte dell'AIEA, non ha centrali per il nucleare civile, possiede tra le 200 e le 400 testate atomiche, ha i missili per spedirle su tutto il globo, ha sottomarini nucleari adatti a lanciare la cosiddetta seconda risposta in caso di attacco nucleare e distruzione del paese. E parla della necessità di fermare l'Iran. Come? Ma con un attacco da far fare agli americani come è successo per l'Iraq. Recentemente un collaboratore di Dick Cheney che dirige il covo di neoconservatori sionisti ebrei responsabile della politica del 'Clean Break', del taglio netto col passato, ha lasciato il suo posto ed ha rivelato alla stampa che il Vice-Presidente americano lavora ad un piano in due fasi per distruggere l'Iran. Prima Israele attacca la centrale nucleare di Busher (come in Irak nel 1981 quando attaccò Osirak), poi, dopo la risposta iraniana, intervengono gli Stati Uniti con tutta la loro potenza di fuoco, comprese, probabilmente le nuove armi nucleari, le cosiddette 'mini-nukes'.

Ma Israele è buono, Israele vuole la pace, Israele è minacciato. L'Iran invece vuole 'cancellare lo stato ebraico dalla carta geografica'. L'Iran 'nega l'olocausto' e quindi si dispone a farne uno vero.

La frase 'cancellare Israele dalla carta geografica' non è mai stata pronunciata da Ahmadinejad che invece ha detto che 'il regime che occupa Gerusalemme, come il regime dello shah e come l'Unione Sovietica, finirà per scomparire dalle pagine del tempo'. La falsificazione di cui è responsabile l'agenzia di 'informazioni' ebraica Reuters, va avanti da tempo. Sarebbe come accusare Stalin, il quale spesso ripeteva che il capitalismo era destinato a scomparire dalla faccia della terra, di voler bruciare il mondo intero esclusa la Russia. Poi abbiamo visto chi allora attaccò chi.

In quanto alla pretesa 'negazione dell'olocausto' di Ahmadinejad, limitiamoci a ribadire che il presidente iraniano continua a ripetere due semplici cose: che l'uso dell'olocausto per opprimere ed uccidere i palestinesi è inaccettabile, che questo uso criminale è reso possibile perché l'olocausto è stato trasformato in una religione, con la sua mitologia, i suoi dogmi che non possono essere contestati, a meno che non si voglia visitare le 'civili e libere' galere del civile e libero Occidente.

Ben altra cosa quindi rispetto alle fandonie che ci propinano gli scribi dei Signori del Discorso.
Abbiamo già detto queste cose in altre occasioni. Oggi scriviamo per portare la prova delle menzogne sull'Iran.

Il giornale USATODAY pubblica un post molto interessante. Vi si dice che i 'cristiani' evangelici cioè questa razza strana anche definita 'cristiani sionisti' hanno costituito con Israele e la lobby ebraica americana un gruppo 'umanitario' denominato The International Fellowship of Christians and Jews, alla cui testa hanno messo il rabbino Yechiel Eckstein (nella foto sotto). L'impegno 'umanitario' del gruppo si fa presto a spiegarlo: sostenere Israele che di sostegno umanitario sembra proprio avere bisogno. E noi che credevamo che avesse necessità di denari e armi! Come sostenere 'umanitariamente' Israele? E' facile: convincere la comunità ebraica dell'Iran ad emigrare nello stato ebraico sulla terra dei palestinesi.

C'è quindi una comunità ebraica in Iran? Molti non lo sapevano. E pare addirittura che gode di "protezione legale", che è composta in maggioranza di gente "economicamente benestante", che "non si sente minacciata" che "la maggior parte degli iraniani sono accoglienti". Pare che la comunità ebraica iraniana ha addirittura un rappresentante in parlamento (apprendiamo che esiste addirittura un parlamento, molti non lo sapevano). Un rappresentante su 290, per una comunità di 25.000 persone; il che significa che numericamente non le spetterebbe nessun rappresentante ma che lo stato gliene accorda uno indipendentemente dal numero di voti che esprime. É quindi sovra-rappresentata.

Gli sforzi di Israele e dei suoi alleati 'cristiani' sionisti per far emigrare gli ebrei iraniani non hanno sortito finora risultati significativi. In un primo tempo l'organizzazione di Eckstein offriva 5.000 dollari ad ogni ebreo iraniano che lasciava l'Iran per Israele. Ma i risultati sono stati talmente ridicoli che la somma è oggi stata raddoppiata, e inoltre c'è il contributo ancora più consistente che lo stato ebraico (in realtà si tratta di storno di fondi dei contribuenti americani) offre graziosamente agli ebrei che 'tornano' in 'patria'.

Il gruppo fin'ora è riuscito a portare in Israele 82 ebrei, in gran parte vecchi, attirati più dalla possibilità del guadagno e dalla speranza di godersi una pensione consistente, che dal richiamo della terra promessa.

Una riflessione finale: se Ahmadinejad vuole veramente realizzare un nuovo olocausto, perché non ha cominciato a sterminare gli ebrei dell'Iran? Forse perché costoro sarebbero talmente 'scemi' che vogliono restare nel loro paese malgrado le lusinghe, l'esca dei 10.000 dollari e le 'minacce di sterminio' del nuovo Hitler. Dovremmo evidentemente concludere che, a contatto con un popolo 'primitivo', anche il 'popolo eletto' è andato perdendo le sue prerogative e intelligenza superiori.

Una parolina a coloro che con Pannella, l'ADL e l'ambasciatore israeliano attaccano continuamente il cattolicesimo e il Papa. Costui si pronuncia contro la guerra, difende i palestinesi (poco è vero), resiste agli assalti della lobby ebraica americana e difende pure i precari contro gli eccessi del liberismo; i 'cristiani' evangelisti americani, sionistizzati ed ebraicizzati dal rigetto del Nuovo Testamento e dalla lettura letterale del Vecchio, sono per Israele, per la finale espulsione di tutti i palestinesi, per la guerra in Iraq, in Libano, in Siria, in Iran: sono per lo sterminio e la distruzione. Sono anche per l'imposizione al mondo del sistema di sfruttamento americano.

La chiesa cattolica ha dei difetti e al suo interno si annidano molti peccatori. Ma, restando nel linguaggio religioso, i sionisti, Israele, il governo Bush e i 'cristiani' sionisti sono satana, il grande satana. Perché fare il loro gioco?



23 giugno 2006

DEJA' VU
... COME CON L'IRAQ PRIMA DELL'AGGRESSIONE
DEL 2003: ADESSO E' L'IRAN - SOTTO MINACCIA DI GUERRA E DI SANZIONI - A ESSERE 'ALLEATO' DI BIN LADEN

LA LETTERA
Asse di Al Qaeda con Teheran contro «gli imperialisti»

"E’ il 7 giugno. Un alto esponente di Al Qaeda arriva in Iran per incontrare uno dei figli di Osama, Saad Bin Laden, da tempo ospitato nella repubblica islamica. Quindi l’emissario consegna un messaggio di Ayman Al Zawahiri, l’ideologo del movimento al capo dei pasdaran, Rahim Safavi. La lettera - secondo fonti di Teheran - tocca alcuni punti importanti. 1) Al Zawahiri incoraggia il regime islamico a proseguire nell’azione contro «gli imperialisti» 2) Si impegna a frenare Al Zarqawi e rivela di aver mandato un emissario affinchè riduca gli attacchi contro gli sciiti in Iraq. 3) Rringrazia Teheran per l’ospitalità a decine di qaedisti (150-200) dopo il 2001. L’uccisione di Al Zarqawi, l’8 giugno, ovviamente ha superato solo in parte il punto due. Al Qaeda vuole evitare una guerra inter-religiosa in Iraq e dunque è attenta a non creare problemi con l’Iran. Anche perchè gli ayatollah garantiscono protezione ad alcuni dirigenti, come Saad Bin Laden, Seif Al Adel e Abu Ghait, ispiratori di alcuni attacchi in Medio Oriente. A sua volta il regime si tiene in casa i terroristi per poterli usare come carta o merce di scambio in caso di uno scontro con gli Stati Uniti..." (G.O.)

(Corriere della sera 23 06 2006)


Un articolo scritto quando Ahmedinejad era ancora considerato un "amico" di Israele

AHMEDINEJAD,
UN NUOVO SADDAM HUSSEIN?

di Claudio Moffa

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